Rosa Luxemburg e il debito come strumento imperialista – E. Toussaint

Il 2022 sarà un anno molto difficile per i paesi dominati e controllati del Sud del mondo, specie per quelli più indebitati con l’estero. Per almeno due ragioni: i 42 paesi che avevano aderito alla sospensione del pagamento delle rate per il 2020 e il 2021, dovranno ricominciare a pagare; molti di questi paesi vengono colpiti duramente dall’aumento del prezzo del petrolio e del gas. Nel complesso i 74 paesi più poveri del mondo dovranno versare ai loro creditori (i sanguisuga di sempre, ossia le vecchie potenze coloniali, a cui si è aggiunta la Cina) 35 miliardi di dollari – secondo la Banca mondiale si tratta di un aumento del 45% sul 2020. Un onere pressoché insostenibile, per cui più della metà di questi paesi sarà costretto a chiedere la ristrutturazione del debito estero – che comporta sempre, come ha mostrato Chossudovsky, l’appesantimento del debito e della dipendenza economica e politica. Tra i paesi più a rischio insolvenza Sri Lanka, Ghana, Tunisia, Salvador, ma altri – come il Libano – sono già alla bancarotta.

Ecco perché ci è sembrato utile riprendere (e tradurre) dal sito del CADTM (Committee for the Abolition of Illegitimate Debt) questo articolo di E. Toussaint che espone in modo piano l’analisi della funzione imperialista dei prestiti internazionali compiuta da Rosa Luxemburg nel suo L’accumulazione del capitale. E’ utile precisare che, per noi, da cancellare è l’intero debito estero dei paesi dominati e controllati dalle potenze imperialiste, non una sua parte.

Nel suo libro intitolato L’accumulazione del capitale, pubblicato nel 1913, Rosa Luxemburg dedicò un intero capitolo ai prestiti internazionali per mostrare come le grandi potenze capitaliste dell’epoca utilizzassero i crediti concessi dai loro banchieri ai paesi collocati alla periferia [del mercato mondiale] al fine di esercitare il proprio dominio economico, militare e politico su di essi. Ella cercò di analizzare l’indebitamento dei nuovi stati indipendenti dell’America Latina (in particolare dopo le guerre di indipendenza negli anni Venti dell’Ottocento), nonché l’indebitamento dell’Egitto e della Turchia durante il XIX secolo, senza dimenticare la Cina.

Luxemburg scrisse il suo libro durante un periodo di espansione internazionale del capitalismo, sia in termini di crescita economica che di espansione geografica. A quel tempo, all’interno della socialdemocrazia, a cui apparteneva (il Partito Socialdemocratico di Germania e il Partito Socialdemocratico di Polonia e Lituania – territori condivisi tra l’impero tedesco e quello russo), un numero significativo di leader e teorici socialisti era favorevole all’espansione coloniale. Tale posizione si manifestò in maniera particolare in Germania, Francia, Gran Bretagna e Belgio, potenze che avevano sviluppato i loro imperi coloniali in Africa, principalmente tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Rosa Luxemburg, invece, era totalmente contraria a questo orientamento e denunciò il saccheggio coloniale e la distruzione delle strutture tradizionali (spesso comunitarie) delle società pre-capitalistiche da parte del capitalismo in espansione.

I possedimenti coloniali al 1914

Luxemburg si oppose ai leader socialisti convinti che la fase espansionistica di forte crescita capitalista dimostrasse che il capitalismo aveva superato le sue crisi periodiche, l’ultima delle quali si era verificata all’inizio degli anni Novanta dell’Ottocento, e denunciò strenuamente questa visione, portatrice di una falsa interpretazione del funzionamento del sistema capitalista. Rosa si oppose tanto più convintamente a questa visione di una parte influente della leadership socialdemocratica nella misura in cui essa serviva da base e giustificazione per un atteggiamento sempre più collaborativo con i governi capitalisti dell’epoca1.

