Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia

La macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori. 

Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.

A reti unificate tv, giornali e social presentano i talebani e gli attentatori suicidi dell’11 settembre come il prototipo di tutti gli “islamici”. E attraverso questa mossa propagandistica le popolazioni dei paesi a tradizione islamica vengono additate nella loro totalità come i nostri irriducibili nemici – a meno che non prendano apertamente posizione a favore dei “nostri valori” (di borsa), e pieghino la schiena davanti alla pretesa occidentale di dominare e spogliare il mondo “islamico” per diritto divino. Il “diritto” acquisito con il colonialismo storico. 

L’islamofobia è un’arma di guerra: verso l’esterno, e all’interno delle “nostre” società. E per tale va denunciata e combattuta.

Un’arma per legittimare la guerra infinita che la gang degli stati imperialisti occidentali, l’Italia intruppata in essi, ha scatenato (da secoli) contro il mondo arabo e islamico per finalità che nulla hanno a che vedere con la civiltà, la democrazia, la libertà delle donne, e che non finirà certo con l’ingloriosa cacciata dall’Afghanistan. In questa guerra i poteri coloniali sono sempre riusciti – accade ora più che mai – a trovare collaborazione nelle classi proprietarie e negli strati privilegiati dei paesi arabi e islamici per torchiare a sangue, con il loro aiuto, i malcapitati contadini, minatori, braccianti, operai, diseredati, senza il minimo riguardo per la loro esistenza, tanto più se donne. E, in caso di loro ribellioni, sollevazioni o tentativi rivoluzionari, per usare il pugno di ferro per schiacciarli, o l’accerchiamento per soffocarli.

In Italia e in Europa la nuova campagna islamofobica ha come suo bersaglio interno gli immigrati e le immigrate dai paesi islamici, che costituiscono la parte più numerosa, energica ed organizzata del proletariato immigrato. Li si vuole intimidire e mettere in un angolo per fargli piegare la testa (quelli che l’hanno mantenuta dritta), additarli agli autoctoni e agli altri immigrati come pericoli da sorvegliare “tutti insieme” e, al minimo sospetto, punire (o anche senza altro sospetto che quello di essere “islamici”). 

Per noi, invece, sono compagni/e, fratelli e sorelle di classe, che qui in Italia vediamo spesso all’avanguardia delle lotte, così come vediamo nel nord dell’Africa e nel Medio Oriente i proletari e le proletarie che non vogliono piegarsi al “destino” dell’emigrazione battersi con coraggio contro i propri governi e i gendarmi dell’area (pensiamo solo allo stato di Israele), pagando un pesante tributo di sangueprotagonisti delle grandi sollevazioni del 2011-2012 di Tunisia, Egitto, Bahrein, Siria, Yemen, etc., e poi di nuovo di grandi movimenti di protesta nel 2018-2021 in Algeria, Libano, Sudan, Iraq, Irane Palestina!

Pochissime voci si stanno alzando contro questa nuova campagna anti-proletaria di islamofobia. Da internazionalisti rivoluzionari siamo, una volta di più, fuori dal coro dei sordi e degli ammutoliti. E abbiamo perciò deciso di pubblicare (a puntate) un ampio testo scritto anni fa contro l’industria dell’islamofobia da un nostro compagno. Lo pubblichiamo senza nessuna modifica. Nella puntata finale di questa serie (*) lo integreremo su alcuni aspetti relativi all’islamismo politico che sono rimasti, in esso, un po’ sullo sfondo, o non sono stati trattati in modo adeguato.

Battersi contro l’islamofobia occidentalista imperante e il suo segno di classe, battersi per l’unità tra proletari/e arabi e islamici e proletari autoctoni, infatti, non può comportare alcuno sconto all’islamismo politico. 

I. L’industria dell’islamofobia

Quella della propaganda islamofobica è una vera e propria industria che ha il compito di nascondere e cancellare tutto ciò che può esserci, e c’è, di comune tra i lavoratori e le lavoratrici appartenenti al mondo occidentale e al mondo “islamico”, anzitutto la loro condizione di sfruttati/e, e di esaltare invece in modo ossessivo tutto ciò che può esserci, e c’è, di differente, sia sotto il profilo materiale che culturale. Proviamo qui a dare qualche colpo di piccone a questo muro di menzogne anche solo nominando alcune figure delle decine di milioni di lavoratori e lavoratrici che popolano i paesi “islamici”.

La rappresentazione caricaturale, inferiorizzante e perfino demonizzante dell’islam è di vecchia data. Ciò dipende dall’esistenza di una lunga storia di conflitti, tanto culturali quanto materiali, tra “mondo cristiano” e “mondo islamico” da cui non si può astrarre. Sarebbe davvero molto utile, invece, ricostruire una storia completa di queste relazioni e della loro evoluzione nel tempo, mostrando, oltre i ben noti e violentissimi conflitti, anche l’interscambio e le reciproche influenze tra la civiltà europea e la civiltà islamica. Ma questo scritto si dà un compito assai più modesto: la presentazione e la critica di quella che si può chiamare l’industria dell’islamofobìa dei nostri giorni, industria che occupa un posto centrale nella produzione del razzismo di stato europeo e nella alimentazione del conflitto tra europei e “islamici”.

Al modo degli astuti impresari degli “zoo umani” alla Hagenback1 che andavano a cercare i “soggetti”-oggetti di colore da esibire nelle metropoli europee nei più sperduti e primitivi villaggi dell’Africa e dell’Asia, gli odierni impresari dell’islamofobìa puntano a creare nel pubblico europeo un sentimento di siderale distanza dalle popolazioni “islamiche”, dovuta ad una (presunta) organica, non superabile diversità tra “noi” e “loro”. E allo stesso tempo puntano a socializzare la convinzione, in apparenza benargomentata, che ci si trovi davanti a genti arretrate, fanaticamente abbarbicate ad un passato che non passa; genti inferiori a noi sotto ogni riguardo sia perché più povere di mezzi materiali, sia perché più povere di spirito e di cultura, e però nello stesso tempo vogliose di esportare ovunque, costi quel che costi, la loro miseria, la loro arretratezza materiale e spirituale.

