Stati Uniti. Il “grande sciopero” di fatto del 2021 – Jack Rasmus, Robert Reich

Abbiamo tradotto due articoli, il primo di Jack Rasmus, un economista di sinistra, l’altro di Robert Reich, un economista del partito democratico, ex-ministro del lavoro con Clinton, che mettono a fuoco un fenomeno particolarmente interessante in atto negli Stati Uniti (e non solo): le dimissioni volontarie dal proprio posto di lavoro di milioni di proletari e il rifiuto di altrettanti di correre a occupare i posti di lavoro low cost rimasti scoperti.

Come ha scritto Alessandro Mantovani, commentando l’articolo di Rasmus sul sito Pasado y presente del marxismo revolucionario, siamo di fronte ad un fenomeno nuovo che sta inquietando i capitalisti negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali: “il rimbalzo economico post-lockdown non riesce a soddisfare la fame di forza-lavoro. Invece di precipitarsi sulle nuove offerte d’impiego, i proletari che l’hanno perso se ne stanno alla finestra. E non finisce qui perché anche molti che il lavoro l’hanno mantenuto si licenziano, ed in attesa di alternative migliori rifiutano di tornare alle precedenti condizioni di precariato, bassi salari, diritti scarsi o assenti. Semplicemente, pare, non ne possono più.”

E proseguendo: “Il brusio di stupore dei media mainstream si sta tramutando in strepito di paura e c’è ormai chi [come Rasmus e Reich, appunto] avanza l’ipotesi che si tratti in realtà di una sorta di “sciopero” spontaneo, non dichiarato e non organizzato, ma non per questo meno letale per le esigenze di ripartenza del ciclo di accumulazione.

È un’ipotesi alquanto ardita che certo piacerà ai libertari e ai teorici del “rifiuto del lavoro”. Quanto ai marxisti definire sciopero un’azione disorganizzata e inconsapevole – come fa l’autore dell’articolo – è francamente troppo. Però il fenomeno contiene elementi per una riflessione stimolante: Come andiamo dicendo da molto tempo (cfr. Novecento, la controriforma capitalistica su questo blog) il nuovo proletariato frammentato, disgregato e precario dell’economia che qualcuno ama definire “post-industriale” stenta a trovare un baricentro fisico, come lo furono un tempo le fabbriche e i quartieri operai a cui ancorare le sue forme di resistenza. Questo spiega la sua presenza diffusa ma informe in movimenti come i gilet jaunes. Con ogni verosimiglianza le nuove forme di lotta e di organizzazione, per poter coinvolgere questa massa proletaria e semi proletaria atomizzata dovranno essere capaci di svilupparsi, non per categoria od officina, ma in linea territoriale, affasciando la miriade di micro categorie e strati di lavoratori. O non saranno, e la putrescenza del capitalismo, di cui questo sottrarsi al lavoro salariato è riflesso, trascinerà con sé il proletariato stesso.

E allora questo nuovo fenomeno, se sciopero non è, tuttavia prova che questa organizzazione territoriale è ciò che manca, e conferma che – anche grazie alle nuove tecnologie comunicative – si può e si deve organizzarla. E che bisogna prestare attenzione a tutti i suoi possibili embrioni, per quanto lontani dagli schemi operaisti e fabbrichisti d’antan.” Ciò che non è in alternativa ma complementare, si capisce, all’organizzazione degli operai e dei proletari là dove continuano ad esserci grandi concentrazioni di sfruttati/e: le grandi fabbriche, i grandi stabilimenti della logistica, i grandi poli industriali.