Scrivendo L’accumulazione del capitale, Rosa Luxemburg aveva come obiettivo la costruzione di un’argomentazione di carattere sostanziale che contrastasse quegli orientamenti filo-colonialisti e collaborazionisti in senso interclassista all’interno della socialdemocrazia che aveva combattuto dalla fine degli anni Novanta dell’Ottocento. A partire da quando, negli anni 1906-1907, tenne un corso di economia marxista presso la scuola per i quadri dell’SPD a Berlino, perseguì anche un altro obiettivo. Infatti, in quell’occasione, per preparare le sue lezioni, aveva riletto il Capitale e aveva dedotto la presenza di un errore negli schemi della riproduzione allargata del capitale proposti da Marx2. Per trovare una soluzione a questo problema, ella compì uno sforzo enorme per analizzare l’evoluzione del capitalismo durante il XIX secolo. Va sottolineato che Marx, nel Capitale, sviluppava la sua spiegazione teorica partendo dal presupposto che la società capitalista avesse raggiunto uno stadio in cui si davano solo relazioni di tipo capitalistico. Analizzava il capitalismo allo stato puro.

Rosa Luxemburg parte da un’osservazione propria anche di Marx in diverse sue opere, come i Grundrisse (che non ebbe modo di leggere, perché all’epoca non erano ancora editi) ed anche il primo libro del Capitale, in cui si afferma che il capitalismo, con il suo espandersi, distrugge le strutture tradizionali delle società non capitaliste conquistate durante la fase coloniale.

Sul ruolo del saccheggio coloniale, vale la pena citare il Marx del Capitale:

«La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica»3

In questo capitolo Marx propone altresì una formula che indica il legame dialettico tra gli oppressi nelle metropoli e quelli nelle colonie: «In genere, la schiavitù velata degli operai salariati in Europa aveva bisogno del piedistallo della schiavitù sans phrase nel nuovo mondo»4, e conclude il capitolo dicendo che «il capitale viene al mondo grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi, da ogni poro»5.

Marx descrive la distruzione dei tradizionali produttori tessili in India durante l’espansione coloniale britannica, e anche quella delle relazioni non capitaliste che esistevano in Europa prima della massiccia espansione del lavoro salariato. Ma quando arriva a mettere in luce le leggi di funzionamento del sistema capitalista, presume che il capitalismo domini totalmente tutti i rapporti di produzione e abbia, quindi, già completamente distrutto o/e assorbito i settori pre-capitalistici6.

Ciò che arricchisce l’approccio di Luxemburg sono la sua enorme capacità di pensiero critico e la sua disponibilità a confrontare la teoria con la pratica: si ispira a Marx (esprimendo un fondamentale accordo con le sue posizioni), ma ciò non le impedisce di mettere in discussione, a torto o a ragione, alcune sue conclusioni.

Un punto su cui Rosa Luxemburg è completamente d’accordo con Marx è la questione dei rapporti ineguali tra le potenze capitaliste e altri paesi in cui i rapporti di produzione pre-capitalistici sono ancora largamente presenti; rapporti per cui questi ultimi sono soggetti ai primi, che li sfruttano per continuare la loro espansione. Rosa Luxemburg, come Marx, mostra in particolare che le potenze capitaliste trovano uno sbocco per i beni che producono attraverso l’imposizione degli stessi alle società pre-capitalistiche, in particolare attraverso la firma di trattati di [cosiddetto] libero scambio.

I paesi dell’America Latina che ottennero la loro indipendenza, negli anni Venti dell’Ottocento, contro l’impero spagnolo

Se prendiamo l’esempio dei paesi latinoamericani che ottennero la loro indipendenza negli anni Venti dell’Ottocento, vediamo che importavano massicce quantità di manufatti, principalmente dalla Gran Bretagna, il cui acquisto era reso possibile dai prestiti internazionali da essi contratti.

I governi dei paesi latinoamericani che avevano contratto prestiti con i banchieri londinesi spendevano sul mercato britannico la maggior parte del denaro preso in prestito, acquistando lì ogni tipo di merce (equipaggiamento militare, dalle armi alle uniformi, macchinari per l’estrazione mineraria e l’agricoltura, ed anche materie prime). In seguito, al fine di rimborsare i loro prestiti internazionali, gli stati indebitati ricorrevano a nuovi prestiti che servivano sia per rimborsare i prestiti precedenti sia per importare ancora più manufatti dalla Gran Bretagna o da altre potenze creditrici7.

