Per un contratto unico di tutta l’area sanitaria, la riduzione dell’orario di lavoro, forti aumenti salariali: Milano, 7 maggio – SI Cobas

Premessa

Negli ultimi decenni l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro degli operai, dei proletari e dei salariati si è palesato sia in forme dirette e brutali che attraverso modalità più subdole ed indirette.

Una di queste modalità è stata la moltiplicazione dei contratti e la soppressione di elementi normativi quali la scala mobile e l’anzianità di servizio, lo statuto dei lavoratori. Le lotte degli anni ‘60 e ’70 furono condotte all’insegna di rivendicazioni egualitarie ed unificanti per tutti i lavoratori.

L’altro fondamentale portato di quella stagione ricca di fermenti sociali fu la valorizzazione dei Contratti Nazionali utili ad imporre un perimetro di difesa generale che a partire dalle posizioni operaie più attive e concentrate (quindi più forti) andasse a tutelare anche situazioni più deboli e periferiche proprio facendo valere regole estese a tutto il territorio nazionale.

Le lotte, le conquiste economiche e sociali e un clima di diffusa solidarietà tra i lavoratori avevano eretto delle ideali cinte a difesa della cittadella operaia. Negli ultimi due decenni con il defluire delle lotte è iniziato l’assedio padronale. Sono stati presi di mira proprio i simboli e le conquiste di quegli anni: i contratti nazionali, gli aumenti egualitari, che sono il vero cemento per l’unità dei lavoratori, e i meccanismi di difesa automatica dei salari a fronte della crescita dell’inflazione e del costo della vita, la scala mobile, l’anzianità di servizio ecc.

L’opera sistematica posta in essere da padronato, governo, forze politiche, e confederali è stata di privare strutturalmente i lavoratori di strumenti di difesa necessari per rispondere all’attacco.

Mentre un padronato concentrato, centralizzato, potente di mezzi e volontà di rivalsa attuava la restaurazione piegando i principi sanitari alle logiche di bilancio e di mercato, nulla si è contrapposto sia da parte sindacale che degli stessi lavoratori. L’aziendalismo, i contratti di secondo e terzo livello, la flessibilità, i contratti a tempo determinato, parasubordinati, il lavoro interinale, ecc., sono stati come tanti coltelli che affondano nel burro..

Nel pubblico impiego e nella sanità in particolare, l’aziendalizzazione, oltre ad operare una revisione delle condizioni economiche e normative, si è tradotta in una mercificazione della salute e in uno svilimento etico della medicina. Per Ippocrate il corpo era un santuario da non profanare, oggi il corpo e le sue malattie sono solo l’occasione per le incursioni del capitale.

La crisi pandemica ha messo in evidenza di quanto la medicina si sia allontanata dai suoi valori universali. Nella società del capitale non c’è spazio per la preservazione della salute e cioè per un’azione preventiva, a partire dal fondamento dell’igiene.

Ippocrate non a caso nel “giuramento” fa appello ad Apollo e a sua madre Igea (Igiene). Ma mentre la medicina preventiva è un costo, la cura delle malattie è un affare miliardario. Più il capitalismo è sviluppato e monopolista, più è polarizzato sul business. Ed ecco perché era più facile, nella prima ondata, trovare ossigeno e mascherine nelle situazioni “arretrate” dove ancora persiste una medicina di prossimità, che non a New York o a Milano. La medicina della prevenzione è necessariamente sociale, collettiva, comunitaria.

Perché medicina e prevenzione significa cura dell’ambiente, dell’acqua che beviamo, dell’aria che respiriamo, salubrità degli ambienti di vita e di lavoro. In definitiva sorveglianza e preservazione di un equilibrio organico con la natura che ci avvolge, e di cui siamo parte integrante, da attuarsi collettivamente e socialmente.

Negli ultimi 20 anni proprio nella sanità, in tutta la sanità: pubblica, privata e convenzionata, i tagli sono stati cinici e criminali.

