Una maledizione su entrambe le vostre case: la posizione della classe operaia britannica nella crisi attuale – Angry Workers of the World (italiano – english)

Come secondo contributo alla preparazione dell’Assemblea del 10 aprile, abbiamo ripreso e tradotto dal sito “Insurgent Notes” fondato, tra gli altri, da Loren Goldner, questo interessante documento degli Angry Workers of the World (Lavoratori arrabbiati del mondo).

Si tratta di un documento di circa un anno fa, che conserva intatto il suo interesse. Sia per l’inquadramento della pandemia, vista come “l’ultimo atto di una crisi sociale più profonda nel modo in cui produciamo il nostro mondo e noi stessi”; sia per lo sforzo di “integrare gli aspetti biologici della crisi con quelli sociali, e ricondurli alla nostra posizione di classe operaia” (di proletariato); sia perché ci dà conto di due lotte degne di nota avvenute nel corso del primo picco della pandemia, non conosciute in Italia, quella all’aeroporto di Heathrow e l’altra alle Tower Hamlets – occorse in un contesto di pressoché generale passività e sfiducia in sé della massa dei salariati; sia per le interviste riassunte nel testo che si possono leggere integralmente a questo link: The Lockdown Interviews

Per quanto ci riguarda, concordiamo sulla tesi politica che nella pandemia ed in ogni altra “emergenza” capitalistica, così come, del resto, nella logorante “normalità” dei rapporti sociali capitalistici, la classe proletaria può contare solo e soltanto sulla propria auto-attività ed auto-organizzazione. Altrettanto comune è la seguente convinzione: “Un approccio globale è l’unico modo per eliminare la minaccia di questa e delle future pandemie, il che è impossibile in un mondo dominato dagli interessi frammentati dell’industria privata e degli stati nazionali. L’unica vera soluzione a pandemie come questa è la trasformazione completa del mondo in cui viviamo. Un’unica comunità umana, con un sistema unitario per prendere decisioni e produrre ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Una comunità in cui non esistano più gli interessi privati che hanno determinato la comparsa del virus e hanno massacrato coloro che ne sono stati infettati”. (red.)

La pandemia Covid-19 ha, se non altro, dimostrato che il mondo in cui viviamo è folle. Centinaia di governi nazionali hanno perseguito strategie palesemente contraddittorie per affrontare la stessa catastrofe globale, e tutti hanno fallito in modo spettacolare. I morti, a centinaia di migliaia, sono stati considerati non solo accettabili ma addirittura necessari per preservare un’economia che impoverisce l’intera umanità.

Le imprese possono ignorare le restrizioni sanitarie impunemente e usarle, se loro conviene, come ulteriore arma contro i lavoratori. I produttori di vaccini si stanno battendo per evitare di divulgare le informazioni necessarie a produrli, al fine di mantenere i loro profitti.

Di fronte a un nuovo periodo di recessione, il capitale ha rilanciato una vigorosa offensiva contro la classe operaia. Nonostante le ardenti speranze di alcuni funzionari sindacali e fiacchi socialisti, è improbabile che, da solo, questo spinga i lavoratori a intensificare le lotte. Ma non ha comunque senso abbandonarsi alla disperazione che attanaglia le classi medie di tutto il mondo. In tutta la storia del movimento operaio, che il momento fosse buono o cattivo, è stato compito di coloro che vogliono far avanzare il nostro movimento scoprire quale fosse esattamente la posizione della classe nella situazione data, e quindi cosa fare per promuoverne l’organizzazione e la lotta per l’emancipazione.

Lo scopo delle interviste qui riassunte non era di informare su ciò che già si sa – che le cose vanno male e stanno peggiorando – ma di capire cosa possiamo fare al riguardo. Abbiamo intervistato due dozzine di lavoratori sulle loro esperienze di lavoro durante e dopo il primo lockdown Covid-19: infermieri, lavoratori delle poste, conducenti della metropolitana, lavoratori dei call center, docenti universitari, lavoratori agricoli, studenti e altri. La confusione iniziale dei dirigenti durante la pandemia li ha spinti a delegare le questioni pratiche alla base, cosicché i lavoratori hanno preso in mano la situazione. In molti casi le direttive insensate dall’alto sono state del tutto ignorate per necessità, e le norme sanitarie sono state stabilite dal basso. Questo, assieme all’accresciuto interesse per i lavori “essenziali”, ha fatto sì che i lavoratori cominciassero a interrogarsi sul perché debbano lavorare nel modo in cui lavorano. Il che non si è immediatamente tradotto in maggiore sicurezza, molti hanno capitolato di fronte alle strategie di “licenziamento e riassunzione” imposte e, come già prima di questa crisi, hanno dubitato sulla propria capacità di lottare.