Nel suo libro del 1913 Rosa Luxemburg afferma che i prestiti sono «indispensabili per l’emancipazione degli stati capitalistici in ascesa e, nello stesso tempo, un mezzo efficacissimo nelle mani degli stati capitalistici tradizionali per metterli sotto tutela ed esercitare un controllo sulle loro finanze e una pressione sulla loro politica estera, doganale, commerciale»8

Per illustrare la penetrazione dei manufatti dai vecchi paesi capitalisti europei come la Gran Bretagna nei nuovi paesi indipendenti dell’America Latina, si può citare George Canning, uno dei principali politici britannici degli anni Venti dell’Ottocento, che nel 1824 scrisse: «L’impresa è compiuta […], l’America spagnola è libera; e se non gestiamo terribilmente male la situazione, essa è inglese»9. Tredici anni dopo, Woodbine Parish, console inglese a La Plata (Argentina), poté scrivere di un gaucho (pastore) sulla pampa argentina: «Considera tutto il suo equipaggiamento – esamina tutto di esso – e cosa c’è, ad eccezione della pelle non conciata, che non sia britannico? Se sua moglie ha un vestito, dieci a uno è confezionato a Manchester; il bollitore da campo in cui cucina il suo cibo, le stoviglie di terracotta da cui mangia, il coltello, il suo poncho, gli speroni, il morso, sono tutti importati dall’Inghilterra»10.

Per raggiungere questo risultato, la Gran Bretagna non ha avuto bisogno di ricorrere alla conquista militare (sebbene, quando lo ha ritenuto necessario, non ha esitato a ricorrere alla forza, come è avvenuto in India, Egitto o Cina). Ha usato due armi economiche molto efficaci: il credito internazionale e il divieto imposto a questi stati da poco indipendenti di adottare politiche protezionistiche.

Rosa Luxemburg insiste sul ruolo dei prestiti internazionali a paesi coloniali o stati “indipendenti” (come le giovani repubbliche latinoamericane o Egitto e Cina) per finanziare grandi opere infrastrutturali (costruzione di ferrovie, costruzione del Canale di Suez, …) o acquisti di costosi equipaggiamenti militari nell’interesse delle grandi potenze imperialiste. Scriveva così: «I prestiti esteri collegati alla costruzione delle ferrovie e degli armamenti accompagnano a loro volta tutti gli stadi dell’accumulazione del capitale»11.

Affermava inoltre che «La contraddittorietà della fase imperialista si manifesta nel modo più palese nelle contraddizioni del sistema moderno dei prestiti internazionali»12

Rosa Luxemburg, come aveva fatto Marx qualche decennio prima, insiste sul ruolo del finanziamento delle ferrovie in tutto il mondo, soprattutto nei paesi periferici soggetti al dominio economico delle potenze imperialiste. Parla della frenesia dei prestiti usati per costruire le ferrovie:

«la Borsa di Londra fu presa da una violenta febbre dei prestiti esteri. Dal 1870 al 1875, se ne collocarono a Londra per 260 milioni di sterline: conseguenza immediata fu un rapido aumento dell’esportazione di merci inglesi verso paesi esotici»13.

Alla fine del XIX secolo, dopo i banchieri londinesi vennero quelli di Germania, Francia e Belgio.

L’imperialismo tedesco, francese e belga è apparso parallelamente a quello britannico, e ha iniziato a prestare in modo massiccio ai paesi della periferia.

