Evergrande: la superbolla del capitalismo cinese

Portiamo a conoscenza dei nostri lettori dei materiali dal Wall Street Journal sulla crisi di Evergrande e sulla bolla immobiliare cinese, interessanti perché danno maggiori elementi concreti rispetto a quanto compare sui nostri media. Il giornale del grande capitale americano guarda alle dinamiche della crisi di questo settore con un misto di compiacimento, per il fatto che la rivale Cina vede crescere le sue contraddizioni e difficoltà, e di timore, perché le interconnessioni finanziarie e commerciali con la Cina minacciano di far riverberare la crisi cinese sull’altro lato del Pacifico, come già provato con la caduta di 600 punti dell’indice Dow Jones avvenuta il 20 settembre.

Ma queste dinamiche forniscono importanti elementi di analisi e riflessione anche per i lavoratori e i rivoluzionari internazionalisti di tutto il mondo.

Una prima osservazione è che le dinamiche economico-sociali della Cina sono fondamentalmente le stesse degli Stati Uniti o dell’Italia: il “socialismo con caratteristiche cinesi” è ca-pi-ta-li-smo. Certo con caratteristiche, e su scala, cinesi. Certo, con la necessità, tuttora presente, di tenere in qualche modo conto di una grande rivoluzione nazional-popolare (per quanto ormai lontana), e di successive grandi ondate di potente lotta di classe degli sfruttati (meno lontane). Ma, pur sempre, ca-pi-ta-li-smo. Un capitalismo che ha accumulato e sta accumulando sullo sfruttamento di centinaia di milioni di proletari smisurate quantità di plusvalore – anche, e quanto!, sotto forma di rendita fondiaria, che non cessa di esistere, e di pretendere la sua quota di plusvalore, solo perché la terra e il suolo sono, come è tuttora in Cina, di proprietà statale. Un capitalismo in cui imprenditori e funzionari di partito senza scrupoli, in quanto figure del capitale, si sono arricchiti a dismisura imbastendo speculazioni immobiliari di portata tale da fare invidia ai Berlusconi e ai Trump.

Una delle “caratteristiche cinesi” è che il Berlusconi-Trump di turno, fondatore, presidente e padrone di Evergrande, Xu Jiayin, che ha intascato negli ultimi anni miliardi di dividendi, è membro del Partito (cosiddetto) comunista, in buona compagnia di molti altri miliardari e milionari (mentre gli operai sono solo l’8% degli 86 milioni di membri, e contano zero negli organi dirigenti). L’integrazione tra il partito-stato – che tra il 1998 e il 2004 ristrutturò le imprese di proprietà statale licenziando il 60% dei loro lavoratori – e il capitale, privato e statale, è fortissima. Gli operai che cercano di organizzarsi in maniera indipendente dal sindacato di stato e lottano contro lo sfruttamento sono brutalmente repressi – ce n’è parecchi nelle carceri, anche se il potere non rinuncia, specie quando si tratta di imprese straniere, a porsi come intermediario tra le rivendicazioni operaie e le transnazionali.

Il capitalismo cinese è un capitalismo in cui le logiche del profitto si sono espresse in maniera altrettanto esasperata che nelle altre metropoli capitalistiche, assecondate e addirittura spinte dagli apparati del Partito che ne sono stati compartecipi. Questo in barba ai proclami e alle misure anti-corruzione di Xi Jinping che hanno sanzionato un milione e mezzo (un milione e mezzo!) di funzionari corrotti, senza riuscire a mutare il corso complessivo del processo di accumulazione. Ciò, per una ragione semplice e superiore alle differenti opzioni politiche adottate dall’avvento al potere di Deng in poi: il capitale segue sue proprie leggi di movimento, e più diventa “maturo”, più il suo centro di gravità tende a spostarsi dalla tecnica produttiva alla manovra affaristica e alla speculazione. La Cina è un caso, per certi versi unico, di “giovane capitalismo” (anche se non troppo giovane) divenuto maturo in un arco di tempo piuttosto ristretto, in cui l’indubbio dinamismo tecnologico da anni si combina con quella gigantesca speculazione immobiliare che sta ora arrivando inesorabilmente al punto di rottura – grazie anche ad una congiuntura internazionale, in atto da un ventennio, di illimitata creazione di moneta e di debiti, pubblici e privati, attuata dagli stati, dalle banche, dagli inventori di monete elettroniche, per cercare di posporre all’infinito lo scoppio di una crisi di proporzioni ciclopiche, che si sta comunque formando nelle viscere del capitalismo globale.

La speculazione immobiliare cresciuta negli anni attraverso un classico “schema Ponzi” e denunciata, del resto, dallo stesso Xi Jinping che sta provando ad attenuarne l’impatto, ha accumulato squilibri crescenti con la sovrapproduzione di abitazioni (65 milioni di appartamenti acquistati per tenerli vuoti, oltre a una quantità enorme di costruzioni non finite). Lo scoppio inevitabile della bolla immobiliare, più gigantesca ancora di quella dei “mutui subprime” che innescò la crisi finanziaria del 2008 propagandosi dagli USA al resto del mondo, colpirà non solo gli operatori del settore e i milioni di appartenenti ai ceti medi che hanno investito nel mattone, ma anche banche e veicoli finanziari ombra che hanno alimentato la sbornia immobiliare, portando questo settore a costituire oltre un quarto del PIL cinese.

Alleghiamo, al riguardo, un articolo di Yuen Yuen Ang pubblicato su Foreign Affairs – è un articolo interessante per gli elementi analitici che mette a disposizione sui Robber Barons cinesi, ma contiene giudizi storici e di merito che non condividiamo affatto. Se davvero il periodo maoista fosse stato “un disastro” ai fini della costruzione della Cina come nazione moderna (“borghese-popolare”), non si capirebbe assolutamente nulla di ciò che è avvenuto e venuto dopo. Se davvero lo stato, in Cina, tenesse in pugno il capitale, anziché esserne fortemente condizionato, sia nella forma di capitale nazionale che di capitale globale, non si capirebbe perché i governanti cinesi, di sicuro tra i più abili al mondo, debbano ora affannarsi per cercare di impedire la deflagrazione incontrollata di una bolla che è cresciuta sotto i loro occhi, ed è cresciuta anche per effetto delle loro decisioni “obbligate” (obbligate dalle inesorabili leggi di sviluppo del capitalismo). Se davvero il dilagare della corruzione capitalistica fosse dovuto solo all’“enorme potere dello stato sull’economia” e al “sistema clientelare nella burocrazia”, non si capirebbe perché essa alligna alla grande anche laddove è evidente l’enorme potere dei capitali centralizzati, delle banche, delle borse sugli apparati statali-governativi e c’è, forse, minore nepotismo che in Cina. – Yuen Yuen Ang, del resto, non può non citare il sistema legale di corruzione detto lobbying degli Stati Uniti, restando così intrappolato nella sua ristrettezza di vedute.

Negli ultimi decenni il capitalismo cinese ha enormemente sviluppato non solo la produzione, divenendo la fabbrica del mondo, ma anche la finanza, arrivando a piazzare le proprie maggiori banche ai primi 4 posti delle classifiche mondiali, superando di gran lunga quelle americane per capitalizzazione e attivo, anche se, ovviamente, non per il loro grado di internazionalizzazione. Anche la Borsa ha assunto un ruolo crescente – nel 2020 la borsa di Shanghai ha conquistato la terza piazza nel mondo per capitalizzazione di mercato, subito dopo il Nasdaq e la borsa di Tokio; la borsa di Hong Kong (soggetta a sistemi legali e regolamentari propri) è al quarto posto, quella di Shenzhen al sesto, e il governo di Pechino ha appena deciso di istituirne un’altra nella capitale “al servizio delle piccole e medie imprese innovative”.

Lo sviluppo del capitale finanziario è un aspetto caratteristico della maturazione imperialistica dei paesi capitalisti secondo Lenin, e i capitali cinesi già da tempo si stanno riversando in tutto il mondo, lungo la via della seta e non solo, in acquisizioni industriali, minerarie, agricole, tecnologiche e finanziarie, e sempre più nelle attività di prestito (i prestiti cinesi all’estero hanno raggiunto, nel 2018, i 5,6 trilioni di dollari, crescendo di ben dieci volte tra il 2000 e il 2017), entrando in competizione con i capitali delle altre potenze imperialiste per il dominio sul mercato mondiale, per il plusvalore estratto dallo sfruttamento non più solo dell’enorme proletariato interno, ma di milioni di proletari in molti altri paesi. Del resto, la classifica 2019 di Fortune fornisce il seguente dato inequivocabile: 124 delle maggiori 500 imprese del mondo sono cinesi (le statunitensi sono 121), lo sono anche 3 delle prime 10. E si deve proprio ad una di queste mega-imprese presenti sul mercato mondiale il record del più importante debutto in borsa di tutta la storia borsistica – si tratta del debutto di Alibaba a New York il 19 settembre 2014, con 25 miliardi di dollari di acquisti. Chi scambia ancora la Cina del 2021 con un paese semi-coloniale o che sta appena tirandosi fuori dagli ultimi gironi del capitalismo globale, non sa di cosa parla.

La forte accelerazione delle spese militari, per adeguarle alla difesa degli interessi e delle ambizioni da seconda superpotenza e per rispondere alle incessanti provocazioni asiatiche degli Stati Uniti e dei loro alleati, sono il corollario di questa espansione, e contribuiscono alla universale spinta riarmistica di questo decennio, che proietta ovunque l’ombra della guerra.

L’altra faccia della crescita del sistema finanziario cinese è l’esponenziale aumento del debito di famiglie, imprese, Stato centrale, province ed enti locali – anche in questo caso la dinamica è, “alla cinese”, quella propria dell’intero capitalismo globale seduto ormai su una bomba ad orologeria: un debito globale che ha superato il 350% del PIL mondiale, con il formidabile concorso proprio di Stati Uniti, Cina ed Europa (per non dire del Giappone). Secondo i dati ufficiali cinesi a inizio 2021 il debito privato era pari al 220% del PIL, uno dei livelli più alti e più rischiosi del mondo (USA 165%, area euro 178%) di cui 62% il debito delle famiglie, in buona parte mutui per la casa, e ben 158% quello delle imprese, la cui gigantesca espansione è quindi stata pompata dai crediti bancari e dal collocamento di obbligazioni, anche all’estero; mentre il debito pubblico, che era al 69,6% del PIL nel 2019 (fonte FMI), è ulteriormente aumentato negli ultimi due anni. L’enorme diffusione della proprietà della casa in Cina, che secondo le fonti ufficiali sarebbe addirittura salita all’88% nelle aree urbane (esclusi, immaginiamo, i circa 200 milioni di immigrati dall’interno e privi della cittadinanza urbana) e al 96% in quelle rurali, ha significato per molte famiglie di lavoratori contrarre debiti che peseranno per molti decenni sui loro salari, soprattutto per chi ha acquistato casa negli anni recenti a prezzi proibitivi nelle grandi aree urbane (anche 200.000 dollari per 40 mq); ma esiste, come si vede nei pezzi del Wall Street Journal, anche una piccola e media borghesia accumulatrice (sulle spalle dei lavoratori manuali) che può permettersi di pagare in contanti 900.000 dollari per 50 mq a Tianjin, a scopo di tesaurizzazione.

