In ricordo di B. Ramazzini, padre della medicina del lavoro – Vito Totire

Riceviamo e volentieri postiamo queste riflessioni di Vito Totire sul grande studioso Bernardino Ramazzini e l’attualizzazione della sua lezione, pubblicate sul blog del Barbieri – https://www.labottegadelbarbieri.org/bernardino-ramazzini-la-medicina-del-lavoro-fra/

Ramazzini (1633-1714) è stato il primo medico a ricercare in modo metodico negli ambienti di lavoro le cause delle malattie dei lavoratori; a discutere se quelle cause potevano essere rimosse o, almeno, attenuate; a “studiare la morbilità degli abitanti che vivono nelle vicinanze dei luoghi di lavoro, perché molte volte la loro morbilità è provocata da quelli(vi fischiano le orecchie?); e a fissare il principio fondamentale della prevenzione primaria cui dovrebbe attenersi la medicina come scienza: prevenire le malattie, “essendo di gran lunga più importante preservare che curare, così come è meglio prevedere la tempesta ed evitarla piuttosto che uscirne incolumi”.

La sua indagine sulle malattie dei minatori, dei doratori, dei ceramisti, dei vasai, degli stagnai, dei fabbricanti di specchi, dei fabbri, dei pittori, di coloro che svuotano le fogne (è osservando proprio uno di loro che Ramazzini fu spinto ad iniziare la sua indagine sui mestieri), dei tintori, dei conciatori, delle levatrici, delle nutrici, delle lavandaie, delle tessitrici e dei tessitori, dei facchini, dei marinai, dei falegnami, dei ramai, dei contadini, dei pescatori, ed altri ed altri ancora, riempie di ammirazione a distanza di secoli. Ed è ricchissima di spunti e di sollecitazioni per le ricerche e le battaglie di oggi – quando il capitalismo globale condanna a morte ogni anno più di due milioni di proletari e proletarie per ‘incidenti’ sul lavoro o malattie professionali.

Altrettanto prezioso è il suo abbozzo di “epidemiologia ambientale” che è espresso in modo particolarmente felice nella sua “Orazione XIII” del 1711 sulla “epidemia contagiosa bovina che si è manifestata nella campagna padovana e poi in quasi tutto il territorio della Repubblica Veneta”. In tempi in cui abbondano medici ciarlatani e ciarlatani che sdottoreggiano in materie che non conoscono, “esperti” di stato e di mercato, e critici inesperti uniti dalla totale noncuranza verso le cause della attuale epidemia e dalla concentrazione sui diversi “miracolosi rimedi” (ognuno ha i suoi, e tutti se ne fottono dell’indagine sulle cause), il richiamo agli autentici maestri è salutare.

[Esiste una bella edizione delle sue Opere, in una lingua italiana, elegante e accessibile, a cura di F. Carnevale, M. Mendini e G. Moriani, Firenze Libri, 2007]

Nell’era dello smart working e dei riders, possiamo sempre dirci ramazziniani

Nell’anniversario della nascita (4 ottobre 1633) un evento catastrofico verificatosi a Carpi fa meditare su quanto l’opera e l’insegnamento di Bernardino Ramazzini siano stati trascurati; pluricitato nominalmente, ma quasi solo dai medici del lavoro, tuttavia non studiato abbastanza a fondo, Ramazzini è considerato ed è il fondatore della “medicina del lavoro”, scienza eminentemente di carattere preventivo anche se spesso ha ceduto purtroppo il passo agli interventi del “giorno dopo” di tipo risarcitorio o “terapeutico”. Difficile definire un profilo socio-politico compiuto di Ramazzini; le notizie sul personaggio sono scarne ; il Dizionario generale di cultura di A . Brunacci della Società editrice internazionale, Torino 1928, dice appena “Ramazzini (Bernardo) … di Carpi morto a Padova 1714. Oltre molte opere di medicina scrisse un centone latino con versi di Virgilio intitolato De bello siculo, dedicato a Luigi XIV.”