Rosa Luxemburg descrive così questa evoluzione:

«Nel ventennio 1890-1919, un solo mutamento è intervenuto a questo proposito: accanto al capitale inglese, va sempre più investendosi all’estero, soprattutto in prestiti statali, il capitale tedesco, francese, belga. La costruzione della ferrovia dell’Asia Minore avviene fra il 1850 e il 1890 col concorso di capitale inglese; poi è il capitale tedesco a impadronirsi dell’Asia Minore e a realizzare il grande piano della ferrovia dell’Anatolia e di Bagdad. L’investimento di capitale tedesco in Turchia provocava a sua volta una crescente esportazione di merci tedesche in questo paese. L’esportazione tedesca in Turchia raggiunge infatti nel 1896 i 28 milioni di marchi e nel 1911 i 113 milioni; nella sola Turchia asiatica, i 12 milioni del 1901, i 32 milioni nel 1911»14.

Rosa Luxemburg mostra che l’espansione coloniale e imperialista ha permesso ai vecchi paesi capitalisti europei come Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio (aggiungiamo l’Italia e i Paesi Bassi), dove c’è un surplus di capitale, di utilizzare questo capitale inutilizzato per prestarlo oppure investirlo nei paesi periferici, che poi costituiscono uno sbocco redditizio.

Scrive: «Il capitale ozioso non trovava la possibilità di accumulazione in patria, mancandovi la richiesta di prodotti addizionali: ma all’estero, dove la produzione capitalistica non si è ancora sviluppata, una nuova domanda si è determinata in strati non-capitalistici»15.

Non c’era stata domanda per il prodotto in eccedenza all’interno del paese, quindi il capitale era rimasto inattivo senza possibilità di accumulazione. Ma all’estero, dove la produzione capitalistica non si è ancora sviluppata, si è realizzata, volontariamente o con la forza, una nuova domanda degli strati non capitalisti». È solo distruggendo la tradizionale produzione locale su piccola scala che i manufatti europei hanno preso il posto della produzione interna pre-capitalistica. Le comunità impoverite di contadini o artigiani nei paesi africani, asiatici o americani furono costrette a iniziare ad acquistare prodotti europei, ad esempio tessuti britannici, olandesi o belgi. I responsabili di questa situazione non sono solo i capitalisti europei ma anche le classi dirigenti locali dei paesi periferici che hanno preferito specializzarsi nel commercio di import-export piuttosto che investire nelle industrie manifatturiere locali (come ho mostrato a proposito dell’America Latina in The Debt System, ai capitoli 2 e 3). Preferivano investire il capitale accumulato per estrarre materie prime o per coltivare cotone e vendere questi prodotti allo stato grezzo sul mercato mondiale, piuttosto che trasformarli localmente. Preferivano importare manufatti dalla vecchia Europa piuttosto che investire nelle industrie di trasformazione locali e produrre per il mercato interno.

Egitto, una vittima dei prestiti internazionali

Nel caso dell’Egitto, che Marx non aveva studiato a fondo, Rosa punta il dito su un altro fenomeno. Al fine di ripagare il debito estero contratto con i banchieri di Londra e Parigi, il governo egiziano indebitato ha sottoposto i contadini egiziani a un super-sfruttamento, sia costringendoli a lavorare gratuitamente alla costruzione del Canale di Suez, sia riscuotendo tasse che hanno finito per degradare gravemente le condizioni di vita dei contadini. Rosa Luxemburg ha così mostrato come l’eccessivo sfruttamento dei contadini con metodi che non sono puramente capitalisti (cioè non basati sui rapporti salario-lavoro) giova all’accumulazione del capitale.

Rosa Luxemburg descrive il processo sopra riassunto. Spiega che la forza lavoro egiziana