Il bisturi si è accanito contro la medicina di base, la medicina per i poveri, la medicina che preserva la salute, per fare delle patologie un mercato utile all’estrazione di profitti.

Nel PNRR l’epidemia è solo una velina per lo storno degli aiuti. Nel piano è destinato al sistema sanitario appena l’8% del totale! Ma non sono previsti potenziamenti degli organici perché in antitesi con la logica del libero mercato.

Invece il vero “capitale” su cui investire è il personale sanitario; in assenza di questo, la telemedicina, il potenziamento degli strumenti, delle tecnologie, delle infrastrutture, e della stessa medicina territoriale, sono solo un’occasione per un black friday ad uso dell’industria che lavora per la sanità e i servizi sociali.

La qualità delle cure si attua con un numero adeguato di operatori sanitari per paziente e non con la standardizzazione e temporizzazione degli atti assistenziali. I criteri della produzione industriale, che si vuole applicare alla sanità, sono la negazione di ogni principio assistenziale.

A partire dalla gravità dell’attacco ai lavoratori della sanità bisogna dare segnali di controtendenza alla (in)civiltà del capitale che vuole, esige, ed impone la divisione e l’atomizzazione delle nostre esistenze.

Nell’analisi comparata delle diverse tipologie contrattuali, tutto sommato, se si colgono delle differenze importanti con le Cooperative Sociali, lo stesso non si può dire per la sanità privata.

La vera disparità di trattamento va ricercata nelle maglie molto più larghe che permettono alle sigle contratti di secondo livello e/o aziendali, il peso dei contratti a tempo determinato e dei part time.

Su questo proliferare di contratti pesa la cornice di riferimento giuridico che mentre per la sanità pubblica rimanda ad una giurisprudenza che vede il lavoratore avvantaggiarsi di norme che tutelano il Pubblico Impiego, per il privato, invece, il riferimento è la giurisprudenza privata.

Comunque, con gli interventi del legislatore negli ultimi anni, con l’aziendalizzazione dei presidi sanitari, molto è stato manomesso e adattato alle “regole” di mercato. Basti ricordare che il dirigente pubblico ha tutte le prerogative proprie dell’imprenditore privato nell’organizzazione dei servizi e di queste scelte insindacabili alle OOSS è concessa la sola informazione.

Di qui la fatidica domanda, da parte dei lavoratori del SSN, sulle soluzioni adottate: “ma lo possono fare?” Questo il modo di porsi, questa la meraviglia dei lavoratori, che in realtà hanno delegato ai confederali la difesa dei propri diritti in una logica strumentale (bidirezionale), tesa a fruire dei servizi appaltati dallo Stato ai confederali e di favori e favorini come piccola contropartita all’iscrizione. Quando si parla di tenuta dei Confederali nel P.I., bisogna tenere presente questo mercanteggiamento,

Questa prassi consolidata molto racconta di quanto questi sindacati (di regime) non abbiano informato e formato i lavoratori.

La resa dei conti con il padronato pubblico, sempre più esigente, apre spazi di denuncia e di organizzazione per un sindacato di classe.

Pesano le illusioni di una categoria allevata sotto la cupola del welfare. Di qui la difficoltà a riconoscersi come forza lavoro, presupposto per una vera azione sindacale. Il limite di autocoscienza si palesa come un misto di altera professionalità (pur nel ruolo ancillare che l’organizzazione del lavoro pone subalterni a medici e direzioni), e vocazione umanitaria nell’aspettativa (vana) che lo stato debba sempre garantire a chi lavora i mezzi e il riconoscimento per conseguire fini sanitari.

Questa mancata coscienza del proprio ruolo nella sanità e nel contesto sociale è un freno per l’organizzazione di classe. In conseguenza di questo milieu di atteggiamenti, non deve meravigliare la crescita dei sindacati professionali, come Nursind, Nursing Up e dei Collegi che si pongono come associazioni professionali.

Guai a chiamarli compagni (neanche “compagni di lavoro” va bene). Colleghi, please!