Nel “socialismo dalle caratteristiche cinesi” i consumi della massa operaia e proletaria (per non parlare dei contadini poveri) sono stati per decenni contenuti al minimo, per lasciare spazio a un enorme investimento, arrivato al 40% del PIL, più che doppio rispetto alla media delle economie occidentali, altra faccia dell’accumulazione di capitale, “remunerato” da una massa di plusvalore estratta da una classe operaia privata (nella costituzione cinese) del diritto di organizzazione autonoma e di sciopero. I salari medi sono aumentati notevolmente nell’ultimo decennio, anzitutto a seguito di una serie di agitazioni operaie iniziate nei primi anni 2000, e poi per la necessità di puntare (dopo il 2008) sullo sviluppo del mercato interno dei beni di consumo in modo da compensare le crescenti incertezze e le aperte ostilità incontrate sui mercati occidentali.

Molto difficile prevedere “come andrà a finire” in Cina e nel mondo lo sgonfiamento di questa grande bolla immobiliare. Come ha scritto Romaric Godin su Alencontre [https://alencontre.org/economie/chine-quels-sont-les-risques-dune-faillite-devergrande.html], il passaggio tranquillo da un “modello tossico” di accumulazione ad uno “riequilibrato dall’intervento statale” è quanto mai complicato – l’enorme sovrapproduzione di case, quartieri e intere città è lì; e lo sono pure i giganteschi debiti di Evergrande, l’esposizione di banche pubbliche e di assicurazioni private, la massa di indebitati e truffati, le centinaia di imprese fornitrici non pagate, etc. etc. Appare pure difficilissimo che il tracollo di Evergrande, libero o “controllato” che sia, non abbia un impatto sull’intero settore immobiliare, e questo a sua volta non rallenti ulteriormente la crescita dell’economia cinese che già conosce da tempo un processo di rallentamento – ecco un’altra piccola cosa che mostra come la Cina “socialista” non possa in alcun modo sfuggire, ed in effetti non sfugga, al generale rallentamento storico del tasso dell’accumulazione. Per Xi Jinping e i suoi, è una prova durissima, benché gli offra il destro di mostrarsi duri nei confronti dei capitalisti senza scrupoli e/o troppo potenti (vedi il caso Jack Ma di Alibaba), e non a caso le autorità provinciali sono state allertate perché si preparino alla tempesta. E questa manovra politica possa servire molto a rinsaldare lo spirito nazionale e il nazionalismo.

Comunque vada nell’immediato, una cosa è certa: il “miracolo cinese” volge al termine, e la Cina sarà risucchiata inesorabilmente nel crescente caos globale, diventando un suo fattore di moltiplicazione. Le contraddizioni sociali si accumulano in Cina su scala gigantesca, in connessione e in parallelo a quelle economiche e finanziarie, e preparano future esplosioni / implosioni che si comunicheranno al mondo intero. Il crack di Evergrande è solo un primo segnale. Il nostro posto è a fianco dei proletari e dei semi-proletari cinesi, il più grande reparto del proletariato internazionale, per il loro diritto di organizzazione, sciopero, manifestazione, per la loro costituzione in classe. Contro il capitale, privato o statale, cinese o estero manovrante in Cina, e il suo Stato.

Dal Wall Street Journal

Il primo articolo, del luglio 2020, descrive l’enorme bolla immobiliare cinese, che supera di gran lunga quella USA che produsse la crisi finanziaria dei “mutui sub-prime” del 2007-08, e non è stata sgonfiata neppure dal lockdown per il Covid-19. Enormi quantità (65 milioni) di alloggi sfitti, acquistati come forma di tesaurizzazione per timore dell’inflazione, con prezzi saliti alle stelle, fino a 9.000$/mq nei grandi centri. Indebitamento delle famiglie al 62% del PIL. Nel decennio 2010-2019 le famiglie cinesi hanno fatto il 57% dei debiti aggiuntivi privati (familiari) di tutto il mondo.

Da un po’, prima che esplodesse il caso Evergrande, il governo di Pechino sta’ cercando di sgonfiare la bolla che ha contribuito a creare (un classico!) ponendo limiti all’indebitamento, anche per liberare capitali per altri settori. Ciò ha provocato la crisi di liquidità di Evergrande, che tali limiti aveva ampiamente superato, e sta cercando di evitare il fallimento pagando i creditori con immobili non ultimati e chiedendo ulteriori fondi ai finanziatori.

I successivi articoli descrivono la crisi di Evergrande, il cui indebitamento ha raggiunto i 300 miliardi di dollari – per dare un’unità di misura, quello di Lehman Brothers era di 600 miliardi di dollari.

La bolla da $52 trilioni: la Cina alle prese con un epico boom immobiliare

Di Stella Yifan Xie e Mike Bird

16 luglio 2020

L’impennata immobiliare eclissa quella delle case americane negli anni 2000; acquirenti disperati non si lasciano scoraggiare dalla pandemia di Covid.

Nemmeno il coronavirus ha impedito alla più grande bolla patrimoniale del mondo di ingrandirsi.

Dopo una breve pausa durante il lockdown per il coronavirus a febbraio, un boom immobiliare cinese in alcune megalopoli che molti pensavano fosse insostenibile ha ripreso la sua inesorabile scalata verso l’alto, con i prezzi in aumento e gli investitori a caccia di offerte nonostante milioni di perdite di posti di lavoro e altri problemi economici.

A marzo, 288 appartamenti in un nuovo complesso immobiliare di Shenzhen sono stati venduti online in meno di otto minuti. Pochi giorni dopo, gli acquirenti si sono accaparrati più di 400 unità in un nuovo complesso residenziale a Suzhou. A Shanghai, le rivendite di appartamenti si sono avvicinate ad un massimo storico in aprile, secondo una stima. Un sabato del mese scorso, quasi 9.000 persone hanno versato un deposito di un milione di yuan (141.300 dollari) per qualificarsi a comprare appartamenti in un complesso di Shenzhen.

“Ho avuto a malapena il tempo di pranzare nei fine settimana di marzo” quando il mercato ha iniziato a rimbalzare, ha detto Zhao Wenhao, un agente di Shanghai presso Lianjia, una delle più grandi società di intermediazione immobiliare della Cina. Molti clienti si preoccupano che la valuta cinese si deprezzerà nel rallentamento economico globale, ha detto, spingendo ancora più denaro in alloggi come rifugio.

La Cina sta investendo in immobili residenziali più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti prima della crisi finanziaria del 2008.

Una delle città “abbandonate”

La bolla patrimoniale risultante, dicono molti economisti, ora eclissa quella degli alloggi statunitensi negli anni 2000. Al culmine del boom immobiliare americano, circa 900 miliardi di dollari all’anno venivano investiti in immobili residenziali. Nei 12 mesi terminati a giugno, circa 1,4 trilioni di dollari sono stati investiti in alloggi cinesi. Il mese scorso è stato investito più di qualsiasi altro mese nel settore immobiliare cinese.

Il valore totale delle case cinesi e l’inventario degli sviluppatori ha raggiunto 52 trilioni di dollari nel 2019, secondo Goldman Sachs Group Inc, due volte la dimensione del mercato residenziale degli Stati Uniti, superando anche l’intero mercato obbligazionario degli Stati Uniti.

La pausa del mercato per il coronavirus non è durata a lungo. I prezzi delle case urbane in Cina erano del 4,9% più alti a giugno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli investimenti da un anno all’altro sono aumentati dell’1,9% nella prima metà dell’anno, nonostante un enorme calo delle vendite a febbraio. Giovedì la Cina ha detto che la sua economia complessiva è cresciuta del 3,2% nei tre mesi terminati il 30 giugno.

China Evergrande, il più grande costruttore di case del paese, ha aumentato il suo obiettivo di vendita per l’anno del 23% dalla sua stima di gennaio, dopo le forti vendite di marzo.

Mentre per un verso la rapida ripresa del mercato immobiliare è una buona notizia per Pechino, segnala anche il perdurare di un comportamento che ha a lungo preoccupato il governo centrale, che ha cercato ripetutamente di controllare i prezzi degli immobili fuori controllo. Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato nel 2017 che “le case sono costruite per essere abitate, non per la speculazione”, e questo è diventato il mantra guida per la politica immobiliare del governo.

Far sì che la gente prenda sul serio questo messaggio, però, è stato difficile. Dopo un decennio di rapida crescita delle vendite di case, alimentata dai prestiti, l’indice di indebitamento delle famiglie cinesi ha raggiunto un livello record del 57,7% nel primo trimestre [l’ultimo dato indica il 62% – n.]. È stato il più grande salto trimestrale nel rapporto, che misura i mutui delle famiglie, i debiti dei consumatori e altri debiti rispetto al prodotto interno lordo, dal primo trimestre del 2010.

Il problema centrale in Cina è che gli acquirenti hanno capito che il governo non sembra essere disposto a lasciar cadere il mercato. Se i prezzi delle case scendessero in modo significativo, spazzerebbero via la fonte primaria di ricchezza della maggior parte dei cittadini e la cosa potenzialmente scatenerebbe disordini.

Questo dà ai cittadini cinesi che hanno abbastanza soldi un incentivo a continuare a comprare perché credono che la proprietà nelle grandi città rimarrà l’investimento più sicuro in Cina, indipendentemente dalla salute dell’economia in generale.

“L’immobiliare ha dirottato l’economia cinese, quindi il governo non oserebbe spingere per un crollo dei prezzi degli alloggi, anche se questo è il modo più efficace per sgonfiare la bolla”, ha detto Chen Zhiyu, che lavora per un rivenditore americano e sta cercando di acquistare una proprietà a Shenzhen.

“Devi seguire i soldi”, ha detto il 37enne, aggiungendo che ha aumentato il suo budget di spesa per limmobiliare da quando la pandemia di coronavirus ha contribuito a far salire i prezzi. “Ogni volta che i governi iniziano a stampare denaro, i prezzi dei beni saliranno. Negli Stati Uniti, si ha un mercato azionario toro, ma in Cina, solo i prezzi delle case continueranno a salire”.

Frenesia urbana

I prezzi delle case in alcune megalopoli cinesi continuano a salire.

Anche l’attività di vendita è guidata dagli sviluppatori con problemi di liquidità e dai governi locali che vendono loro la terra. Entrambi hanno bisogno di ottenere entrate per pagare i debiti o compensare altri problemi, e stanno preparando più incentivi per vendere gli immobili.

Nessuno è sicuro di come i dirigenti cinesi possano gestire il problema senza destabilizzare l’economia nel suo complesso. Anche se il mercato rimane forte, crea mal di testa ai politici, che hanno dovuto trattenere uno stimolo economico più aggressivo quest’anno – che alcuni analisti dicono sia necessario – in parte a causa del timore di inflazionare ulteriormente gli alloggi.

I sondaggi condotti dal China Household Finance Survey, con sede presso la Southwestern University of Finance and Economics di Chengdu, suggeriscono che la pandemia di coronavirus ha incoraggiato il tipo di acquisto di cui Pechino si preoccupa, con una domanda di immobili in aumento tra le persone che già possiedono più proprietà, anche se è diminuita tra coloro che non ne possiedono ancora.