***

Il grande sciopero del 2021

Di Jack Rasmus

La migliore definizione di sciopero è: “i lavoratori sospendono il loro lavoro” per migliori salari e migliori condizioni di lavoro. La saggezza popolare impone che i sindacati scioperino. Ma attualmente non è così. I lavoratori scioperano ma non sono necessariamente iscritti al sindacato. Questo fatto è evidente oggi, poiché milioni di lavoratori negli Stati Uniti si rifiutano di tornare al lavoro. “Sospendono” il loro lavoro in cerca di salari migliori e di un futuro. Stiamo assistendo al “Grande sciopero del 2021” ed è composto per lo più da milioni di lavoratori non sindacalizzati e sottopagati! I lavoratori sono tornati al lavoro a un ritmo di 889.000 al mese nel secondo trimestre del 2021 (aprile-giugno) quando l’economia si è ripresa. Secondo l’Economic Policy Institute, tale media è scesa a soli 280.000 al mese durante il terzo trimestre del 2021 (luglio-settembre), che si è appena concluso. La cifra più recente di settembre è stata di soli 194.000 nuovi posti di lavoro, secondo il rapporto mensile sullo stato dell’occupazione del Dipartimento del Lavoro. Questa cifra non corrisponde alle previsioni degli economisti tradizionali, che contavano su un aumento di circa 500.000 unità.

Secondo le varie tabelle dei Rapporti sulla situazione occupazionale del Dipartimento del Lavoro (A-1, A-13, B-1), solo la metà dei lavoratori disoccupati all’inizio del 2021 ha trovato lavoro. Ufficialmente, secondo il dipartimento, più di 5 milioni non hanno ancora accesso a un lavoro. Ma questi 5 milioni rappresentano una forte sottostima. Questa cifra non tiene conto dei 3 milioni in più di persone che hanno lasciato del tutto il mercato del lavoro, e che non sono meno disoccupate di quelle ufficialmente registrate come disoccupate. Quei 5 milioni non includono nemmeno alcuni milioni di dipendenti che sono stati erroneamente classificati dal Dipartimento del Lavoro come occupati nel marzo 2020, quando è iniziata la pandemia, semplicemente perché hanno indicato, durante un’indagine governativa sul tasso di disoccupazione, che si aspettavano di tornare al lavoro, anche se non lavoravano al momento dell’indagine. Il Dipartimento del Lavoro ha ammesso subito dopo che era stato un errore considerarli occupati. Ma fino ad oggi, si è rifiutato di correggere i dati crittografati. Il numero di persone erroneamente classificate come occupate rimane oggi intorno a 1 milione. Quindi ci sono circa 8-10 milioni di lavoratori negli Stati Uniti che sono ancora disoccupati (senza contare gli altri milioni che sono sottoccupati, che lavorano part-time o lavorano qua e là poche ore alla settimana). Di questi circa 9 milioni di persone, molti non tornano al lavoro per scelta, cioè “sospendono il lavoro”. Sono di fatto in sciopero per qualcosa di meglio.

Sebbene la maggior parte di loro sia poco pagata, i loro ranghi non si limitano ai settori che vengono in mente per primi, come il settore alberghiero o la vendita al dettaglio. I ranghi dei sottopagati sono ora una realtà condivisa in quasi tutti i settori negli Stati Uniti, non solo nel settore alberghiero o della vendita al dettaglio.

Confrontando il livello di occupazione stimato dal Ministero del Lavoro nel settembre 2021 con i mesi pre-pandemia di gennaio-febbraio 2020, i dati mostrano che i lavoratori che “sospendono il loro lavoro” sono sparsi in tutti i settori e le occupazioni. Il settore del tempo libero e alberghiero ha 1,6 milioni di lavoratori in meno nel settembre 2021 rispetto ai mesi pre-pandemia di gennaio-febbraio 2020. Il settore sanitario, che ha centinaia di migliaia di lavoratori a basso reddito nell’assistenza domiciliare e nelle cliniche, ha oggi 524.000 dipendenti in meno rispetto a gennaio 2020. Il numero di persone con contratto individuale nei settori dei servizi si è ridotto di 385.000 unità. Per quanto riguarda il settore dell’istruzione in senso lato – con le sue centinaia di migliaia di assistenti nell’istruzione superiore e i suoi milioni di insegnanti dalla scuola materna in su, pagati con bassi salari nelle scuole dei piccoli distretti scolastici, e non sindacalizzati – i posti di lavoro sono diminuiti di 676.000. Si potrebbe pensare che nella produzione sia vero il contrario. Ma no. Milioni di lavoratori dell’industria manifatturiera sono assunti come “lavoratori interinali”, con salari ridotti e senza benefit (assicurazione sanitaria, ecc.), anche quando hanno un contratto sottoscritto dal sindacato. Il settore manifatturiero ha oggi 353.000 posti di lavoro in meno rispetto all’inizio di gennaio 2020. Lo stesso vale per l’edilizia, con 201.000 posti di lavoro in meno. E così via.