Quando, nel 1351, la peste nera uccise un terzo della popolazione britannica, la monarchia e la nobiltà feudale “considerando i gravi inconvenienti che potrebbero derivare dalla mancanza soprattutto di aratori e di lavoratori simili”, ma anche pensando a certi contadini senza scrupoli che “vedendo le difficoltà dei padroni […] non sono disposti a servire se non ricevono paghe spropositate”, approvarono lo “Statuto dei lavoratori”.

La legge fissò i salari ai livelli precedenti la peste, nonostante questi fossero al minimo storico dopo la Guerra dei Cent’anni, e proibì l’accattonaggio e la ricerca di lavoro altrove. La peste fu solo un pretesto; in realtà una misura simile doveva servire a spremere i lavoratori a prescindere dalla peste nera. Sembra che Rishi Sunak1 abbia trasmesso lo spirito di Edoardo III. Ci vollero trent’anni perché le deboli e disperse masse contadine si ribellassero, ma senza successo. La ricomparsa della peste nel mondo capitalista non ha bisogno di seguire lo stesso percorso, non se usiamo questa opportunità per scoprire dove e come possiamo reagire. Dobbiamo esaminare rigorosamente, senza paure o ciechi dogmi, la situazione in cui ci troviamo: non in quanto singoli individui, o luoghi di lavoro, o anche gruppi nazionali, ma come classe internazionale che deve ricostruire il suo spirito combattivo e i collegamenti con se stessa. Dobbiamo analizzare i punti di forza e di debolezza delle lotte operaie ovunque, trarne lezioni e imparare da una riflessione franca. Poi, possiamo cominciare a passare all’offensiva.

Le cause della pandemia e la risposta

Uno dei molti sintomi della sofferenza della nostra esistenza sociale è l’isolamento dovuto alla divisione del lavoro vissuto dalla maggior parte delle persone, che così non riesce a comprendere quanto accade in altri rami dell’attività umana. L’esempio più chiaro di questo disastro è la risposta pubblica alla pandemia. La stragrande maggioranza delle persone ha ricevuto dallo stato solo un’istruzione scientifica elementare, in gran parte errata o incoerente o mal insegnata, perché un’istruzione migliore non serviva al capitale. Inoltre, è completamente esclusa dalla pratica delle scienze naturali, che si svolge a porte chiuse e opera su principi non dichiarati. Quando lo stato si appropria dei risultati della scienza per i propri scopi (con accuratezza variabile), per giustificare le sue decisioni e rivestirsi di una patina di competenza, induce settori della classe operaia, che giustamente non si fidano dello stato, a non fidarsi nemmeno della scienza. Il che lascia spazio ai ciarlatani della classe media per diffondere assurdità che non fanno che accrescere la confusione.

Questo non significa che la scienza stessa sia perfetta. A causa della separazione tra lavoro intellettuale e manuale, e della miseria delle cosiddette “scienze sociali”, gli scienziati che magari hanno una corretta comprensione della microbiologia e dell’immunologia hanno però una capacità limitata di comprensione della società. Solo la classe operaia e le sue organizzazioni sono in una posizione sociale che permette di capire veramente la globalità della situazione attuale, cosa fondamentale. Soltanto con una comprensione effettiva dei fatti e una chiara visione dei nostri interessi, possiamo fare programmi e continuare a lottare. Ma nessuno dei gruppi della cosiddetta sinistra è stato in grado di avere una visione coerente della crisi, oscillando tra puerili appelli allo stato affinché aumenti le misure repressive, e richieste contingenti prive di una più ampia valutazione di ciò che sta accadendo. Dobbiamo integrare gli aspetti biologici della crisi con quelli sociali e ricondurli alla nostra posizione di classe operaia.

Il virus ufficialmente chiamato “sars-CoV-2” che causa la malattia Covid-19 è essenzialmente un semplice insieme di istruzioni, codificate in un composto chimico chiamato RNA, avvolto in un mantello di proteine. Il mantello è usato per entrare nelle cellule umane, che contengono meccanismi normalmente usati per creare sostanze chimiche di cui la cellula ha bisogno, ma che il virus può usare per replicare se stesso. Le nuove copie possono così diffondersi liberamente nel corpo e finire nel muco e nella saliva, che possono essere distribuite nell’aria tossendo, starnutendo e parlando. I virus hanno bisogno del meccanismo cellulare di altri organismi per riprodursi e dipendono quindi dalla possibilità di diffondersi, in questo caso attraverso le goccioline trasportate dall’aria. Il loro alto tasso di riproduzione e la mancanza di complicati meccanismi di controllo fanno sì che quando si riproducono, si producano molti errori. Normalmente questo si traduce o in nessun cambiamento o nella morte del virus, ma a volte rende il virus più adatto a diffondersi e quindi il cambiamento diventa prevalente, portando a un nuovo ceppo. Cosa che accadrà sempre più spesso man mano che il virus si trasmette, ed è per questo che incontriamo un maggior numero di nuove varianti quando il tasso di infezione aumenta, il che porta poi ad un ulteriore incremento.