Questo è un segno rivelatore di investimento speculativo, secondo Gan Li, professore di economia alla Texas A&M University ed esperto di finanza familiare cinese.

La domanda speculativa è in aumento perché [le persone che hanno abbastanza soldi] vedono l’alloggio come un bene più sicuro del mercato azionario o dei beni all’estero”. “Pensano che sia garantito. A causa della pandemia, stanno effettivamente consumando meno e risparmiando di più. Quindi avranno effettivamente più soldi a disposizione per investire. Questo creerà un problema abitativo ancora più grande”.

Principale attivo

Il valore totale dell’immobiliare residenziale cinese supera quello delle altre attività.

Pudong

Circa il 21% delle case nella Cina urbana erano sfitte nel 2017 – una percentuale molto alta rispetto agli standard internazionali – che equivaleva a 65 milioni di unità vuote, secondo i dati più recenti del China Household Finance Survey. Tra le famiglie che possedevano due proprietà, il tasso di sfitto ha raggiunto il 39,4%, e tra quelle che ne possedevano tre o più, il 48,2% era vuoto.

I rendimenti degli affitti – la percentuale del valore di una proprietà resa annualmente dall’affitto – sono inferiori al 2% nelle principali città come Pechino, Shanghai, Shenzhen e Chengdu, meno di quanto si possa fare comprando titoli di stato cinesi.

Nonostante ciò, Shannon Bi, un’insegnante di inglese di 42 anni, ha detto che la pandemia l’ha spinta a investire in una seconda casa a Shenzhen prima di quanto avesse pianificato, perché si preoccupa dell’inflazione. “Devi investire i soldi da qualche parte, o si deprezzeranno”, ha detto.

Un’altra acquirente, Doris Tao, ha detto che lei e suo marito hanno firmato un contratto all’inizio di maggio per una seconda casa a Shanghai. Sperava che l’acquisto di un appartamento in un distretto scolastico desiderabile avrebbe aumentato le sue possibilità di iscrivere suo figlio di 3 anni in una buona scuola elementare.

“Abbiamo prestato molta attenzione per mesi. Di solito questi appartamenti sono stati presi appena sono diventati disponibili”, ha detto la signora Tao, 32 anni, che ha deciso di comprare il giorno dopo aver visitato l’appartamento. “Siamo stati così fortunati a poter comprare questo. La nostra proprietaria ha detto che ha ricevuto un’altra offerta in contanti la notte in cui abbiamo firmato il contratto”.

Parte di ciò che è così preoccupante per alcuni economisti è la velocità con cui il boom immobiliare della Cina è cresciuto così tanto, e la sua tendenza a continuare a salire anche durante i periodi di stress economico.

Fino agli anni ’90, sotto il sistema comunista cinese era illegale, per la maggior parte delle persone, possedere case. Una decisione del Consiglio di Stato nel 1998 ha abbandonato il sistema del paese di alloggi assegnati dalle imprese, e la proprietà della casa è decollata.

Alla fine dello scorso anno, circa il 96% delle famiglie urbane cinesi possedeva almeno una casa, secondo un sondaggio della banca centrale cinese pubblicato in aprile, superando di gran lunga il tasso di proprietà di case del 65% negli Stati Uniti.

L’economia cinese si è espansa del 3,2% rispetto all’ anno precedente nel secondo trimestre, e potrebbe essere l’unica grande economia globale a crescere nel 2020. Jonathan Cheng del WSJ spiega la strategia del paese per anticipare il dolore economico nelle prime fasi della pandemia.

Per certi versi, il boom ha raggiunto gli obiettivi di Pechino. Ha stimolato la crescita economica e creato ricchezza per milioni di famiglie cinesi della classe media. Ha anche dato ai governi locali, che devono consegnare al governo centrale una parte importante delle imposte sul reddito, ulteriori entrate dalla vendita di terreni agli costruttori.

Ma il boom ha tolto dollari di investimento ad altre settori che competono con i mutuatari immobiliari per i finanziamenti bancari. Ha anche appesantito di debiti molte famiglie. A livello globale, la Cina ha rappresentato circa il 57% dell’aumento di 11,6 trilioni di dollari nei prestiti alle famiglie nel decennio fino al 2019, secondo i dati della Banca dei regolamenti internazionali. Gli Stati Uniti hanno rappresentato circa il 19%.

I prezzi delle case in alcune città cinesi hanno raggiunto livelli paragonabili ad alcune delle aree urbane più costose del mondo. I prezzi medi delle case in tutta la Cina hanno raggiunto 9,3 volte il reddito medio nel 2018, secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali, rispetto all’8,4 di San Francisco.

A Tianjin, una città di 15 milioni di abitanti a sud-est di Pechino, gli appartamenti nelle aree di lusso si vendono a circa 9.000 dollari al metro quadro, o circa 836 dollari al piede quadrato, secondo la società di servizi immobiliari Savills PLC. Questo è più o meno il prezzo che un acquirente medio pagherebbe in alcune delle zone più costose di Londra, anche se i redditi disponibili sono sette volte più alti a Londra che a Tianjin.

In sostanza, i cinesi urbani hanno scommesso tutto sulle loro case. Ora hanno quasi il 78% della loro ricchezza legata alla proprietà della casa, contro il 35% negli Stati Uniti, dove più persone investono in azioni e pensioni, secondo un rapporto della China Guangfa Bank e della Southwestern University of Finance and Economics.

Quando la pandemia da coronavirus ha colpito la Cina, molti economisti ed esperti immobiliari hanno temuto che il momento della verità fosse arrivato. Le vendite di case sono crollate del 36% nei primi due mesi del 2020 rispetto a un anno prima, e molte imprese immobiliari con problemi di liquidità sono state spinte oltre il baratro. Al 5 giugno, più di 200 piccoli costruttori avevano presentato istanza di fallimento, secondo i media statali.

Gli sviluppatori più grandi e i governi locali hanno lanciato incentivi per far tornare gli acquirenti. Da febbraio, almeno 26 delle 32 province e regioni cinesi hanno adottato politiche per rilanciare i loro mercati immobiliari, secondo Huatai Securities, compresi i requisiti di acconto più morbidi e le sovvenzioni per l’acquisto di case.

[La crescita del debito delle famiglie è rallentata in gran parte del mondo nell’ultimo decennio, ma non in Cina, secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali.]

“Mentre i governi locali sono sotto pressione per prevenire ulteriori impennate dei prezzi degli alloggi, ciò che li spaventa di più è un brusco calo”, ha detto Gao Fei, direttore generale della società immobiliare Centaline Group di Tianjin. Non possono permettersi di lasciare che il mercato scenda. Le entrate dalla vendita di terreni e le relative tasse sui costruttori hanno rappresentato il 52,9% delle entrate dei governi locali nel 2019, un record, secondo lo Shanghai Yiju Real Estate Research Institute.

Eppure, come segno che il governo centrale disapprova alcune delle misure di allentamento, in almeno 12 città, tra cui Jinan e Guangzhou, i documenti che dettagliano le politiche di prestito allentate sono stati rimossi dai siti web ufficiali dei governi locali in pochi giorni. Una città della provincia di Shandong ha rinunciato ai piani per fornire sussidi agli acquirenti di case a metà maggio, dicendo che alcune parti del suo piano “violano i requisiti rilevanti degli alti dirigenti”.

China Evergrande, i cui enormi debiti le danno il più grande conto degli interessi al mondo tra i titoli non finanziari quotati, secondo i dati di Capital IQ, ha offerto sconti del 25% a febbraio e del 22% a marzo. Country Garden Holdings, un altro grande costruttore, ha offerto più di 17.000 nuove case in tutta la Cina tramite i social media con sconti fino al 50%.

Tra i 34 maggiori costruttori cinesi, 27 hanno riportato un aumento del volume delle vendite su base annua a maggio, secondo i dati della China Real Estate Information Corporation.

Più recentemente, gli incentivi sono stati tagliati, anche se non del tutto. In un complesso in costruzione a Shanghai a metà maggio, CK Asset Holdings ha offerto ai potenziali acquirenti un telefono Huawei e buoni da 20.000 a 40.000 yuan (da 2.800 a 5.600 dollari) per le future spese di gestione degli appartamenti.

In altri complessi, non sono stati offerti sconti, e gli aspiranti acquirenti hanno dovuto partecipare a lotterie per accedere agli appartamenti più piccoli ed economici. La China Vanke Co. ha venduto a metà maggio appartamenti per un valore totale di 148 milioni di yuan (20,8 milioni di dollari) in quattro ore online in uno spettacolo in live-streaming condotto da un’attrice.

Yin Haiping, che gestisce una società di consulenza immobiliare a Shenzhen, ha detto che la paura di perdere l’occasione sta spingendo più acquirenti a cercare ora, con i prezzi delle case in alcune aree desiderabili in aumento di almeno il 10% quest’anno.

Xu Xiaohua, un docente universitario di Tianjin che possiede già una casa lì, ha appena comprato un altro appartamento questo mese a Shenzhen. Ha pagato 6,5 milioni di yuan (913.050 dollari) in contanti all’inizio di maggio per l’immobile di 50 metri quadrati dopo aver controllato una dozzina di appartamenti in una settimana.

Ha detto che pensa che la maggior parte dei cinesi parcheggeranno la loro ricchezza nel settore immobiliare durante le crisi. “Più l’economia cinese peggiora”, ha detto, “più saliranno i prezzi degli immobili in posti come Shenzhen”.

(Bingyan Wang e Zhou Wei hanno contribuito a questo articolo.)

Come la stretta sul debito di Pechino ha scosso le fondamenta di un colosso immobiliare

Di Xie Yu e Elaine Yu

Sept. 18, 2021 5:30 am ET

Il crollo incombente di China Evergrande e il suo effetto a catena sull’economia metteranno alla prova la campagna del governo per mantenere gli alloggi accessibili alle masse

In una rischiosa corsa contro il tempo durata due decenni, il China Evergrande Group ha trasformato miliardi di dollari di denaro preso in prestito nel sogno di possedere una casa per milioni di cittadini cinesi.

Ha lanciato un progetto dopo l’altro in ogni provincia cinese, vendendo appartamenti anni prima che venissero completati e racimolando abbastanza denaro per far fronte sul filo ai massicci interessi da pagare.

La festa è finita. Anni di prestiti aggressivi sono andati a sbattere contro il giro di vite sul debito di Pechino, lasciando il gigante dello sviluppo immobiliare sull’orlo del collasso. La costruzione dei progetti di Evergrande in molte città si è fermata. L’azienda ha affrontato una sequela di lamentele e proteste da parte di fornitori, piccoli investitori e acquirenti di case che hanno investito i loro risparmi in proprietà che l’azienda aveva promesso di consegnare.

La liquidità è così scarsa che quest’estate lo sviluppatore ha detto che ha iniziato a pagare le fatture agli appaltatori e ai fornitori con appartamenti non finiti, invece che con denaro vero e proprio. Un fornitore di vernici con sede nella provincia sud-orientale di Fujian ha detto che Evergrande ha recentemente pagato l’equivalente di 34 milioni di dollari in fatture con tre immobili non finiti, che il fornitore sta cercando di vendere. In un’impresa di costruzioni a Wuhan, più di 200 dipendenti sono stati costretti a subire tagli di stipendio perché alcune delle fatture di Evergrande sono scadute, ha detto al Wall Street Journal un manager dell’impresa.