Si tratta di oltre 5 milioni di posti di lavoro in meno, senza contare quelli che hanno lasciato completamente il mercato del lavoro o quelli che sono ancora erroneamente considerati lavoratori. Si può presumere che almeno la metà dei 9 milioni di disoccupati rifiuti di tornare al lavoro per scelta. Si tratta di 4-5 milioni di persone che sono di fatto “in sciopero” (nel senso di “sospensione dal lavoro”). Gli Stati Uniti sono come nel mezzo del “Grande sciopero del 2021”, che coinvolge milioni di lavoratori mal pagati e supersfruttati praticamente in ogni settore!

Cominciano a emergere dei segnali che il loro “esempio” potrebbe ora estendersi anche ai lavoratori sindacalizzati. I rinnovi dei contratti sindacali vengono respinti – e gli scioperi sono imminenti o in corso – in industrie che vanno dalla trasformazione degli alimenti (i lavoratori Kellog) alle attrezzature agricole (John Deere) agli ospedali e alla sanità sulla costa occidentale. Si tratta di importanti trattative sindacali che coinvolgono migliaia, se non decine di migliaia, di lavoratori sindacalizzati.

L’ideologia capitalista inverte cause ed effetti

Gli imprenditori, i media aziendali, i politici e la maggior parte degli economisti tradizionali non riconoscono il dato di fatto che stanno affrontando un’ondata di scioperi da parte dei lavoratori sindacalizzati e non sindacalizzati. Tuttavia sono uniti nel cercare di incolparli per quello che è di fatto uno sciopero di milioni di persone. Tutti si lamentano e si grattano la testa, senza alcuna risposta sul motivo per cui così tanti lavoratori non stanno tornando al lavoro o sono pronti a smettere, specialmente ora che i vaccini sono disponibili e i datori di lavoro stanno annunciando offerte di lavoro.

La loro spiegazione, all’inizio dell’estate scorsa, era che i sussidi di disoccupazione erano troppo generosi e quindi erano responsabili del mancato ritorno al lavoro di milioni di lavoratori. Questo tema era particolarmente popolare tra i politici negli Stati “rossi” [repubblicani]. Da giugno 2021, molti governatori e funzionari eletti degli Stati “rossi” hanno ridotto unilateralmente e preventivamente le indennità di disoccupazione, anche se avrebbero dovuto continuare fino a settembre. Poi sono rimasti in silenzio quando i dati raccolti durante l’estate hanno mostrato che i pochi stati blu [democratici] che non hanno tagliato i benefici in anticipo, come la California, il New Jersey, ecc. – hanno registrato un tasso di ritorno al lavoro più elevato durante l’estate rispetto agli Stati “rossi” che hanno tagliato anticipatamente i sussidi di disoccupazione. Alla faccia dell’argomento sui sussidi di disoccupazione eccessivamente alti che ostacolano la ripresa del lavoro!

Oggi, gli imprenditori, i politici e gli Stati “rossi” continuano a ripetere che gli assegni familiari e il miglioramento dei buoni alimentari impediscono ai lavoratori di tornare al lavoro. Questa è la vecchia strategia del padronato contro gli scioperi: “fateli morire di fame e torneranno al lavoro”.