Quella in corso non è una crisi che può essere attribuita a qualche imprevedibile atto di Dio. E non è nemmeno un problema di questo o quel governo incompetente. Abbiamo visto che il mondo intero ha operato in modo egualmente mediocre di fronte a un problema che è molto facile da affrontare da un punto di vista puramente biologico. Il solo tenere tutti isolati nel punto originale di contatto con la malattia fino a quando fosse stato prodotto un vaccino avrebbe limitato al minimo il numero di morti, ma questo era chiaramente impossibile nel mondo attuale. Siamo quindi costretti a rimanere in questo stato oscillante tra chiusure e riaperture, licenziamenti, senza nessuna speranza di un piano razionale.

La follia della risposta al virus è solo un riflesso della follia che coinvolge ogni aspetto del modo in cui siamo costretti a vivere. Vediamo le sue orribili conseguenze ogni giorno, ora più che mai, ma ci viene detto che non c’è alternativa. Le nostre vite sono spezzate dall’esistenza della proprietà privata; a causa di essa non possiamo produrre cose da usare direttamente per aiutare le persone e soddisfare i loro bisogni. Siamo costretti invece a produrre cose da scambiare sul mercato per denaro. Da questa irrazionalità di base nasce il mostro del capitale: il denaro che produce più denaro. Lo fa estraendo sempre più lavoro da coloro che non hanno nulla da vendere se non il proprio corpo: la classe operaia. Questo rapporto umano che ora ci domina ha riunito un numero immenso di persone aumentando la concentrazione della produzione e ha portato a innovazioni incredibili che hanno accresciuto enormemente la nostra capacità produttiva. Ma niente di tutto questo viene usato per migliorare le nostre vite, o per diminuire il tempo di lavoro. È usato come arma per risucchiare da noi sempre più valore. Inoltre, il capitale “dà e toglie”. La nostra cooperazione è contrastata dalla concorrenza che infesta ogni aspetto del mondo sociale e ci impedisce di realizzare il potenziale di cui disponiamo. Se le tecnologie innovative sono troppo costose, allora dobbiamo lavorare a turni di dodici ore con tecnologie primitive, tutto al servizio del capitale.

Le pandemie sono il risultato dell’interazione tra gli esseri umani e la natura, ma ciò che regola questa interazione è la relazione tra gli esseri umani, e ogni formazione sociale porta le proprie malattie. Le pandemie sono nate quando abbiamo addomesticato gli animali e siamo passati alla vita sedentaria. Il rapido aumento della densità della popolazione e il contatto dell’uomo con altre specie crearono i presupposti per il trasferimento delle malattie. Dagli stessi animali ricevemmo la tubercolosi, il vaiolo e il comune raffreddore, mentre la concentrazione di prodotti di scarto nei fiumi ci diede la poliomielite e il tifo, e attirò anche gli insetti che portavano la malaria. Le nostre diete divennero eccessivamente dipendenti da monocolture amidacee come il grano perché erano più facili da coltivare, dando vita a malattie da carenza come il marasma2 e lo scorbuto. La storia delle società antiche è disseminata di pestilenze senza nome che periodicamente dilaniano le comunità sterminandole completamente, provocate dai fiorenti legami commerciali creati dall’Impero Romano. Il doppiaggio del Capo e la scoperta dell’America crearono le basi del mercato mondiale e del capitalismo, ma costituirono anche una catastrofe biologica. Il Vecchio Mondo diede al Nuovo il vaiolo e il morbillo, uccidendo tra un terzo e la metà della popolazione nativa; in cambio il Vecchio Mondo ricevette la sifilide. Tra le spoglie coloniali dell’India che la Britannia consegnò alla sua popolazione nel diciannovesimo secolo ci fu il colera endemico; le condizioni per la varietà inglese create dall’industrializzazione, e la sottomissione delle masse a una povertà e a una sporcizia indicibili. Negli ultimi due secoli abbiamo fatto passi da gigante nel trattamento delle infezioni, ma tutto ciò ha significato una maggiore diffusione delle cosiddette “malattie del benessere”: cancro, malattie coronariche, ipertensione, diabete, ecc. Tutte legate allo stress e alla cattiva alimentazione che sono causate dal nostro sfruttamento e dal modo disumano in cui viviamo. La malattia attuale non è diversa.

