Avvento al potere del nazismo e sconfitta operaia. Riunione e dibattito on line organizzata dalla TIR sabato 12/2

Per ragioni tecniche-organizzative la riunione-dibattito di sabato 12 febbraio (ore 16-19) sull’avvento del nazismo e le lezioni che ci consegna anche oggi per lo scontro di classe, si terrà su zoom al seguente link; password (091651).

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Perché studiare la vicenda storica che portò al nazismo?

La “doppia” crisi globale, economica e sanitaria, che ha investito il sistema capitalistico pone a tutta la sinistra rivoluzionaria una serie di interrogativi in gran parte inediti. Anche perché si intreccia con la fine definitiva dell’ordine internazionale scaturito dagli accordi di Yalta e con una crisi ecologica dai risvolti sempre più acuti, per configurare, nel suo insieme, la più grande crisi della storia del capitalismo.

D’altro canto, per ciò che ci compete, crisi, disoccupazione, precarietà, razzismo, guerre, rafforzamento degli apparati di controllo e di dominio borghese… ci obbligano oggi a riprendere alcune esperienze che hanno segnato, spesso tragicamente, il percorso della nostra classe nel XX° secolo. E’ un passaggio inderogabile per chi intende contrastare le politiche borghesi in una prospettiva rivoluzionaria, con l’obiettivo del superamento, via rivoluzione sociale, del modo di produzione capitalistico.

Il ricorso storico più vicino alla situazione che stiamo vivendo sul piano sanitario ci riporta alla pandemia influenzale cosiddetta della “Spagnola” di un secolo fa; la quale, frutto della guerra capitalistica per la spartizione del pianeta, provocò più vittime della guerra stessa, colpendo anche allora frontalmente le metropoli dell’imperialismo, e in modo ancora più drammatico parti delle loro colonie.

Appena un decennio dopo, ecco esplodere la “Grande Crisi” del 1929, che mise repentinamente all’ordine del giorno la “risoluzione” dei contenziosi imperialisti rimasti in sospeso ed affogati in un mare di disoccupazione di massa: soprattutto negli USA, in Gran Bretagna e nel cuore dell’Europa, la Germania. E proprio la Germania, uscita a pezzi dalla guerra e con una rivoluzione proletaria sconfitta, costituirà il “laboratorio” borghese da cui alla fine uscirà il nazismo.

[…]

Come di norma avviene, il capitalismo cerca di risolvere le contraddizioni prodotte dalle sue crisi sommando crisi a crisi, danni a danni, distruzione a distruzione.

La “soluzione” nazista, che per oltre un decennio fu tenuta in caldo dalle classi dominanti (il che non vuol dire che fu “programmata a tavolino”), fu sostenuta e resa necessaria dalla borghesia come soluzione politica per cercare di uscire dalla lunga crisi della democratica repubblica di Weimar. Ebbe il sostegno elettorale di milioni di cittadini, ottenne un indiscutibile consenso di massa quando mise mano al riarmo (abbassando vertiginosamente la disoccupazione, seppur ricorrendo in gran parte al super sfruttamento della forza lavoro), ampliò il welfare “nazionalista” puntando su un debito incontrollato, eliminò ferocemente le organizzazioni sindacali ed i partiti operai, “zecche della forza lavoro e infette” (comunisti ed ebrei in primis), e tutte quelle persone ritenute indegne di appartenere alla “stirpe eletta”.

Ottenne consenso quando rimise in discussione, coi fatti, tutte le clausole internazionali dovute ai debiti di guerra imposte dai vincitori che impedivano alla Germania di riprendersi, con gli interessi e ad ogni costo, il suo ruolo tra le potenze imperialiste, diventando il centro di una Europa Unita, riedizione moderna del Sacro Romano Impero Germanico.

La logica del Reich nazista fu: che crepino pure tutti, basta che ci salviamo e rafforziamo noi! Analoga, del resto, a quella dei paesi suoi concorrenti.