In altre parole, il rifiuto dei lavoratori di tornare al lavoro non avrebbe nulla a che fare con salari insopportabilmente bassi, con l’assenza di cure sanitarie alternative per se stessi e le loro famiglie, poiché il ritorno al lavoro significa la perdita dei pagamenti COBRA da parte del governo [aiuto per le cure mediche] o Medicaid [assicurazione sanitaria per le persone a basso reddito], per non parlare del fatto che il ritorno al lavoro comporta i costi dei servizi di assistenza all’infanzia che non sono disponibili o sono inaccessibili. Questo non avrebbe nulla a che fare con la prassi degli imprenditori di offrire a molti lavoratori il rientro al lavoro, ma con un orario ridotto e senza garanzie delle ore necessarie per garantire una retribuzione settimanale sufficiente a pagare le bollette. Non avrebbe nulla a che fare con gli imprenditori che insistono su orari di lavoro variabili che distruggono le famiglie, la mancanza di ferie civili retribuite e, in generale, la mancanza di speranza di uscire un giorno da quello che di fatto è un moderno sistema di schiavitù di cui decine di milioni di lavoratori soffrono oggi negli Stati Uniti.

Secondo molti imprenditori, i loro mass media e i loro politici, la colpa è dei lavoratori. Hanno ricevuto troppo durante la pandemia [l’allusione è ai diversi contributi e aiuti economici] e ora non hanno più voglia di lavorare! Questo è il mantra capitalista e la spiegazione del fatto che milioni di persone “rifiutano di riprendere” questi lavori. Con questa spiegazione, imprenditori, media, politici ed economisti tradizionali stanno capovolgendo la realtà! Come è caratteristico delle perversioni linguistiche proprie dell’ideologia capitalistica, hanno invertito causa ed effetto. Le vittime – i lavoratori – sono la causa del problema, non il risultato o l’effetto. Sono la causa del calo di due terzi del tasso di ritorno al lavoro negli ultimi tre mesi rispetto al precedente periodo aprile-giugno 2021. Le pratiche attuali non sono state menzionate per decenni e che consistevano nel pagare salari così bassi da essere insopportabili, offrendo pochi o nessun benefit sociale, e imponendo condizioni di lavoro così inadeguate che praticamente tutte le altre economie capitaliste avanzate le hanno abbandonate anni fa (niente ferie pagate, assistenza all’infanzia, niente sistema sanitario nazionale, ecc.).

Il modo più accurato per capire cosa sta succedendo è che forse metà dei 9-10 milioni di persone che sono ancora senza lavoro oggi si rifiutano di lavorare, e cercano salari migliori, benefit migliori, condizioni migliori e nuovi posti di lavoro che diano qualche speranza per il futuro. Quattro o cinque milioni di lavoratori americani sono, nei fatti, “in sciopero”.

La grande ondata di scioperi del 1970-’71

L’ultima grande ondata di scioperi negli Stati Uniti risale a 50 anni fa, al 1970-’71. A quel tempo, erano i lavoratori sindacalizzati che scioperavano in massa nell’edilizia, nel trasporto su camion, nell’industria automobilistica, sulle banchine e in dozzine di altre grandi industrie manifatturiere, edili e dei trasporti. Questa storia della classe operaia è stata ampiamente ignorata dagli accademici e dai media del capitale. Probabilmente perché gli scioperi hanno avuto così tanto successo, dal momento che in quasi tutti i casi i lavoratori in sciopero e i loro sindacati hanno ottenuto grandi vittorie. In media, questa ondata di scioperi ha determinato aumenti immediati del 25% di salari e benefit nell’ambito di accordi contrattuali della durata massima di tre anni [che implicano il loro rinnovo più rapido rispetto ai contratti della durata di sei anni]. I lavoratori e i sindacati non potevano essere fermati nella loro azione dagli imprenditori. Il loro successo è stato tale che le aziende hanno dovuto rivolgersi al governo per porre fine a scioperi e accordi contrattuali. Si rivolsero a Richard Nixon, l’allora presidente, che nell’estate del 1971 emanò rapidamente ordini di emergenza per congelare i salari ottenuti dagli scioperi, per poi riportare gli aumenti salariali e d’indennità per i dipendenti dal 25% ad un massimo del 5,5%.