È stata una tattica dei media quella di distinguere la crisi “naturale” da quella “economica”, per sostenere la necessità di apertura o la necessità di una nuova chiusura. Ma è una distinzione falsa: la pandemia è solo l’ultimo atto di una crisi sociale più profonda nel modo in cui produciamo il nostro mondo e noi stessi. I reazionari hanno dato la colpa del virus a una particolare perversione della Cina (o meglio ancora – la Cina “comunista”!), ma i mercati alimentari da cui il virus è emerso sono intimamente legati ai bisogni dell’agricoltura capitalista. Dagli anni ’90, i piccoli agricoltori della classe media cinese sono stati schiacciati dai grandi gruppi industriali di produzione alimentare (longtou qiye). Questi gruppi hanno abbassato i prezzi fino a che le piccole fattorie non sono più state in grado di competere. Molti hanno rischiato la rovina totale, finché non hanno trovato un’alternativa: l’allevamento di animali selvatici ed esotici per mercati di nicchia, che si rivolgono ai cinesi benestanti. La continua invasione degli habitat di questi animali e la loro concentrazione nei mercati agricoli è stata una polveriera per il crossover delle malattie, ma tendenze simili esistono in ogni parte del mercato mondiale. Esse sono solo una conseguenza particolare del modo di produzione internazionale, e nel nostro libro descriviamo in dettaglio con le inchieste dei lavoratori come Tesco opera seguendo queste linee.3 L’incessante bisogno del capitale di crescere senza tener conto dei bisogni della razza umana porta alla distruzione ambientale in generale: l’espansione in ogni singolo angolo della terra, il colossale spreco di terra e risorse, il sacrificio della fertilità a lungo termine del suolo, la concentrazione degli esseri umani in densi centri urbani, e l’intensificazione del riscaldamento globale.

Le campagne borghesi per la “sostenibilità” non porranno mai fine a questa distruzione (perché cos’altro stanno cercando di “sostenere” se non il capitale?) e non prenderanno mai in considerazione gli effetti delle loro azioni sui lavoratori. La conseguente perdita di biodiversità, tutta al servizio del profitto, causerà inevitabilmente ulteriori pandemie perché quelle specie che sopravvivono ospiteranno sempre più agenti patogeni.

Le inumane leggi del capitale che hanno portato alla comparsa del virus ci vengono presentate come leggi della natura, e sono le giustificazioni che gli stati adducono per l’inversione di rotta. “Vogliamo salvare delle vite”, dicono, “ma non a costo dei mezzi di sussistenza”. Nessuno dei politici o degli opinionisti riconosce mai la barbarie di un mondo nel quale le due cose sono contrapposte. Privati del potere e delle informazioni necessarie per prendere decisioni sulla nostra vita in generale e sulla nostra salute in particolare, siamo costretti a qualsiasi lavoro schifoso che riusciamo a trovare e ci viene chiesto di demandare tutto allo stato. La funzione dello stato britannico è di rappresentare gli interessi del capitale, al quale lo mantengono asservito le tasse e il credito, ma le diverse frazioni del capitale hanno interessi diversi. Il capitale industriale e il capitale legato ai servizi essenziali come i supermercati e l’agricoltura sono stati in gran parte risparmiati dalla necessità di licenziare lavoratori, e quindi possono tollerare lunghi periodi di lockdown in vista di un ritorno alla normalità. D’altra parte, il capitale nel settore dell’ospitalità, del turismo, dell’aviazione commerciale, ecc. è deciso a assicurarsi chiusure più limitate possibili per evitare la perdita di profitti o addirittura la bancarotta. Analogamente, i proprietari di immobili si trovano di fronte alle conseguenze rovinose di inquilini che possono ritardare il pagamento dell’affitto o addirittura non pagarlo del tutto, e quindi anche loro si uniscono al coro a favore di un allentamento delle restrizioni. Gli imprenditori e i manager della classe media sono sotto forte pressione, e ampie fasce sono ormai precipitate nella classe operaia. Tutti questi gruppi sono rappresentati in parlamento, e le aspre discussioni, le inversioni a U, i ritardi, le direttive senza senso, ecc. sono frutto del processo di negoziazione del capitale con se stesso. Pur apparendo come un potere che si erge al di sopra della società, lo stato è in realtà dominato dagli interessi del capitale, anche quando sono in conflitto con gli interessi dell’umanità.

Lo stato sta ora sbandierando come un pavone orgoglioso il suo programma di vaccinazione “vincente a livello mondiale”. Tralascia però di dire che la distribuzione dei vaccini è fortemente disuguale, e favorisce le nazioni capitaliste più sviluppate. Questo avviene perché un piccolo numero di società vuole assicurarsi il mercato farmaceutico attraverso la protezione dei brevetti, e la possibilità di ottenere alti profitti in tempi di scarsità. Le informazioni necessarie per produrre i vaccini vengono poi vendute a costi proibitivi ad altri gruppi privati, come il Serum Institute in India, che possono così partecipare ai profitti. Un approccio globale è l’unico modo per eliminare la minaccia di questa e delle future pandemie, il che è impossibile in un mondo dominato dagli interessi frammentati dell’industria privata e degli stati nazionali.