Le principali tecniche usate per produrre, veicolare e amplificare la irriducibile estraneità, disprezzo e contrapposizione tra “noi” e “loro” sono le seguenti:

1) rimuovere, oscurare2 tutto ciò che può avvicinare e perfino accomunare le popolazioni dell’Europa e le popolazioni del mondo “islamico”, ed in particolare i lavoratori dei due mondi;

2) presentare gli immigrati “islamici”, l’islamismo politico, l’islam in quanto tale, come aggressivi colonizzatori che attentano alla “nostra” sicurezza, alla “nostra” tranquillità, ai “nostri” costumi, ai “nostri” territori;

3) battere la grancassa sull’oppressione della donna araba e “islamica”, e sulla necessità che siamo “noi” europei, rispettosi della donna per definizione, a liberarla.

Esaminerò queste tecniche una alla volta e mostrerò poi come tutta questa melma islamofobica si trasformi in discriminazioni e razzismo contro gli immigrati musulmani (o presunti tali).

Un mondo monolitico e astorico, in cui tutto è religione?

Il primo compito che l’industria dell’islamofobìa (intimamente legata agli stati) si dà, è far scomparire con cura ogni traccia della esistenza reale delle centinaia di milioni di individui che compongono quello che si vuole chiamare, con una forzatura, mondo “islamico”3, a cominciare dalla loro enorme attività produttiva. Questa rimozione ha dietro di sé una lunga tradizione, e si intreccia con un’altra operazione tutt’altro che innocente: la riduzione della vita sociale dei popoli islamici alla mera dimensione religiosa, e ad una religiosità immodificata e immodificabile nel tempo:

«la caratteristica più impressionante della secolare produzione scientifica europea sull’Islam è il fatto che non solo è stata quasi del tutto trascurata la storia sociale ed economica, ma è mancata pure l’attenzione alla storia culturale e religiosa. Vero è che si sono date indagini pure su questi aspetti della civiltà musulmana, ma esse erano prioritariamente fondate sulla lettura – magari puntigliosa e accurata – di testi, spesso oltretutto legati a peculiari tipi di esperienze spirituali come il misticismo. In fin dei conti perciò questi lavori si risolvevano in un’ennesima conferma della supposta ‘essenza islamica’ eterna e immutabile».4

In anni più recenti la situazione è in parte cambiata ma solo per quel che concerne la produzione per gli specialisti o comunque per un pubblico di lettori molto limitato; invece in televisione, sui giornali di larga diffusione, nell’editoria per il largo pubblico dei non specialisti domina incontrastata la metodica “di sempre”. Come ha notato E. Said:

«In Occidente dalla guerra del 1967 in poi, il mondo arabo è stato rappresentato in modo superficiale, riduttivo e volgarmente razzista, come tanti studi critici europei e americani hanno avuto modo di constatare e verificare. Eppure film e spettacoli televisivi ancora oggi ritraggono gli arabi come equivoci cammellieri, terroristi e sceicchi scandalosamente ricchi. Quando alla vigilia della guerra del Golfo i media si sono mobilitati secondo le istruzioni del presidente Bush per difendere il ‘modo di vita americano’ e ridurre a zero l’Iraq, poco è stato detto e mostrato della realtà politica, sociale o culturale del mondo arabo (spesso profondamente influenzata dagli Stati Uniti)»5.

Un trattamento dello stesso tipo ha ricevuto e riceve il più vasto “mondo islamico”. Nel più celebre pamphlet scritto da manieuropee contro “i fottuti figli di Allah” (termini dell’autrice), La rabbia e l’orgoglio di O. Fallaci, il mondo “islamico” attuale è raffigurato come una

«Montagna che da millequattrocento anni non si muove, non esce dagli abissi della sua cecità, non apre le porte alle conquiste compiute dalla civiltà, non vuol saperne di libertà e giustizia e democrazia e progresso. (…) vive ancora in una miseria da Medioevo, vegeta ancora nell’oscurantismo e nel puritanesimo di una religione che sa produrre solo religione», e gli islamici come «quei barbari che invece di lavorare e contribuire al miglioramento dell’umanità stanno sempre con il sedere all’aria, cioè a pregare cinque volte al giorno»6.

A questa pietrificata montagna delle tenebre si oppone, naturalmente, un Occidente illuminato, operoso, libero, democratico, fautore della giustizia e del progresso, che ha una sola colpa: credere poco alla propria incommensurabile superiorità. Tutto ciò può sembrare il frutto di una morbosa eccitazione da neo-crociati, da non prendere troppo sul serio. Il fatto è che il pamphlet della Fallaci è stato, è solo la punta di un iceberg, di una letteratura anti-islamica sterminata che pur avendo talvolta toni meno grevi, si muove lungo la stessa traiettoria, diffonde messaggi del tutto analoghi, godendo di un formidabile sostegno istituzionale.

