Verso un 8 marzo di mobilitazione e di lotta! – Comitato 23 settembre

Morta di stanchezza, morta di lavoro

Sara Viva Sorge, infermiera di 27 anni, si è schiantata con la sua macchina tornando a casa all’alba dopo 2 notti consecutive di lavoro, all’interno di un turno settimanale stressante, durante il quale si era trovata sola con 28 pazienti. Già allora il suo equilibrio stava cedendo, solo la solidarietà dei compagni di lavoro l’avevano protetta da una crisi di panico. Le stucchevoli lodi agli angeli delle corsie, l’ennesima “giornata di..” dedicata alle infermiere trasudano ipocrisia e non la riporteranno certo in vita.

La sua condizione è quella delle infermiere che in Italia e in tutto il mondo sono in prima linea a far fronte alla gestione dissennata dell’emergenza Covid. Migliaia di esse si sono autolicenziate, altre sono scese in lotta, reclamando la fine del loro supersfruttamento, che oltre a risucchiare le loro energie mette a repentaglio anche la salute dei pazienti. In Australia, a Sidney, migliaia di infermiere hanno sfidato il divieto di sciopero dopo anni, e sono scese in piazza, in corteo, verso il parlamento.

Chiedono un limite nel numero dei pazienti che debbono seguire, aumenti salariali, la fine del superlavoro che mette a rischio la vita degli ammalati, denunciano lo stress e la carenza di personale. Denunciano il fatto che molti lavoratori della sanità sono stati costretti a tornare al lavoro anche se positivi al Covid, asintomatici ma non per questo meno contagiosi. Alcuni presentavano evidenti sintomi della malattia, ed erano costretti a lavorare in reparti non covid. Accusano i leader politici di ignorare la loro situazione.

Per tutta risposta, il ministro della sanità ha definito il loro sciopero “avvilente”. La mobilitazione delle infermiere dilaga negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda, in Francia, in Perù, nello Zimbabwe. Qui, come dice il cartello della foto, che richiama la tragica frase di George Floyd assassinato negli Usa, le infermiere “non riescono a respirare”.

Questa situazione estrema ha rimesso in moto le lotte e le rivendicazioni che gli operatori sanitari portavano avanti, inascoltati, da anni.

Le cose non vanno meglio in Svizzera, isola felice per i banchieri, non altrettanto per i lavoratori. Non solo le paghe degli operatori sanitari sono tra le più basse dei paesi Ocse, ma il 25% di essi viene dall’estero. In particolare, il 36% delle infermiere ospedaliere proviene da Germania, Francia e Italia. Una situazione che si è rivelata critica quando le frontiere sono state chiuse durante la pandemia.

Del resto, nonostante condizioni relativamente migliori rispetto all’ambiente di lavoro, il 90% degli infermieri intervistati ha dichiarato, in un sondaggio, di lavorare sotto pressione e l’80% pensa di non avere abbastanza tempo da dedicare ai pazienti. In ogni caso, denunciano di essere sotto pressione da parte del personale dirigente.

Questa mobilitazione internazionale è al tempo stesso una forte denuncia e un segnale importante della possibilità di affrontare in modo collettivo, con la lotta, una situazione sempre più critica. Di fronte ad una emergenza internazionale, le cui cause vanno ricercate nell’aggressione sistematica alla natura, la risposta del sistema capitalistico è quella di perseguire accanitamente la propria ricerca di profitti sulle spalle non solo dei malati, ma anche delle lavoratrici che li curano. Come in una macabra catena di montaggio, esse devono essere torchiate fino allo sfinimento.

Che l’otto marzo segni una ripresa della mobilitazione delle infermiere, delle lavoratrici in più modi colpite dalla crisi e dagli effetti della pandemia e di tutti i lavoratori!

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