Conoscerli per combatterli. A proposito di Forza Nuova, Casa Pound e altri neofascisti (III)


Mentre nei teatrini parlamentari va in scena la farsa dello scioglimento, o proposta di scioglimento, o proposta di proposta di scioglimento di Forza Nuova presentata dagli antifascisti di stato, scarseggiano i materiali utili a comprendere ideologia, strategia e tattica politica di questa organizzazione e della galassia neo-fascista, di cui Casa Pound rimane tuttora la componente più forte e influente. Il più che si è letto, in un articolone su Domani del 18 ottobre, riguarda la tattica di “infiltrazione” di Forza Nuova nei salotti della chiesa conservatrice, lefebvriana e oltranzista (da cui peraltro la “chiesa di Francesco” non intende smarcarsi), nelle organizzazioni antiabortiste e anti-gay, tra gli ultras nelle curve degli stadi, ed infine nel movimento “no vax” e, anche, “no green pass”. Ma mentre si indugia parecchio sui business di Fiore&Co. e sui lauti finanziamenti a loro disposizione, poco o nulla si dice circa le loro posizioni e prassi caratterizzanti, e tanto meno ci si occupa di demolirle.

Per questa ragione abbiamo deciso di ripubblicare tre testi che si occupano dell’ideologia e dell’azione politica di questi gruppi e di come combatterli sul terreno – una questione di piena attualità.

Il primo è stato distribuito dalle compagne e dai compagni del Cuneo rosso e del Nur al Congresso mondiale delle famiglie, nella grande manifestazione del 30 marzo 2019 – un congresso al quale fu presente in modo molto organizzato Forza Nuova, che è parte integrante dell’Internazionale oscurantista (o nera) che aveva e ha nell’Amerika trumpiana la sua forza trainante e la sua regia. Si tratta di un testo di propaganda che si misura con la strategia complessiva di questa galassia di organizzazioni nemiche impegnate, a dir loro, in una difesa della famiglia che “è tanto più vomitevole in quanto è sbandierata dai principali distruttori e disgregatori di famiglie attualmente in azione”. Se non ci si confronta a fondo anche con queste tematiche, se le si marginalizza ritenendole secondarie, quali non sono nell’esistenza degli individui e delle classi sociali, non si va lontano. E si lasciano sconfinate praterie sulle quali l’Internazionale nera e i suoi accoliti tricolore possono avanzare indisturbati mietendo successi.

Il secondo materiale (ripreso dal n. 3 di “Il Cuneo rosso”, aprile 2019) riguarda in larga misura Casa Pound, che ha molti elementi in comune con Forza Nuova, ma anche suoi tratti distintivi nella misura in cui appartiene al filone “pagano” del neo-fascismo anziché a quello “bigotto”. Ne emerge la radice profonda e lontana di questa formazione in alcune componenti di quell’MSI che la “Repubblica nata dalla Resistenza” ha legalizzato, nonostante fosse stato fondato da un gerarca della Repubblica di Salò ed avesse tratti evidenti di continuità con il regime mussoliniano. Ed emergono anche l’ambizione di indicare una via di uscita “rivoluzionaria” e “antagonista” alla crisi della civiltà capitalistica occidentale, percepita in tutta la sua drammaticità e in tutte le sue dimensioni, e l’attenzione rivolta agli strati più schiacciati e disgregati del proletariato e del sottoproletariato urbano. La sfida che la rinascita e l’attivismo del neo-fascismo pone, quindi, non è soltanto fisica (di auto-difesa, elemento basilare); è complessiva: ideologica, strategica, politica. Guai a banalizzarne la capacità di attrazione e di manovra, in quanto “alternativa” interamente capitalistica e reazionaria alla gestione democratica delle contraddizioni del sistema. Vale la sentenza di Daniel Guérin: “Solo ridiventando rivoluzionario il socialismo riacquisterà il suo potere di attrazione”.

Il terzo testo, che trovate qui di seguito, colloca il farsi strada di questa melma neo-fascista nel quadro dell’ascesa della destra “sovranista” e “populista” in Europa che oggi appare contingentemente in declino, ma le cui ragioni fondanti sono tutt’altro che superate, e contrappone alle prospettive “sovraniste” ed “europeiste”, e alla propaganda di questa destra – soprattutto in materia di immigrazione e guerra agli immigrati – il nostro internazionalismo, l’anti-fascismo, l’anti-razzismo, l’anti-capitalismo di classe che punta alla “ricomposizione di tutti gli sfruttati in un fronte unico proletario anti-capitalista, internazionale e internazionalista”.

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L’estrema destra “sovranista” e “populista” e il nostro internazionalismo

Il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è di pelle nera. (K. Marx)

Quest’articolo riguarda le formazioni “populiste” e “sovraniste” di estrema destra in Italia e in Europa, il loro orizzonte politico-ideologico, la loro natura razzista e anti-proletaria. Impossibile parlare in dettaglio di questa eterogenea galassia1. Ci concentriamo sul tratto di fondo dei loro orientamenti: l’agitazione di una lotta tra “nazioni” e “razze” grazie a cui i lavoratori autoctoni potrebbero recuperare terreno sul piano delle loro condizioni materiali e spirituali, d’amore e d’accordo con le classi dominanti. Cercheremo di mostrare come questo richiamo al blocco interclassista, peraltro tipico anche dei sovranisti “di sinistra”, sia un veleno paralizzante che rende lavoratori e masse popolari proni allo sfruttamento e, se necessario, a fare da carne da macello. Diremo che è invece sempre più urgente per i lavoratori tutti – donne, uomini, bianchi, neri, vecchi, giovani, musulmani, atei o cristiani etc. – rendersi conto che sono una classe, e che di lì solo passa la questione del miglioramento materiale e dell’“identità”, e più al fondo la grande questione del “superamento” della società del capitalismo, della rivoluzione socialista.