Il quadro schizzato da S. Huntington, ad esempio, è più policromo e complesso della rozzissima vignetta della Fallaci. A differenza di costei, Huntington sa che nella religione islamica non c’è nulla di antagonistico alla “civiltà”, cioè al moderno mondo dei traffici borghesi. Sa anche che la rinascita islamista degli ultimi decenni, benché avvenuta sotto vesti religiose, ha un carattere essenzialmente politico e culturale in quanto esprime “il ripudio dell’influenza americana ed europea sulla società autoctona”, il ripudio dell’Occidente, ma non necessariamente della modernità. Qua e là egli sembra perfino accreditare l’opinione di al-Tourabi, secondo cui la religione islamica può addirittura fungere da motore dello sviluppo moderno (capitalistico). Sembrerebbe, quindi, lontano le mille miglia dalle trivialità di una certa pubblicistica anti-islamica. Eppure arriva anch’egli alla medesima conclusione della Fallaci circa l’inevitabile contrapposizione tra il “nostro mondo” e il “mondo islamico”. E anch’egli attribuisce l’inesorabile antagonismo con la “nostra civiltà” all’islam-religione eternamente eguale a sé stesso:

«Fino a quando l’Islam resterà l’Islam (e tale resterà) e l’Occidente resterà l’Occidente (cosa meno sicura), il conflitto di fondo tra due grandi civiltà e stili di vita continuerà a caratterizzare in futuro i reciproci rapporti, come ha fatto per quattordici secoli»7.

Con ciò siamo di nuovo davanti a un mondo “islamico” che, al di là dei secoli, delle tecnologie di ultima generazione che adotta, dei babelici grattacieli delle sue città, delle borse valori, degli enormi cambiamenti sociali, delle rivoluzioni popolari e anti-coloniali che ha conosciuto, delle guerre per il petrolio che ha dovuto subire, è restato e resterà sempre identico a sé stesso. Capace forse di modernizzarsi in superficie ma che, nonostante tutto, resta e resterà al fondo un monoblocco immobile, invariante, astorico.Dominato da sempre e per sempre da una religione che, pur nella sua mortuaria fissità – ecco un autentico miracolo nella vicenda delle civiltà -, è in grado di impregnare di sé l’intera vita delle società a tradizione culturale islamica, tanto che queste possono essere denominate e identificate ancor oggi con un solo termine: islam. Società tutto-religiose che, caso per davvero unico nella storia umana, non fanno altro che produrre religione a mezzo di religione. Le loro popolazioni vi appaiono come un’indistinta folla di ciechi, incivili, oscurantisti, puritani, retrogradi, illiberali, così parossisticamente assorbiti dall’alba al tramonto dal proprio credo religioso da essere dei nullafacenti.

A questo genere di rappresentazioni falsificanti dell’islam-religione (e dell’Islam-civiltà o insieme di paesi), si possono fare una caterva di obiezioni. Si può opporre che è inconsistente e banale raffigurare come monolitico un islam dalle settantadue sètte più una, ricco di tendenze, forme, prassi molteplici, o un Islam indebolito proprio dalla mancata centralizzazione, da un certo suo mai vinto “anarchismo”, e pretendere di affasciare in un’unica immagine un mondo composto oggi da più di cinquanta nazioni con una notevole varietà di storie, ordinamenti e leggi. Si può opporre, ed è stato opposto, che quella di cui si parla con tanto disprezzo è stata una delle grandi civiltà di un passato non troppo remoto che, come ogni altra civiltà, ha attraversato il suo periodo di formazione e di ascesa, il suo apogeo (il “momento islamico della storia del mondo”, lo ha chiamato Lombard)8, il suo arresto e poi la sua decadenza9. Si può opporre, inoltre, che le contestazioni da avanzare all’islam come religione, alle sue pretese assolutiste e metafisiche, sono, in buona sostanza, le stesse da muovere ad ogni religione monoteista e, se si vuole, ad ogni religione. Si può opporre, infine, che quand’anche, per assurdo, la ripresa islamica degli ultimi due, tre decenni fosse solo e per intero un fenomeno religioso, sarebbe comunque inseparabile dalle vicende sociali di cui è prodotto e fattore. Condivido queste obiezioni, che si addicono perfettamente all’analfabetismo di tanta produzione anti-islamica, ma qui mi preme mettere in luce altro, cioè le rimozioni attraverso cui l’industria dell’islamofobìa riesce a spacciare a livello di massa l’idea che il mondo “islamico” attuale sia un mondo congelato da quattordici secoli, in cui tutto è religione.

Decine, centinaia di milioni di lavoratori e lavoratrici cancellati dalla nostra vista

Per poter diffondere in modo indisturbato questo stereotipo è indispensabile, anzitutto, far scomparire dallo schermo degli ascoltatori-spettatori europei ogni forma di attività lavorativa e di vita quotidiana delle genti arabo-“islamiche” che non contenga diretti riferimenti religiosi.

I pescatori arabi e “islamici” del Mediterraneo e del Mar Rosso, del Caspio (i pescatori di storione, pescatori globali per eccellenza…) e dell’Oceano Indiano. Gli allevatori di ovini, bovini, bufali, caprini, che si prendono cura nel solo Pakistan di più di 130 milioni di capi di bestiame. Le sterminate legioni dei contadini e delle contadine che in questi paesi coltivano cotone e agrumi, grano e riso (in Bangladesh e altrove si arriva a fare tre raccolti l’anno, una sorta di ciclo continuo), soia e mais, vite e canna da zucchero, olivi (gli olivi di Palestina…) e cedri, patate, orzo, sesamo e pistacchi (i deliziosi pistacchi iraniani…), lino e ortaggi, le delicate piante del tè e del caffé, datteri e arachidi, tabacco e caucciù. O, che so io, i minatori delle miniere di fosfati, ferro, manganese, cromo, e – per limitarci all’Indonesia – di stagno, nichel, rame, bauxite, argento e oro. Nelle rappresentazioni islamofobiche essi, semplicemente, non esistono. Così come semplicemente non esistono le decine di milioni di operai dell’edilizia che da Algeri ad Abu Dhabi a Giacarta stanno edificando porti, aeroporti, reti stradali, scuole, stadi, quartieri popolari, supermercati, mirabolanti centri finanziari, gareggianti con quelli d’Occidente in una gara demente, non so se moderna o post-moderna, a chi sale più in alto in cielo per la gloria della aconfessionale, o meglio: transconfessionale, rendita urbana…

