Come vivono i proletari nel Donbass filo-russo? – risponde il Fronte operaio del Donbass

Nel Donbass i minatori sono scesi in sciopero per mancato pagamento dei salari. Le autorità locali hanno risposto con la repressione: isolamento degli scioperanti, taglio delle linee telefoniche, arresti e multe. Intanto il conflitto, seppur nel silenzio internazionale, continua – giugno 2020

Sta passando sotto silenzio un documento, datato 19 febbraio, e pubblicato sul sito https://www.resistenze.org/sito/re00.htm, a firma Partito comunista operaio russo, Organizzazione comunista operaia della LNR (Repubblica popolare di Lungansk), Fronte operaio del Donbass, Fronte operaio dell’Ucraina.

Si tratta di formazioni politiche di matrice stalinista, molto lontane da noi sia per categorie di analisi, che per orientamenti ideologici e politici. Tuttavia il loro documento contiene elementi direttamente provenienti dal terreno di scontro, dal terreno sociale proletario, molto interessanti per capire cosa realmente è successo dal 2014 ad oggi nelle due “repubbliche popolari” del Donbass, in quell’area dell’Ucraina confinante con la Russia (di circa 4 milioni di abitanti) che talvolta viene chiamata “liberata”.

Le quattro formazioni che abbiamo citato rivendicano con forza la loro partecipazione all’insorgenza popolare del 2014 avvenuta contro quella che loro definiscono (con una formula sommaria, ma non infondata) l’andata al potere dei “fascisti ucraini”, e rivendicano che la loro dichiarazione di indipendenza dall’Ucraina fu compiuta proprio in chiave anti-fascista. Fanno notare, poi, che sia le capitali occidentali sia il Cremlino evitano di chiamare col suo “vero nome” il governo di Kiev. Il suo vero nome dovrebbe essere “governo banderista”, da Stepan Bandera, capo dell’organizzazione nazionalista ucraina OUN che durante la seconda guerra mondiale fu alleata dei nazisti. Ma si astengono dal farlo “perché sia gli Stati Uniti e i loro alleati europei che il Cremlino sono governati dalla stessa classe di quelli di Kiev“. A guerra scoppiata, la propaganda bellicista si è infiammata su entrambi i fronti, e se Zelensky dà dell’Hitler a Putin, questi a sua volta qualifica il governo di Kiev come una banda di “drogati neonazisti”. Ma i firmatari del documento non credono alle credenziali antifasciste e antinaziste di Putin, dal momento che

“Recentemente Putin ha espresso la sua ammirazione per il ‘filosofo’ Ivan Il’in, aperto apologeta dei nazifascisti, al quale si stanno erigendo monumenti e targhe in Russia, istituendo medaglie e ripubblicando opere… Anche in Russia, più tranquilla che in Ucraina, si coltiva l’anticomunismo, si demoliscono monumenti, si rinominano città e strade, si denigra la storia sovietica, si sopprimono diritti e libertà democratiche e si impone uno stato di polizia”.

I firmatari del documento hanno una posizione fermamente critica nei confronti della attuale Russia borghese, ma passano ad una vera e propria indignazione quando vanno a commentare la risoluzione della Duma che, su iniziativa del partito “comunista” (???) di Zjuganov, chiedeva a Putin di riconoscere le due repubbliche, come è poi avvenuto, allo scopo di “sostenere i residenti di alcune zone delle regioni di Donetsk e Lugansk dell’Ucraina che avrebbero espresso il desiderio di parlare e scrivere in russo, che desideravano osservare la libertà di religione e che non sono d’accordo con le azioni delle autorità ucraine…”.

Ma noi siamo insorti e abbiamo dichiarato la nostra indipendenza – protestano queste forze – “per combattere il fascismo”, “per respingere il fascismo” (si intende: nel suo contenuto sociale di brutale dispotismo di classe capitalistico) e non per semplici questioni di religione o di lingua. La classe operaia, i minatori, i trattoristi, sono stati la forza trainante della sollevazione popolare del 2014, “il sentimento sovietico dominava questo movimento e le bandiere rosse dell’Urss erano i simboli di questa lotta”. Ed invece cosa è successo negli anni successivi? Sono per caso stati creati, come sostengono i galoppini di Ziuganov e altri deputati della Duma, degli “organismi democratici sulla base dell’espressione della volontà del popolo?”

Non c’è niente di simile! La DNR e la LNR hanno perso da tempo lo spirito originario della democrazia popolare. Gli impulsi ingenui e sinceri di stabilire un vero potere del popolo, per i quali hanno combattuto il capo brigata Mozgovoj [un ex-muratore, capo del battaglione “Prizrak” (Fantasma), assassinato il 23 maggio 2015, sembra da gruppi mafiosi locali], i comandanti delle milizie popolari Dremov, Givi, Motorola, Batman e altri capi miliziani, uccisi in circostanze poco chiare, sono in gran parte sepolti. Attraverso gli sforzi della borghesia locale e russa si sono instaurati i soliti regimi capitalistici reazionari, con una democrazia ridotta, con un alto grado di sfruttamento dei lavoratori, stratificazione sociale, con il potere del capitale criminalizzato [qui la traduzione è carente – probabilmente: occultato] sotto lo slogan della ‘democrazia popolare’, che in realtà è una dittatura borghese. Le autorità coprono cinicamente i loro abomini, dal mancato pagamento dei salari e il divieto di qualsiasi protesta e sciopero all’esclusione delle milizie, dei lavoratori, proprio quei minatori e trattoristi [sottinteso: che sono stati in prima fila nella lotta contro i “fascisti di Kiev”] dalla vita politica e dalle elezioni con la legge marziale. Così ai compagni nel Donbass tocca lottare in condizioni particolarmente difficili. E la classe operaia del Donbass, come la classe operaia della Russia e dell’Ucraina, conduce una lotta comune contro la dittatura della borghesia“.

A leggere queste note ci sembra di assistere ad una delusione simile a quella di certe formazioni partigiane a composizione proletaria che si illusero che la lotta al fascismo sarebbe stata l’inizio di una lotta per il socialismo (in questo caso, di una vera “democrazia popolare”). Avremmo molto da discutere con questi lavoratori e compagni su cosa intendere per “democrazia popolare”, sulla prospettiva del socialismo, e su tante altre cose di primaria importanza. E però ha un significato, altro se lo ha!, la loro denuncia dell’attuale situazione sociale e politica in Donbass da dittatura borghese, come lo ha il loro sforzo, la loro intenzione, di tenere unite intorno alla “causa operaia” “tutte le organizzazioni dei lavoratori nel Donbass, nella Federazione russa, in Ucraina e in tutti i paesi”.

Queste dichiarazioni suonano a vergogna di tutti i “rosso”-bruni dichiarati (i “migliori”) o collotorti dissimulati (i più squallidi), per i quali le sofferenze dei proletari del Donbass, della Russia, della Siria, dell’Iran, etc., sono un necessario tributo alla “lotta contro l’imperialismo”, stravolta da battaglia internazionalista al capitalismo globale a contesa nazionalista contro i soli Stati Uniti.

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