Il congelamento e la riduzione dei salari erano elementi centrali del cosiddetto New Economic Program (NEP) di Nixon, pubblicato nell’agosto 1971, insieme al Wage Freezing Order. Nel NEP, Nixon ha anche attaccato i concorrenti dei capitalisti americani in Europa e altrove con varie misure commerciali. Ha concluso la garanzia di cambio per il dollaro USA, a $ 32 per un’oncia d’oro. Questo fece esplodere quello che fu chiamato il sistema capitalistico internazionale di Bretton Woods, che gli stessi Stati Uniti avevano messo in atto nel 1944. Durante la grande ondata di scioperi del 1970-’71, in questi due anni si sono verificati 10.800 scioperi, con la partecipazione di oltre 6,6 milioni di lavoratori e 114 milioni di giornate lavorative perse a causa degli scioperi. L’ondata di scioperi del 1970-’71 fu, in qualche modo, grande quanto la precedente grande ondata del 1945-46. In questo periodo ci furono circa 9.750 scioperi che coinvolsero 8,1 milioni di lavoratori e 154 milioni di giornate lavorative perse per scioperi, cosa ancora più importante. (Fonte: Analisi delle interruzioni del lavoro, Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, Bollettino 1777, 1973).

Facciamo un salto in avanti di mezzo secolo fino ai giorni nostri. Sono quasi altrettanti i lavoratori che “sospendono il lavoro”, circa 4-5 milioni, e tale numero potrebbe aumentare man mano che i lavoratori sindacalizzati si uniscono ai loro ranghi alla scadenza del contratto. Il numero di giorni lavorativi persi non è ancora stimato. Ma non c’è dubbio che stia nascendo un nuovo attivismo, con i lavoratori che prendono in mano il loro destino lasciando il lavoro e sospendendo il lavoro!

Ciò che è diverso oggi è che il “grande sciopero del 2021” non è guidato dai sindacati. I sindacati del settore privato negli Stati Uniti sono stati decimati e quasi distrutti dal 1980 a causa di politiche neoliberiste che hanno portato a decenni di esternalizzazione del lavoro, accordi di libero scambio e massicci sussidi fiscali governativi alle imprese per sostituire i lavoratori con automazione, macchinari e investimenti in beni strumentali. Questa distruzione di posti di lavoro negli ultimi quattro decenni è stata sostituita da decine di milioni di posti di lavoro a basso salario, lavori di servizio scadente, lavori temporanei, lavori part-time, lavori di tipo “gig” [lavoro a cottimo, mediato da piattaforme digitali] e simili lavori “precari”. La recente crisi covid ha esacerbato e approfondito la contrazione economica del 2020-21. Oggi, i lavoratori a basso salario, precari e vincolati di fatto sono in rivolta.

Molte industrie e aziende devono ora aumentare i loro salari e pagare il ritiro o dare bonus per cercare di riconquistare i lavoratori, poiché continuano a “sospendere i loro posti di lavoro” e creare una carenza di manodopera. Una carenza di manodopera di solito significa che i salari devono aumentare. Ma questa pratica non è uniforme a seconda del settore e rimane in gran parte aneddotica.

Significato storico del “grande sciopero del 2021”

Gli Stati Uniti sono nel bel mezzo di un evento storico. I settori della classe operaia americana potrebbero svegliarsi – da soli – e non essere guidati da sindacati che sono stati distrutti o che sono guidati da alti funzionari sindacali che non vogliono scioperare per paura di “imbarazzare” i loro amici nel Partito Democratico.

Il “Grande sciopero del 2021”, invece, è composto principalmente dalla forza lavoro non sindacalizzata: lavoratori dei servizi a basso salario, camionisti autonomi a lungo raggio, fattorini cittadini, lavoratori alberghieri e lavoratori della ristorazione, addetti al commercio al dettaglio, addetti a progetti edili locali, insegnanti e autisti di scuolabus, infermieri “sfiniti” da straordinari cronici, magazzinieri e addetti all’industria alimentare spinti al limite per 18 anni, mesi, colf gestiti da intermediari, ecc. L’elenco è lungo.