Le rare volte in cui la vulgata islamofobica dominante accenna uno schizzo sociologico all’oggi dei paesi “islamici”, questi risultano composti pressoché solo di percettori di rendite petrolifere e di estremisti-terroristi. Ragion per cui la massa crescente di operai e operaie, con e senza velo, del tessile, dell’alimentare, dell’industria energetica (petrolio, gas), delle raffinerie, della chimica, della siderurgia, dei cementifici, delle fabbriche di trattori, dell’industria farmaceutica, della metallurgia, del montaggio di auto (dell’Iran Khodro, per esempio, il più grande stabilimento del Medio Oriente con i suoi 37.000 addetti, di proprietà dello stato iraniano in joint-venture con Renault-Peugeot e Hyundai). I lavoratori specializzati dei cantieri navali (penso a Smirne e a Istanbul) e delle tipografie. Quelli dell’industria elettronica, poiché anche in questi paesi si assemblano pezzi dell’industria elettronica. Gli operai e le operaiedelle “zone speciali” – che non esistono solo in Cina -, delle zone speciali di Biserta e Zarzis, Sfax e Gabès, per fermarci alla Tunisia. Tutti questi/e salariati/e, il cui plus-lavoro rifluisce a fiumi nelle casseforti delle “nostre” multinazionali e banche senza che nessun guardiano della “nostra civiltà” si preoccupi di domandargli alle frontiere se per caso proviene da una civiltà a noi organicamente aliena; tutti costoro, e tanto più le loro lotte, i loro scioperi, i loro sforzi di organizzarsi, le loro rivolte, specie se come nel caso delle operaie edegli operai tessili egiziani di Mahalla al-Kubra, sono dirette anche contro istituzioni a “noi” care quali il Fondo monetario internazionale, debbono essere esclusi dal nostro campo visivo. E lo sono infatti in un modo sistematico,come se ci fosse una regia centralizzata che insonne passi al vaglio i singoli fotogrammi e le singole immagini per selezionare ciò che è conveniente da ciò che è sconveniente vedere e sapere10 delle società e dei paesi “islamici”, quelli in cui tutti, o quasi, invece di lavorare, “stanno con il sedere all’aria, a pregare cinque volte al giorno” – parola di O. Fallaci.

Del pari, deve essere esclusa dal nostro campo visivo anche la reale vita quotidiana delle genti “islamiche” che si guadagnano la vita lavorando. Se non lo fosse, risulterebbe chiaro che anche per loro al centro del sistema sociale dei tempi, al centro del loro tempo di vita, non c’è il tempo della preghiera11; c’è, come da noi, come in tutto il perimetro dell’economia di mercato globalizzata, il tempo di lavoro. Emergerebbe, inoltre, che il tempo sociale non è scandito in nessun paese, neppure in Iran o Arabia saudita, dal calendario lunare puro dell’Islam, bensì dall’abbinamento tra il calendario lunare e il calendario gregoriano (quello in vigore in Europa), oppure talvolta solo da quest’ultimo, mentre gli anni gregoriani sono computati secondo l’era volgare (cioè dalla nascita di Cristo), il che è un «chiaro segno di una nuova estroversione del mondo islamico e della crescente integrazione economica e politica a livello planetario»12.

Una estroversione neppure troppo nuova, dopotutto, se da svariati decenni sono gli stati, non le autorità religiose, a regolare il tempo sociale, decidendo i giorni festivi, il giorno di riposo settimanale, le ferie, etc. Il riposo settimanale cade spesso, non sempre, di venerdì, ma questa circostanza non è da ascrivere alla tradizione religiosa, poiché tradizionalmente il venerdì era giorno di mercato e di preghiera pubblica, non di astensione dal lavoro; tradizionale è, semmai, la polemica nei confronti di ebrei e cristiani che del riposo settimanale davano una giustificazione religiosa, poiché per l’islam Dio non ha bisogno di riposo. In realtà, la recente diffusione del venerdì come giorno festivo è il “frutto dell’adattamento dei modelli gius-lavoristici europei ai paesi islamici”13 e dell’utilizzo, non certo sconosciuto da noi in Occidente, dei temi e sentimenti religiosi come strumenti di controllo e di manipolazione delle popolazioni. Tuttavia, in paesi come la Turchia, il Senegal, la Tunisia, il Libano il giorno di riposo cade di domenica, mentre in Marocco può cadere anche di domenica.

Quanto alla scansione quotidiana dei tempi di lavoro, chi vi andasse a cercare le cinque interruzioni per le cinque preghiere rituali come dato sistemico non ne troverebbe traccia.

«Le fonti normative non disciplinano in alcun modo il compimento da parte del lavoratore di questo atto religiosamente obbligatorio [cioè: non lo riconoscono come un diritto del lavoratore credente]. L’unico accenno che è stato reperito è in un testo saudita, che precisa che l’orario di lavoro va inteso come tempo di lavoro effettivo [secondo le più aggiornate norme del management globale], non comprendente gli intervalli dedicati al riposo, al pasto e alla preghiera. Preghiera, pasto e riposo sono dunque in un certo senso equiparati: rappresentano esigenze che il lavoratore può soddisfare, nel rispetto dei medesimi vincoli costituiti dalle necessità della produzione»14.