Ex dipendenti e dipendenti attuali dicono che i licenziamenti si stanno moltiplicando, e i pasti gratuiti che Evergrande forniva ai dipendenti presso la sua sede sono stati cancellati. Nella provincia Hubei della Cina centrale, Evergrande ha chiesto al governo locale di prendere in consegna i fondi dei proprietari di casa tenuti in conti di garanzia in modo che non possano essere sequestrati nelle controversie legali con i creditori, secondo persone che hanno familiarità con la questione.

Una protesta contro Evergrande

Evergrande non ha risposto alle richieste di commento del Journal. L’azienda ha detto il 14 settembre che le sue vendite di appartamenti sono rallentate notevolmente da giugno, i suoi piani di cessione di beni non si sono materializzati, e ha assunto consulenti finanziari – una mossa che la porta più vicina a una potenziale ristrutturazione del debito.

Il crollo incombente è un microcosmo del surriscaldato mercato immobiliare cinese, in cui i prezzi stanno salendo da anni. I problemi di Evergrande – e i loro effetti a catena sull’economia e la stabilità sociale – sono il più grande test della rinnovata campagna di Pechino per porre fine alla speculazione alimentata dal debito e fermare l’impennata dei prezzi delle case, mentre il governo cerca di abbassare la disuguaglianza e mantenere gli alloggi accessibili alle masse.

Karen Li, una donna di 37 anni nella metropoli meridionale cinese di Shenzhen, dove Evergrande ha la sua sede centrale, ha detto di aver pagato l’intero prezzo di acquisto di 1,4 milioni di yuan, l’equivalente di circa 216.800 dollari, tre anni fa per un appartamento di circa 40 metri quadrati in uno dei suoi grattacieli. La signora Li, che lavora nella vendita al dettaglio e deve ancora prendere possesso di quella che sarebbe la sua prima casa, ha detto di essere stata informata il mese scorso che la costruzione è stata ritardata.

” Pensavo fosse affidabile perché si trattava di una grande società”, ha detto, aggiungendo che il peggioramento della crisi di liquidità del gigante immobiliare ha messo in dubbio la data di completamento del progetto. “Per ogni famiglia normale, questo è un disastro”.

Evergrande ha detto il 13 settembre che stava affrontando difficoltà senza precedenti, e stava facendo tutto il possibile per ripristinare le normali operazioni e per proteggere i clienti.

Gli operatori di mercato credono sempre più che Pechino lascerà fallire Evergrande e infliggerà perdite ai suoi azionisti e obbligazionisti, ma troverà un modo per proteggere le molte persone che hanno pagato per gli appartamenti non finiti.

La società di ricerca Capital Economics stima che Evergrande ha prevenduto più di 1,4 milioni di appartamenti per un valore di 200 miliardi di dollari che deve ancora finire, e ha detto che un risultato potrebbe essere una ristrutturazione gestita nella quale altri costruttori acquisiscono i progetti non finiti della società.

Debiti torreggianti

La società aveva 89 miliardi di dollari di debito in essere alla fine di giugno, di cui circa il 42% in scadenza in meno di un anno, secondo i suoi più recenti risultati finanziari. Il peso totale del debito di Evergrande è il più grande per qualsiasi società di gestione o sviluppo immobiliare quotata in borsa nel mondo, secondo i dati di S&P Global Market Intelligence.

“Se [le autorità] dovessero intervenire in questa fase per prevenire un default, manderebbero un messaggio sbagliato”, ha detto Julian Evans-Pritchard, economista senior della Cina a Capital Economics. “Sembra molto improbabile che aiutino un’azienda privata… che si trova in un settore che stanno cercando di controllare”, ha aggiunto.

Il conglomerato di 25 anni è stato l’epitome del boom immobiliare cinese e dell’abbuffata di debiti delle imprese. Ha aperto i battenti proprio quando il paese ha iniziato a introdurre la proprietà privata delle case, e ha costruito case che erano per lo più destinate a individui con redditi modesti. Molte persone facevano la fila per ore per avere la possibilità di comprare un appartamento Evergrande, spesso pagando in anticipo in contanti per case che richiedevano anni per essere completate.

Il fondatore, presidente e maggiore azionista della società, Xu Jiayin, è cresciuto in un villaggio povero nella provincia centrale di Henan. Ha studiato duramente, è andato all’università e poi ha lavorato in un’azienda siderurgica statale. Ha fondato Evergrande, il cui nome cinese significa “costante” e “grande”, nella città meridionale di Guangzhou quando aveva 37 anni, ed è diventato noto professionalmente come Hui Ka Yan, lo spelling fonetico cantonese del suo nome cinese.

Ex dipendenti e altri che hanno lavorato con Hui lo hanno descritto come uno stakanovista con grandi aspettative e una propensione al rischio e a fare scommesse audaci. Era anche ben collegato con gli individui ricchi nella comunità d’affari di Hong Kong che erano attivi acquirenti di azioni e debito di Evergrande.

Perdita di valore

Quando l’azienda si stava quotando in borsa a Hong Kong nel 2009, ha detto ai potenziali investitori che il “rapido sviluppo immobiliare” era una delle sue strategie chiave di business che aiutava a massimizzare i rendimenti degli investimenti.

Evergrande ha acquistato centinaia di lotti di terreno e venduto più appartamenti di qualsiasi altro sviluppatore, e ha registrato vendite record anno dopo anno, mentre i prezzi delle case salivano.

“Lo sviluppo è il principio assoluto”, ha detto il signor Hui durante un discorso del 2017 ai dipendenti, citando il defunto leader supremo Deng Xiaoping. Questo, unito all’idea che “il contante è re”, aveva assicurato il costante e rapido sviluppo dell’azienda, ha aggiunto. Entro la fine del 2018, Evergrande stava costruendo progetti con una superficie di oltre 33.000 acri in tutta la Cina, il triplo rispetto a soli quattro anni prima.

L’azienda ha preso in prestito in libertà dalle banche e dagli investitori globali, pagando in dollari tassi d’interesse da titoli spazzatura sul debito che spesso raggiungevano percentuali a due cifre. Si è espansa in parchi di divertimento, servizi sanitari, produzione di acqua minerale e produzione di veicoli elettrici. Ad un certo punto ha arruolato l’attore di Hong Kong Jackie Chan per aiutare a promuovere la sua acqua in bottiglia, e ha comprato una squadra di calcio professionale nella sua provincia natale.

Lo sviluppatore ha anche finanziato la costruzione con l’aiuto di cambiali a breve termine, note come commercial bills, che ha emesso agli appaltatori e ai fornitori di materiali da costruzione.

Mentre accumulava debiti, Evergrande pagava miliardi in dividendi agli azionisti, con la maggior parte dei contanti che andavano al signor Hui in quanto suo maggiore azionista. I dividendi, più il valore delle sue azioni, lo hanno aiutato a diventare uno degli uomini più ricchi della Cina. Ha ricevuto più di 34 miliardi di yuan, l’equivalente di 5,3 miliardi di dollari, in dividendi da ottobre 2018. Nel 2019, ha dichiarato che l’azienda avrebbe iniziato a produrre veicoli elettrici e mirava a diventare il più grande player mondiale nel settore in rapida crescita.

I problemi hanno iniziato a emergere per Evergrande l’anno scorso durante la pandemia di coronavirus, che ha causato lockdown in Cina che hanno smorzato le vendite di immobili per mesi.

Evergrande ha offerto regolarmente sconti sui prezzi dei suoi appartamenti, e ha lanciato promozioni più aggressive – in alcuni casi fino al 30% di sconto sui prezzi pubblicizzati – per mantenere il denaro che entra dalla porta.

Ha anche incoraggiato i suoi dipendenti a comprare i suoi appartamenti. In una campagna bollata come “creazione di ricchezza” per i suoi lavoratori, Evergrande ha creato un sorteggio fortunato dove i vincitori sono stati scelti per comprare appartamenti con uno sconto del 50%.

L’azienda è riuscita a segnare un altro anno record di vendite, riportando l’equivalente di 112 miliardi di dollari di contratti di vendita per il 2020, con un aumento del 20% rispetto all’anno precedente.

I problemi stavano nascendo altrove. Lo scorso autunno, le azioni e le obbligazioni di Evergrande sono crollate in valore dopo la diffusione online di documenti che avvertivano di un’incombente crisi di liquidità del gigante immobiliare. I documenti sembravano mostrare le comunicazioni di Evergrande con il governo locale che avvertiva dei potenziali rischi se non fosse stato in grado di completare la prevista quotazione di una controllata di punta.

L’azienda aveva alcuni anni prima venduto quote della sua unità di sviluppo immobiliare di punta a vari investitori strategici, e aveva promesso loro che l’unità sarebbe stata quotata in borsa a Shanghai entro l’inizio del 2021, o li avrebbe rimborsati fino all’equivalente di 19 miliardi di dollari.

Evergrande ha denunciato i documenti come falsi, e successivamente ha detto che la maggior parte di quegli investitori avevano accettato di non costringerla a sputare i soldi.

I suoi problemi non erano finiti. L’anno scorso le autorità cinesi hanno stabilito quelle che sono diventate note come le “tre linee rosse” per gli sviluppatori immobiliari – specifici rapporti di indebitamento da evitare – che Evergrande ha violato. Le regole impedivano alla società di contrarre nuovi debiti.

Lo scorso giugno, le preoccupazioni sulle finanze di Evergrande sono riaffiorate, facendo crollare di nuovo i prezzi delle obbligazioni e delle azioni. Gli utenti di Internet hanno condiviso post che descrivevano forti sconti sui prezzi degli appartamenti offerti da Evergrande. La società ha detto che non stava offrendo sconti eccezionali su larga scala.

Il 1 ° luglio, Hui ha fatto un’apparizione pubblica alle celebrazioni del centenario del Partito comunista cinese a Pechino. La sua presenza all’evento più importante dell’anno nel paese avrebbe dovuto essere un segnale di buona volontà con i principali leader cinesi e dissipare le preoccupazioni sulla sua azienda, secondo alcuni osservatori politici.

Evergrande ha pubblicato sul suo sito web delle fotografie del 62enne presidente sorridente in una giacca della marina a Piazza Tiananmen, esaltando i suoi più di 35 anni come membro del partito. È stato citato dicendo che avrebbe continuato a gestire bene i suoi affari e a dedicarsi al benessere pubblico.

Le vendite di azioni e obbligazioni si sono intensificate durante l’estate. I problemi di liquidità di Evergrande sono peggiorati, costringendola a iniziare a pagare alcuni dei suoi fornitori e appaltatori con appartamenti che non aveva venduto. A metà agosto, i regolatori finanziari hanno convocato i massimi dirigenti di Evergrande e hanno detto loro di risolvere i problemi della società senza sconvolgere i mercati finanziari e immobiliari.

L’azienda sta cercando di scaricare altre attività per raccogliere liquidità, ed è in trattative per vendere parte del suo business dei veicoli elettrici, il cui valore di mercato è sceso di oltre 80 miliardi di dollari da un recente picco.