«Ma queste forze-lavoro erano costituite dallo stesso contadiname servile di cui lo stato poteva legalmente disporre in misura illimitata. I fellahin, che erano già stati costretti a lavorare come servi alla costruzione della diga di Kaliub, furono perciò mobilitati alla costruzione di argini, allo scavo di canali, alla piantagione di cotone sulle proprietà vicereali. Il khedivè aveva ora bisogno per i suoi poderi di 20 mila schiavi che aveva messo a disposizione della Compagnia di Suez, e fu questa la prima scintilla del conflitto col capitale francese. L’arbitrato di Napoleone III assegnò alla Compagnia un lauto indennizzo, che il khedivè poté accettare tanto più di buon animo, in quanto se ne sarebbe facilmente rivalso sugli stessi fellahin la cui forza lavoro era stata all’origine del conflitto. Si passò poi alle opere irrigue, per le quali furono importate dell’Inghilterra e dalla Francia quantità enormi di macchine a vapore, pompe centrifughe e locomobili; centinaia e centinaia di queste emigrarono dalla Gran Bretagna ad Alessandria, e di qui furono trasportate per battello, su barche e a dorso di cammello, in tutti i punti del paese. Infine, occorrevano aratri a vapore, tanto più che nel 1864 un’epidemia aveva decimato il bestiame. Anche queste macchine provenivano dall’Inghilterra»16.

Rosa Luxemburg descrive i numerosi acquisti di attrezzature e gli interi progetti realizzati dal sovrano egiziano attraverso capitalisti britannici e francesi. Si pone la domanda: «Chi fornì i capitali per queste imprese?», e lei stessa risponde: «I prestiti esteri»17. Tutte queste attrezzature e progetti servirono per esportare materie prime, principalmente agricole (cotone, canna da zucchero, indaco, ecc.) e per completare la costruzione del Canale di Suez al fine di promuovere il commercio mondiale dominato dalla Gran Bretagna.

Rosa Luxemburg descrive in dettaglio il susseguirsi di prestiti internazionali che progressivamente trascinarono l’Egitto e il suo popolo in un abisso senza fine. Ella mostra che le condizioni imposte dai banchieri rendono impossibile il rimborso del capitale perché al fine di pagare gli interessi si rendevano necessari nuovi prestiti. Lasciamo la parola a Rosa Luxemburg, che elenca una serie impressionante di prestiti concessi a condizioni vessatorie a beneficio degli istituti di credito:

«Fu Said Pascià, un anno prima della morte (1863), ad accettare il primo prestito, che ammontava nominalmente a 66 milioni di marchi ma in realtà, dedotte le provvigioni ecc., a 50 milioni. Lo lasciò in eredità, insieme col trattato di Suez che accollava all’Egitto un onere di 340 milioni di marchi, a Ismail. Nel 1864, Ismail contrasse il suo primo prestito di nominali 114 milioni al 7%, al netto 97 milioni all’8,25%. Questa somma fu consumata in un anno, 67 milioni alla Compagnia di Suez a titolo di indennizzo e il resto nei gorghi dell’episodio cotoniero. Nel 1865 la Banca Anglo-Egiziana provvide al primo dei cosiddetti prestiti Daira, a cui le proprietà private del khedivè servirono di garanzia: 68 milioni nominali al 9%, 50 milioni reali al 12. Seguirono nel 1866 un prestito di 60 milioni nominali (52 milioni al netto) forniti dalla Frühkling e Gröschen, nel 1867 un altro prestito di 238 milioni nominali al 7%, al netto 142 milioni al 13,5%, intermediaria la Banca Oppenheim. Così, la fastosa cerimonia dell’apertura del canale di Suez poteva essere celebrata alla presenza del fior fiore della finanza e dell’aristocrazia europea e con un pazzesco sciupio di ricchezze, mentre il sultano turco era stato tacitato con 20 milioni. Nel 1870 la ditta Bischoffsheim e Goldschmidt forniva un nuovo prestito per l’ammontare nominale di 142 milioni al 7%, pari a 100 milioni reali al 13%, che servì a coprire le spese dell’episodio zuccheriero. Nel 1872 e 1873 si hanno due prestiti Oppenheim, uno piccolo di 80 milioni al 14% e uno grande di 640 milioni nominali all’8%, ridotti a 220 milioni utilizzati per la metà alla riduzione del debito fluttuante.

Nel 1874 si fa il tentativo di lancio di un nuovo prestito su garanzia terriera (1000 milioni di marchi contro rendita annua del 9%) che frutta solo 68 milioni. I titoli egiziani erano quotati allora al 54% del loro valore nominale. Dalla morte di Said Pascià il debito pubblico complessivo era salito in 13 anni da 3.293.000 sterline a 94.110.000. Si era alla vigilia del crollo»18.