La rinascita dell’estrema destra

Il trentennio neoliberista ha visto rinascere l’estrema destra un po’ ovunque in Europa. Dalla marginalità in cui era relegata – salvo eccezioni, pensiamo all’italiano MSI -, l’estrema destra ha aggressivamente ripreso il centro della scena, riconquistando larghi strati della cara vecchia piccola borghesia e guadagnando consensi anche tra proletari e sottoproletari; sicché:

l’«elettorato dei partiti di estrema destra sorti negli ultimi anni è sideralmente lontano da quello dei partiti fascisti così come dei partiti conservatori: la prevalenza di operai ma anche di lavoratori autonomi, di giovani e di residenti nelle periferie urbane degradate delinea un profilo sociale inedito, per certi aspetti simile a quello tradizionale dei partiti socialdemocratici, salvo per l’assenza del ceto medio impiegato nel settore pubblico»2.

Un’analisi, questa, accettabile purché non si voglia presentare questi partiti come una riedizione dei vecchi partiti “operai”-borghesi che raccoglievano comunque la parte più combattiva della classe lavoratrice – il che non si può certo dire delle destre estreme attuali. La demolizione di decenni di conquiste economiche e sociali proletarie e la connessa fine del riformismo sindacale e politico sono lo sfondo della rinascita dell’estrema destra. Questo nel mentre avvenivano epocali trasformazioni nel mercato e nell’organizzazione del lavoro, che sono andate ben oltre la dimensione materiale investendo la mentalità stessa di chi vive del proprio lavoro3. Il rovinoso collasso del «modello socialdemocratico», che aveva «significato per il proletariato una rinuncia alla rivoluzione sociale in cambio di garanzie sociali»4, ha determinato un forte disorientamento, alimentando sfiducia e paura tra i lavoratori più anziani, e spingendo i giovani all’individualismo. Questo insieme di processi ha preparato il terreno alla propaganda di estrema destra, la cui forza sta certo nella capacità di diffusione con media vecchi e nuovi5, ma anche, e soprattutto, nella capacità di dare una prospettiva generale, nello stesso tempo materiale e ideale, a lavoratori e disoccupati allo sbando. Così, se ancora nei primi ’70 il Front National ed i Partiti del progresso danese e norvegese avevano una connotazione neoliberista, gli stessi hanno presto cambiato il tiro miscelando gli slogan securitari e razzisti con la rivendicazione ‘sociale’ di un welfare per soli figli della sacra patria6. Hanno capito che potevano sfondare a sinistra con il sempre utile nazional-socialismo.

E hanno sfondato, effettivamente. Emblematico il successo del Front National nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie, ed in primis nella roccaforte di Hénin-Beaumont, dove «Marine Le Pen è stata eletta al consiglio comunale e poi al Parlamento regionale, e nel maggio 2012, in vista delle elezioni presidenziali, il Front National ha preso percentuali altissime: il 35% contro la media nazionale del 18-20%. Nei comuni limitrofi, tutti di salda tradizione operaia, i risultati sono stati molto simili, sopra al 30%»7. In quest’area funestata dalla deindustrializzazione, il Front National s’è presentato come vero erede del PCF, dando una patina sociale e riformista ai propri tradizionali contenuti reazionari8. A differenza che nel Sud-est, culla storica dell’estrema destra, a Nord-est il Front National ha infatti sempre dovuto adottare «un registro più sociale, una linea sovranista, “né destra, né sinistra”, perché [doveva] fare breccia in un elettorato popolare dove un tempo era forte la gauche»9.

In sostanza, l’estrema destra si rivolge a piccoli-borghesi, lavoratori, disoccupati – i soggetti più colpiti dalla “globalizzazione” e dalla crisi. Gli promette un rilancio “nazionale” che ne migliorerebbe le condizioni di vita. Li avvicina così alle istituzioni e alle imprese nazionali, in posizione ovviamente subalterna; e, per converso, demonizza l’immigrato come un parassita fonte di ogni male, rivendicando la “preferenza nazionale” nell’accesso al welfare, promuovendo politiche securitarie e calcando significativamente la mano sulla questione identitaria. Contro ogni lettura “post moderna” della crescita dell’estrema destra, tutta schiacciata su presunti “bisogni post-materialisti”, sembra invece che la chiave del successo sia la difesa – falsa e strumentale, ovviamente! – di tangibilissimi bisogni resi tanto più acuti dalla crisi sociale10. Ma indissolubilmente legata a tale azione legata alla ‘materialità’, c’è una sistematica manipolazione delle coscienze e dei sentimenti tale da dare, in apparenza, risposta alla crisi morale e, più a fondo, di senso, cioè di prospettive, in cui anche è sprofondata la classe dei lavoratori. Contro ogni sterile contrapposizione tra elementi materiali e ideali, è importante capire come è proprio la miscela tra propaganda ‘sociale’ e creazione di un nefasto “orizzonte di senso” a rendere pericolosa l’azione dell’estrema destra.