L’unica vera soluzione a pandemie come questa è la trasformazione completa del mondo in cui viviamo. Un’unica comunità umana, con un sistema unitario per prendere decisioni e produrre ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Una comunità in cui non esistano più gli interessi privati che hanno determinato la comparsa del virus e hanno massacrato coloro che ne sono stati infettati. Non è un’utopia fanatica e non siamo una setta con secondi fini. Siamo gente che lavora e che ha capito che se ci uniamo e lottiamo per i nostri interessi, non saremo costretti a vivere in questo modo. Questa lotta inizia con un’analisi della nostra posizione.

L’esperienza della classe operaia durante il lockdown

Per alcuni la pandemia e il conseguente lockdown sono stati il più violento cambiamento mai sperimentato nella propria vita quotidiana, mentre per altri hanno solo intensificato il loro inesorabile sfruttamento. Alcuni hanno visto diminuire i loro fardelli, mentre altri hanno dovuto affrontare condizioni più estenuanti che mai. Le diverse reazioni al lockdown a seconda del tipo di lavoro, dell’età e del sesso sono state profondamente sentite in tutta la classe e devono essere tenute in conto; si deve prendere atto che parti diverse della classe hanno interessi diversi. Ma queste differenze momentanee sono solo le manifestazioni esteriori del nostro sfruttamento comune, e potremo avanzare solo se saremo una classe unita.

Prima del primo lockdown, i rumori sull’imminente pandemia avevano già raggiunto la Gran Bretagna, ma pochi ne presero atto. Alcuni lavoratori iniziarono a porre in atto loro misure di sicurezza quando la situazione internazionale si fece più evidente, ma la maggior parte fu cullata in un falso senso di sicurezza dalla noncuranza dei loro manager e dello Stato. Tutto cambiò quando il governo diede il via al primo lockdown. La gravità del Covid-19 fu enfatizzata alla classe operaia come a tutti gli altri, ma a differenza dei manager impiegatizi che potevano lavorare a casa, molti di noi dovettero continuare come prima. I nostri capi hanno risposto alla crisi ignorando quando possibile le restrizioni sanitarie, e sfruttandole quando potevano.

Abbiamo saputo di lavoratori di Amazon espressamente costretti a lavorare su linee affollate per poi essere “segnati in rosso” e rimproverati da “nazisti dei due metri” il cui compito è di andare in giro a sorvegliarli con un’asta di due metri. Nei supermercati, i lavoratori hanno dovuto lavorare meno ore per adattarsi a orari di apertura prolungati in maniera arbitraria, e alla Royal Mail (Le Poste), ai lavoratori è stato detto di non condividere i furgoni per evitare il contatto sociale – ma poi hanno dovuto usare il trasporto pubblico! Le precauzioni di sicurezza sono state prese più seriamente nelle aree a diretto contatto con i clienti come ristoranti e negozi, ma spesso dietro le quinte sono state completamente ignorate, e ai lavoratori è stato risposto di andarsene a casa se non si sentivano sicuri. A molti lavoratori, che avevano contratto il covid o erano venuti a contatto, è stato detto di presentarsi comunque al lavoro. Non c’è da meravigliarsi che un numero così alto di lavoratori sia giunto a non credere alla pandemia se è questa la farsa a cui assistono quotidianamente; il capitale ha usato la loro salute come un’arma contro di loro.

All’interno del sistema sanitario nazionale britannico (NHS), regna la confusione. Lo sciovinismo che si cela dietro l’orgoglio del “nostro NHS” impedisce di vedere fino a che punto la nostra sanità “socializzata” è dominata da interessi di mercato e sfrutta i suoi lavoratori come qualsiasi azienda privata. La suddivisione dell’NHS in vari Trust e Clinical Commissioning Groups (CCGS), che funzionano come aziende indipendenti con propri bilanci e capacità decisionali, ha fatto sì che non ci fosse una direzione superiore chiara per gli operatori sanitari. Abbiamo saputo da uno studente infermiere della confusione riguardo alla possibilità di praticare la rianimazione cardiopolmonare su pazienti malati. Agli operatori non è stato dato tempo addizionale per mettere in pratica i nuovi rigorosi protocolli d’igiene, sono stati spesso costretti ad accollarsi lavoro extra per sostituire i colleghi malati, indipendentemente dal fatto che fossero qualificati, le carenze croniche di dispositivi di protezione personale non sono mai state risolte, e molti stanno ora soffrendo psicologicamente per l’intensità delle esperienze vissute.