Stephen Sum, che gestisce un’agenzia immobiliare che si concentra sulla Greater Bay Area cinese, ha detto che i problemi di Evergrande hanno danneggiato il settore immobiliare in generale. “È come il gioco del Monopoli”, ha detto della strategia di sopravvivenza dello sviluppatore. Nel gioco da tavolo immobiliare, i giocatori che sono a corto di denaro devono vendere le loro proprietà per evitare di andare in bancarotta.

Gli affari della società di Hong Kong del signor Sum – che commercializza case di molti costruttori – sono diminuiti della metà da quando le cattive notizie su Evergrande hanno dominato i titoli dei giornali. Ha detto che la notizia ha reso le persone più diffidenti sull’acquisto di immobili in generale.

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La stretta sull’immobiliare cinese trasmette scosse economiche

Aumentano i prestiti immobiliari in sofferenza presso le banche cinesi

La pressione di Pechino sul settore immobiliare si sta facendo sentire ben oltre il gruppo cinese Evergrande, sollevando domande su quanto dolore economico i leader cinesi sono disposti a tollerare mentre tengono a freno un altro settore.

Le turbolenze intorno a Evergrande, che vanno dalle proteste di strada al crollo dei prezzi delle sue azioni e obbligazioni, sono il segno più visibile del peggioramento del clima per gli imprenditori immobiliari cinesi. I mercati del credito stanno anche valutando significativi rischi di default per alcuni rivali più piccoli, come Fantasia Holdings Group Co. e Guangzhou R&F Properties Co.

Ma i dati economici di agosto, rilasciati mercoledì, hanno indicato difficoltà più ampie, con le vendite nazionali di case in valore in calo del 19,7% su base annua, il più grande calo da aprile 2020. La crescita dei prezzi delle case e degli investimenti immobiliari è rallentata, mentre gli inizi di costruzione sono scesi del 3,2% nel periodo gennaio-agosto, rispetto a un anno prima. I titoli immobiliari cinesi sono scesi mercoledì, con il Lippo Select HK & Mainland Property Index in calo del 3,3% a Hong Kong.

L’irrigidimento delle politiche è il problema immediato per gli immobiliaristi cinesi, ma il problema di fondo è che hanno preso in prestito troppo nell’ultimo decennio per espandersi, ha detto Mark Williams, capo economista dell’Asia alla casa di ricerca londinese Capital Economics.

“I regolatori stanno cercando di affrontare la quantità di leva finanziaria tra gli sviluppatori, e non c’è un modo indolore per farlo”, ha detto il signor Williams. Le autorità devono percorrere un sentiero stretto per imporre il deleveraging [la riduzione dei debiti] mantenendo il sistema finanziario stabile, ha aggiunto. “Se spingono troppo forte, allora può diventare destabilizzante”, ha detto.

La repressione immobiliare potrebbe rivelarsi “il momento Volcker della Cina”, ha scritto Ting Lu, capo economista cinese di Nomura, in un rapporto di fine agosto – un riferimento agli aumenti dei tassi di interesse cui Paul Volcker ha presieduto come presidente della Federal Reserve, che ha introdotto per schiacciare l’inflazione nei primi anni ’80.

Nel caso della Cina, il signor Lu ha detto che Pechino sembra disposta a sacrificare un po’ di stabilità della crescita per raggiungere i suoi obiettivi a lungo termine, compresa la riduzione della disuguaglianza, l’aumento del tasso di natalità e la riduzione della sua dipendenza dalla tecnologia straniera.

“I mercati dovrebbero essere preparati per quello che potrebbe essere un rallentamento della crescita molto peggiore del previsto, più inadempienze su prestiti e obbligazioni, e potenziali turbolenze del mercato azionario”, ha scritto il signor Lu, dicendo che l’immobiliare costituisce un quarto dell’economia cinese.

Preoccupato per una bolla immobiliare, il governo cinese ha ripetuto il mantra che “le case sono per viverci, non per la speculazione”, per quasi mezzo decennio, ma la pressione sugli sviluppatori immobiliari si è intensificata nell’ultimo anno.

I regolatori hanno posto limiti all’esposizione delle banche al settore immobiliare, sia nei prestiti agli sviluppatori che nei mutui; hanno introdotto un sistema di “tre linee rosse” che limita l’assunzione di nuovi debiti da parte degli sviluppatori più indebitati; e hanno rivisto le aste dei terreni. Anche i governi locali hanno introdotto loro limiti per aiutare a tenere a freno il mercato.

Le sfide sembrano già riflettersi nei risultati finanziari di tutto il settore. Il margine lordo-profitto mediano degli sviluppatori cinesi monitorati da Goldman Sachs è sceso bruscamente nella prima metà di quest’anno, di 4,6 punti percentuali a circa il 22%.

A metà agosto, gli sviluppatori hanno dato default su 6,2 miliardi di dollari di debito ad alto rendimento quest’anno, un totale più alto della precedente dozzina di anni messi insieme, secondo Morgan Stanley.

Moody’s Investors Service, che ha recentemente abbassato il suo outlook sul settore a negativo, prevede che le vendite contrattate nel settore potrebbero diminuire fino al 5% nei prossimi sei o dodici mesi, su una base di 12 mesi consecutivi, dato che i volumi di vendita diminuiscono, l’aumento dei prezzi rallenta, e dato che l’attività è stata robusta negli ultimi sei mesi del 2020.

Segni di stress stanno apparendo anche nei libri dei prestiti delle banche, dato che un numero maggiore dei loro prestiti aziendali agli sviluppatori va in sofferenza, anche se finora i loro portafogli di mutui stanno reggendo bene.

“Non abbiamo visto un livello così alto di prestiti immobiliari in sofferenza in più di un decennio”, ha detto Shujin Chen, un analista bancario della società di titoli Jefferies.

Alla Industrial and Commercial Bank of China Ltd. per esempio, quasi il 4,3% dei prestiti immobiliari erano in sofferenza alla fine di giugno, rispetto al 2,3% circa di sei mesi prima. Il settore immobiliare costituisce circa il 7% di tutti i prestiti alle imprese della ICBC, la più grande banca commerciale cinese per valore di mercato.

La signora Chen ha detto che l’accumulo di crediti in sofferenza delle banche è preoccupante e sarebbe più allarmante se i prezzi delle case cominciassero a scendere, dato che le banche subirebbero perdite maggiori qualora il valore delle proprietà tenute come garanzia per i prestiti diminuisse.

“Il rischio complessivo di credito per le banche sta aumentando”, ha detto Alicia Garcia-Herrero, capo economista della regione Asia-Pacifico di Natixis, una società finanziaria francese. Ha detto di essere preoccupata per i rimborsi dei mutui se i prezzi delle case scendono e l’economia continua a rallentare.

Gli effetti potrebbero mostrarsi anche più lontano, nelle imprese che si basano sulle nuove case come fonte di domanda, come le imprese di costruzione e i produttori di attrezzature per l’edilizia, mobili ed elettrodomestici.

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31 agosto

Evergrande comunica che ha dovuto (s)vendere immobili ai creditori non potendoli pagare in denaro, mentre problemi di liquidità le impediscono di completare edifici in contruzione già venduti…

Le rivelazioni di Evergrande sono arrivate mentre la società ha riportato un calo del 29% dell’utile netto per i primi sei mesi del 2021 all’equivalente di 1,6 miliardi di dollari, soprattutto grazie alle plusvalenze registrate dalle recenti cessioni di attività. Le entrate totali di Evergrande per il periodo sono scese del 16% a 34,4 miliardi di dollari.

Il core business immobiliare dell’azienda ha perso 634 milioni di dollari nel periodo, dopo aver venduto molti appartamenti a prezzi fortemente scontati. Evergrande ha detto che il prezzo medio di vendita dei suoi appartamenti è sceso dell’11,2% rispetto a un anno fa, e le entrate dallo sviluppo immobiliare sono diminuite di quasi il 19%.

Il nuovo business energetico di Evergrande, nel frattempo, ha perso 758 milioni di dollari e ha registrato vendite anemiche di componenti per veicoli elettrici.

Il gruppo con sede a Shenzhen ha detto di avere l’equivalente di circa 88 miliardi di dollari in prestiti alla fine di giugno, il 42% dei quali in scadenza in meno di un anno. Ha ceduto 2,2 miliardi di dollari di attività nel primo semestre.

A differenza dei precedenti risultati dell’azienda, la direzione di Evergrande non ha tenuto un briefing con la stampa per discutere la sua performance. Pochi mesi prima, aveva sottolineato che non aveva mai mancato un pagamento di interessi o di capitale nei suoi 25 anni di storia.

Gli investitori globali che detengono le obbligazioni di Evergrande hanno spinto i prezzi dei suoi titoli di debito sotto i 40 centesimi per dollaro, indicando che vedono un’alta probabilità di default. L’azienda è il più grande emittente cinese di obbligazioni spazzatura, e aveva preso in prestito aggressivamente all’interno e all’estero per finanziare la sua rapida espansione negli ultimi anni.

Evergrande si è trovata in una posizione difficile dopo che i regolatori cinesi hanno detto agli sviluppatori immobiliari del paese alla fine del 2020 di ridurre la loro leva finanziaria prima di assumere ulteriori debiti.

All’inizio di questo mese, i regolatori finanziari del paese hanno convocato gli alti dirigenti di Evergrande per una riunione a Pechino, e li ha esortati a risolvere i problemi di debito della società senza destabilizzare i mercati immobiliari e finanziari.

Evergrande martedì ha detto che le sue vendite contrattate nella prima metà hanno totalizzato 55 miliardi di dollari, in aumento del 2,3% rispetto a un anno fa, mentre la superficie totale coperta da quelle vendite è aumentata dell’11,3%.

La società ha avvertito che se il lavoro non riprende sui suoi progetti in stallo, “ci possono essere rischi di svalutazione dei progetti e di impatto sulla liquidità del gruppo”. […]

Il business EV, China Evergrande New Energy Vehicle Group Ltd., un giorno prima ha avvertito che i suoi piani per iniziare la produzione di massa di auto potrebbero essere ritardati se non può raccogliere ulteriori capitali a breve termine. Le sue azioni sono crollate di quasi l’80% da un anno all’altro, dando alla società una capitalizzazione di mercato di circa 7,4 miliardi di dollari.

L’azienda, che una volta aveva l’ambizione di rivaleggiare con Tesla Inc, ha detto che la sua perdita per i sei mesi fino a giugno è più che raddoppiata rispetto a un anno fa, e ha riportato solo 5,7 milioni di dollari di entrate dalla sua nuova divisione di veicoli energetici. Come il suo genitore, il business ha anche ritardato i pagamenti ad alcuni fornitori e appaltatori, ed è a rischio di insolvenza sui suoi prestiti.