False promesse sociali

La prospettiva ‘sociale’ dell’estrema destra è fuori dalla storia e falsa. Finita l’epoca del compromesso capitale/lavoro, non c’è margine per alcun rilancio di grandi e piccoli gruppi capitalistici nazionali che possa tollerare una qualche ‘garanzia sociale’, che, attingendo alla tradizione, viene spacciata come superamento di capitalismo e socialismo. E, lungi dal temperare la guerra di classe dall’alto oggi in corso, quel che preparano sovranismi e populismi di estrema destra sono in realtà altre lacrime e sangue per chi vive del proprio lavoro. Questo e nient’altro comporta infatti l’acutizzarsi della competizione internazionale espressa dalla torsione neo-protezionista in corso – competizione a cui si vuol arruolare i lavoratori riempiendogli la testa di false promesse, spazzatura razzista e fantasmi identitari.

Esempi? Negli Stati Uniti di Trump una politica «fatta di incremento vertiginoso della spesa bellica, attacco a quel poco di welfare sanitario statale esistente negli Usa, primi dazi protezionistici, formidabili sgravi fiscali per il capitale (i capitali di tutto il mondo), liquidazione di ogni misura ecologica, brutale repressione poliziesca, sdoganamento del razzismo ariano, attacco agli immigrati»11. In Austria la «nuova legge sulla flessibilità dell’orario di lavoro» approvata con l’appoggio dell’estrema destra, sulla cui base «il datore di lavoro potrà […] chiedere di sforare fino a 12 ore il turno giornaliero e fino a 60 quello settimanale, senza essere costretto a giustificarne la ragione»12. Nell’Ungheria dell’ultra-destro Orban, la legge che «innalza da 250 a 400 il monte-ore di straordinario che le imprese possono chiedere agli operai e agli impiegati alle loro dipendenze. Non bastasse questo, la legge prevede che il pagamento delle ore extra possa avvenire entro 3 anni (in precedenza il termine era di un anno)»13. Last but not least, l’Italia di Lega e 5 Stelle, con «la sostanziale conferma delle infinite agevolazioni fiscali al grande capitale varate dai governi precedenti; il largo condono a padroncini, commercianti e professionisti evasori […]; l’abbassamento dell’aliquota fiscale per le nuove imprese fino al 5% per 5 anni, mentre la tassazione minima dei salari operai resta al 23%, quindi aumenta il fiscal drag. E per il biennio 2020-2021 sono previsti l’aumento dell’Iva e altri capitoli della flat tax, di cui curiosamente nessuno parla. Questa politica fiscale ha un inequivocabile segno di classe pro-capitalista»14. Lo stesso vale per il reddito di cittadinanza, che formalizza e fissa una condizione di povertà con l’imposizione di mini jobs sotto-pagati, pena la perdita del sussidio. Sudditanza, dunque.

Alla faccia dell’amore del ‘popolo’, esiste una piena continuità tra le politiche cosiddette sovraniste e quelle varate dai governi europeisti, entrambe anti-proletarie in modo conseguente. Il sovranismo di estrema-destra, così come, del resto, il sovranismo ‘progressista’ non sono un’alternativa all’europeismo; entrambi, infatti, «si muovono nella stessa direzione di fondo: la massima svalorizzazione della forza-lavoro, la massima intensificazione dello sfruttamento del lavoro anche attraverso la liquidazione dell’organizzazione operaia e la massima limitazione possibile del diritto di sciopero»15. La nostra posizione è: né europeismo (comunque declinato), né sovranismo (comunque motivato), due forme di politica capitalistica con lo stesso contenuto di nazionalismo anti-proletario. Unità tra lavoratori autoctoni e immigrati, autonomia di classe, lotta per il socialismo internazionale. E ora dalla prospettiva lunga torniamo all’oggi.

Caratteri e funzione della propaganda di estrema destra

L’estrema destra esalta ogni sorta di presunte comunità interclassiste: popoli, patrie, regioni ecc. Va infatti forte anche l’etno-regionalismo, come nel caso del partito fiammingo Vlaams Belang, o della vecchia Lega. Ma la sostanza è sempre il culto feticistico di una ‘comunità di popolo’ rappresentata, e spesso percepita, come omogenea e dotata di un’identità irriducibile nutrita da virtuosi valori tradizionali come la famiglia, il lavoro, l’autorità, ecc. In continuità con la vecchia tesi del complotto demo-pluto-giudaico-massonico, lo sconquasso sociale che in realtà agita queste ‘comunità’ tutte rose e fiori – uno sconquasso causato dal generale sviluppo e dalle crisi del capitalismo globale – è ascritto alle mene di un élite mondialista intenta ad instaurare il proprio assoluto «dominio tecno-finanziario»16. A giudicare dalla montagna di spazzatura reperibile on-line, simile tesi trova ascolto; la sua ampia diffusione dipende del resto dal suo essere la vera «“sottile linea nera” che collega i populismi di destra, apparentemente non nostalgici, con le estreme destre neofasciste e neonaziste di tutta Europa»17.

