I “bellissimi sogni” di Bonomi, l'”uomo necessario” a realizzarli (Draghi), l’11 ottobre per cominciare a infrangerli

Bonomi: fine Draghi, stay a long time. The premier: the government will not  raise taxes, money

L’assemblea generale di Confindustria di giovedì 23 settembre ha incoronato Draghi, l'”uomo necessario” per realizzare quelli che un euforico Bonomi ha chiamato “i nostri bellissimi sogni”.

Raramente, in passato, la storica organizzazione del padronato industriale aveva conferito un mandato altrettanto incondizionato ad un suo governo: “noi imprese non esitiamo a dire che ci riconosciamo nell’esperienza di questo governo e ci auguriamo che continui a lungo e torniamo ad esprimergli con forza raddoppiata tutto il nostro apprezzamento”.

Dopo aver liquidato il blocco dei licenziamenti come una sciocchezza e quota 100 come un furto, Bonomi ha regalato qualche scampolo dei “bellissimi sogni” padronali: via l’Irap sulle imprese; taglio di 10-13 miliardi al cuneo fiscale, cioè: al welfare pubblico; riforma degli “ammortizzatori sociali” introducendo una forma di assicurazione privata pagata dai lavoratori; collocamento della forza-lavoro affidato ancor più di oggi alle agenzie interinali; privatizzazione generalizzata dei servizi pubblici locali (trasporti, etc.) per sfondare nei “troppi settori dell’economia italiana sottratti alla logica della concorrenza e del mercato”; “un maggiore accesso dei privati nell’offerta di servizi sanitari”; subordinare in modo ancor più stretto gli istituti tecnici e la scuola superiore agli ordini delle aziende. Queste le “riforme strutturali” che ora si debbono fare, maledette e subito: “basta rinvii, basta veti, basta giochetti”; le “bandiere di partito” debbono ritirarsi in buon ordine davanti al partito trasversale dei padroni. E, naturalmente, “green pass” super-obbligatorio.

E’ lo sviluppo che lo esige! Lo sviluppo dei profitti e della produttività del lavoro. Non per un solo anno, ma per un lungo periodo, con l’auspicio di un’era Draghi.

Con la stessa brutalità il capo della “grande camorra lombarda” che nella primavera del 2020, insieme con gli industriali lombardi, tanto si adoperò per far dilagare la pandemia, si è rivolto ai culi di pietra confederali presenti in aula, proponendo loro un patto con dentro i contenuti appena detti. Per la Cisl Sbarra si è immediatamente messo a strisciare sulla moquette, lodando “la disponibilità di Bonomi a costruire le condizioni per un nuovo patto sociale”. Per quelli della Uil Bombardieri ha garantito: “faremo la nostra parte”, accennando a qualche diversità di vedute con Confindustria (roba da poco). Landini, invece, ha preferito fare il pesce in barile. Vuol vedere “cosa c’è dentro il patto”, cosa chiarissima a qualsiasi non vedente (bastava ascoltare, e lui ha ascoltato). E, continuando nella parte, ha proposto accordi o contratti che “riconoscano il valore del lavoro” (tipo quelli con 7 o 18 euro di aumenti salariali?), e facciano “superare la precarietà” – tipo la “nuova occupazione” 2021, fatta al 90% e più esattamente di precariato, con Cgil, Cisl Uil immobili e consenzienti?

Da parte sua, l'”uomo necessario” ha usato toni più prudenti di quelli di Bonomi, cosciente che un attacco eccessivamente violento potrebbe provocare quel conflitto sociale ampio che finora il suo esecutivo è riuscito ad evitare. Ma ha incensato come “bellissimo” il video dei 111 anni di Confindustria in cui si celebrano i padroni come classe-guida e la ricostruzione post-bellica come un loro miracolo (sognandone il bis), e rivolto a qualche recalcitrante ha ingiunto: “nessuno può chiamarsi fuori” da un simile patto. Forse ce l’aveva anche con l’ondivago Salvini, di sicuro con i bonzi confederali che riceverà lunedì a palazzo Chigi – da cui non ha nulla da temere, come si è visto con il patto leonino già imposto sul pubblico impiego. Forse il nuovo accordo sarà un po’ più laborioso, ma nessuno può essere così ingenuo da pronosticare una rottura tra Cgil-Cisl-Uil e un governo la cui nascita è stata lodata da Landini&Co., che in seguito si sono guardati bene dall’intralciarne l’azione.

Se questo è, e questo è, acquista ancora maggiore importanza la piena riuscita dello sciopero generale dell’11 ottobre indetto da tutto il sindacalismo di base. L’asse padronato/governo si è cementato. Il diktat di Confindustria, assecondato dall’azione del governo, non lascia margini di contrattazione. E già si vede dall’immediato siluramento della timida proposta di salario minimo di Pd e M5S (operato da Repubblica di oggi, 26 settembre): alla compressione dei salari verso livelli sotto-minimi non deve esserci intralcio. Al di là dei nuovi investimenti, il perno del rilancio del “sistema Italia”, il primo carburante del “reset” capitalistico post-pandemia e del Recovery Plan resta il super-sfruttamento del lavoro vivo, anzitutto di quello operaio.

La sola risposta di classe, degli operai, dei proletari, dei salariati a questa dichiarazione di guerra di Confindustria e all’asse Confindustria/governo è la lotta organizzata e determinata in difesa delle proprie necessità di salario, salute, stabilità, libertà di organizzazione e di sciopero – una difesa che include il rifiuto del “green pass”, strumento inefficace contro il virus, utile solo a distrarre, dividere e reprimere i lavoratori.

Piaccia o non piaccia, questa risposta ha nell’iniziativa dell’11 ottobre la sua prima espressione significativa – come ha affermato con forza l’assemblea di Bologna promossa dal SI Cobas. Tutti i contingenti operai e proletari oggi in lotta o in agitazione sono chiamati a dare il loro apporto, ad unire le loro forze al di là delle appartenenze sindacali, a rivolgersi alla grande massa dei non sindacalizzati.

Non è più tempo dei se e dei ma, degli appelli, più o meno tattici, ai vertici dei sindacati istituzionali affinché si ravvedano – essendo questa possibilità esclusa in partenza. E’ il tempo dell’azione determinata, dell’inizio della riscossa.

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