Rosa Luxemburg sostiene giustamente che questa serie apparentemente assurda di prestiti ha ripagato i banchieri:

«A prima vista, queste operazioni sembrano il colmo della follia. Un prestito segue l’altro, gli interessi di vecchi debiti sono coperti da nuovi prestiti, gigantesche ordinazioni all’industria inglese e francese sono pagate con capitali presi in prestito a inglesi e francesi.

In realtà, pur fra le generali scrollate di capo e i singhiozzi di tutta Europa sul malgoverno di Ismail, il capitale europeo fece in Egitto favolosi, incredibili affari, una ripetizione moderna delle bibliche vacche grasse nel corso storico mondiale del capitalismo»19.

«Anzitutto, ogni prestito rappresentava una speculazione, in cui da un quinto a un terzo e più della somma nominalmente prestata, rimaneva appiccicata alle mani dei banchieri europei»20, continua Luxemburg, mostrando come fosse stato il popolo egiziano, e soprattutto la massa di contadini poveri, i fellah, a ripagare il debito:

«Gli interessi usurai dovevano comunque, bene o male, esser pagati: da dove veniva il denaro a tale scopo? La loro sorgente doveva trovarsi nello stesso Egitto, e questa sorgente erano i fellahin, i contadini egiziani. Furono questi, in ultima analisi, a fornire gli elementi essenziali delle grandiose imprese capitalistiche: la terra in primo luogo, giacché i possedimenti privati del khedivè, in brevissimo tempo gonfiatisi a dismisura e costituenti la base dei piani di irrigazione e delle speculazioni sul cotone e sullo zucchero, erano stati costituiti mediante la rapina e la violenza son le terre di infiniti villaggi contadini; la forza-lavoro in secondo luogo, che i contadini offrirono gratis e quindi a spese dell’economia agricola, e che fu la base dei miracoli tecnici creati da ingegneri europei e da macchine europee nelle opere irrigue, nei mezzi di comunicazione, nell’agricoltura e nell’industria dell’Egitto. Nella costruzione della diga sul Nilo a Kaliub come del canale di Suez, delle ferrovie come degli argini, nelle piantagioni di cotone come negli zuccherifici, lavoravano legioni e legioni di servi della gleba, che secondo il bisogno erano spostati dall’uno all’altro lavoro e sottoposti al più feroce sfruttamento. E se, da una parte, al loro impiego ai fini del capitalismo moderno dovevano opporsi limiti tecnici insormontabili, dall’altra questo svantaggio era però largamente compensato dall’illimitato controllo sulle masse, dalla durata dello sfruttamento, dalle condizioni di vita e di lavoro della manodopera, di cui il capitale disponeva.

Ma l’economia contadina fornì non soltanto terra e forza-lavoro; fornì anche denaro. Servì a questo scopo il sistema fiscale che, sotto la pressione dell’economia capitalistica, applicò le manette ai fellahin. L’imposta fondiaria sulle proprietà contadine salì fino a raggiungere verso il 1870 l’equivalente di 55 marchi per ettaro, mentre la grande proprietà terriera non ne pagava che 18 e i possedimenti privati della famiglia regnante ne erano esenti. Vi si aggiunsero contributi straordinari, per esempio ai fini della manutenzione delle opere irrigue e perciò a quasi esclusivo vantaggio delle proprietà vicereali: l’equivalente di 2,50 marchi per ettaro. Per ogni pianta di dattero il fellah doveva pagare l’equivalente di 1,35 marchi, per ogni capanna di fango da lui abitata l’equivalente di 57 pfenning. Aggiunta la capitazione, i fellahin sborsarono sotto Mohammed Alì 50 milioni, sotto Said 100 milioni, sotto Ismail 163 milioni di marchi.