A parte l’omaggio al “re sole”, difficile da decodificare, Ramazzini parte da una intuizione geniale, possiamo dire anticipatrice dell’illuminismo ed anche materialistica; in un momento storico in cui la malattia è da molti considerata una calamità di origine ignota e difficile da gestire se non con il ricorso alla protezione divina (con i suoi rappresentanti in terra che potevano essere anche i monarchi; ricordiamo la “favola” dei re francesi capaci di guarire la scrofola con la sola apposizione delle mani sul malato), Ramazzini – nonostante il citato omaggio a Luigi XIV – rompe con l’oscurantismo dell’epoca e individua nelle attività lavorative un importante fattore di rischio che può pregiudicare la speranza di vita e di salute degli “artigiani” (traduzione letterale dal latino “artificorum”) cioè del lavoratori; ma non è solo una solidissima osservazione scientifica sulla eziologia, la questione ancora più “sorprendente” è che qualcuno rivolga, in maniera così forte e sistemica, la sua attenzione alla salute dei lavoratori; forse è questa la maggiore rivoluzione culturale e politica di Ramazzini. Né, a proposito di sorpresa, possiamo dimenticare che ancora 150 anni dopo la morte di Ramazzini, il “clima” predominante nella cultura medica europea causò l’ostracismo e l’internamento in manicomio di Semmelweis, il medico ungherese “reo” di aver scoperto (1847) la causa infettiva della strage di puerpere ben facilmente prevenibile con l’igiene delle mani.

Ramazzini prende in meticolosa rassegna tutti i profili professionali dell’epoca: dal “beccamorto” allo scrivano, al soldato di ventura, delineando tutti i possibili “esiti” delle attività lavorative sia sul piano fisico che su quello psicologico; è relativa ai mercenari svizzeri una delle sue più acute osservazioni: la “umvehe”, un sentimento di potente nostalgia (della casa, della pace domestica) che si traduce in una condotta che gli “alienisti” dell’800 chiameranno “catatonia”; ma la catatonia, in battaglia, significa paralisi, esposizione al nemico e morte certa; alle reazioni psico-traumatiche ed alle depressioni dei soldati di ventura presta grande attenzione una recentissima mostra tenutasi nel cantone svizzero Nidvaldo che, tuttavia, deduciamo dai commenti della stampa (Andrea Cionci, Il Resto del Carlino), pare non aver citato questa antica osservazione di Ramazzini la quale, in verità, richiama comunque alla mente un grande arco di fonti letterarie e scientifiche (da E. Maria Remarque al DPTS-disturbo post-traumatico da stress di recente entrato nella nosografia della psichiatria “ufficiale”). Purtroppo, è noto, dalla “semplice” sordità ai drammatici e devastanti tumori professionali, le terapie possono poco e, a volte, nulla.

La medicina del lavoro ha fortemente influenzato la strategia politica fondata sul criterio “è meglio prevenire che curare”; il messaggio di Ramazzini orientato alla conoscenza ed alla prevenzione rimane dunque – dopo ben quattro secoli – la strada maestra; solo nel 1994 l’analfabetismo opportunista dei padroni ha cominciato ad essere scalfito dall’obbligo di redigere la valutazione dei rischi, un documento scritto (DVR) che deve valutare e descrivere i rischi occupazionali individuando contestualmente le misure organizzative per eliminarli alla fonte o, se ciò non è tecnologicamente fattibile, per ridurli al minimo; l’obbligo era implicito nell’attività imprenditoriale da sempre, fin dai tempi del codice civile e, successivamente, è stato più letteralmente esplicitato a partire dai DDPPRR 303/1956 E 547/1955; di fatto, tuttavia, la valutazione del rischio era aleatoria e poiché “verba volant sed scripta manent”, dopo circa 300 anni dalla morte di Ramazzini, il legislatore si è “ricordato” di introdurre l’obbligo di una valutazione scritta; ma il primo precedente storico del DVR, oggi finalmente obbligatorio”, è PROPRIO il trattato del medico carpigiano.

Cosa ci ispira l’opera di Ramazzini oggi? Non hanno attinto molto alla sua opera quei sindaci di Carpi che hanno consentito che un “piccolo” tornado facesse volare via a distanza di kilometri (dicono le cronache), e come proiettili, i frammenti di fibrocemento della copertura dell’Areoclub; non basta patrocinare convegni alla memoria; bisogna apprendere e operare, non limitarsi ai salamelecchi o ai pellegrinaggi alla tomba del maestro (seppellito in una chiesa di Padova); né si sono ispirati a Ramazzini i gestori dell’acqua “potabile” di Carpi che ha registrato il picco di fibre di amianto di tutta la regione E-r (se contate con la microscopia SEM, in TEM c’è di peggio… ma ne parleremo in futuro).