La propaganda razzista s’inquadra nella suddetta ideologia complottista. L’immigrazione verrebbe infatti pianificata a tavolino per causare la decadenza materiale e spirituale delle ‘comunità’ – una vera «arma letale»18. È scritto in un blog molto letto de Il Giornale: «L’immigrazione di massa è un piano prestabilito, voluto dall’élite mondiale con lo scopo di creare una sorta di Europa ibrida, priva di radici, d’identità, di storia, abitata da masse indifferenziate funzionali al progetto di dominio economico e finanziario»19. Oppure prendiamo in mano un documento redatto dalla vecchia Lega Nord, intitolato «Padania, identità e società multirazziale»: «L’ideologia mondialista che favorisce l’immigrazione extracomunitaria vuole negare l’esistenza di popoli e nazioni, sostenendo un cosmopolitismo individualista di massa che sgretola le identità e i sentimenti di appartenenza territoriali». Ecco dunque rivendicata la sacra appartenenza identitaria, o «patriottismo», quale estremo baluardo «al progredire degli imperi planetari americano e islamico»20.

Gli immigrati vengono accusati di rubare il lavoro agli autoctoni e di beneficiare di servizi sociali a cui non dovrebbero aver accesso, se solo la politica fosse patriottica. Perché – si domanda – ‘comunità’ lasciate in mutande dalla globalizzazione prima e dalla crisi poi dovrebbero accollarsi questi invasori parassiti e criminali? Costoro, infatti, delinquono, degradano i quartieri, minacciano vecchi e donne21. Per non dire del terrorismo di matrice islamista …

Gli immigrati minerebbero poi l’identità nazionale, culturale e religiosa. Sentiamo Le Pen, allora in corsa per le presidenziali 2017:

I ghetti, i conflitti interetnici, le rivendicazioni comunitaristiche e le provocazioni politico-religiose sono la conseguenza diretta di una immigrazione massiccia che mina la nostra identità nazionale e porta con sé un’islamizzazione sempre più visibile, con la sua sfilza di rivendicazioni. Il comunitarismo è un veleno contro la coesione nazionale.

L’isterico ripudio del “comunitarismo” degli immigrati è ben visibile in Danimarca, teatro di un’escalation di politiche identitarie e securitarie, e di rivolte nelle periferie-ghetto ad alta densità di immigrati: si va dalla legge che autorizza la confisca dei beni degli immigrati ai fini della copertura dei costi dell’“assimilazione”22, alla misura che impone ai figli di immigrati la frequenza di un corso di 25 ore settimanali dedicato ai fondamenti dell’identità danese, pena l’esclusione dal welfare familiare23. Se gli immigrati si “integrano”, li accusano di debolezza, o vigliaccheria, perché non conservano la loro identità24, e li attaccano quali complici del piano di omogeneizzazione culturale ordito dall’élite mondialista. Se non si “integrano”, li accusano, per via del “comunitarismo”, di intaccare la coesione nazionale.

Lavoratori e disoccupati, e anzitutto la loro componente femminile e giovanile, e gli anziani che vivono con pensioni da fame: sono questi i soggetti delle presunte ‘comunità’ investiti dalla crisi, materialmente ed in termini culturali e psicologici, per l’intreccio tra il crollo dell’orizzonte riformista ed il caotico impatto della pedagogia individualista. Nel prospettare, in modo mistificante, una dimensione invece comunitaria, l’estrema destra ha buon gioco a disegnare un orizzonte ideologico in cui il complotto mondialista dell’élite finanziaria e l’immigrato come sua “arma”, spiegano, apparentemente, la crisi sociale e di senso che investe le classi lavoratrici. Nasconde così le radici tutte “di sistema” della crisi, che chiamano in causa lavoratrici e lavoratori di ogni nazione e credo, come classe. E fa di più, la propaganda dell’estrema destra; additando l’avida élite mondialista e finanziaria e i “crimigranti” da essa arruolati come causa esterna di tutti i mali, assolve precisamente il sistema capitalistico, che di per sé, fanno intendere, non avrebbe niente che non va, e ne esaltano infatti il ‘cuore’ buono: la produzione, il ‘lavoro nazionale’, o regionale a seconda dei gusti. Ciò che è in piena continuità con il Mein Kampf, che deviava e canalizzava la rabbia del proletariato tedesco contro le figure demoniache, entrambe di traditori della patria, del finanziere ebreo e dell’ebreo comunista internazionalista.

Altro aspetto. Con l’attribuire i “flussi migratori” – la cosiddetta “invasione” – al fantomatico complotto mondialista ordita dai vari Soros, la destra estrema mistifica le vere cause dell’emigrazione stessa. Spalleggiando di fatto l’opera di disinformazione dei media democratici, la destra estrema oscura cioè l’unica vera invasione in corso, quella compiuta in Africa da imprese, banche, eserciti privati e statuali occidentali25. Guerre telecomandate e alimentate con la vendita di armamenti, spoliazione di risorse naturali con il land-grabbing, cappio del debito estero, sfruttamento inumano della forza-lavoro locale: queste le vere cause dell’emigrazione. Un dibattito pubblico monopolizzato dalla presunta “colonizzazione” dell’Italia e dell’Europa da parte degli emigranti, a scapito dell’informazione sul nuovo assalto imperialista all’Africa, immigrati in Occidente dipinti come fonte di ogni male sociale, assolvendo in pieno l’attuale sistema sociale … A chi giova? Proprio all’establishment, a quell’élite – nazionale e globale – di cui la destra estrema è, a tutti gli effetti, una fedele servitrice. In questo modo “l’anti-mondialismo” di matrice capitalistica, anche se agìto al momento da figure piccolo-borghesi, copre i progetti di espansione globale del “proprio” (e anche dell’altrui) capitale.