Questo non vuol dire che quelli bloccati a casa abbiano avuto vita facile. L’effetto demoralizzante dell’impossibilità di uscire, unito al forte controllo dei manager che non avevano altro da fare, è stato una notevole fonte di tensione. Molti lavori svolti a casa erano pressoché irrealizzabili in tali condizioni, e ai lavoratori spesso non venivano date indicazioni su come rimediare. I lavoratori con figli (e spesso ci si aspettava che fossero le donne ad assumersi la responsabilità) si sono trovati in una posizione di doppia difficoltà, dovendo lavorare e occuparsi dei figli allo stesso tempo. Non potendo più accedere alle reti di supporto di amici e nonni vulnerabili, e ricorrere ai vari sistemi che permettevano alle donne di andare a lavorare, come gli appuntamenti di gioco e i gruppi per la colazione e il doposcuola, la famiglia della classe operaia ha rivelato le proprie fragilità. Gli abusi domestici si sono moltiplicati e, in molti casi, le donne hanno avuto più difficoltà di prima a sfuggirvi.

Dopo il lockdown, il ritorno dal periodo di sospensione del lavoro è stato difficile. Alcune aziende si erano rese conto che non sarebbero state in grado di mantenere il precedente numero di lavoratori, o che non ne avevano realmente bisogno. Abbiamo sentito parlare dei numerosi licenziamenti previsti, dei turni cancellati e delle ore ridotte. Le strategie impiegate dal capitale per stringere la cinghia dopo la crisi improvvisa ricadranno inevitabilmente sulla classe operaia: taglio dei salari, riduzione dei bonus, aumento delle ore e dell’intensità del lavoro. Non è ancora chiaro come reagiremo.

Le lotte durante il lockdown

I sindacati sono stati quasi inutili durante la crisi. La maggior parte di essi si è occupata a parole degli attacchi subiti dai lavoratori, ma non è riuscita a organizzare alcuna iniziativa o a prendere misure per impedirli. La Cwu4 ha persino cancellato le proteste dei lavoratori nei primi giorni della pandemia per rispondere all'”emergenza nazionale”. Alcune sezioni dell’Ucu5 hanno impedito proteste efficaci contro i licenziamenti di massa dei lavoratori precarizzati, consentendo solo le proteste di non più di sei persone. Il loro presunto desiderio di “rispettare il distanziamento sociale” è apparso ancora più ridicolo dopo che centinaia di infermiere sono riuscite a manifestare in sicurezza. Più frequenti sono state le piccole azioni collettive intraprese in modo autonomo: in Amazon alcuni lavoratori si sono uniti per chiedere un maggior numero di turni, in Wetherspoons6 i lavoratori hanno deciso di auto-isolarsi e chiedere la piena retribuzione dopo che un collega era risultato positivo. In vari luoghi, c’è stata una riorganizzazione spontanea delle mansioni lavorative per sostituire lavoratori in malattia. Però questi casi sono stati pochi e distanti tra loro; lo stato d’animo generale è stato di accettazione passiva. Come ha detto un lavoratore: “La gente è arrabbiata, ma anche stanca, non vuole altri problemi”. Ci sono state, comunque, due lotte degne di nota nel periodo della pandemia alle quali abbiamo assistito: Heathrow e Tower Hamlets.7

Il 3 luglio 2020 Tower Hamlets ha licenziato e riassunto quasi 4.000 lavoratori del comune – la prima serie di attacchi che l’azienda ha chiamato “Premi Tower”, mentre le sue vittime l’hanno denominata “Rapina Tower”. Il nuovo contratto è un esempio delle strategie che il capitale sta usando per abbassare il costo del lavoro e consolidare la disciplina del lavoro in tutta la Gran Bretagna e oltre: taglio delle indennità di viaggio e del lavoro flessibile, revisione dei livelli salariali e riduzione drastica delle indennità di licenziamento. La risposta, per contro, è stata la prima reazione organizzata su larga scala da parte dei lavoratori comunali in Inghilterra. Dei quattro sindacati presenti tra i lavoratori del comune, solo Unison8 ha deciso di scioperare, e i nove giorni di sciopero parziale, distribuiti su due mesi, sono stati ben lontani dallo sciopero a tempo indeterminato che gli iscritti avevano votato a febbraio. Tuttavia, abbiamo tratto lezioni preziose da come si sono svolti i fatti e dalle conversazioni che abbiamo avuto durante il picchetto.

Sono stati chiamati allo sciopero circa 1.500 lavoratori del comune, e le loro proteste si sono estese ben oltre Tower Rewards. Accordi di rotazione, il rimborso per le spese di lavoro, il mobbing da parte della direzione, il carico di lavoro crescente e l’aumento della burocrazia sono stati tutti argomenti di discussione, senza dubbio i principali per molti. Il fatto che questi problemi siano presenti ovunque potrebbe essere incoraggiante se riescono a stimolare i lavoratori ad agire. Inoltre, la reazione al picchetto da parte degli abitanti è stata positiva, molti hanno dato sostegno morale malgrado la scarsa conoscenza degli scioperi e del loro scopo. Il problema principale degli scioperi è stata la mancanza di un’organizzazione, gestita e fatta rispettare dal sindacato. Poiché i lavoratori erano a casa, è stato molto difficile garantire la tenuta dello sciopero: molti lavoratori hanno recuperato i giorni di sciopero lavorando di più, prima e dopo, o hanno svolto compiti che ritenevano “essenziali” e hanno tralasciato le scartoffie. Non è stato nemmeno sempre chiaro se scioperando i lavoratori avrebbero perso lo stipendio.

