Ripulire lo stato russo “dalle odiose e utopiche fantasie ispirate dalla rivoluzione”. Due sentite parole di Putin ai suoi fan komunisti

“Volete la decomunistizzazione? Molto bene. Ma perché fermarsi a mezza strada? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe per l’Ucraina una vera decomunistizzazione.”

Dal discorso televisivo di Vladimir Putin alla nazione russa del 21 febbraio:

“L’Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia o, per essere più precisi, dalla Russia bolscevica e comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi compagni lo portarono avanti in un modo che risultò estremamente duro per la Russia – separando quella che è storicamente terra russa. (…)

“Nel 1922 Stalin era il segretario del Partito comunista russo (bolscevico) e il commissario del popolo per gli affari etnici. Suggerì di costruire il paese sui principi dell’autonomizzazione, cioè dando alle repubbliche – le future entità amministrative e territoriali – ampi poteri pur unendosi in uno stato unificato. Lenin criticò questo piano e suggerì di fare concessioni ai nazionalisti, che allora chiamava “indipendenti”. Le idee di Lenin su ciò che equivaleva in sostanza ad un accordo per uno stato confederativo e uno slogan sul diritto delle nazioni all’autodeterminazione, fino alla secessione, furono poste alla base della struttura sovietica.

“Questo solleva molte domande: perché era così necessario placare i nazionalisti? Che senso aveva trasferire alle nuove unità amministrative, spesso formate arbitrariamente, vasti territori che non avevano nulla a che fare con loro? Un’altra domanda: perché era necessario fare regali così generosi e dare alle repubbliche il diritto di staccarsi senza alcuna condizione?

“A prima vista, questo sembra incomprensibile, persino folle. Ma solo a prima vista: una spiegazione c’è. Dopo la rivoluzione, l’obiettivo principale dei comunisti era quello di rimanere al potere a ogni costo. Ma lo sviluppo di Lenin non fu solo un errore, fu peggio di un errore: è diventato chiaro dopo la dissoluzione dell’Urss nel 1991.

“Le cose stavano esattamente così: è un fatto storico. Come ho già detto, l’Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere giustamente chiamata “L’Ucraina di Vladimir Lenin”: oggi la “progenie riconoscente” ha rovesciato i monumenti a Lenin in Ucraina. La chiamano decomunistizzazione. Volete la decomunistizzazione? Molto bene, ma perché fermarsi a mezza strada? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe per l’Ucraina una vera decomunistizzazione.

“L’Urss è stata fondata al posto dell’ex impero russo nel 1922. Ma la pratica dimostrò subito che era impossibile conservare o governare un territorio così vasto e complesso sui principi amorfi di una confederazione (…). Il rapido scivolamento nella dittatura di Stalin, il dominio dell’ideologia comunista, il monopolio del Partito comunista, la nazionalizzazione e l’economia pianificata trasformarono i principi di governo in una semplice dichiarazione. In realtà Stalin attuò pienamente non il principio di Lenin ma il suo stesso principio di governo. Non fece però i relativi emendamenti ai documenti cardine.

“E’ un gran peccato che le basi del nostro stato non siano state ripulite [notate il verbo – vi ricorda qualcosa?] dalle odiose e utopiche fantasie ispirate dalla rivoluzione, che sono distruttive per qualsiasi stato normale [capitalistico – n.]. (…) Il virus delle ambizioni nazionaliste è ancora con noi: era il diritto di secessione dall’Urss”.

E quale sarebbe, invece, l’Ucraina di Vladimir Vladimirovic Putin? Quella russa e cristiano-ortodossa:

“L’Ucraina è una parte inalienabile della nostra storia, della nostra cultura e del nostro spazio spirituale. Da tempo immemorabile le persone che vivono nel sud-ovest di quella che storicamente è stata la terra russa, si chiamano russi e cristiano-ortodossi“.

Giorgia Meloni, nel suo libro, approva

Del resto, a partire dalla seconda guerra cecena, Putin è stato più volte celebrato come lo strenuo difensore dei “valori cristiano occidentali”, colui che, senza esitazioni, si poneva come un solido baluardo contro la “barbarie islamica”. Lo stesso ritornello è risuonato a proposito dell’appoggio militare russo al regime di Assad per soffocare nel sangue la rivolta popolare in Siria, un intervento dipinto, anche in una certa “sinistra”, a difesa di tutto l’Occidente dal “male assoluto”, incarnato, in questo caso, dall’Isis.

Putin e i suoi fan “”comunisti”” (per non dire della loro camerata di strada Giorgia Meloni), nulla sanno e nulla vogliono sapere dell’impero zarista come “prigione di popoli”, e tanto meno del principio rivoluzionario dell’autodecisione dei popoli sostenuto da Lenin (e da noi).

Giusto una boccata di aria pura:

“La Russia è una prigione di popoli non soltanto a causa del carattere militare-feudale dello zarismo, non soltanto per il fatto che la borghesia grande-russa appoggia lo zarismo, ma anche perché le borghesie polacca, ecc. hanno sacrificato la libertà delle nazioni e la democrazia in generale agli interessi dell’espansione capitalistica. Il proletariato della Russia non può fare a meno di marciare alla testa del popolo per la rivoluzione democratica vittoriosa (questo è il suo compito immediato) né può fare a meno di combattere assieme ai suoi fratelli, ai proletari d’Europa, per la rivoluzione socialista senza chiedere anche ora piena e incondizionata libertà di separazione dalla Russia per tutte le nazioni oppresse dallo zarismo. Noi rivendichiamo questo, non indipendentemente dalla nostra lotta per il socialismo, ma perché quest’ultima lotta resta una parola vuota se non è legata indissolubilmente all’impostazione rivoluzionaria di tutte le questioni democratiche, compresa quella nazionale. Noi esigiamo la libertà di autodeterminazione, cioè l’indipendenza, cioè la libertà di separazione delle nazioni oppresse, non perché sogniamo il frazionamento economico o l’ideale dei piccoli Stati, ma, viceversa, perché desideriamo dei grandi Stati e l’avvicinamento, persino la fusione, tra le nazioni su una base veramente democratica, veramente internazionalista, inconcepibile senza la libertà di separazione. Come Marx nel 1869 chiedeva la separazione dell’Irlanda non per il frazionamento, ma per un’ulteriore libera unione tra l’Irlanda e l’Inghilterra, non per “giustizia verso l’Irlanda” ma in nome degli interessi della lotta rivoluzionaria del proletariato inglese, così anche noi consideriamo la rinuncia dei socialisti della Russia alla rivendicazione della libertà di autodeterminazione delle nazioni nel senso da noi indicato, come un aperto tradimento della democrazia, dell’internazionalismo e del socialismo.”

Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto dei popoli all’autodeterminazione, ottobre 1915

Insomma, chi vuole identificarsi con la politica della Russia di Putin, o fare sponda su di essa, lo faccia pure. Ma se pretende di farlo in nome del “socialismo”, dell’“anti-imperialismo”, dell’“internazionalismo”, è un baro.

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