Razzismo istituzionale, destra estrema, super-sfruttamento

L’estrema destra – lungi dall’essere la forza anti-sistema che scimmiotta di essere – è in realtà la cinghia di trasmissione tra le masse popolari autoctone del quotidiano lavoro di razzismo istituzionale compiuto dagli apparati statali e mediatici democratici. Alimentando, anche ideologicamente, la “guerra tra poveri”, la propaganda di estrema destra fissa negli stomaci e nelle menti degli sfruttati nostrani un’attitudine razzista, che «divide gli immigrati dagli “autoctoni”, dalla “società”, rappresentandoli come un’entità separata, una componente sociale distinta, verso cui si devono approntare politiche ad hoc e leggi speciali»26. Gli sfruttati nostrani vengono così sospinti nella guerra agli immigrati combattuta a suon di misure repressive e identitarie. Con un unico, pernicioso risultato: il loro consenso, o anche semplicemente la loro passività, la loro indifferenza verso tutto quanto garantisce lo sfruttamento differenziale degli immigrati, rendendo questi più ricattabili, costringendoli a fare concorrenza al ribasso agli autoctoni; i quali, quindi, quando si fanno influenzare, incantare o arruolare dalla propaganda delle destre, non fanno che tirarsi la zappa sui piedi. E i padroni brindano – tutti: padroni globali, nazionali, regionali o provinciali che siano. L’obiettivo ultimo del razzismo di stato esaltato dalla destra estrema non è infatti frenare l’immigrazione. La discriminazione formale e informale degli immigrati li trasforma invece in utile forza-lavoro a diritti zero obbligata ad accettare ogni forma di super-sfruttamento27. E questa svalorizzazione spinta della forza-lavoro immigrata finisce necessariamente con l’investire anche gli autoctoni, perché il mercato del lavoro è un unico sistema di vasi comunicanti.

Questo è il meccanismo oppressivo che si vede in trasparenza dietro i proclami della destra estrema; dietro parole come «Fermare l’immigrazione, rafforzare l’identità francese», contenute nel programma del Front National (2017). Dietro alle minacce di «espulsione automatica», di «riduzione drastica dell’immigrazione legale», ovvero di produzione di massa di immigrati irregolari. Dietro all’invocazione della «lotta contro i finti studenti», o di una «riforma del diritto d’asilo per limitarlo a qualche centinaio di casi l’anno», e del «blocco dei ricongiungimenti». Dietro alla messa in discussione dello Ius soli, all’invocazione del divieto di manifestare per gli immigrati, e per gli autoctoni di solidarizzare, e di pene severe per reprimere il «razzismo anti-francese». Dietro all’«applicazione della priorità nazionale», da realizzare anzitutto nelle aziende prevedendo anche maggiori servizi sociali per i lavoratori patri, ma precisando che – curiosamente – non si vuol certo «mettere in discussione la liceità di un programma di liberalizzazioni»28. Dietro a tutto questo c’è l’intento di rendere gli immigrati ancor più vulnerabili e ricattabili, spingendo giù con loro il valore e la capacità di resistenza della forza-lavoro tutta.

Rompere la trappola della concorrenza al ribasso

La mondializzazione capitalista e in particolare l’emigrazione Sud-Nord causata dall’imperialismo del ventunesimo secolo stanno trasformando a fondo la composizione interna della classe lavoratrice in Occidente. Imprese, banche e Stati occidentali, a guida neoliberista o sovranista poco cambia, sfruttano questa trasformazione per rilanciare il processo di accumulazione mediante la messa in concorrenza tra i lavoratori. Una concorrenza a tutti i livelli; tra paesi e, dentro ogni singolo paese, tra lavoratori autoctoni e immigrati, tra disoccupati e occupati, stabili e precari, maschi e femmine. Il risultato è una crescente svalorizzazione della forza-lavoro, con un incremento di tempi, ritmi e carichi lavorativi a fronte d’una precarietà crescente e di una disoccupazione che va cronicizzandosi29. Più in particolare, mediante il razzismo di stato, potenziato dalla solerte estrema-destra, i lavoratori immigrati vengono costretti a viva forza dentro un meccanismo di concorrenza al ribasso. Gli appelli umanitari più sentiti possono ben poco agli occhi di tutti quei lavoratori autoctoni che – mai quanto gli immigrati, certo! – sono presi in questa “guerra tra poveri”, provano sentimenti di disorientamento e insicurezza, e vengono perciò sedotti dalla propaganda razzista. A preparare il terreno alla diffusione tra gli operai delle tematiche proprie del razzismo istituzionale, hanno inoltre contribuito la pedagogia individualista, aziendalista e corporativista propinata a piene mani da fine anni ’70 sia dal liberismo più aggressivo, sia dalla ideologia liberal-democrazia, ideologie che sono penetrate a fondo nelle strutture dei “grandi” sindacati collaborazionisti. Privati d’un orizzonte di classe, imbevuti di ideologia neoliberista e spremuti a dovere, di fronte all’oggettiva concorrenza (in alcuni ambiti) della forza-lavoro immigrata, un certo numero di lavoratori occidentali si sono “chiusi a riccio” facendosi sedurre dalle forze reazionarie e razziste.