I Robber Barons di Pechino

Può la Cina sopravvivere alla sua Gilded Age (era dorata)?

di Yuen Yuen Ang (*)

Foreign Affairs, July/August 2021

Sembrava una tipica storia di corruzione cinese. Riempiendo valigie di azioni della società, l’uomo d’affari elargiva tangenti a funzionari influenti in cambio di prestiti a basso costo per sovvenzionare i suoi progetti ferroviari. I destinatari della sua generosità, i responsabili delle infrastrutture pubbliche e dei bilanci, erano i suoi amici e soci in affari. I membri delle loro famiglie gestivano aziende nell’industria dell’acciaio, che dovevano beneficiare della costruzione di nuovi binari. Col tempo, man mano che i legami tra i funzionari e l’uomo d’affari diventavano più stretti, i funzionari raddoppiarono il loro sostegno finanziario per le sue imprese, assecondando i suoi costi gonfiati e ignorando il rischio di perdite. Lentamente ma inesorabilmente, tuttavia, si stava incubando una crisi finanziaria.

Storie come questa sono endemiche in Cina: imprenditori che colludono con i funzionari per sfruttare i progetti di sviluppo immobiliare per l’arricchimento personale, la corruzione che infetta tutti i livelli di governo, e politici che incoraggiano i capitalisti ad assumersi rischi eccessivi. Non c’è da stupirsi che alcuni osservatori abbiano insistito fin dagli anni ’90 che l’economia cinese crollerà presto sotto il peso dei suoi stessi eccessi, e farà cadere il regime con essa. Ma ecco il colpo di scena: l’uomo d’affari non è cinese ma americano, e il racconto ha avuto luogo negli Stati Uniti, non in Cina. Parla di Leland Stanford, un magnate delle ferrovie del diciannovesimo secolo che ha contribuito a catapultare la modernizzazione degli Stati Uniti, ma la cui strada verso l’immensa fortuna è stata lastricata di affari corrotti.

La Gilded Age, che iniziò negli anni 1870, fu un’era di capitalismo clientelare così come di straordinaria crescita e trasformazione. Dopo la devastazione della guerra civile, gli Stati Uniti si ricostruirono e prosperarono. Milioni di agricoltori si trasferirono dai campi alle fabbriche, le infrastrutture aprirono il commercio a lunga distanza, la nuova tecnologia generò nuove industrie e il capitale non regolamentato fluì liberamente. In questo processo imprenditori avventurosi che colsero le giuste opportunità al momento giusto – Stanford, J. P. Morgan, John D. Rockefeller – accumularono livelli colossali di ricchezza, mentre una nuova classe operaia guadagnava solo una miseria di salario. I politici colludevano con i magnati e gli speculatori manipolavano i mercati. Tuttavia, invece di portare alla disintegrazione, la corruzione della Gilded Age inaugurò un’ondata di riforme economiche, sociali e politiche: la Progressive era, l’era progressista. Questo, insieme alle acquisizioni imperiali, ha spianato la strada ascendente agli Stati Uniti che sono diventati la superpotenza del ventesimo secolo.

La Cina è ora nel bel mezzo della propria Età Dorata. Gli imprenditori privati stanno diventando favolosamente ricchi grazie all’accesso speciale ai privilegi governativi, così come i funzionari che li concedono illecitamente. Riconoscendo i pericoli del capitalismo clientelare, il presidente cinese Xi Jinping sta tentando di evocare l’era progressista cinese – un’epoca di meno corruzione e più uguaglianza – attraverso la forza bruta. Il problema, tuttavia, è che questo non è il modo per garantire che una vera riforma prenda piede. Xi sta sopprimendo l’energia dal basso verso l’alto che detiene la chiave per risolvere gli attuali problemi della Cina – e così facendo, potrebbe finire per renderli ancora peggiori.

Errore di categoria

Per gli studiosi della corruzione, la Cina pone un enigma sconcertante. Normalmente, i paesi corrotti sono poveri e rimangono tali. Studio dopo studio ha mostrato una forte relazione statistica tra corruzione e povertà. Ma la Cina è riuscita a sostenere quattro decenni di crescita economica nonostante livelli di corruzione che persino Xi ha descritto come “gravi” e “scioccanti”. Perché sembra essere in controtendenza?

La risposta sta nel tipo di corruzione che prevale in Cina. Le misure convenzionali della corruzione ignorano le diverse varietà in cui essa si presenta. La misura più popolare, il Corruption Perceptions Index, rilasciato da Transparency International ogni anno, misura la corruzione come un problema unidimensionale che va su una scala universale da zero a 100. Nel 2020, la Cina ha ottenuto un punteggio di 42, classificandosi come più corrotta di Cuba, Namibia e Sudafrica. Al contrario, le democrazie ad alto reddito si classificano costantemente tra i paesi più puliti del mondo, rafforzando la credenza popolare che la corruzione sia un malessere esclusivo dei paesi poveri.

Anche se attraente nella sua semplicità, questa concezione della corruzione è fuorviante. In realtà, la corruzione si presenta in gusti diversi, ognuno dei quali esercita danni sociali ed economici diversi. Il pubblico ha familiarità con tre tipi principali. Il primo è il piccolo furto: i poliziotti che estorcono denaro alla gente per strada, per esempio. Il secondo è il grande furto: le élite nazionali che travasano enormi somme dalle casse pubbliche in conti privati all’estero. Il terzo è il denaro di velocizzazione: piccole tangenti pagate a funzionari regolari per ungere le ruote della burocrazia così da aggirare i ritardi dovuti alla burocrazia. Tutti e tre i tipi sono illegali, condannati a gran voce e dilaganti nei paesi poveri.

Ma la corruzione si presenta in un’altra varietà, più sfuggente: il denaro di accesso. In questo tipo di transazione, i capitalisti offrono ricompense elevate a funzionari potenti in cambio non solo della rapidità, ma anche dell’accesso a privilegi esclusivi e lucrativi, tra cui credito a basso costo, concessione di terre, diritti di monopolio, contratti di appalto, agevolazioni fiscali e simili. Il denaro di accesso può manifestarsi in forme illegali, come tangenti e bustarelle, ma esiste anche in forme perfettamente legali. Prendiamo il lobbismo, che è un mezzo legittimo di rappresentanza politica negli Stati Uniti e in altre democrazie. In cambio dell’influenza su leggi e politiche, gruppi potenti finanziano campagne politiche e promettono ai politici posizioni di prestigio dopo che hanno lasciato l’incarico.

Diversi tipi di corruzione danneggiano i paesi in modi diversi. I piccoli furti e i grandi furti sono come le droghe tossiche; danneggiano direttamente e inequivocabilmente l’economia prosciugando la ricchezza pubblica e privata senza fornire alcun beneficio in cambio. La speed money è simile agli antidolorifici: può alleviare un mal di testa ma non migliora le forze. Il denaro di accesso, invece, è come gli steroidi. Stimola la crescita muscolare e permette di compiere imprese sovrumane, ma ha gravi effetti collaterali, compresa la possibilità di un crollo totale.

Se si disaggrega la corruzione, il paradosso cinese cessa di apparire così sconcertante. Negli ultimi quattro decenni, la corruzione in Cina ha subito un’evoluzione strutturale, spostandosi dalla delinquenza e dal furto verso l’accesso al denaro. Premiando i politici che servono gli interessi capitalistici e arricchendo i capitalisti che pagano per i privilegi, questa forma ormai dominante di corruzione ha stimolato il commercio, la costruzione e gli investimenti, che contribuiscono tutti alla crescita del PIL. Ma ha anche esacerbato l’ineguaglianza e generato rischi sistemici. I prestiti bancari, per esempio, vanno in modo sproporzionato alle aziende collegate politicamente, costringendo gli imprenditori con problemi di liquidità a prendere in prestito dalle banche ombra a tassi usurai. Le aziende collegate, piene di credito in eccesso, possono poi permettersi di spendere in modo irresponsabile e speculare nel settore immobiliare. Inoltre, poiché i politici beneficiano personalmente degli investimenti che portano nelle loro circoscrizioni, sono spinti a prendere in prestito e costruire febbrilmente, indipendentemente dal fatto che i progetti siano sostenibili. Di conseguenza, l’economia cinese non è solo un’economia ad alta crescita, ma anche un’economia ad alto rischio e squilibrata.

L’evoluzione della corruzione

Questa drammatica evoluzione della corruzione e del capitalismo è iniziata con Deng Xiaoping, che guidò la Cina in una nuova direzione dopo tre decenni di disastro sotto Mao Zedong. Senza dirlo esplicitamente, Deng ha introdotto una nuova religione: il pragmatismo. Ha riconosciuto che la liberalizzazione politica ed economica simultanee sarebbero state troppo destabilizzanti per la Cina. Per una nazione scossa dal caos, disse in uno storico discorso del 1978, “la stabilità e l’unità sono di primaria importanza”.

Così, Deng ha scelto la strada della liberalizzazione economica parziale. Invece di saltare direttamente nel capitalismo, introdusse riforme di mercato ai margini dell’economia pianificata e delegò l’autorità ai governi locali. Nel fare ciò, pose le regole di base per la condivisione dei profitti all’interno della burocrazia: cioè, gli apparatchiks avrebbero beneficiato personalmente del capitalismo a patto che rimanessero fedeli al Partito Comunista Cinese. Non c’è da stupirsi che i funzionari a tutti i livelli abbiano abbracciato con entusiasmo le riforme del mercato. Quando le riforme sono state avviate, molti funzionari si sono raddoppiati come imprenditori surrogati – gestendo imprese collettive, reclutando investitori attraverso reti personali, e gestendo affari a latere.

Ma con l’apertura dei mercati a partire dagli anni ’80, è fiorita la corruzione. Si presentava in forme che erano peculiari di un paese ancora arretrato con un’economia mista e un governo con poca capacità di controllare milioni di burocrati. I governi locali, per esempio, tenevano quelle che erano chiamate “piccole tesorerie”, fondi neri pieni di tasse, multe e imposte non autorizzate estratte da residenti e imprese. Poiché i regolatori centrali esercitavano una scarsa supervisione sui bilanci locali, l’appropriazione indebita proliferava. Così come la piccola corruzione, dato che la classe emergente di imprenditori privati era costretta a pagare i burocrati locali per superare la burocrazia. Anche multinazionali giganti come McDonald’s non sono state risparmiate; ad un certo punto, le agenzie locali hanno imposto ai suoi ristoranti di Pechino 31 tasse, la maggior parte delle quali illegali. Nelle campagne, tale corruzione ha portato a diffuse lamentele sugli oneri sostenuti dai contadini, scatenando proteste in tutta la Cina rurale.

Poi è arrivata la repressione di piazza Tienanmen nel 1989, che ha inferto un colpo devastante al movimento di riforma. A quel punto, la Cina avrebbe potuto facilmente ritornare al maoismo. Invece, Deng riaccese le fiamme del capitalismo attraverso il suo famoso “tour del sud” nel 1992, prima di passare il testimone al suo successore, Jiang Zemin. La nuova leadership ha portato le parziali riforme di mercato di Deng negli anni ’80 al livello successivo. La promessa di Pechino di stabilire “un’economia di mercato socialista” può essere suonata vuota a molte orecchie occidentali, ma ha presto scatenato una rivoluzione istituzionale.