Gli economisti mainstream e i politici mainstream capiscono molto poco dei cambiamenti strutturali fondamentali nei processi produttivi e nei mercati di prodotti e servizi che il periodo di covid e di profonda contrazione economica ha portato. Questi cambiamenti devono ancora essere scoperti. E molti si riveleranno profondi. La ristrutturazione del mercato del lavoro statunitense che sta emergendo oggi è solo agli inizi. Il “Grande Sciopero del 2021” ne è solo un sintomo. I mercati dei prodotti e la distribuzione globale di beni e servizi sono soggetti a tensioni e cambiamenti simili. Infine, le ripercussioni della fuga dei mercati delle attività finanziarie – azioni, obbligazioni, derivati, valute, valuta digitale, ecc. – devono ancora essere registrati. Quando lo saranno, potrebbero rivelarsi i più inquietanti di tutti.

(Articolo pubblicato sul sito web di Jack Rasmus, 18 ottobre 2021)

***

Il capitalismo statunitense va avanti solo a condizione di spingere all’indietro la maggioranza dei “suoi” proletari.
Qui sopra una immagine di uno sciopero del 1946 per un salario di sussistenza dignitoso, che in seguito arrivò, e fu addirittura abbondante rispetto alla media mondiale dei salari operai (Nixon vantò nel 1971 che i salari statunitensi fossero tre volte più alti di quelli tedeschi). Gli sfruttati furono allora promossi a consumatori (sempre più a debito). Ma allora gli Stati Uniti d’America la guerra mondiale l’avevano vinta, se non stravinta. Oggi, invece, la “guerra al Covid”, al di là dei grandi affari dei suoi colossi farmaceutici e del web, non li vede tra i vincitori, come già la guerra in Afghanistan. Siamo già ai prodromi di una nuova guerra civile che farà implodere l’Amerika, come teme un famoso politologo conservatore? No, non corriamo troppo con il desiderio. Ma è risibile, da veri attardati, dipingere gli Stati Uniti di oggi come se fossero la copia, perfino più potente, di quelli trionfanti del 1945, e tutto il resto del mondo un unico immenso arcipelago di colonie e semi-colonie. Lo può fare soltanto chi non sa nulla della società statunitense di oggi, e della concreta esistenza della sua classe lavoratrice.

L’America sta vivendo uno sciopero generale non ufficiale?1

Di Robert Reich

Il rapporto sull’occupazione di venerdì scorso del Ministero del Lavoro degli Stati Uniti ha provocato una valanga di titoli sconfortanti. Il New York Times ha sottolineato la crescita “debole” dei posti di lavoro, preoccupandosi che “i problemi di assunzione che hanno tormentato i datori di lavoro per tutto l’anno non saranno risolti rapidamente”, e “l’aumento dei salari potrebbe aggiungere preoccupazioni per l’inflazione”. Per la CNN, è stata “un’altra delusione”. Per Bloomberg, “il rapporto sui posti di lavoro di settembre fallisce per il secondo mese consecutivo”.

I media non hanno però riferito la vera notizia, che è davvero buona: per la prima volta da decenni, i lavoratori americani mostrano i muscoli.

Si può dire che i lavoratori hanno dichiarato uno sciopero generale nazionale finché non otterranno una paga migliore e migliori condizioni di lavoro.

Nessuno lo chiama sciopero generale. Ma pur nella sua disorganizzazione è collegato agli scioperi organizzati che scoppiano in tutto il paese – troupe televisive e cinematografiche di Hollywood, operai della John Deere, minatori dell’Alabama, lavoratori della Nabisco, lavoratori della Kellogg’s, infermieri in California, lavoratori della sanità a Buffalo.