Avendo tempo e pazienza si potrebbe riscrivere un “De morbis artificorum diatriba” in chiave moderna/contemporanea e non è escluso che lo si possa fare; aprire il file è facile, anzi, dietro la sollecitazione dell’amico/compagno e “blogger d’acciaio” Daniele Barbieri, lo ho già fatto; il filone di ricerca lo possiamo chiamare Trattato delle malattie dei lavoratori nell’era dello smart working; alle figure storiche e tradizionali del mondo del lavoro se ne stanno sostituendo altre inserite in contesti organizzativi sempre costrittivi, ma spesso anche palesemente schiavistici. E allora nel nuovo “ ramazziniano” TRATTATO dobbiamo citare e descrivere nell’ambito di quella trasformazione dell’organizzazione del lavoro che alcuni esperti (F. Barbetta, La città futura, n. 354 del 27.9.2021) definiscono “uberizzazione”, e che è connotata da livelli di costrittività ed invasività del tempo di vita maggiori della organizzazione fordistica-tayloristica: i riders, i lavoratori con partita iva, i lavoratori dei call center, gli addetti alla logistica, gli autotrasportatori, gli immigrati in agricoltura, gli addetti agli allevamenti bovini e alla macellazione, i lavoratori della gig-economy, gli addetti alla censura nel web (una indagine riferisce che si tratti di una coorte di poche centinaia di persone a livello mondiale esposte ad un elevato rischio di DPTS in quanto, tra i loro compiti, c’è quello di aiutare gli algoritmi a “tagliare” immagini e contenuti inaccettabili che potrebbero offendere o sconvolgere gli utenti: sono cioè lavoratori esposti a visioni estremamente disturbanti e anche cruente); verte su questo gruppo di lavoratori (anche precari) un libro di Jacopo Franchi, Gli obsoleti, il lavoro impossibile dei moderatori di contenuti, edito da Agenzia X.

Ognuna delle attività citate è peraltro suscettibile di evolvere velocemente e comunque di indurre disagi sia nella sfera fisica che, forse più spesso, psichica; pensiamo allo smart working, negato da organizzazioni lavorative autoritarie prima del covid e dilatatosi con l’epidemia; ora i lavoratori vengono “richiamati” all’ovile, come pecorelle, per essere riincollati alla loro postazione poiché, evidentemente, le organizzazioni preferiscono il “controllo” fisico alle scelte di tipo ergonomico.

Come abbiamo detto, pluricitato ma poco approfondito, Ramazzini è stato pure “cavalcato” da tanti che potremmo definire propagatori di fake news ante litteram come il tale abate Chiari che (una copia del libro è presente presso l’Archiginnasio di Bologna) in una delle edizioni di primo ottocento del “Trattato”, inserisce una sua personale e lunga premessa sull’uso “terapeutico” delle feci animali nella cura delle malattie umane; non era ancora diffuso, all’epoca, il principio della “medicina basata sulle evidenze…”, né era stato ancora fondato l’Istituto Cochrane… Altri hanno adottato, coerentemente, la immagine e la storia di Ramazzini proiettandola nel presente, in primis l’Istituto Ramazzini di Bologna fondato da Cesare Maltoni che lavora a cavallo delle contraddizioni del recente passato ancora in corso (amianto, cancerogeni occupazionali, glifosato, ecc. ecc.) e del futuro (5 G).

Ebbene possiamo e dobbiamo dirci ramazziniani, dobbiamo dare continuità alla intuizione seicentesca del “maestro”, e aggiornarla con la osservazione e lo studio degli “artefici” di oggi, non “descrivendoli e catalogandoli”, ma costruendo con loro i “gruppi omogenei” e usando gli storici criteri della “non delega” (ai tecnici) e della “validazione consensuale”; solo così potremo sperare di raggiungere una condizione, per tutti, di “benessere lavorativo”. Come ebbe a dire Primo Levi : “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amore per il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta delle felicità sulla terra”.

Ma per amare il proprio lavoro, questo deve essere salubre per il fisico e per lo spirito e consentire a tutti di tornare ogni sera a casa, magari un po’ stanchi, ma incolumi, e magari anche di buon umore.

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