Per certi versi, questo periodo post-Deng può essere paragonato all’Era Progressista degli Stati Uniti. Pechino ha smantellato gli elementi chiave della pianificazione centrale (per esempio, i controlli sui prezzi e le quote di produzione) e ha ridotto drasticamente la proprietà statale nell’economia. Dal 1998 al 2004, circa il 60% dei lavoratori delle imprese statali sono stati licenziati. Contemporaneamente, il governo centrale perseguì coraggiose riforme nel settore bancario, nella pubblica amministrazione, nella finanza pubblica e nella regolamentazione. Questi sforzi hanno posto le basi per una fase accelerata di crescita, ma senza una liberalizzazione politica formale.

Al timone di questa campagna progressista c’era Zhu Rongji, premier della Cina dal 1998 al 2003. Famoso per i suoi discorsi infuocati in cui rimproverava i funzionari locali per la loro inettitudine, Zhu introdusse una vasta gamma di riforme amministrative. Pechino consolidò i conti bancari pubblici per eliminare i fondi neri illegali e controllare meglio le transazioni finanziarie. Spogliò le agenzie governative delle loro attività collaterali per impedire loro di abusare dei loro poteri normativi. E sostituì i pagamenti in contanti di tasse e multe con pagamenti elettronici per evitare che i burocrati estorcessero ai cittadini o rubassero dalle casse pubbliche.

Le riforme hanno funzionato. A partire dal 2000, il numero di casi di corruzione che riguardano l’appropriazione indebita e l’uso improprio di fondi pubblici è sceso costantemente. Anche le menzioni nei media di “tasse arbitrarie” e “estorsione burocratica”, un indicatore della preoccupazione del pubblico per questi problemi, sono diminuite. Non è una sorpresa, quindi, che nel 2011, quando Transparency International chiese agli intervistati cinesi se avessero pagato una tangente per accedere ai servizi pubblici nell’ultimo anno, solo il nove per cento disse di averlo fatto, rispetto al 54 per cento degli indiani e all’84 per cento dei cambogiani. In Cina, almeno nelle aree costiere più sviluppate, le forme di corruzione che ostacolano la crescita erano finalmente sotto controllo.

Pagare per giocare

Tuttavia, è esploso il denaro di accesso. Dopo il 2000, il numero di casi di corruzione è aumentato vertiginosamente, e ha coinvolto somme di denaro sempre più grandi e funzionari di rango sempre più elevato. I giornali pubblicavano servizi di prima pagina sugli scandali di corruzione, pieni di luridi dettagli di decadenza e avidità. Un ex ministro delle ferrovie è stato accusato di aver preso 140 milioni di dollari in tangenti, senza contare gli oltre 350 appartamenti che gli erano stati dati. Il capo di un istituto di credito statale avrebbe tenuto un harem con oltre 100 amanti ed è stato arrestato con tre tonnellate di denaro nascoste nella sua casa. Un capo della polizia di Chongqing aveva accumulato una collezione museale privata che includeva preziose opere d’arte e uova di dinosauro fossilizzate.

Perché era esploso il denaro d’accesso? Perché le riforme che la Cina ha adottato non hanno diminuito il potere dello Stato sull’economia, ma lo hanno cambiato. Mentre negli anni ’80, il ruolo primario dei funzionari pubblici era quello di pianificare e comandare, nell’economia capitalista globalizzata degli anni ’90, hanno acquisito nuove funzioni: attrarre grossi progetti di investimento, prendere in prestito e prestare capitali, affittare terreni, demolire e costruire ad un ritmo frenetico. Tutte queste attività hanno dato ai funzionari nuove fonti di potere che prima erano impensabili in un sistema socialista.

Il cambiamento può essere ricondotto a un problema apparentemente oscuro: uno squilibrio fiscale tra il governo centrale e i governi locali. Nel 1994, come parte della loro spinta modernizzatrice, Jiang e Zhu avevano ricentralizzato le entrate fiscali, mantenendo la parte del leone a Pechino e riducendo drasticamente la quota trattenuta dagli enti locali. I governi locali sono stati lasciati in difficoltà finanziarie nonostante dovessero far fronte alla continua pressione per promuovere la crescita e fornire servizi pubblici. Così fu trovata una fonte alternativa di reddito: la terra. Tutta la terra in Cina appartiene allo stato e quindi non può essere venduta, ma il diritto di usarla può essere dato in affitto. Pechino ha permesso ai governi locali di affittare questi diritti a imprese al fine di aumentare le entrate.

Xi sta sopprimendo l’energia dal basso che detiene la chiave per risolvere gli attuali problemi della Cina.

Da quel momento in poi, l’esercito di funzionari locali cinesi si è allontanato dall’industrializzazione e ha marciato verso l’urbanizzazione. Invece di fare affidamento sulla produzione come motore primario della crescita, i governi locali hanno rivolto la loro attenzione ad affittare terreni agricoli agli imprenditori immobiliari per uso residenziale e commerciale. Nei due decenni dopo il 1999, l’ammontare delle entrate raccolte attraverso l’affitto dei diritti di terra è cresciuto di oltre 120 volte. Gli imprenditori immobiliari hanno guadagnato molto da questo accordo, realizzando rendite esorbitanti dopo aver preso in affitto terreni agricoli a prezzi stracciati e averli trasformati in sfarzosi progetti immobiliari. In un caso riferitomi da un burocrate, il valore di un appezzamento di terreno è aumentato di 35 volte semplicemente perché è stato convertito dall’uso rurale a quello urbano.

I funzionari locali che controllavano i diritti sulla terra beneficiavano anche se stessi, accettando grosse tangenti per aiutare i loro amici ad assicurarsi i lotti pregiati. Hanno aiutato i costruttori a truccare le aste per comprare terreni a basso costo, e hanno utilizzato il potere dello stato per accelerare artificialmente il processo di urbanizzazione. I funzionari locali hanno stipato i contadini in appartamenti suburbani per liberare la terra rurale, e hanno investito pesantemente in infrastrutture urbane, come reti elettriche, servizi pubblici, parchi e trasporti, per aumentare il valore dei nuovi complessi.

Tutte queste nuove infrastrutture furono finanziate non solo attraverso la vendita dei diritti sulla terra, ma anche attraverso prestiti. La legge proibiva ai governi locali di gestire i deficit di bilancio, ma i funzionari aggirarono questa regola creando società sussidiarie conosciute come “veicoli di finanziamento del governo”. Queste entità prendevano prestiti per raccogliere denaro, che i funzionari poi usavano per finanziare le loro infrastrutture preferite e i progetti di costruzione.

È stata questa duplice fonte di credito, l’affitto di terreni e il prestito di denaro, che ha finanziato il massiccio boom delle infrastrutture in Cina. Tra il 2007 e il 2017, il paese ha più che raddoppiato la lunghezza delle sue autostrade, da 34.000 miglia a 81.000 miglia – “abbastanza per fare il giro del mondo più di tre volte”, si vantava un sito web del governo. La costruzione di metropolitane è stata altrettanto frenetica. La Cina ora vanta otto delle 12 metropolitane più lunghe del mondo.

Anche se ha messo il turbo all’urbanizzazione della Cina, il boom delle infrastrutture ha generato nuovi rischi. I governi locali e i loro veicoli di finanziamento hanno accumulato debiti crescenti. Anche i regolatori centrali non conoscevano l’entità di queste passività fino al 2011, quando condussero la loro prima verifica, che trovò che i governi locali avevano preso in prestito circa 1,7 trilioni di dollari. Nonostante i ripetuti editti di Pechino contro l’indebitamento, i debiti locali continuarono a crescere, raggiungendo i 4 trilioni di dollari nel 2020, quasi equivalenti al totale delle entrate dei governi locali in quell’anno. Questa è la bolla che molti temono possa scoppiare.

Per capire il matrimonio tra crescita e corruzione, considerate il caso di un funzionario di nome Ji Jianye. Nel 2004, Ji divenne segretario del partito di Yangzhou. Riposizionando la città come un sito turistico storico, lanciò una massiccia campagna di demolizione e costruzione che gli valse il soprannome di “Bulldozer Ji”. Questi sforzi diedero i loro frutti: i media acclamarono Ji per aver fatto rivivere la città, le Nazioni Unite riconobbero la sua città con un premio, il turismo fiorì e il prezzo degli immobili di lusso salì alle stelle. Nel 2010, Ji venne trasferito ad un incarico più importante: sindaco di Nanchino, una capitale provinciale.

Ma come gli investigatori avrebbero scoperto più tardi, Ji condivideva direttamente i profitti dei suoi ambiziosi progetti di riqualificazione urbana. Come altri burocrati cinesi, il suo stipendio ufficiale era molto basso; il suo vero compenso proveniva dai contributi aziendali. In una città sottoposta a una massiccia ricostruzione, Ji dirigeva quasi tutti i contratti governativi a una società di costruzioni privata chiamata Gold Mantis, di proprietà di suoi amici di lunga data, che lo ripagava sotto forma di tangenti. Durante il mandato di Ji a Yangzhou, i profitti della società sono cresciuti di 15 volte in soli sei anni, e quando la società è stata quotata in borsa, Ji ha ricevuto una percentuale delle azioni.

Il giro di vite di Xi è solo un pretesto per epurare i suoi nemici o uno sforzo genuino per ridurre la corruzione?

Storie come quella di Ji suggeriscono che le rappresentazioni dello stato cinese come predatore o rapace non colgono la vera natura del suo capitalismo clientelare. Ji si è riempito le tasche, ma ha anche trasformato con successo Yangzhou. Negli ultimi decenni, ci sono stati molti funzionari come lui, leader che sono corrotti ma che forniscono anche commercio, infrastrutture e servizi pubblici. A differenza dei politici di altri paesi che semplicemente rubano al pubblico o mettono ostacoli sulla strada degli imprenditori, questi funzionari raccolgono tangenti rendendo più facile, non più difficile, per i capitalisti fare affari.

Niente di tutto questo è per dire che il denaro di accesso è buono per l’economia. Al contrario, come gli steroidi, causa una crescita squilibrata e artificiale. A causa del potere dei funzionari cinesi sulla terra, la collusione tra le imprese e lo stato ha incanalato investimenti eccessivi in un settore particolare, quello immobiliare, che offre ineguagliabili guadagni per le persone politicamente connesse. Come risultato, le imprese cinesi hanno incentivi perversi a spostare i loro sforzi dalle attività produttive, specialmente la produzione, verso investimenti speculativi. Alcune compagnie ferroviarie statali e imprese della difesa, per esempio, ora trovano che le loro attività di investimento immobiliare siano più redditizie delle loro attività principali. Pechino riconosce la minaccia che pone un tale spostamento: nel 2017, ha emesso un avvertimento contro “l’abbandono delle attività produttive per quelle speculative”.

L’accesso al denaro esacerba anche la disuguaglianza. Nel mondo degli affari, i capitalisti con legami politici possono facilmente assicurarsi contratti governativi, prestiti a basso costo e terreni scontati, cosa che dà loro un enorme vantaggio sui loro concorrenti. Nella società in generale, i super-ricchi si accaparrano appartamenti di lusso come forma di investimento, mentre gli alloggi urbani rimangono fuori dalla portata di molti cinesi comuni. Il risultato è una situazione perversa in cui la minoranza di cinesi che possiede case spesso non ci vive e la maggioranza che ha bisogno di case non può permettersele.