È molto difficile stimare quanti lavoratori svolgono la preghiera sui luoghi di lavoro, e come questo numero varia negli anni e nei luoghi. La pratica sembra abbastanza diffusa solo nei paesi del Golfo, ma spesso, pure in Iran, vi è l’accortezza di accorpare i momenti di preghiera e collegarli alla pausa-mensa. L’unico spazio in cui vi è una chiara irruzione istituzionale degli obblighi religiosi all’interno del tempo di lavoro ordinario è il mese di ramadān. Durante questo mese l’orario settimanale viene di norma abbreviato, specie negli uffici pubblici. In molti paesi il vincolo legale massimo è posto a 36 ore, anziché 48; spesso, però, è attribuito agli imprenditori il potere di decidere liberamente le modalità della riduzione, e in alcuni paesi i lavoratori sono obbligati a recuperare le ore di lavoro perdute. In questo stesso mese, per contro, gli addetti al commercio si vedono di regola allungato l’orario fino a 60 ore, nel rispetto dei… medesimi vincoli costituiti, in questo caso, dalle necessità della circolazione delle merci.

A tali supremi vincoli non sfugge del tutto neppure il pellegrinaggio alla Mecca, un altro dei solenni obblighi religiosi islamici. Le situazioni nazionali sono molto differenziate. In Turchia e in Libano non sono previsti permessi speciali a tale scopo: chi vuole effettuare lo hağğ, deve farlo durante le ferie. In genere, però, è previsto un permesso speciale, una sola volta nella vita, di durata differente (da 8 a 30 giorni), talvolta retribuito, talvolta no, in alcuni casi riconosciuto come diritto, in altri no; quasi ovunque i dipendenti pubblici (meno produttivi) hanno assai maggiori possibilità di usufruirne rispetto a quelli privati (la cui produttività è invece fondamentale preservare, anche in violazione dei sacri precetti religiosi). Non è dunque arbitrario affermare che, in generale, anche nei paesi a tradizione culturale e religiosa islamica

«i ritmi della quotidianità non sono più scanditi dall’appello alla preghiera del muezzin, ma dai tempi del lavoro e della produzione. I ritmi della vita moderna condizionano finanche il misticismo: la confraternita hilâliyya di Aleppo, ad esempio, ha rinunciato alla sua pratica più caratteristica, il ritiro in isolamento, poiché, stando alle affermazioni dei suoi maestri: “al giorno d’oggi la gente non ha né il tempo né la possibilità di trascurare il lavoro per praticare tale ritiro”»15.

Se l’enorme attività produttiva che si svolge nel mondo “islamico” – anche con l’apporto di milioni e milioni di immigrati/e16–, se la reale vita quotidiana delle sue popolazioni lavoratrici non fossero sistematicamente rimosse e oscurate, alla “gente comune” dei paesi europei il mondo “islamico” apparirebbe assai meno distante e alieno.Forse, in quanto mondo del lavoro “islamico”, sarebbe visto e sentitoda chi qui deve lavorare per vivere perfino vicino a quello “nostro”, se la polizia culturale che vigila sui mass media europei, invece che ammannirci di continuo mini-frammenti di comunicati di al Qaeda e stinte foto di incanutite barbe dei suoi portavoce, ci permettesse di vedere e sapere qualcosa in più sulla vita reale e le opere, i tormenti di lavoro, le aspettative, le speranze delle commesse, delle centraliniste, delle segretarie, delle insegnanti, delle infermiere, delle donne medico (ben presenti in Siria e anche in Iraq, prima che la nostra civiltà lo ricondusse, per liberarlo, all’“età della pietra”), delle cuoche, delle cameriere, delle lavoranti a domicilio maghrebine, medio-orientali, iraniane, “musulmane” asiatiche, dalle cui mani, spesso per conto di famosi marchi occidentali, escono montagne di scarpe, maglie, tappeti, ricami, stecchi di frutta secca, gamberi sgusciati e quanto altro si possa produrre o confezionare, a costo zero, nel chiuso delle pareti domestiche17.

Ma questo non può, non deve accadere. Come non accade, del resto, che arrivino al grande pubblico i segni del processo di secolarizzazione che non da oggi ha investito le società arabe ed “islamiche”18, rappresentate per solito come se in esse coincidessero potere politico e potere religioso, vita sociale e esperienza religiosa, essendosi il tempo fermato ai canonici quattordici secoli fa di Fallaci e Huntington – una rappresentazione che serve a rafforzare il sentimento di estraneità (e superiorità) nei confronti dei paesi islamici e delle genti “islamiche” immigrate nell’Europa laica (o supposta tale). Si tratta di un vezzo tipicamente europeo, dal momento che non è certo dal pulpito degli Stati Uniti che si può deridere altre società per il peso che vi ha la religione. Ma questo vezzo distorce, almeno in parte, tanto il passato quanto il presente delle istituzioni e delle società arabe e “islamiche”. Lasciando da parte il richiamo al lontano passato19 e limitandoci invece agli ultimi due secoli, vanno ricordati, per quel che concerne le istituzioni, almeno il movimento di riforma all’interno dell’impero (o califfato) ottomano dei primi sei decenni dell’ottocento, che con Muhammad ‘Ali e altri riformatori adottò codici legislativi, metodi amministrativi, nonché costumi propri della laica Europa post-rivoluzionaria del tempo, e il nazionalismo turco, arabo, “islamico” del ventesimo secolo che è stato protagonista quasi ovunque di una “laicizzazione dall’alto” durata svariati decenni, che ha fatto della stessa gestione della pratica religiosa un compito degli stati20. Del resto non è stata forse la lotta contro il secolarismo, anche contro il secolarismo degli stati formalmente islamici, uno dei principali compiti che si è dato un certo islamismo politico?