Quanto più aumentava l’indebitamento verso il capitale europeo, tanto più stretti si facevano i giri di vite sull’economia contadina. Nel 1869 le imposte furono aumentate del 10% e prelevate in anticipo sul 1870: nel 1870 l’imposta fondiaria fu elevata dell’equivalente di 8 marchi per ettaro. Nell’Alto Egitto i villaggi cominciarono a spopolarsi, le capanne furono demolite, i campi furono lasciati incolti, per sfuggire alle imposte. Nel 1876 la tassa sui datteri fu aumentata di 50 pfenning. Interi villaggi si diedero ad abbattere le piante e fu necessario l’intervento della truppa per metter fine alla loro distruzione. Nel 1879 si calcola che 10 mila fellahin a monte di Siut morissero di fame avendo ammazzato il bestiame per non pagare l’imposta su di esso prelevata».21

Rosa Luxemburg mostra come il capitale britannico si fosse accaparrato a prezzi stracciati ciò che ancora apparteneva allo Stato, e una volta ottenuto ciò, come abbia indotto il governo britannico a trovare un pretesto per invadere militarmente l’Egitto e stabilirne il dominio, che ricordiamo, durò fino al 1952.

Spiega:

«Una rivolta dell’esercito egiziano, ridotto alla fame dal controllo finanziario europeo mentre i funzionari europei incassano favolosi stipendi, e una rivolta provocata ad arte dalle masse stremate di Alessandria offrono il tanto atteso pretesto a un colpo decisivo. Nel 1882 truppe inglesi sbarcano in Egitto, per non lasciarlo più e suggellare con la sottomissione del paese la serie di grandiose imprese capitalistiche negli ultimi vent’anni e la liquidazione dell’economia contadina ad opera del capitale europeo».22

Dovrebbe ora essere chiaro che le transazioni tra capitale di prestito europeo e capitale industriale europeo si basano su relazioni estremamente razionali e “sane” per l’accumulazione di capitale, sebbene appaiano assurde all’osservatore casuale perché questo capitale di prestito paga gli ordini dall’Egitto e gli interessi su un prestito vengono pagati da un nuovo prestito. Spogliate di tutti i legami oscuri, queste relazioni consistono nel semplice fatto che il capitale europeo ha in gran parte inghiottito l’economia contadina egiziana. Enormi appezzamenti di terra, lavoro e prodotti del lavoro senza numero, che spettano allo stato come tasse, sono stati infine convertiti in capitale europeo e sono stati accumulati.

Come ho scritto in The Debt System riguardo all’Egitto: «I 15 anni di ricerca da parte dell’Egitto di uno sviluppo parzialmente autonomo si sono concretizzati quando i giovani soldati progressisti guidati da Gamel Abdel Nasser hanno rovesciato la monarchia egiziana nel 1952 e il Canale di Suez è stato nazionalizzato il 26 luglio 1956»23.

Conclusione

L’analisi di Rosa Luxemburg sul ruolo dei prestiti internazionali come meccanismo di sfruttamento dei popoli e come strumento per soggiogare i paesi periferici agli interessi delle potenze capitaliste dominanti è di grande attualità nel XXI secolo. Fondamentalmente, i meccanismi che Rosa Luxemburg ha messo a nudo continuano a funzionare oggi in forme che devono essere rigorosamente analizzate e combattute.

Eric Toussaint, storico e politologo, è il portavoce del CADTM International e fa parte del Consiglio Scientifico di ATTAC Francia.

È autore di Debt System (Haymarket, Chicago, 2019), Bankocracy (2015); The Life and Crimes of an Exemplary Man (2014); Glance in the Rear View Mirror. Neoliberal Ideology From its Origins to the Present, Haymarket, Chicago, 2012.

È stato coautore, con Pierre Gottiniaux, Daniel Munevar e Antonio Sanabria, di World debt figures 2015 (2015); e con Damien Millet di Debt, the IMF, and the World Bank: Sixty Questions, Sixty Answers, Monthly Review Books, New York, 2010. È stato coordinatore scientifico della Greek Truth Commission on Public Debt dall’aprile al novembre 2015.

