Siamo proprio sicuri che la pandemia stia finendo?, di Ernesto Burgio

Riceviamo e volentieri pubblichiamo queste brevi ma puntuali note di Ernesto Burgio: una messa in guardia contro l’idea che la pandemia da Covid 19 sia ormai ai titoli di coda.

Non bisogna sottovalutare la pandemia. Purtroppo le voci che circolano in questi giorni rischiano di confondere. La pandemia va sempre considerata nella sua dimensione internazionale e nella sua evoluzione non lineare. Giro l’ultimo mio commento, che ho appena mandato in rete in risposta a troppi colleghi che sono convinti che la pandemia stia per finire.

Ero incerto se scrivere queste poche parole di commento al dibattito di questi giorni. Sia perché ormai ho la sindrome del grillo parlante, sia perché in questo momento è veramente difficile orientarsi, sia perché non ne possiamo più di sentire alcuni personaggi dire tutto e il contrario di tutto nel giro di pochi giorni, smentendosi a vicenda o addirittura auto smentendosi.

A mio parere tantissimi sono i numeri difficili da analizzare: a partire dalla Russia che ha 900-1.000 morti al giorno ormai da mesi, alla Polonia che ne ha, in proporzione, ancora di più, alla Germania che era andata piuttosto bene per un anno e mezzo e che negli ultimi mesi ha avuto momenti critici, alla Francia che fino ad adesso ha retto molto bene e ha un gran numero di casi diagnosticati e tutto sommato un basso numero di decessi, alla Gran Bretagna che ha passato un brutto momento una quarantina di giorni fa e poi e’ andata a migliorare. Pochissimi dati da India e Brasile e li’ veramente si può pensare di tutto. Oltre che ovviamente pandemia sotto controllo fin dall’inizio nei paesi asiatici (anche se alcuni hanno avuto ultimamente qualche problema come il Vietnam, rispetto all’inizio).

Ma appunto i dati epidemiologici sono difficili da interpretare anche perché sono troppe le variabili e non sempre attendibili i dati a nostra disposizione: tassi vaccinali reali, età della popolazione colpita, età media della popolazione generale dei vari paesi, stato dei servizi sanitari e strategie socio-sanitarie e diagnostico-terapeutiche attuate o non attuate, status sociale abitativo e psico-comportamentale della popolazione, dis-informazione dilagante etc.

Limitandoci ai due fattori che in questo momento sembrano quelli più importanti, verrebbe da pensare che molti trend dipendano: 1) dalla prevalenza della variante Omicron, che appunto si è rivelata più contagiosa e meno virulenta (probabilmente si è molto più diffusa, almeno fin qui, in Western Europe che non in East Europe); 2) dai tassi vaccinali reali/efficaci che non sono puramente quantitativi, ma dipendono anche dalla tempistica (in alcuni paesi hanno cominciato prima e probabilmente la popolazione in questo momento è più protetta o viceversa).

Comunque temo che sia ancora un po’ presto per sperare che il diffondersi di una variante molto contagiosa ma relativamente poco virulenta rappresenti, come sostengono i soliti Tarro e Zangrillo, e adesso anche Bassetti, una svolta definitiva.

Perdonate la prolissità, un abbraccio circolare e incrociamo le dita.

Insomma, dobbiamo stare ancora attenti. Non è ancora passata la “nottata” come diceva Eduardo.

Post scriptum, 6 gennaio 2022

Scusate ma: Stati Uniti 700 mila nuovi casi ieri con quasi 2.000 morti, Francia 330.000 casi e 250 decessi, Gran Bretagna 200.000 casi 350 decessi, Italia 200.000 casi e 200 decessi, Spagna 138.000 casi e 150 decessi e soprattutto Germania 70.000 casi e 430 decessi e ovviamente Russia 830 decessi, Polonia 630… Per un totale di circa 2 milioni di casi accertati nella giornata di ieri (record assoluto) e quasi 8.000 morti. Ma come fanno alcuni infettivologi (di chiarissima fama) a dire che la pandemia si sta spegnendo? Senza contare che secondo alcuni studi la diffusione di Omicron sarebbe partita da topi infetti: come a dire che siamo in piena zoonosi di ritorno, il che facilita tra l’altro le ricombinazioni dei ceppi virali in ospiti diversi.

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