Quanto alle società, sia che assumiamo un’accezione ristretta di secolarizzazione (la riduzione della pratica religiosa) sia che ci riferiamo con uno sguardo più ampio all’allentamento o allo scioglimento del legame tra vita quotidiana degli individui e delle comunità e divinità, queste società non ci appaiono più dominate dal sacro tradizionale. Abbiamo detto dell’organizzazione del tempo sociale e individuale vincolato ai dettami del capitalismo globale. Aggiungiamo qui che nel mondo “islamico”, Iran o Arabia saudita inclusi, è del tutto tangibile la presenza, la forza dei nuovi sacri idoli dell’economia mercantile che ovunque vi imperano, dall’idolo-degli-idoli, il denaro, giù giù per li rami fino ai più modesti idoli televisivi (anche quelli made in the USA), tali soprattutto per i tanti senza denaro. Sull’effettiva pratica dei precetti islamici fondamentali, i risultati dei pochi studi sul campo sono almeno contraddittori21: mostrano infatti una evidente discrepanza tra la osservanza di questi precetti nelle città e quella nelle aree rurali in tutto simile a quella che si registra in Europa, e ci consegnano in generale un’immagine dei fedeli dell’islam quali “praticanti irregolari” che regolano in modo largamente individuale l’osservanza dei “cinque pilastri”, con l’eccezione del ramadān, che risulta invece tuttora “il nocciolo duro dell’ortoprassi” e “il pilastro che maggiormente salda l’identità religiosa collettiva”22. Risultati contraddittori anche perché se da un lato emerge una tendenza di lungo periodo alla secolarizzazione della vita sociale, d’altro canto la recente affermazione dell’islamismo politico militante ha prodotto fenomeni di ritorno alla pratica religiosa anche, o principalmente, tra i giovani secolarizzati; un ritorno che, come si vedrà dopo, ha molto a che vedere con “la reinvenzione politica della religione” e avviene in un contesto di vita sociale largamente laicizzato:

«quando si osserva il vissuto religioso lontano dallo schiamazzo dei media, ci si rende conto che la religione ha guadagnato in fervore e intensità, certo, ma è sempre più circoscritta in uno spazio e in un tempo ben delimitati. Il fatto più marcante di questi ultimi anni è la dissociazione del tempo sociale e del tempo religioso, dello spazio sacro e profano. A livello dello spazio la moschea non rappresenta più un luogo di centralità esclusiva, sia in città che in campagna. Quando si analizzano le curve di frequenza delle moschee, l’effetto di folla che ha tanto spaventato i “giornalisti” [ed i loro sprovveduti lettori/spettatori qui in Europa – n.] non si osserva che il venerdì e nei giorni di festa. Il dualismo del vissuto conforta il percorso tanto implacabile quanto discreto della secolarizzazione (…).

«L’accesso al tempo religioso è sempre più ritualizzato per meglio sottolineare la discontinuità di spazio/tempo religioso e profano. L’adozione di costumi e linguaggi appropriati permette di accrescere l’intensità religiosa e di separare le sequenze di vita. Il sacro ha ormai i suoi negozi, i suoi mercati e i suoi oggetti, gli è proibito soggiornare altrove. Anche nei momenti più critici dove la confusione è sperata, essendo la sola via di salvezza personale, il ritorno al tempo profetico è affondato da fattori di costo, da difficoltà materiali. Dato che l’iniziativa dell’organizzazione del tempo e dello spazio non appartiene più ai credenti, si inventano dei compromessi»23.

E dunque, quando le si osserva lontane dallo schiamazzo “superficiale, riduttivo e volgarmente razzista” dei media europei, le società arabe ed “islamiche” ci appaiano società in movimento, in trasformazione, percorse da spinte contraddittorie anche in campo religioso, nel fondo analoghe – il che non significa identiche – a quelle che percorrono le società occidentali, nelle quali pure sta avvenendo una rivalutazione istituzionale del ruolo della religione24, che la grande crisi in corso potrebbe alimentare. Ma di questa evoluzione in atto, su cui non do qui un giudizio di valore, le popolazioni europee, ed in particolare i lavoratori europei, debbono restare all’oscuro, perché altrimenti l’immagine di un mondo “islamico” invariante, immobile nei millenni, capace solo di produrre religione a mezzo di religione, dotato di una “identità culturale” organicamente diversa dalla “nostra” e con essa incompatibile, potrebbe essere messo in discussione. Ed emergerebbero per contro delle società tra loro diversificate e profondamente divise in classi; sempre più pervase da rapporti sociali moderni, cioé capitalistici; sempre più piene di lavoratori salariati e lavoratrici salariate – i salariati precarizzati dei settori formale e informale sono già la maggioranza della forza-lavoro nell’Africa araba e nel Medio oriente25; attraversate da intensi processi di urbanizzazione e anche di industrializzazione, ancorché di tipo dipendente; caratterizzate da una forte mobilità lavorativa, territoriale e culturale, espressa anche dalle migrazioni sia maschili che femminili; con un grado di autonomia materiale e psicologica delle donne crescente, e un peso delle tradizioni e delle prassi religiose tradizionali, nonostante tutto, decrescente.

Non sono così ingenuo da pensare che basterebbe una obiettiva rappresentazione delle società arabe ed “islamiche”, quella obiettiva, scientifica rappresentazione della vita sociale contemporanea che è peraltro così rara anche per le società occidentali, a far dissolvere d’incanto le sedimentazioni dei conflitti passati e far sbocciare sentimenti di vicinanza e solidarietà: indico soltanto una tecnica con cui si lavora a produrre qui estraneità e avversione alle popolazioni “islamiche”.