Note

1 Rosa Luxemburg, come altri militanti, si batté contro quello che veniva chiamato “ministeralismo”, che era stato oggetto di grandi dibattiti all’interno della Seconda Internazionale, in particolare al Congresso del 1907 della II Internazionale. Una risoluzione condannava il ministerialismo in seguito all’esperienza della partecipazione di Alexandre Millerand, il leader socialista francese, nel governo Waldeck-Rousseau dal 1899 al 1902. Giudicato troppo moderato, Millerand fu escluso dal Partito socialista francese nel 1904. Nonostante la risoluzione del Congresso della Seconda Internazionale del 1907, molti leader socialdemocratici che avevano votato ipocritamente a favore non esitarono ad entrare nei governi durante la prima guerra mondiale.

2 Per una presentazione del problema dei modelli di riproduzione del capitale e dei contributi di Rosa Luxemburg, Nicolas Bukharin, Rudolf Hilferding e altri, vedi il capitolo 1 (Le leggi del moto e la storia del capitale) del tardo capitalismo di Ernest Mandel, pubblicato per la prima volta da New Left Books, Londra, nel 1975. L’edizione Verso è stata pubblicata nel 1978, seguita da una ristampa nel 1980 e dalla seconda edizione nel 1999. Il libro è disponibile anche online https://www.marxists.org/archive/mandel /1972/latecap/index.html

3 K. Marx, Il Capitale. Traduzione di Delio Cantimori. Introduzione di Maurice Dobb. Roma: Editori Riuniti, 1968, p.813.

4 Ivi, p. 822.

5 Ivi, p. 823.

6 Rosa Luxemburg scrive: “Lo schema marxiano della riproduzione allargata non può dunque spiegarci il processo dell’accumulazione così come si effettua nella realtà e come storicamente si compie. Da cosa dipende ciò? Dai presupposti medesimi dello schema. Questo pretende di rappresentare il processo dell’accumulazione nel presupposto che capitalisti e lavoratori siano gli unici rappresentanti del consumo sociale. Abbiamo visto che Marx, con logica consequenzialità, assume come presupposto teorico della sua analisi in tutti e tre i libri del Capitale il predominio generale ed esclusivo del modo di produzione capitalistico. In queste condizioni non esistono altre classi sociali che capitalisti e lavoratori: tutte le “terze persone” della società capitalista: impiegati, professionisti, sacerdoti, ecc. sono, come consumatori, da attribuire a quelle due classi,e prevalentemente alla classe capitalistica. Questo presupposto è una ipotesi di lavoro: in realtà non è mai esistita e non esiste una società capitalistica autosufficiente con predominio esclusivo della produzione capitalistica”. (L’accumulazione del capitale, Torino: Einaudi, 1980, p. 341). Marx sarebbe stato certamente d’accordo con l’affermazione di Rosa Luxemburg: “in realtà non è mai esistita e non esiste una società capitalistica autosufficiente con predominio esclusivo della produzione capitalistica”.

7 L’ho analizzato in The Debt System: A History of Sovereign Debts and their Repudiation, Chicago: Haymarket Books (capp. 1 e 2).

8 Rosa Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit., p. 420. Tutte le citazioni di Rosa Luxemburg in questo articolo sono tratte, salvo diversa indicazione, dal cap. 30, intitolato I prestiti internazionali.

9 Citato in H.W.V. Temperley, The Later American Policy of George Canning. «American Historical Review» 11(4), luglio 1906, p. 796.

10 Sir Woodbine Parish, W. Buenos Ayres and the Provinces of the Rio de la Plata, Their Present State, Trade and Debt. Londra: John Murray, 1839, p. 338.

11 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, cit., p. 419.

12 Ivi, 420.

13 Ivi, 425.

14 Ivi, 426.

15 Ivi, 427.

16 Ivi, 431-2.

17 Ivi, 434.

18 Ivi, 434-5.

19 Ivi, 435.

20 Ivi, 435-6.

21 Ivi, 435.

22 Ivi, 438.

23E. Toussaint, Debt as an instrument of the colonial conquest of Egypt [https://www.cadtm.org/Debt-as-an-instrument-of-the#nb2-17].

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