Come rovesciare in concreto questa drammatica spirale? Come già sta avvenendo in piccolo – si pensi al movimento dei facchini nella logistica -, la si può rovesciare attraverso una lotta sindacale e politica unitaria a difesa dei bisogni e della dignità dei lavoratori tutti, senza distinzioni, come classe cioè. Le lotte della logistica in Italia sono la dimostrazione vivente che la difesa e il miglioramento delle condizioni dei lavoratori più colpiti – donne e uomini immigrati – è anche, immediatamente, una difesa e un avanzamento delle condizioni dei lavoratori autoctoni; questo nella stessa misura in cui, viceversa, la concorrenza al ribasso a cui sono costretti le lavoratrici e i lavoratori più vulnerabili si riflette in un peggioramento generale delle condizioni di chi lavora. Per questo l’abbattimento di tutto quanto divide, dal razzismo alla discriminazione di genere, è qualcosa di estremamente concreto, nonché, questa la novità importante, alla portata di una classe lavoratrice sempre più multinazionale e femminile.

Una possibilità concreta dunque, ma anche un’esigenza urgente, vitale. Che richiede, giocoforza, di pensare in grande, perché né la tutela dei bisogni vitali umani, né la tenuta stessa dell’ecosistema possono più darsi dentro il sistema sociale del capitalismo. E ciò significa prendere anzitutto di petto le prospettive neo-corporativiste e sovraniste, smontarle pezzo per pezzo, non solo perché fuori dalla storia, ma anche e soprattutto in quanto sono un veleno che ti aizza nella “guerra tra poveri” mentre ti immobilizza nella lotta che dobbiamo fare con i nostri fratelli di classe. Unire le forze superando tutti gli steccati eretti ad arte per dividere ed indebolire il nostro fronte – questo il punto. Dopotutto, in una situazione di caotico avvitarsi degli antagonismi del capitalismo globale, il vero punto di forza dei nostri nemici di classe è l’attuale debolezza del movimento proletario. Nulla, però, è ancora deciso.

Il nostro internazionalismo

Alle sirene apparentemente inconciliabili di europeismo e sovranismo, si contrappone la prospettiva in cui ci riconosciamo, dell’anti-razzismo, dell’anti-fascismo, dell’anti-capitalismo di classe, della ricomposizione di tutti gli sfruttati in un fronte unico proletario anti-capitalista, internazionale e internazionalista. Conosciamo l’obiezione: campa caval che l’erba cresce, idealismo rivoluzionario, etc. etc. Stiamo parlando di una prospettiva strategica, e non intendiamo farla facile; ma i primi segni della concreta possibilità di un cammino in questa direzione ci sono. Abbiamo già accennato alle lotte della logistica in Italia. E qui aggiungiamo: è un buon segnale che nell’assemblea di Bologna del settembre scorso il SI Cobas abbia fatta propria la parola d’ordine del permesso di soggiorno unico europeo incondizionato, “non sottoposto al contratto di lavoro né alla residenza né a scadenza, per quanti sono oggi sul suolo italiano ed europeo, come precondizione per unire nella lotta proletari europei e immigrati”, proiettando la lotta per questo obiettivo unificante al di là del recinto nazionale ed europeo. Perché si tratterebbe anche di un primo, minimo, risarcimento storico di tutte le guerre e violenze di ogni genere, depredazioni economiche, etc., subite dai popoli dominati dal colonialismo e dall’imperialismo. Un tema, questo, centrale nella nostra concezione dell’internazionalismo proletario, e da svolgere in lungo e in largo anche in aperta contrapposizione con le proposte elaborate dai “sovranisti di sinistra”, che sempre prefigurano, tra le righe, un ruolo neo-coloniale dell’Italia finalmente liberatasi dal vincolo-euro. Anche loro, da sudditi quali sono dei “sovranisti di destra”, bramano vedere l’Italia libera di sfruttare in proprio e con utili più sostanziosi i paesi del Sud del mondo, a cominciare da quelli che si affacciano sul Mediterraneo. Uniti con questi paesi sì, ma “noi-Italia sovrana” sopra (se no, che sovrani saremmo?), e loro sotto. Un clone dell’attuale Unione europea imperialista, in piccolo.

Non è un caso che l’unità e parità tra le varie sezioni del proletariato faccia paura: innanzitutto all’estrema destra, che parla demagogicamente al proletariato autoctono dicendo: “prima gli italiani” e “aiutiamoli (sfruttiamoli) a casa loro”; ma fa paura anche alla sinistra borghese che ipocritamente dice “italiani brava gente” e “aiutiamoli (sfruttiamoli) a casa nostra”, magari subito dopo avergli generosamente “salvato” la vita. Fa paura allo stato, impegnato a sintetizzare il razzismo della destra con l’“anti-razzismo” democratico (per “aiutarli” ovunque). Fa paura ai padroni ai quali l’immigrazione va benissimo ma solo fin tanto che si tratta di importare un po’ di manodopera di riserva (ricattabile, schiavizzabile, asservita) dall’Africa e dal Medio Oriente.

Ma va notato che – al di là della sola “questione migratoria” – almeno da vent’anni, a partire dallo sciopero internazionale dell’UPS (1997) e dalla giornata internazionale di lotta a sostegno dei portuali di Liverpool, l’obiettivo di un coordinamento internazionale delle lotte sindacali è stato posto, benché non sia stato risolto finora neppure dalla Rete sindacale internazionale degli organismi e sindacati di base. L’esigenza di battersi contro le grandi imprese transnazionali mettendo in campo, unita, la forza dei lavoratori di tanti paesi, è riemersa in modo più o meno spontaneo nei recenti scioperi transnazionali organizzati in Ryanair, Amazon, Google30, così come in diversi incontri sindacali internazionali si è registrata la necessità non eludibile di organizzare scioperi che tengano conto delle filiere del valore internazionali, trasversali al Nord e al Sud del mondo. Un’istanza che va in questa stessa direzione è presente anche nella componente più avanzata e influenzata dal pensiero marxista del movimento Non una di meno, che non a caso ha proclamato per l’8 marzo – con alterne fortune e risultati disomogenei – uno sciopero internazionale, nella cui piattaforma era incorporata la denuncia della condizione di tripla oppressione delle donne proletarie del Sud del mondo. E per quanto abbia goduto di evidenti appoggi e megafoni istituzionali, anche la protesta globale di metà marzo contro i cambiamenti climatici era attraversata dalla consapevolezza che si può intervenire efficacemente sulle tendenze globali in atto solo mettendo in campo un movimento di lotta altrettanto globale.