Scorrendo le associazione padronali che aderiscono alle piattaforme private salta agli occhi la diffusa presenza di organizzazioni religiose che non disdegnano di accompagnare la missioni “apostolica” ad un ruolo dirigente nella contrattazione della forza lavoro. Un esempio su tutti: a capo dell’ARIS c’è come Presidente Padre Virginio Bebber.

I confederali da tempo denunciano il proliferare dei contratti pirata nell’ area sanitaria privata, fenomeno che va allargandosi a vista d’occhio. Basta che un gruppo di realtà operanti nel settore “servizi alla persona” decidano di costituirsi come associazione imprenditoriale o Onlus, per proporre un contratto nazionale a qualche sigla di comodo già operante o crearla ex novo.

Perché meravigliarsi se con sempre maggiore frequenza prendono il largo nuove corvette pirata?

Il fenomeno è solo una modalità altra rispetto ad una pratica già in uso da parte dei confederali, sempre flessibili alle esigenze del padronato; di qui la stesura di contratti differenziati dal pubblico e differenziati all’interno della stessa sanità privata. Forse dovremmo definire questi contratti, se non pirata, almeno contratti filibustieri!

Fenomeno analogo si registra ogni qual volta si vuole disunire e ricattare i lavoratori.

Nel settore alimentare non si capisce (o meglio si capisce benissimo) la ragione del proliferare di contratti diversi: Contratto Industria Alimentare; Contratto Industria Alimentare Piccole e Medie Imprese; Contratto Industria Alimentare Cooperative. Come se non bastasse, Cgil, Cisl e Uil introducono la clausola di diversificazione contrattuale, che permette alle aziende di avere molti contratti nello stesso impianto: Multi Servizi per chi fa pulizie, Logistica per la movimentazione delle merci, Alimentare per chi tocca i prodotti.

La lotta contro la frammentazione contrattuale è fondamentale e deve caratterizzante il nostro lavoro.

Un altro aspetto che meglio dovremmo quantificare è lo sventagliamento dei livelli nella sanità privata che si accompagna ad un minor rilievo di figure pienamente professionali sul piano sanitario.

La componente degli infermieri schierati sul fronte dell’assistenza si riduce al minimo tanto da poter dire che nell’assistenza agli anziani e alle persone fragili la presenza degli infermieri professionali, prevista per legge, si riduce ad “un infermiere ogni cinque piani”. Non è uno slogan che enfatizza la realtà. E’ la realtà!

La stessa presenza del medico in queste realtà è puramente residuale ed in molte situazioni si riduce a consulenza esterna.

Ovviamente questa descrizione non si attaglia agli IRCS (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). Queste aziende ospedaliere si avvalgono di finanziamenti pubblici -150 miliardi – e vedono la prevalenza di 30 istituti privati contro 21 pubblici.

Le eccellenze vantate dalla sanità privata sono come le vetrine del centro a fronte delle buie periferie, ma, al netto delle luci, a misurare lo scadimento della qualità assistenziale è il rapporto operatori posti letto: 2,4 nel pubblico, 1,5 nel privato.

Se lo stesso criterio venisse applicato alla sanità lombarda, si evincerebbe ancora di più il divario che intercorre tra preservazione della salute e cura delle malattie. Solo la seconda polarità persegue il sistema lombardo e su questo si vuole rimodellare il SSN.

Il PNRR avvalora questa deriva: non potenziano la spesa sanitaria pubblica e non attuano un piano di assunzioni straordinario necessario – necessario prima ancora che esplodesse la epidemia.

L’attenzione a conseguire profitti sul mercato della salute dà come conseguenza una gestione manageriale che bypassa le figure sanitarie, e va a toccare l’organizzazione dell’assistenza.

Nella realtà Emiliana a coordinare il piano di lavoro assistenziale troviamo figure estranee allo stesso profilo professionale. In queste realtà dove prevalgono le ASP (aziende di servizio alle persone), i comuni hanno creato una rete pubblica che per meglio reggere alla concorrenza dei privati non fa altro che rivendicare le facilitazioni che la legislazione accorda ai privati: nel trattamento fiscale (esenzione dall’IRAP) e copertura delle assenze per i dipendenti a carico dell’INPS, concessa ai privati ma negata alle strutture pubbliche.