Nel 2012, Xi assunse il comando in circostanze inquietanti. Il partito stava affrontando il suo più grande scandalo politico in una generazione: Bo Xilai, un membro del Politburo un tempo visto come un concorrente per la posizione di vertice, era stato destituito dai suoi incarichi e sarebbe stato presto arrestato con l’accusa di corruzione e abuso di potere. Questo non era uno scandalo di corruzione qualsiasi. Bo, figlio di un importante leader del Partito Comunista Cinese, era anche implicato nell’omicidio di un uomo d’affari britannico, e si diceva che stesse tramando un colpo di stato contro Xi.

Questo drammatico episodio ha sicuramente contribuito a formare la visione del mondo di Xi, imprimendo in lui un profondo senso di insicurezza non solo sul futuro del partito ma anche sulla sua stessa sopravvivenza. Per Xi, la sfacciataggine di Bo rivelò che l’accesso al denaro in un’economia sovradimensionata aveva creato fazioni d’élite molto più potenti di quelle con cui qualsiasi leader precedente aveva dovuto confrontarsi. E per il pubblico cinese, la caduta di Bo ha offerto una rara occhiata al mondo della collusione tra stato e affari e ai sontuosi stili di vita dell’élite politica.

Era ormai chiaro che la Cina era piena di corruzione, disuguaglianza, decadenza morale e rischio finanziario. Dall’inizio delle riforme di Deng, il partito aveva sollevato con successo circa 850 milioni di persone dalla povertà grazie ad una crescita economica sostenuta, ma una piccola minoranza ne aveva beneficiato in modo sproporzionato, in particolare quelli abbastanza fortunati da controllare la proprietà immobiliare. Nel 2012, il coefficiente Gini della Cina (una misura della disuguaglianza di reddito, dove zero rappresenta la perfetta uguaglianza e uno la perfetta disuguaglianza) ha raggiunto lo 0,55, superando la cifra degli Stati Uniti che era di 0,45. Questa è stata una caratteristica particolarmente stridente per un paese nominalmente comunista. Un uomo d’affari di Shanghai mi ha descritto il trauma in questo modo: “Quando sono cresciuto, i libri di testo cercavano di convincerci della decadenza del capitalismo mostrando un’immagine degli animali domestici dei ricchi americani che godevano dell’aria condizionata, un lusso che pochi cinesi sognavano di avere a quei tempi. Oggi, il cane del mio vicino beve solo Evian”.

Non c’è da stupirsi che Xi abbia scelto di definire la sua eredità combattendo due battaglie chiave: una contro la corruzione e l’altra contro la povertà. Nel suo discorso inaugurale al Politburo, Xi non usò mezzi termini sulla minaccia rappresentata dalla saga di Bo. “La corruzione rovinerà il partito e lo stato”, dichiarò. Da allora, ha lanciato la più lunga e ampia campagna anticorruzione nella storia del partito. Nel 2018, sono stati sanzionati ben 1,5 milioni di funzionari. A differenza delle precedenti campagne anticorruzione, questa non sta epurando solo i funzionari di basso livello, ma anche quelli di alto livello – “mosche” e “tigri”, nelle parole di Xi.

Xi, nel suo tentativo di porre fine al capitalismo clientelare, sta facendo rivivere il sistema di comando.

Il giro di vite di Xi è solo un pretesto per epurare i suoi nemici o uno sforzo genuino per ridurre la corruzione? La risposta è: entrambe le cose. Non sarebbe sorprendente se Xi avesse usato la campagna per rimuovere coloro che rappresentano una minaccia personale, compresi i funzionari che sono stati presumibilmente collegati a un complotto per rovesciare il suo governo. Ma ha anche deciso di rafforzare l’etica burocratica – per esempio, emettendo una lista di otto regolamenti che proibiscono “stravaganze e pratiche di lavoro indesiderabili”, come bere sul lavoro. La sua campagna è stata anche notevolmente approfondita, estendendosi oltre gli uffici pubblici alle aziende statali, alle università e persino ai media ufficiali. Un brusco calo nella vendita di beni di lusso dopo l’inizio della campagna suggerisce una limitazione temporanea della corruzione e del consumo appariscente. Ma le percezioni dei cittadini cinesi sono state contrastanti. Mentre molti sono impressionati dalla forte repressione, altri sono scoraggiati dai grotteschi dettagli dell’avidità che le indagini sulla corruzione hanno rivelato. Inoltre, la campagna potrebbe non fare molto per la disuguaglianza. Secondo le statistiche del governo cinese, anche se il coefficiente di Gini del paese è sceso continuamente dall’anno in cui Xi è entrato in carica al 2015, da allora è tornato a salire.

È troppo presto per dire se la campagna di Xi abbia sostanzialmente ridotto la prevalenza del denaro di accesso. Ma due cose sono chiare. Primo, la vigorosa campagna di Xi ha messo in allerta i funzionari. La mia analisi di una coorte di 331 capi di partito di città ha scoperto che il 16% di loro è stato rimosso per corruzione tra il 2012 e il 2017, un alto tasso di turnover che dovrebbe dare ai leader locali una buona ragione per tenere a freno la corruzione. In secondo luogo, l’unico predittore significativo del fatto che i funzionari siano sopravvissuti al giro di vite è stato il fatto che il loro patrono – il funzionario che ha supervisionato la loro nomina – sia sopravvissuto. La performance non ha avuto importanza, suggerendo che sotto Xi, il sistema politico è diventato più personalistico che basato sulle regole. In breve, la campagna di Xi ha avuto un bilancio misto. Ha avuto successo nell’incutere timore nei funzionari corrotti, ma non ha rimosso le cause alla radice della corruzione, vale a dire l’enorme potere dello Stato sull’economia e il sistema clientelare nella burocrazia.

La Cina non esiste nel vuoto, naturalmente. Dall’altra parte del Pacifico, anche il suo principale rivale sta vivendo una ripetizione della Gilded Age. Questa volta, la nuova tecnologia con cui gli Stati Uniti sono alle prese non è la potenza del vapore, ma algoritmi, piattaforme digitali e innovazioni finanziarie. Come la Cina, gli Stati Uniti sono afflitti da una forte disuguaglianza. Anche il suo governo teme il contraccolpo populista dei perdenti della globalizzazione, e il paese sta lottando allo stesso modo per conciliare le tensioni tra il capitalismo e il suo sistema politico. In questo senso, il mondo sta assistendo oggi a una curiosa forma di competizione tra grandi potenze: non uno scontro di civiltà ma uno scontro tra due “età dorate”. Sia la Cina che gli Stati Uniti stanno lottando per porre fine agli eccessi del capitalismo clientelare.

Ma i due paesi stanno perseguendo questo obiettivo in modo molto diverso. I mandati di trasparenza, i giornalisti scandalistici e i pubblici ministeri erano ingredienti centrali nella battaglia degli Stati Uniti contro le corruzioni durante l’era progressista; oggi, l’agenda progressista del presidente Joe Biden si basa sul ripristino dell’integrità della democrazia. Xi, d’altra parte, ha scelto di eliminare la disuguaglianza e la corruzione rafforzando il controllo politico.

L’impegno di Xi di sradicare la povertà rurale, per esempio, è stato portato avanti come una campagna nazionale. I pianificatori centrali hanno imposto duri obiettivi ai funzionari locali, e l’intera burocrazia, persino l’intera società, è stata mobilitata per raggiungerli, senza badare a spese. Anche se la causa è nobile, i metodi sono estremi. Gli editti dall’alto fanno pressione sui funzionari locali per eliminare la povertà con un fiat – trasferendo milioni di residenti da aree remote ai sobborghi, per esempio, indipendentemente dal fatto che essi vogliano trasferirsi. Alcuni degli sradicati ora non hanno né terreni agricoli né lavoro.

In modo analogo, la crociata contro la corruzione procede dall’alto verso il basso. Oltre ad arrestare un gran numero di burocrati corrotti, Xi ha esortato i funzionari a dimostrare fedeltà e aderire all’ideologia del partito. Queste misure hanno portato all’inazione e alla paralisi burocratica – “governo pigro”, come dicono i cinesi – con funzionari nervosi che scelgono di non fare nulla, in modo da evitare la colpa, invece di introdurre iniziative potenzialmente controverse. L’insistenza di Xi sulla correttezza politica estingue anche il feedback onesto all’interno della burocrazia. La paura dei funzionari di riferire cattive notizie, per esempio, può aver contribuito al ritardo nella risposta tempestiva della Cina all’epidemia di COVID-19.

Non doveva andare così. La Cina avrebbe potuto prendere una strada diversa nella sua ricerca di controllo della corruzione. Prima di Xi, infatti, il paese stava facendo progressi costanti verso una governance aperta. Alcuni governi locali stavano aumentando la trasparenza e cominciavano a sollecitare il contributo del pubblico sulle politiche. Nonostante i vincoli della censura, giornali investigativi come Caixin e Southern Weekend scoprivano regolarmente scandali che spingevano alle riforme. Diverse località hanno sperimentato la segnalazione dei beni e dei redditi dei funzionari governativi, una mossa sostenuta dagli attivisti legali; nel 2012, i regolatori centrali hanno considerato di trasformare questi esperimenti in una legge nazionale. Tuttavia, non appena è iniziata la campagna anticorruzione di Xi, questi sforzi dal basso sono stati soffocati e il governo ha rafforzato il suo controllo sulla società civile.

Per molti versi, la centralizzazione del potere personale di Xi lo ha messo in una posizione eccezionale per sfidare gli interessi acquisiti e portare avanti riforme difficili. Potrebbe ridurre il controllo monopolistico delle imprese statali e dare potere alle aziende private, che, a partire dal 2017, hanno rappresentato più del 90% dei nuovi posti di lavoro creati. Un forte settore privato accelererebbe il tipo di crescita ad ampio raggio che riduce la disuguaglianza. Oppure Xi potrebbe correggere lo squilibrio fiscale tra il governo centrale e i governi locali, in modo che questi ultimi non siano costretti ad affittare terreni e prendere in prestito denaro per aumentare le entrate. Potrebbe anche snellire le crescenti richieste imposte dai pianificatori centrali ai governi locali, una mossa che ridurrebbe la loro necessità di esercitare il potere normativo e alleggerirebbe le loro pressioni di bilancio.

Eppure Xi ha mostrato poco interesse per queste riforme. Invece, nel suo tentativo di porre fine al capitalismo clientelare, sta facendo rivivere il sistema di comando, lo stesso approccio che ha fallito miseramente sotto Mao. Dopo aver controllato con successo l’epidemia di COVID-19, sembra più convinto che mai che la mobilitazione nazionale e gli ordini dall’alto sotto la sua leadership di uomo forte siano l’unica strada da seguire. Ma rifiutando un approccio dal basso verso l’alto, Xi sta soffocando l’adattabilità e l’imprenditorialità della Cina – le stesse qualità che hanno aiutato il paese a navigare attraverso così tanti ostacoli nel corso degli anni. “È come andare in bicicletta”, mi ha detto una volta un funzionario. “Più stretta è la presa sui manubri, più difficile è l’equilibrio”.

(*) YUEN YUEN ANG è professore associato di scienze politiche all’Università del Michigan e autore di China’s Gilded Age: The Paradox of Economic Boom and Vast Corruption.

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