La condanna di Mimmo Lucano: giustizia di classe, razzismo di stato

Mimmo Lucano ci è sempre stato simpatico, per la sua inventiva e il suo coraggio nell’aggirare e violare le leggi e i regolamenti, italiani ed europei, pur di creare a Riace un contesto di solidarietà con i richiedenti asilo, gli immigrati e le immigrate etiopi, rumeni, afghani e di altre nazionalità.

A maggior ragione lo è ora che il tribunale di Locri gli ha scagliato addosso una condanna di 13 anni per associazione a delinquere, proprio mentre altri magistrati assolvevano la quasi totalità della dirigenza bancarottiera di Banca Etruria, e a pochissimi giorni di distanza dall’assoluzione di alcuni protagonisti di medio rango degli intrecci stato-mafia (i più grossi erano già stati messi al riparo). Due facce della stessa macchina della giustizia di classe.

Nessuna simpatia politica, invece, abbiamo mai avuto per il circo dei suoi sostenitori, che ha cercato di spacciare questa positiva esperienza di cooperazione tra autoctoni e immigrati come la soluzione miracolosa (il “modello Riace”) del fenomeno ben altrimenti strutturale e coriaceo dell’oppressione, super-sfruttamento, discriminazione istituzionale di rifugiati e immigrati “comuni” – che non può certo essere stroncato attraverso la nascita di tante Riace, per la semplice ragione, ora solare anche ai ciechi per scelta, che lo stato (e il capitale) non possono consentirla.

Ed infatti nell’arco di cinque anni lo stato democratico ha provveduto a martellare, criminalizzare, smantellare questa esperienza attraverso ispezioni, relazioni, blocco di fondi, blitz della Guardia di finanza, indagini giudiziarie, l’arresto del “reo confesso”, il divieto di dimora, le luride campagne di stampa orchestrate dai ministri dell’interno pro-tempore (come non ricordare l’attivismo di Salvini nel Conte-1?). Ed ora è arrivato quello che vorrebbe essere, e potrebbe essere, a rigor di legge, il vile epilogo di tutta questa storia.

Tra le cose per noi più ridicole e, dopotutto, odiose di questi giorni c’è il confronto tra la condanna di Mimmo Lucano e quella di Luca Traini, che a Macerata sparò contro sei immigrati, ed è stato condannato a 12 anni. Scandalo!: 13 anni a Lucano, “solo” 12 a Traini. Perché menare scandalo? Dopotutto uno sbandato qualunque come Traini ha cercato di far fuori (senza riuscirci) quei corpi e quelle vite “senza valore” che lo stato italiano e l’Unione europea calpestano quotidianamente; che hanno affondato a decine di migliaia nel mar Mediterraneo e condannato a morte lungo le piste e le strade del Sahara in una strage di stato italiana/europea senza fine. Lo scandalo vero, dovuto alla debolezza del movimento di classe, è un altro: che i mandanti dei Traini e dei Breivik siano in tutta Europa ai loro abituali posti di comando, e che la sanguinosa guerra contro gli emigranti e gli immigrati, mai cessata neppure un istante, si stia perfino intensificando.

Per contro, l’ex-sindaco di Riace ha agito intenzionalmente e in modo continuato in senso contrario al razzismo di stato italo-europeo, violando le leggi, le regole, le prassi democratiche che inferiorizzano e criminalizzano le popolazioni immigrate per farne un esercito di riserva dell’economia legale e “illegale”, il capro espiatorio di tutto ciò che nella società non funziona. Perché avrebbe dovuto essere premiato dai grandi trafficanti di uomini e donne dal Sud del mondo, e dai tutori del loro diritto? Per la sua umanità? Ma dài!

Dalla parte di Mimmo Lucano, quindi. Senza però condividere le sue illusioni sullo stato e la democrazia, che lo hanno messo sotto controllo, vessato e condannato. Convinti più che mai che la lotta al razzismo di stato e di mercato è parte integrante della lotta al capitalismo e alle sue istituzioni, o non è.

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