(continua)

Note

1 Cfr. Lemaire S. et alii, Gli zoo umani. Dalla venere ottentotta ai reality show, Ombre Corte, Verona, 2003.

2 È davvero felice il titolo – Covering Islam, Vintage Books, New York, 1997- che E. Said diede anni fa ad una sua opera dedicata al modo in cui i media occidentali e gli esperti che stanno dietro ad essi in veste di consiglieri (lo “schermo invisibile”) determinano il nostro sguardo sul mondo “islamico”. Si tratta, appunto, di un oscuramento della effettiva realtà attuale di questo mondo che fa il paio con l’oscuramento e la riscrittura della storia di tutti ipopoli colonizzati operati dall’imperialismo, di cui lo stesso Said ha parlato con grande competenza ed efficacia in Orientalismo, Bollati Boringhieri, Torino, 1991 e in Cultura e imperialismo, Gamberetti, Roma, 1998.

3 Userò spesso il termine “islamico” tra virgolette dal momento che mi sembra in moltissimi casi improprio. Lo èspecie se e quando si riferisce a intere società e nazioni, composte sempre più di individui praticanti di religione islamica (che sono ovunque una minoranza della popolazione) ma anche di islamici non praticanti, di non islamici e di non credenti. Del resto, mi sembrerebbe improprio parlare delle società europee di oggi come di un mondo “cristiano”, laddove pressoché ovunque i cristiani praticanti delle varie confessioni sono una minoranza della popolazione.

4 Cfr. Vercellin G., Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi, Torino, 1996, p. 213. Osserva E. Pace: «finché l’islam viene visto come un intero, fuori del tempo e dello spazio, è evidente che non si dà alcuna possibilità di una conoscenza del fenomeno islamico in chiave sociologica»; invece, per comprendere le diverse dimensioni della stessa religiosità islamica è indispensabile proprio indagare sulle «relazioni complesse tra visione religiosa, atteggiamenti etici e prassi di vita quotidiana e, ancora, sulle relazioni tra la sfera religiosa e altre sfere della vita sociale (dall’economia alla politica)» (Sociologia dell’Islam. Fenomeni religiosi e logiche sociali, Carocci, Roma, 1999, pp. 14-15).

5 Cfr. Said E.W., Cultura e imperialismo, cit., p. 62.

6 Cfr. Fallaci O., La rabbia e l’orgoglio, Rizzoli,Milano, 2001, pp. 25, 79 – il corsivo è mio. Alla Fallaci la tv di stato italiana sta per dedicare uno sceneggiato celebrativo.

7 Cfr. Huntington S.P., Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Rizzoli, Milano, 2001, p. 310 (i corsivi sono miei). Egli scrive più avanti: «Il problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono» (ivi, p. 319 – il corsivo è mio).

8 Cfr. Lombard M., L’Islam dans sa première grandeur, Flammarion, Paris, 1971.

9 Cfr. almeno i fondamentali Hourani A., Storia dei popoli arabi da Maometto ai nostri giorni, Mondadori, Milano, 1992; Lapidus I.M., Storia delle civiltà islamiche, 3 voll., Einaudi, Torino, 1993-1995; l’utile “manuale” di Scarcia Amoretti B.M., Il mondo musulmano. Quindici secoli di storia, Carocci, Roma, 1998 e della stessa A. il vivace Un altro Medioevo. Il quotidiano nell’Islam dal VII al XIII secolo, Mondolibri, Milano, 2002,nonché i testi di G. Vercellin e di E. Pace già citati alla nota 5.

10 Scrivo “come se ci fosse una regia centralizzata…” perché essa evidentemente non c’è. E tuttavia per la pluridecennale campagna di propaganda anti-islamica in corso è in servizio di guerra permanente ed effettivo un amplissimo network di ministri, parlamentari, esperti, dirigenti dei mass media, cineoperatori, fotografi, ecclesiastici, poliziotti di rango, gazzettieri, giù giù fino ai giornalisti divulgatori e ai vignettisti, che ha i suoi periodici luoghi di consultazione, incontro, analisi ed elaborazione, e che, seppur con delle procedure pluraliste, agisce come se fosse una sola macchina sincronizzata di cernita delle notizie dal e sul mondo “islamico” da spacciare al vasto pubblico.

Questa macchina non si occupa solo del vasto pubblico, si occupa anche degli specialisti, degli accademici. Ad essi offre, tra l’altro, aggiornamenti revisionistici sulle passate relazioni tra Europa-Occidente e Islam. Con il libro del medievalista Gouguenheim S., Aristote au Mont Saint-Michel: les racines grècques de l’Europe chrétienne, Editions du Seuil, Paris, 2008, un libro lodato con una unanimità bipartisan sia da “Figaro Littéraire” che da “Le Monde”, questo filone revisionista è arrivato fino al punto di negare ogni contributo di Ibn Rushd (Averroè) alla conoscenza europea di Aristotele. Una negazione così astrusa e insostenibile che perfino un pesce lesso come Tahar Ben Jelloun non ha potuto evitare di reagire, tacciando l’autore di radicale fanatismo anti-islamico.

11 Già mille anni fa, del resto, il venerdi, “giorno in cui bisogna testimoniare la propria fede con la preghiera pubblica e collettiva di mezzogiorno in moschea” non era “richiesta, prima o dopo, l’astensione dal lavoro”: cfr. Scarcia Amoretti B.M., Un altro Medioevo…, cit., p. 180.

12 Cfr. Aluffi Peck-Beccoz R., Tempo, lavoro e culto nei paesi musulmani, Edizioni della Fondazione G. Agnelli, Torino, 2000, p. 42.

13 Ivi, p. 5. A differenza che in passato, «il riposo settimanale è invece oggi diffuso nei paesi musulmani. Ciò non è dovuto né all’uso della settimana, né alla tradizione religiosa: il primo non lo renderebbe necessario, la seconda addirittura vi si opporrebbe. Il giorno di riposo settimanale si è imposto come conseguenza dell’affermarsi degli standard internazionali in materia di lavoro» (p. 45).