In definitiva non si fa altro che inglobare dentro una cornice pubblica tutta la logica e le finalità della sanità privata. Per questi lavoratori si applica (altra anomalia) il contratto degli Enti Locali.

Il terreno rivendicativo prioritario è quello della riduzione dell’orario di lavoro che investe tutto il mondo della sanità. L’adozione dell’orario ”europeo” sulla durata della giornata lavorativa ha prodotto dei cambiamenti e di fatto un arretramento delle condizioni di lavoro a partire proprio dai lavoratori del SSN.

E’ stata una cesura sostanziale e formale di portata storica. La durata legale della giornata lavorativa sin qui fissata per legge (almeno in teoria) è stata soppiantata. Al suo posto la durata viene determinata per sottrazione.

Si parte dalle 24 ore di cui si compone la giornata e si sottraggono le 11 ore di “riposo biologico” tra un turno e il successivo e le pause (ma non per i turnisti sulle 24 ore). In tal modo il datore di lavoro può estendere la durata della giornata lavorativa per tutte le ore restanti.

Non è solo un enunciato ma una pratica diffusa mai chiarita e mai formalizzata, tanto che alle 12 ore di lavoro notturne si alternano sempre più frequentemente 12 ore di lavoro diurno. Questa turnazione nell’articolazione dei turni produce un debito orario da colmare con i cosiddetti rientri.

Il dogma delle 11 ore di riposo biologico, fatto rispettare ossessivamente, come mai in passato, produce l’effetto opposto a quello di una vera ristorazione psicofisica. L’esito finale è l’allungamento della giornata lavorativa.

Con questo stratagemma si sono andate a coprire le carenze negli organici e guadagnare turni di lavoro senza procedere a nuove assunzioni. Ovviamente, con il nuovo limite posto alla giornata lavorativa, molte ore lavorate non sono più computate come straordinario.

L’introduzione della formula del lavoro multi periodale, tipico delle attività stagionali, è stato prontamente recepito dai contratti nei termini che l’orario settimanale può essere esteso da 36h a 44h, o ridotto a 28, salvo poi ristabilire la media nei 6 mesi successivi per il SSN, e fino a 8 mesi per le cooperative sociali. E’ attraverso questo aggravio del tempo di lavoro si è scaricata sul personale l’emergenza covid -19. Continuano a farlo!

Se la situazione diverrà insostenibile e non si riuscirà a produrre una vera resistenza, tutto andrà a maggior gloria dei privati che decideranno di intervenire, come salvatori, ma solo nelle attività profittevoli lasciando al servizio pubblico, gradualmente ma inesorabilmente, solo le attività povere e residuali come i Pronti Soccorso, la psichiatria, ecc.

La riduzione dell’orario di lavoro va declinata anche come un maggior numero di pause per poter respirare a pieni polmoni e liberi dalle mascherine, che se sono un presidio indispensabile nel preservarsi dal covid-19, non sono l’optimum per una regolare attività respiratoria.

Anche i permessi remunerati vanno rivendicati perché alla attività frenetica del reparto non deve sommarsi quella per attendere ai compiti che derivano dalla caoticità della vita sociale, con i mille impegni legati alla popolazione che invecchia e alla cura dei bambini, in un contesto dove i servizi (asili, scuola, ecc.) sono un lusso accessibile solo ai redditi medio alti.

La rivendicazione di forti aumenti salariali è un tutt’uno con la riduzione dell’orario di lavoro perché non è sostenibile avere più ore da dedicare al tempo libero, senza la possibilità di mantenere un decente tenore di vita presente e futura (pensioni da fame). La riduzione dell’orario di lavoro senza la rivalutazione degli stipendi sarebbe conciliabile solo con l’aspirazione ad una vita contemplativa.