Ad eccezione di una parte degli assistenti sociali che hanno scavalcato con successo il sindacato e ottenuto un aumento di salario, non c’era alcuna organizzazione indipendente. Unison aveva monopolizzato gli spazi organizzativi a tal punto che era impossibile contattare i compagni di lavoro senza essere un delegato, e veniva osteggiata in maniera attiva la militanza degli stessi delegati. L’apatia e la passività dei lavoratori non è dovuta ad un atteggiamento inadeguato come alcuni pensano, ma è il risultato di uno stato di cose mantenuto e prodotto dai sindacati stessi. Approvano solo iniziative simboliche, terrorizzati dalle leggi e dalla perdita di denaro, e più in alto si va, più la situazione peggiora. Si trascinano per le lunghe, limitano i giorni di sciopero, sostituiscono gli scioperi con le proteste e demoralizzano i loro iscritti finché non hanno più energie per lottare. Non dispongono neppure di strumenti decenti che consentano ai lavoratori di comunicare; i lavoratori sono stati costretti a usare gruppi WhatsApp di facile infiltrazione o persino la posta elettronica aziendale! Insufficienze basilari come questa compromettono qualsiasi tentativo di organizzazione dei lavoratori; dobbiamo essere in grado di elaborare metodi nostri per superarle.

Il settore del trasporto aereo è stato uno dei maggiori perdenti di questa pandemia, ma sembra che abbia potuto rifarsi attaccando i salari e le condizioni di lavoro. Heathrow e BA (British Airways) hanno entrambi proposto nuovi contratti e tattiche di “licenziamento e riassunzione”, ed entrambi si sono scontrati con una coraggiosa opposizione dei lavoratori. I lavoratori di Heathrow hanno scioperato per quattro giorni all’inizio di dicembre, e i lavoratori cargo di BA per nove nel periodo natalizio. Entrambi sono stati coordinati da Unite;9 il comportamento che abbiamo trovato sul campo è stato incoraggiante. I lavoratori non si sono fatti ingannare dai presunti ‘aumenti salariali’ che nascondevano tagli ai loro aumenti annuali, e c’è stato un alto livello di solidarietà. Non hanno voluto salari più alti a spese del licenziamento dei loro compagni, e molti lavoratori più anziani hanno voluto dare l’esempio ai compagni più giovani e ad altri lavoratori. Soprattutto i lavoratori della Cargo si erano guadagnati grande simpatia, ed era straordinario il desiderio espresso da più parti di trovare il modo di collegarsi e sostenere i compagni di lavoro.

Il che rende ancora più incredibile il fatto che questi scioperi non siano stati affatto coordinati, nonostante fossero entrambi organizzati dallo stesso sindacato! Unite ha sottoposto a votazione le due questioni in momenti diversi e per questo non sono state coordinate, il che è stato fin dall’inizio un grande fallimento. Durante lo sciopero, molti non sapevano nemmeno che Heathrow stesse scioperando. Nel corso della lotta Unite è sembrato più impegnato a corteggiare i media che gli sono inevitabilmente ostili e ad affiggere immagini del Grinch, che ad organizzare i suoi membri. Aveva già rinviato gli scioperi di Heathrow fino al giorno dell’entrata in vigore del nuovo contratto, e poi aveva bloccato i tentativi di parlare direttamente con i lavoratori che facevano i picchetti. In entrambi gli scioperi non è stato chiaro quale sia stato il loro impatto sulle compagnie, il che è sorprendente visto che Cargo è al momento l’unica parte di BA che sta producendo un profitto, in questo periodo. Ora siamo certi che compagnie esterne come Dnata10 e Menzies sono state chiamate per fare del crumiraggio, ma dovevano essere approntate in anticipo delle strategie al riguardo. L’incapacità dei sindacati di coordinare i diversi luoghi di lavoro è probabilmente ciò che maggiormente impedisce di sferrare un vero assalto al capitale, e il fatto che non siano riusciti a farlo con i due contingenti di forza lavoro nello stesso edificio fisico è vergognoso. Heathrow è persino riuscito a comperarsi i lavoratori della sicurezza dei terminali per impedire che scioperassero senza dover riconoscere loro un reale aumento salariale.