Disorganizzati o organizzati, i lavoratori americani hanno ora una leva contrattuale per ottenere miglioramenti. C’è una domanda per tutti i tipi di beni e servizi, che i consumatori hanno sospeso in un anno e mezzo di pandemia.

Ma le imprese hanno difficoltà a coprire i posti di lavoro.

Il rapporto sull’occupazione di venerdì scorso ha indicato che il numero di posti di lavoro disponibili ha raggiunto un livello record. La quota di persone che lavorano o che cercano attivamente lavoro (il tasso di partecipazione alla forza lavoro) è scesa al 61,6%. E’ scesa anche la partecipazione di coloro che sono al primo anno di lavoro, quello dai 25 ai 54 anni.

Nell’ultimo anno, le offerte di lavoro sono aumentate del 62%. Eppure le assunzioni complessive sono diminuite.

Cosa succede?

Altro segnale. Il tasso di abbandono del lavoro è il maggiore mai registrato. Gli americani stanno abbandonando il lavoro al tasso più alto mai registrato. In agosto hanno lasciato il lavoro circa 4,3 milioni di persone, una cifra corrispondente a circa il 2,9% della forza lavoro; in aprile, avevano lasciato il lavoro circa 4 milioni di persone; dalla scorsa primavera ogni mese circa 4 milioni di lavoratori americani hanno lasciato il lavoro.

Questi dati non hanno niente a che fare con i sussidi di disoccupazione extra che i repubblicani sostengono scoraggino le persone a lavorare. Ricordiamo: i sussidi extra sono finiti il giorno del Labor Day [5 settembre].

I rinnovati timori della variante Delta Covid possono essere un fattore, ma non il principale. I tassi di ospedalizzazione e di morte sono in calo, grazie al fatto che la maggior parte degli adulti ora sono vaccinati.

Penso invece che il fattore principale sia che i lavoratori sono riluttanti a tornare o a mantenere il loro vecchio lavoro soprattutto perché sono esauriti.

Una parte di loro è andata in pensione anticipata. Altri hanno trovato il modo di sbarcare il lunario in modo diverso dal mantenere il lavoro che aborrono. Molti semplicemente non vogliono tornare a lavori di merda a basso salario che spaccano la schiena o che fanno perdere la testa.

I media e la maggior parte degli economisti misurano il successo dell’economia in base al numero di posti di lavoro che crea, ignorando la qualità di questi lavori. Questa è una grave dimenticanza.

Anni fa, quando ero ministro del Lavoro, continuavo a incontrare lavoratori in tutto il paese che avevano un lavoro a tempo pieno ma si lamentavano che il loro lavoro era pagato troppo poco e aveva pochi benefit, oppure non era sicuro, o imponeva orari lunghi o imprevedibili. Molti dicevano che i loro datori di lavoro li trattavano male, li maltrattavano e non li rispettavano.

Da allora, secondo i sondaggi, queste lamentele sono diventate più forti. Per molti, la pandemia è stata l’ultima goccia. I lavoratori sono stufi, esauriti, esausti. Dopo le numerose difficoltà, malattie e morte dello scorso anno scorso, non ne possono più.

Per attirare i lavoratori, le imprese stanno aumentando i salari e offrendo altri incentivi. I guadagni medi sono aumentati a settembre di 19 centesimi l’ora e di più di 1 dollaro l’ora – o 4,6% – nell’ultimo anno.

Chiaramente, questo non basta.

L’America degli affari vuole presentare la cosa come “carenza di manodopera”. Sbagliato. Ciò che sta realmente accadendo è più propriamente descritto come deficit di un salario di sussistenza, di indennità di rischio, di assistenza all’infanzia, di congedo per malattia retribuito, e di assistenza sanitaria.

Se questi deficit non vengono corretti, molti americani non torneranno presto al lavoro. Io dico che è ora.

1 Robert Bernard Reich – economista americano, ha fatto parte delle amministrazioni dei presidenti Gerald Ford e Jimmy Carter, e con Bill Clinton è stato ministro del lavoro dal 1993 al 1997.

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