Tutto deve maturare, e molto!, perché la prospettiva rivoluzionaria internazionalista prenda corpo. Una fondamentale precondizione è che la grande massa del proletariato delle metropoli si rimetta in moto nelle lotte sindacali e politiche, ritrovando forza e fiducia nella propria forza. Oggi questa massa è penetrata in molte sue parti dall’idea che i guai degli ultimi decenni dipendano in larga parte da un “eccesso di immigrati”. “Immigrati? Un po’ va bene, ma ora basta! Non c’è più spazio in Italia e in Europa”; questo è il sentimento diffuso tra molti lavoratori. La verità, tuttavia, è che c’è sempre meno “spazio” anche per i lavoratori autoctoni: in Italia e in Europa, infatti, si ingrossa sempre di più l’esercito dei disoccupati e dei precari, si spreme con intensità crescente chi mantiene il posto di lavoro, e la concorrenza diventa sempre più spietata anche tra autoctoni.

Ecco perché siamo convinti che l’esperienza aiuterà a comprendere la dura verità dei fatti. Senza illuderci che la spontaneità dei processi farà tutto da sé. Per i proletari italiani ed europei di nascita liberarsi da ogni sentimento di superiorità o di antipatia verso gli “stranieri” non sarà il prodotto automatico della ripresa delle lotte. Per quanto molti salariati comincino a sentirsi immigrati nella propria nazione di nascita per il modo in cui vengono trattati nei posti di lavoro, e sempre più anche dai “propri” governi, il peso del passato non scomparirà d’incanto. Crediamo fortemente nella forza dirompente della spontaneità, ma non siamo spontaneisti. Per questo non ci illudiamo che l’anti-razzismo di classe, l’antifascismo di classe, l’internazionalismo proletario possano rinascere, puri, dal nulla. Perché la prospettiva internazionalista rivoluzionaria si affermi, servirà un’azione politica organizzata di lunga lena, che oggi in Italia è ancora allo stadio embrionale di tendenza in formazione. Vi sono direttamente coinvolte, per ora, solo piccole minoranze che non si sono fatte scoraggiare dalle sconfitte subìte e non si accontentano di partecipare attivamente alle lotte immediate e difensive. Quanto al futuro, chi vivrà, vedrà.

Note

1Rinviamo per questo a P. Ignazi, L’estrema destra in Europa, Il Mulino, 1994 e P. Milza, Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 ad oggi, Carocci, 2003.

2Ignazi, op. cit., pp. 52-53.

3Ne abbiamo parlato nel n. 2 de “Il cuneo rosso”, pp. 67-79.

4A. Bihr, L’avvenire di un passato. L’estrema destra in Europa: il caso del Fronte Nazionale francese, Jaca Book, 1996, p. 84- 85.

5D. Albertini e D. Doucet, La fasciosfera. Come l’estrema destra ha vinto la battaglia della rete, La nave di Teseo, 2018.

6A partire dal 1978, il Front National è passato dal radicalismo tradizionalista ad un neoliberismo filoatlantico (Ignazi, op. cit., pp. 219-220), per sposare il protezionismo nel corso negli anni ’90, quando non a caso iniziò a mietere voti a sinistra. Le formazioni norvegese e danese nascono come partiti “anti-tasse” e nel corso degli anni ’80 accentuano via via la propria propaganda razzista anti-immigrati sposando inoltre lo sciovinismo economico. In modo solo apparentemente paradossale, la loro proposta politica fonde insieme liberismo e protezionismo per contentare i ceti medi – il loro storico referente sociale – e sedurre nel contempo una classe lavoratrice «attaccatissima ai vantaggi sociali ottenuti grazie al Welfare State» (Milza, op. cit., p. 351). Nella “mitica” Scandinavia da anni questa estrema destra, per certi versi assai più rispettabilmente borghese di quella “meridionale”, si prepara alla «vera battaglia»: quella «su chi si spartirà una torta dello Stato sociale sempre più sottile» (Limes n. 6/2015).

7http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-front-national.php

8Ad Hénin-Beaumont, il dirigente del FN Steeve Briois, eletto sindaco nel 2014, «ha preteso che il Front National sostenesse il mantenimento delle 35 ore e del pensionamento a 60 anni», «la tassazione dei ricchi», «la creazione di una scala mobile dei salari», «l’idea di nazionalizzare le banche se necessario e di obbligare le imprese a restituire le sovvenzioni pubbliche qualora delocalizzino», la denuncia del «male del capitale finanziario» e la calmierazione dei «prezzi dei prodotti di base»: http://mondialisme.org/IMG/pdf/front_national_et_deI_magogie_sociale_.pdf