La stessa poca reazione all’aggravio delle condizioni di lavoro messa in campo dal personale si spiega con una parziale accettazione – imposizione di più ore di fatica, però compensata dal recupero economico offerto dalle ore extracontrattuali.

In conclusione, tutta questa frammentazione contrattuale risponde solo alla logica del profitto e non c’è nessuna ragione né di ordine sanitario, né di ordine sociale per tenere divisi i lavoratori della sanità; di qui la necessità di rivendicare il contratto unico per tutti gli operatori sanitari e socio sanitari. Ogni separazione, ogni orgoglio professionale, fa il gioco del padronato che se si muove in ordine sparso e articolato, è solo per cogliere tutte le possibilità di profitto.

***

CONTRATTO della SANITA’ PUBBLICA

Lunghi mesi di trattative spesi solo per far pagare la crisi sanitaria ed economica ai lavoratori. Ma una cosa è stata chiara fin dall’inizio:

SOLDI PER I LAVORATORI DELLA SANITA’ NON CE NE SONO!

Si parla infatti di un aumento dello stipendio mensile di 174 Euro medi lordi e probabilmente solo a regime cioè non subito. La reticenza sui numeri reali è pari solo allo sproloquio sul premio a categorie speciali e professionali che preludono a tante medaglie di cartone.

Si parte da una cifra ridicola rispetto alla crescita del costo della vita, alle sempre maggiori responsabilità, competenze, crescenti carichi di lavoro, rischi corsi durante la pandemia, ecc.

Ma quella cifra rappresenta solo la migliore delle ipotesi.

E, soprattutto, riguarderà solo una ristretta cerchia di dirigenti delle professioni sanitarie: la massa dei lavoratori della Sanità (e gli infermieri in particolare) dovranno accontentarsi di molto meno.

E’ esattamente su questo che si azzuffano tanto i sindacati confederali quanto quelli corporativi: sul come spartire le BRICIOLE lasciate cadere dal tavolo dei padronato pubblico.

Con questi condividono un obiettivo: quello di rafforzare la casta di capi e capetti, quelli che tanto le Aziende e sindacati di regime utilizzano per spremere e tenere in riga i lavoratori!

Che il Governo Draghi non abbia nessuna intenzione di investire sulla Sanità è stranoto.

L’obiettivo di questo governo non è quello di potenziare la Sanità Pubblica: il loro obiettivo è demolirla, per dare più spazio al profitto dei privati, sul modello di quanto già realizzato in Lombardia.

Un modello sanitario talmente “efficiente e avanzato” che -in quella sola Regione- si sono registrati un terzo delle vittime causate dal Covid-19 in Italia!

Un contratto come quello che si sta profilando, calato dall’alto, senza mai promuovere assemblee con i lavoratori, carente sulla parte economica e regressivo su quella normativa, è umiliante per i lavoratori della Sanità e rappresenta un altro tassello verso la privatizzazione del servizio pubblico.

Del pane ci danno le briciole, delle rose le spine.

NOI NON DOBBIAMO ACCONTENTARCI DELLE BRICIOLE!

Unità di tutti i lavoratori della Sanità per un contratto che migliori davvero le nostre vite e che garantisca al Paese un Servizio Sanitario migliore.

  • Potenziamento degli organici con assunzioni a tempo indeterminato
  • Riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore
  • Fine del ricorso a straordinari per coprire i vuoti in organico
  • Più sicurezza: infortuni, errori e tragedie fatali, come quella di cui è stata vittima una infermiera pugliese, stremata dopo due turni notturni consecutivi, non sono eventi da addebitare alla sorte o al singolo collega: sono il frutto di un sistema che risparmia sulla pelle del personale e su quella dei pazienti!

Stipendi dignitosi PER TUTTI: i sindacati francesi hanno chiesto 300 Euro di aumento salariale, qui balbettano e si impappinano solo a chiederne la metà.

Contratto unico tanto per i lavoratori pubblici quanto per quelli privati.

Chi fa lo stesso lavoro ha diritto allo stesso trattamento.