14 Ivi, p. 50 (i corsivi sono miei).

15 Cfr. De Poli B., I musulmani nel terzo millennio. Laicità e secolarizzazione nel mondo islamico, Carocci, Roma, 2007, p. 129 (i corsivi sono miei).

16 Lavoratori/lavoratrici, nella grande maggioranza dei casi provenienti da altri paesi “musulmani”, sottoposti ad uno sfruttamento differenziale che ha fatto in molti casi parlare di vera e propria schiavitù. Solo per limitarci a quello che succede oggi in Arabia saudita e negli altri paesi del Golfo vanno segnalati i tre rapporti di Human Rights Watch, Bad Dreams. Exploitation and Abuse of Migrant Workers in Saudi Arabia (2006); Building Towers. Cheating Workers. Exploitation of Migrant Construction Workers in the United Arab Emirates (2006); “As If I Am Not Human”. Abuses Against Asian Domestic Workers in Saudi Arabia (2008). Questi rapporti hanno il limite di essere costruiti su casi singoli (il che è però, per certi versi, inevitabile). Meno interessanti sono altri rapporti di Amnesty International, della Féderation Internationale des Ligues des Droits de l’Homme, del PIME. Notizie e denunzie sulle condizioni dei lavoratori immigrati nel Golfo si possono trarre anche dal sito indonesiano “Antara News”, dal sito indiano “The Hindu” o da “Arab News” e, soprattutto, dai documenti di Mafiwasta for workers’ rights in the United Arab Emirates (“il manifesto”, 4 febbraio 2009). Sul nesso tra supersfruttamento del lavoro immigrato (fino a 12-18 ore al giorno per 300 euro mensili al massimo), razzismo e sessismo si possono vedere i saggi di Jureidini R., Migrant Workers and Xenophobia in the Middle East, United Nations, Research Institute for Social Development (del dicembre 2003) e di Silvey R., Transnational Domestication: state power and Indonesian migrant women in Saudi Arabia, “Political Geography”, n. 23/2004.

17 Stando alla Banca mondiale, le donne lavoranti a domicilio sono dieci milioni nel solo Pakistan.

18 Non considero tali le pubblicità turistiche non perché non raggiungano il grande pubblico, ovviamente, ma perché in esse vi è quasi sempre una completa astrazione dal contesto sociale.

19 Sull’elaborazione del concetto di autorità e delle strutture di potere all’interno dell’islam delle origini e sulle divisioni, anche cruente, che questa elaborazione comportò approdando comunque ad una soluzione non teocratica, cfr. Hourani A., op. cit., capp. 2-4; Vercellin G., op. cit., pp. 331 ss.; Pace E., op. cit., pp. 45-52.

20 Per quel che riguarda il potere politico, lo stesso P.J. Vatikiotis, non proprio alieno da pregiudizi orientalisti, afferma: «nel mondo islamico esiste, a un certo livello, la realtà di diversi stati nazione dotati di un apparato amministrativo laico, mentre, a un livello più alto, esiste un modello idealizzato che possiamo chiamare il mito dello stato islamico, definito in termini religiosi, in ultima analisi governato da Dio e/o dalla Sua Legge Sacra rivelata. Questa dicotomia è presente da mille e cinquecento anni […]»: cfr. Islam: Stati senza nazioni, Il Saggiatore, Milano, 1993, p. 14 (corsivo mio).

21 Cfr. Akbar A.-Hastings D. (eds), Islam, Globalization and Post-Modernity, Routledge, London-New York, 2002; Bourquia R. et Alii, Les jeunes et les valeurs religieuses, Eddif, Casablanca, 2000; Chekroun M., Jeux et enjeux culturels au Maroc, Rabat, Editions Okad, 1990.

22 De Poli B., op. cit., p. 123.

23 Cfr. Tozy M., Stato islamico, religioni islamiche e referente universale, in Nordio M.-Vercellin G. (a cura di), Islam e diritti umani: un (falso?) problema, Diabasis, Reggio Emilia, 2005, pp. 86-7 (i corsivi sono miei).

24 Tanto da far scrivere a un influente personaggio vaticano quale J. Navarro-Valls quanto segue: «Attualmente, per fortuna, vi è un giudizio piuttosto benevolo verso la religione. Si constata perfino un interesse crescente della gente nella vendita dei libri o nell’ascolto di fiction televisive non soltanto verso il Cristianesimo, ma per qualsiasi tema che parli del sacro. Insomma, la religione affascina, motiva, stimola e coinvolge l’uomo contemporaneo». E, su queste basi, azzardare: «Il vero grande passaggio, per superare l’impasse del doppio relativismo multi confessionale e tradizionalista, è concepire la religione come un valore assoluto, universale, umano», una volta escluso il quale si estromette «al contempo anche la giustizia dalle leggi dello Stato». E poi ancora: «la religione è un valore umano fondamentale e inevitabile, il quale deve essere valorizzato e garantito legalmente nella sua rilevanza pubblica, a prescindere dal resto» (“la Repubblica”, 30 aprile 2010, i corsivi sono miei). Teheran? No, Roma, Italia, laica Europa. Per converso, ci sono studiosi europei che colgono nel mondo “islamico” i segni di una incipiente fase “post-islamica” con il riferimento all’islam che diventa progressivamente, da fatto religioso, fatto culturale: cfr. Schulze R., Il mondo islamico nel XX secolo. Politica e società civile, Feltrinelli, 2004, pp. 331 ss.

25 Un documento del 2007 dell’International Labour Organization stima la percentuale di “wage and salary workers” in Medio Oriente pari al 62-63% della forza-lavoro totale e in Africa del Nord al 59%.

(*)

II. Il mito dell’Islam colonizzatore e conquistatore

III. La donna islamica tra l’incudine e il martello

IV. Tutto precipita sugli immigrati musulmani

V. Dieci anni (tempestosi) dopo – integrazione

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