9https://ilmanifesto.it/il-clima-securitario-favorisce-il-front-national/

10Ignazi avanza un’interpretazione post-moderna: op. cit., pp. 51-53. Ancorché un po’ angusta, è più fondata in termini materialisti quella di Milza: «La disperazione che nutre il voto estremista (di destra o di sinistra) non è senza rapporto con i licenziamenti, con la disoccupazione di lunga durata e la precarietà di impiego, con l’insopportabile sensazione che ha la gente “del basso” di pagare il conto di una modernizzazione che arricchisce i benestanti. […]. L’idea (in passato agitata da Hitler) che tanti milioni di immigrati fanno tanti milioni di disoccupati, il tema della “preferenza nazionale”, lo “sciovinismo dello Stato-provvidenza” non fanno parte delle poste in gioco materiali (in termini di redditi, di alloggio, di copertura sociale, ecc.)? Non si può osservare una crescente proletarizzazione dell’elettorato nazional-populista e non mettere in relazione questo dato con l’acutizzarsi degli antagonismi sociali» (Milza, op. cit., p. 429).

11https://pungolorosso.wordpress.com/2018/02/04/le-elezioni-del-4-marzo-arsenico-vecchi-merletti-e-nuove-questioni/

12http://www.ilgiornale.it/news/politica/laustria-superlavoro-vola-60-ore-settimanali-e-corea-1549511.html

13https://pungolorosso.wordpress.com/2018/12/19/orari-di-lavoro-il-sovranismo-uccide-leuropeismo-pure-e-allora/

14 https://pungolorosso.wordpress.com/2018/10/25/il-27-ottobre-manifestazione-a-roma-contro-il-governo-lega-cinquestelle-senza-se-e-senza-ma/

15 https://pungolorosso.wordpress.com/2018/12/19/orari-di-lavoro-il-sovranismo-uccide-leuropeismo-pure-e-allora/#more-5405

16http://www.ilgiornale.it/news/cultura/idee-forti-abbattere-monarchia-finanziaria-1022231.html

17http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-haider-lega-nord.php

18https://www.controinformazione.info/immigrazione-di-massa-come-arma-letale-del-mondialismo-2/

19Si tratta de “Il blog dell’Anarca”, il cui curatore, tra le varie cose giornalista ed esperto di media, è stato recentemente eletto nel cda della Rai su proposta di Fratelli d’Italia, notizia questa che presumiamo sia stata accolta con autentico giubilo negli ambienti di estrema destra. A riprova del crescente spazio che il discorso anti-immigrati, nelle sue declinazioni più brutali, si sta ritagliando anche all’interno dei media mainstream. Il blog è disponibile al seguente link: http://blog.ilgiornale.it/rossi/

20Cit. in Guido Caldiron, La destra plurale. Dalla preferenza nazionale alla tolleranza zero, Manifestolibri, 2001, pp. 61-62.

21Esemplare la propaganda del Vlaams Belang, che mostra anziani e donne fiamminghe pestate – si grida – dai “crimigranten”: https://www.31mag.nl/vlaanderen-campagna-shock-dellestrema-destra-fuori-i-crimigranti-vlaams-belang-a-caccia-del-voto-populista/

22http://www.ilgiornale.it/news/cronache/danimarca-requisizioni-dei-soldi-agli-immigrati-cos-si-1278079.html

23http://www.ilgiornale.it/news/mondo/danimarca-si-insegneranno-i-valori-occidentali-ai-figli-1534062.html

24http://blog.ilgiornale.it/iannone/2016/06/07/immigrati-spesso-dei-vigliacchi/

25https://pungolorosso.wordpress.com/2018/06/18/la-criminale-politica-anti-immigrati-del-governo-legacinquestelle/

26F. Perocco, L’Italia, avanguardia del razzismo europeo, in P. Basso (a cura di), Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Angeli, 2010, p. 398.

27https://pungolorosso.wordpress.com/2018/06/18/la-criminale-politica-anti-immigrati-del-governo-legacinquestelle/

28 http://www.rivistapaginauno.it/nuova-destra-front-national-neoliberismo.php. La “preferenza nazionale” è stata ideata nel Club de l’Horloge, Think Tank vicino al Front National. Questo il libro-manifesto: La Préference nationale: réponse à l’immigration, di Jean-Yves Le Gallou. Perfettamente in linea l’intenzione di Lega e 5 Stelle di limitare l’accesso agli asili nido ai figli degli immigrati dagli asili nido, primo tassello d’una restrizione del welfare familiare ai soli “italiani”.

29 Chiusi i “30 gloriosi” anni del dopoguerra, si torna così alla normalità di precarietà e disoccupazione strutturali. Scrive R. Cillo: «La precarietà dunque non è l’eccezione, è la regola, la condizione intrinseca, normale dei lavoratori salariati, anche se le forme che essa assume sono variabili e determinate storicamente, in primis dal rapporto tra capitale e lavoro. Rispetto a questa condizione di precarietà permanente, il trentennio di crescita ininterrotta che ha conosciuto l’Occidente dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del secolo scorso si presenta come un’eccezione limitata nello spazio e nel tempo». Cfr. R. Cillo, Introduzione. Le ultime frontiere della precarietà, in Eadem (a cura di), Nuove frontiere della precarietà del lavoro. Stage, tirocini e lavoro degli studenti universitari, Edizioni Ca’ Foscari – Digital Publishing, 2017, p. 8. [http://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/book/978-88-6969-160-7/978-88-6969-160-7.pdf]

30https://pungolorosso.wordpress.com/2018/07/29/amazon-ryanair-lo-sciopero-internazionale-e-questa-la-via/

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