Quello che emerge con chiarezza da entrambi gli esempi, e dalle varie azioni intraprese altrove, è che esiste un reale potenziale per altre lotte. Farle fermentare e spingerle ad avanzare sarà una bella sfida, ma la possiamo affrontare solo se ne conosciamo gli ostacoli. Alcuni ostacoli come l’essere bloccati a casa erano ineludibili, ma potevano essere superati se non fossero state in gioco questioni più importanti. Il primo è la scarsa fiducia: i lavoratori sanno di essere stati imbrogliati, ma non credono di poter fare qualcosa. A questo proposito è vitale riprendere tutti gli esempi, ed evidenziare dove hanno avuto successo e gli errori che possono essere corretti, così come lo sarà trovare elementi di motivazione comuni. Il secondo è la mancanza di organizzazione e di unità. Dobbiamo lavorare, sia all’interno che all’esterno dei sindacati, per garantire il coordinamento tra i lavoratori e la comunicazione trasversale tra le aziende. Dobbiamo anche estendere le nostre attività, quando è possibile creare connessioni con altri lavoratori, altri luoghi di lavoro, anche altri paesi: l’unico modo per bloccare il crumiraggio e muoverci come classe. E soprattutto, non possiamo stare sempre sulla difensiva. Prima o poi dovremo andare oltre la gestione del nostro stesso declino.

Se guardiamo oltre i nostri confini nazionali, possiamo vedere che in tutto il mondo i lavoratori hanno lottato nonostante o a causa della pandemia. È iniziato con una serie di scioperi non ufficiali dei lavoratori dell’auto in Italia e negli Stati Uniti nel marzo 2020 per la chiusura temporanea dei loro stabilimenti. Abbiamo visto azioni collettive di lavoratori ospedalieri in molti paesi contro carenze sanitarie e di sicurezza e scarsità di personale. Nel Regno Unito il coinvolgimento collettivo di migliaia di insegnanti ha costretto il governo a riconsiderare l’apertura delle scuole ad inizio 2021. C’è la possibilità di andare avanti.

Conclusione

Di solito, i gruppi di sinistra terminano i loro opuscoli con uno slogan o una tattica preordinata che la classe operaia dovrebbe adottare per uscire da qualsiasi situazione critica in cui si trovi. Rimanendo del tutto al di fuori, sospirano per la nostra incapacità di ascoltare le loro sagge parole. A parte il fatto che le loro proposte sono di solito totalmente insensate, non è questo il punto. La classe operaia sarà al centro di qualsiasi crisi che sconvolgerà il capitalismo, e l’unico modo per avere una buona possibilità di sopravvivere e cambiare il mondo è unirci come classe. Una vera organizzazione di lavoratori, nella quale possiamo comunicare e coordinarci, sarà in grado di elaborare una corretta linea d’azione – e ci permetterà di attuarla. Il nostro compito è costruire questa organizzazione, collegando le nostre lotte disparate e contingenti in una lotta globale per l’emancipazione di tutti noi.

Una rivoluzione della classe operaia – la presa di controllo di ospedali, fattorie, fabbriche, centrali elettriche, da parte di chi le gestisce – non è un sogno lontano: è il fine ultimo di un processo che inizia con lotte quotidiane contro i tagli salariali e gli sfratti. Ma non possiamo sperare che altri lo facciano per noi: siamo noi a dover agire nel nostro stesso interesse. Come gruppo vogliamo sostenere questo processo. Gli Angry Workers (i Lavoratori Arrabbiati) stanno formando gruppi ovunque ci troviamo che si collegano alla classe e costruiscono le loro strutture indipendenti. Agiamo come uno specchio della classe: riflettiamo sui successi e i fallimenti, dove siamo e dove possiamo andare. Se sei interessato a lavorare con noi, mettiti in contatto.

Note

1 Rishi Sunak è un politico conservatore britannico, ex banchiere e gestore di hedge fund, è Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle Finanze) dal febbraio 2020.

2 Il marasma è un grave stato di malnutrizione dovuto a una carenza cronica di tutti i macronutrienti.

3 Il libro è Class Power on Zero Hours. Insurgent Notes ha pubblicato un simposio sul libro nel settembre del 2020.︎

4 CWU è il sindacato dei lavoratori della comunicazione.︎

5 UCU è il sindacato delle università e dei college.︎

6 Wetherspoons è una società che possiede e gestisce un gran numero di pub.︎

7 Tower Hamlets è un distretto nell’est di Londra. Il consiglio è l’autorità di governo locale.︎

8 Unison è il secondo maggiore sindacato del Regno Unito. Rappresenta principalmente i lavoratori pubblici.︎

9 Unite è il maggior sindacato nel Regno Unito. Rappresenta i lavoratori nell’edilizia, nell’industria manifatturiera, nei trasporti e nella logistica.︎

10 Dnata è una grande azienda di servizi a terra negli aeroporti; Menzies è una grande azienda della logistica.︎

Qui il testo delle interviste: The Lockdown Interviews

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...