Naturalmente, gli imperialismi concorrenti – a modo loro – alimentarono il “mostro”, seguendone nei fatti le stesse logiche di fondo: col trattato di Versailles, con la voracità dei possedimenti coloniali e delle “zone d’influenza”, con l’esosità dei crediti, con lo spingere la Germania verso Est, con una politica che cercava di far pagare agli altri le pretese della “rivincita” tedesca.

In questo parallelogramma di forze, fu tragicamente debole il movimento operaio in quanto forza politicamente indipendente. Debole per i colpi e la decimazione subìti da parte del nemico di classe, ma anche perché posto sotto l’influenza ed il controllo della politica opportunista dello stalinismo e per la mancanza di un solido punto di riferimento rivoluzionario a livello internazionale. L’URSS degli anni ‘30, infatti, non era più lo Stato proletario di un decennio addietro, e con la brutale spartizione della Polonia entrava nella contesa imperialista per la spartizione del mondo intero.

Beninteso: non mancarono episodi di lotta aperta e scontri durissimi di piazza tra proletari tedeschi e nazisti, tra proletari e forza pubblica (lo Stato borghese tedesco rimase per molti anni appannaggio della socialdemocrazia). Nel testo che presentiamo si trovano a più riprese spunti di metodo e di merito che cercano di individuare il ruolo della “soggettività” del proletariato – e delle formazioni che ad esso fanno riferimento – nella risultante finale del nazismo come apice della controrivoluzione in Europa.

Tali questioni, ed altre ancora che abbiamo richiamato (ad esempio il ruolo molto rilevante dei fattori ideologici, spesso snobbati), pongono problemi di interpretazione e di acquisizione politica quanto mai indispensabili per l’oggi.

La storia non si ripete mai con il copia-incolla. Ci guardiamo bene, dunque, dal formulare facili equazioni tra il passato ed il presente.

Ma: una crisi “doppia” e prolungata a livello internazionale (più ancora internazionale di quanto lo fosse nel ’29), una disoccupazione in forte crescita, il fenomeno migratorio con i connessi razzismi, il rafforzamento repressivo degli Stati, la rovina di strati della piccola e media borghesia, la frammentazione della classe e la scarsa maturità politica operaia, la mancanza di un forte punto di aggregazione politica “generale” della classe, pongono inevitabilmente problemi di confronto col passato, e specificatamente con “quel” passato…

“Padroni a casa nostra”; “prima di tutto i tedeschi”; “uomini degni o indegni di vivere”; “guerra di culture e di civiltà”… Ed anche: “difesa dell’economia nazionale”; “lavorare di più per la grandezza della patria”, “difesa dei confini”, ecc., sono cose che ci ritroviamo oggi, con vari condimenti, sul tavolo della lotta politica. Si tratta di dipanarne i nodi per acquisire quelle cognizioni di “continuità”, nel mutamento, che caratterizzano ancor oggi il dominio del capitale. Per meglio combatterlo.

Nonostante la nuova combinazione tra crisi sanitaria, crisi economica, crisi ecologica e crisi dell’ordine internazionale che rende questa crisi sempre più profonda e ampia sul piano internazionale (con i relativi scontri economici e politici tra potenze imperialiste); nonostante il capitalismo – sul piano storico e globale – si sia avvicinato ai suoi limiti; sarebbe ingenuo aspettarsi che il capitale e le borghesie non rispondano alle scosse sismiche che stanno scuotendo il loro meccanismo, con un furioso tentativo di rilanciare il proprio processo di accumulazione, costi quel che costi, facendo ricorso a tutta la scienza e l’arte della controrivoluzione. E’ Il caso di ricordare che proprio un simile “fraintendimento” facilitò la sconfitta del movimento rivoluzionario tra gli anni ’20 e ’30, e trarne preziose lezioni per l’oggi.

[Dalla Introduzione del libro Avvento nazista, sconfitta operaia, pag. 192, euro 10, della Tendenza internazionalista rivoluzionaria – a cura di Graziano Giusti]

La pubblicazione può essere richiesta al seguente indirizzo:  abbonamenti@paginemarxiste.it

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