Lettera aperta ai militanti di Fridays for Future

Climate crisis and new ecological mobilizations (Part II) – Undisciplined  Environments

L’emergenza climatica è sotto gli occhi di tutti, eppure i fattori che la scatenano non diminuiscono, al contrario. E’ inutile ripetere a voi i dati che conoscete a memoria sulla crescita dei gas serra o dei fenomeni estremi sempre più diffusi, quando perfino l’IPCC, da sempre cauto e moderato, nel suo ultimo Rapporto del 9 agosto 2021, ha dichiarato che molti cambiamenti dell’ambiente, come l’aumento del livello dei mari, “sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni“.

A fronte di questa situazione i movimenti ambientalisti, in generale, si sono mossi spontaneamente ed hanno messo in campo una energia giovanile ampia e diffusa, ma non altrettanto incisiva. Greta Tunberg lo ha riconosciuto quando ha definito le risposte dei capi di stato e di governo un blah-blah-blah.

In effetti, da anni, dagli incontri con le élite globali ottenete solo ipocrite dichiarazioni di principio smentite continuamente dai fatti. Ma attraverso le petizioni rivolte a loro affinché “facciano il possibile” per mettere un argine ai processi distruttivi dell’ambiente si può ottenere qualcosa di diverso da chiacchiere e finte rassicurazioni? La risposta ve la stanno dando i fatti.

Gli obiettivi parziali della lotta al cambiamento climatico sono già stati ampiamente definiti, come pure le misure da mettere in campo. La più elementare di esse riguarda il ruolo dei polmoni verdi, boschi e foreste, ma anche su questo modesto obiettivo non si fanno passi avanti: l’Amazzonia continua ad essere disboscata selvaggiamente, per non parlare di quello che accade in Indonesia e negli altri grandi polmoni verdi rimasti sul globo. In nessuna parte del mondo si ricostituisce un minimo di patrimonio boschivo. L’ultima falsa misura annunciata da Ursula von der Leyen prevede il rimboschimento di zone del Congo – dove la ricerca del coltan ha prodotto una distruzione brutale dell’ambiente e una guerra sanguinosissima di cui nessuno parla – ammettendo, con ciò, che l’Amazzonia è ormai persa nelle mani dello sfruttamento capitalistico globale di cui Bolsonaro è l’esecutore. La falsità di queste pseudo-misure “ecologiche” tocca punte di grottesco: quanto tempo impiegheranno gli alberti targati Unione Europea per sostituire le immense distese di alberi centenari abbattuti nella foresta amazzonica, nel Borneo indonesiano, nel bacino del Congo, mentre intanto la concentrazione di CO2 continuerà ad aumentare?

Per quanto riguarda la fase intermedia della riduzione di emissione di CO2 tramite la riduzione dell’uso di energia fossile, questa parte addirittura con un incremento ed una “riscoperta” del ricorso al carbone, la più inquinante tra le fonti di energia fossile. Nelle proposte dei governi si affaccia nuovamente la prospettiva del ricorso all’energia nucleare le cui nefaste conseguenze continuiamo a sperimentare, e questo indica come i governi – primi tra tutti il governo Draghi e i governi delle potenze occidentali – non abbiano né la volontà né la forza per piegare il “mondo dell’economia”, cioè le multinazionali e i capitalisti in genere, alla necessità di preservare l’ambiente. I piani di transizione ecologica, a cominciare da quello del governo italiano, sono un cumulo di falsità e preparano nuove e più intense devastazioni dell’ambiente: il caso delle auto elettriche ne è la dimostrazione lampante. Con questa “riconversione” si prepara la produzione di un altro miliardo di nuove auto attraverso lo sventramento minerario di ampi territori, il consumo di enormi quantità d’acqua necessaria al lavaggio dei minerali estratti, la deportazione già iniziata delle popolazioni che abitano i territori ritenuti ricchi dei metalli rari necessari per la costruzione delle batterie e la destinazione di altri territori a depositi di rottami delle vecchie auto e delle batterie che non hanno vita eterna ed andranno a costituire altri cimiteri industriali.

La corsa a questa nuova gigantesca devastazione ambientale è già iniziata, ed i segnali sono visibili nelle ristrutturazioni aziendali, nei piani di dismissione dei vecchi modelli e delle vecchie attrezzature e, soprattutto, nei licenziamenti necessari a ricostruire tutto l’assetto della forza lavoro nel settore auto, e non solo in esso. Questa fase svela così la vera natura del processo in atto: rinnovare il mercato che si è saturato imponendo un nuovo prodotto e continuando nell’accumulazione e nella ricerca del profitto, a scapito del lavoro vivo e della natura. La libertà che i capitalisti reclamano è nient’altro se non la libertà di sfruttamento del lavoro e delle risorse della natura.

La tanto sbandierata transizione ecologica obbedisce alla logica del capitalismo ed è sotto il suo comando, per cui se non volete tornare ogni volta al punto di partenza, deluse/i dai blah-blah-blah, dovete porvi la questione del capitalismo, non potete più scansarla o aggirarla. Questo sistema economico, questo modo di produzione, presuppone e si fonda sul saccheggio di tutte le risorse dell’ambiente naturale compresa la vita umana. Con questi presupposti il capitalismo, l’attuale sistema sociale, non potrà mai essere “verde”. Per questo un movimento che voglia essere realmente e in modo conseguente ambientalista, non può non opporsi esplicitamente al capitalismo, e non può non porsi l’obiettivo della sua abolizione.

Ma se questa produzione distrugge ed avvelena le nostre esistenze, l’altro capo del dilemma è capire come e con chi si può fermare l’aggressione alla natura e al lavoro vivo, e avviare un’offensiva contro i grandi poteri capitalistici globali, cominciando qui dai distruttori che sono qui, in “casa nostra”. La nostra risposta è: saldatevi alla classe operaia internazionale, al suo movimento, alle sue lotte anche se queste sono ancora parziali, anche se la classe operaia è ancora esitante e su questi temi appare, ed è, in ritardo! Se la classe operaia non può pensare di salvare il proprio lavoro e le proprie “conquiste” nell’isolamento e limitandosi alla difesa delle proprie condizioni economiche, allo stesso modo voi non potete pensare di realizzare obiettivi anche parziali ed immediati senza scendere in lotta contro i governi ed insieme ai proletari, senza integrare i temi della difesa dell’ambiente nel corso del conflitto sociale più ampio.

Solo unendo le vostre proteste alle lotte dei proletari potrete dare un efficace contributo per arrestare il ciclo dei profitti dell’economia borghese a spese della natura e porre le basi per il rovesciamento del modo di produzione capitalistico e per la sua sostituzione con un sistema che produca per il soddisfacimento dei bisogni sociali dell’intera umanità, e non per il profitto di pochi.

Alla manifestazione del 30 ottobre è richiesto, perciò, un salto di qualità in questa direzione, altrimenti finirà con l’essere un misto di passerelle e di folklore, un’altra occasione sprecata.

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