***

Speranza, la Riforma e la foglia di fico

Sono decenni che la Sanità Pubblica subisce tagli alla salute: drammaticamente emersi con la Pandemia, quando l’assenza di servizi sul territorio ha spinto i pazienti verso gli ospedali, portandoli al collasso.

Ma ora, annuncia il Ministro della Salute Speranza, si cambia rotta: grazie ai miliardi del Recovery Fund sarà possibile riformare il Sistema Sanitario, riportandolo ad essere più vicino alla popolazione.

Il Ministro parla di migliaia di nuove strutture da realizzare sul territorio: 1.350 case di comunità, 400 ospedali di comunità, 600 Centrali operative territoriali, un nuovo ruolo dei medici di famiglia, decine di migliaia di addetti fra infermieri, professionisti, OSS, amministrativi, oltre 3000 apparecchiature “pesanti” nuove di fabbrica, il tutto connesso in rete con ampio ricorso alla telemedicina.

Ciliegine sulla torta: raggiungere il 10% di cure domiciliari e ridurre il gap nel Mezzogiorno, che penalizza il diritto alla salute per i cittadini di quelle Regioni. Tutto questo subito: entro il 2026!

Evviva, sembra davvero di tornare al tempo in cui la parola “riforma” significava migliorare la vita della popolazione. E non il suo contrario!

Qualche dubbio, tanti dubbi, se si considera che Speranza è Ministro in un Governo pronto a dialogare con banchieri e industriali ma non con i lavoratori, ai quali riserva solo sacrifici. Ma guardiamo ai fatti!

Dei 209 miliardi del PNRR solo 7 finiranno alla Sanità; Speranza ritiene che a questi si aggiungeranno 600 e rotti milioni stornati da altri Ministeri. Forse? Con questo denaro si potranno riadattare o costruire le strutture e acquistare apparecchiature e dotazioni.

E il personale? Le risorse europee scadono nel 2026; le assunzioni sono previste nel 2027.

Questo vuol dire che le spese per il personale non sono finanziate!

E quindi, invece di assumere il personale necessario, si trasferirà  quello già in organico, dagli ospedali al territorio e  chiudere altri reparti ospedalieri.

Prendiamo la Lombardia: la nostra Regione ha perso 2.533 mila posti letto negli ultimi trent’anni. Gli ospedali di comunità prevedono moduli da 20 posti letto. Si prevede di arrivare a 84, per un totale di appena 200 posti!

Dov’é la Riforma?

Nei nuovi ospedali di comunità, dedicati alla cura di pazienti cronici o fragili, turneranno 9 infermieri e 6 OSS ma sarà disponibile, e solo per sei ore, un solo medico, che potrà essere anche uno specializzando.

In caso di emergenza che si fa?  Ambulanza e Pronto Soccorso più vicino?

Nonostante questo proliferare di nuove strutture sul territorio, di prevenzione delle malattie non v’è traccia: tutto ruota intorno alle cure. E questo, purtroppo, ha un senso: la cura produce profitti per le aziende, mentre la prevenzione è un investimento per la salute.

I veri beneficiari di questa presunta riforma sono infatti I grandi gruppi privati, quelli che vendono apparecchiature e sistemi digitali, che edificano strutture, che appaltano personale sanitario, ecc.

Siamo, in sostanza, sulla falsariga del famigerato “modello Lombardia” responsabile della disastrosa gestione della pandemia. Si è di fronte non ad una riforma della Sanità Pubblica, intesa come accesso universale e gratuito, ma ad  un altro capitolo del suo smantellamento.

Che questo progetto rechi la firma del Ministro più a sinistra del Governo non deve trarre nessuno in inganno: Speranza è solo la foglia di fico, che serve a coprire le vergogne di una coalizione che è nata ed esiste solo per garantire che tutti quanti i miliardi del PNRR finiscano nelle tasche del Padronato.

Coord. provinciale via alla Porta Degli Archi, 3/1 – 16121 – Genova tel. 010 303 2664 genova@sicobas.org

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