Un 25 aprile senza tricolori, né retorica resistenziale. Testi da Napoli e da Bologna

Napoli, 25 aprile

Prima di venire con alcune nostre considerazioni sul 25 aprile, pubblichiamo qui di seguito, tra i materiali che ci sono pervenuti, due testi provenienti entrambi da ambienti proletari: il primo dal Movimento di lotta per il lavoro 7 novembre di Napoli, il secondo di un operaio metalmeccanico di Bologna iscritto al SI Cobas, con una militanza internazionalista alle spalle.

Senza stare ad analizzare, da pedanti, parola per parola e frase per frase i due testi, ciò che li distingue dalla quasi totalità delle prese di posizione e dei discorsi sentiti ieri è il sentimento di classe, l’ottica di classe, la prospettiva di classe che li pervade. Nei devastanti uragani in arrivo, per non essere squadernati e dispersi come fuscelli, servirà l’ancoraggio ferreo a questi chiodi ben infissi nella roccia. (Red.)

Dal Movimento di lotta per il lavoro 7 novembre (Napoli)

Ognuno interpreta la storia passata alla luce dei propri desideri e delle proprie speranze. E la data del 25 aprile ha assunto e assume un significato tale da superare, nella coscienza collettiva, la realtà di quell’evento e di quel momento storico.

E allora ben venga la festa, purché sia chiaro che si festeggia quello che poteva essere e non fu. Quello che sarebbe stato e non è stato. L’aspirazione verso la futura rivoluzione sociale, non la rituale ricorrenza di una rivoluzione politica che riaffermò, con equilibri mutati, il potere di una borghesia che è fascista o democratica, monarchica o repubblicana, a seconda delle esigenze del momento.

Non fu la vittoria, nemmeno una vittoria mutilata, fu una sconfitta. La sconfitta del proletariato rivoluzionario che aveva pagato il prezzo più alto negli anni della dittatura mussoliniana, che era stato mandato a morire in una guerra fra briganti, decimato dai bombardamenti, dalla fame, dalle malattie. Che aveva combattuto sulle montagne la SUA guerra di liberazione. Per non morire. Per non cedere alla barbarie di un mondo che crollava e che – quei proletari – li voleva condannati al ruolo di vittime sacrificali.

Quel mondo, il mondo dei rapaci “costruttori di odio” al servizio dei propri interessi economici, era pronto a usare anche la loro voglia di riscatto, i loro sogni, le loro speranze. Perfino ad armarli pur di averli alleati nella sua lotta mortale per la sopravvivenza.

Armarli di mitra e bombe a mano, purché fossero disarmati politicamente e ideologicamente. La borghesia ha una tradizione nell’uso del proletariato come massa di manovra al suo servizio. Lo ha fatto quando si è liberata dei retaggi feudali, lo ha continuato a fare nelle sue innumerevoli lotte “nazionali” per liberarsi dal giogo di quell’imperialismo che al momento la soffocava.

Funziona sempre così. Senza autonomia, senza scendere, subito, sul terreno della lotta di classe, senza porre sul campo la questione del potere operaio e dell’espropriazione dei capitalisti (compresi quelli nazionali “antimperialisti”), si finisce con essere massa di manovra usa e getta, truppe sacrificabili di una guerra i cui generali hanno già deciso compiti e limiti.

E le “resistenze”, le rivoluzioni nazionali, le lotte di popolo, finiscono SEMPRE per essere tappe, non di un fantomatico processo rivoluzionario, ma momenti di riequilibrio del potere della borghesia.

Al proletariato tocca la sorte poco invidiabile di mano d’opera a buon mercato, prima nella guerra di liberazione dove sui morti partigiani i nuovi padroni, liberatisi in fretta delle camice nere, ricostruirono il LORO Stato, poi nella ricostruzione post bellica dove, deposto il fucile, fu di nuovo facile massacrarli nella quotidiana guerra del profitto contro il lavoro.

Non poteva andare diversamente. L’orizzonte di quello che fu il Partito Comunista, che ha rappresentato l’ossatura di quella resistenza, era già da tempo limitato alla conquista di un compromesso accettabile sotto l’ombrello dell’imperialismo vincitore. La conquista della “democrazia” che avrebbe rese sostenibili le pretese del capitale e spuntate le pretese della classe operaia di costruire una società di liberi e di uguali.

L’URSS non era più la base avanzata della rivoluzione internazionale. Chiusa nella sua visione nazionalista di un “comunismo” di Stato, che manteneva tutti i caratteri del capitalismo, in competizione pacifica con i nuovi alleati. La coesistenza era la parola d’ordine del “comunismo” internazionale. La pace sociale quella dei “comunismi” nazionali.

I partigiani non potevano NON deporre il fucile. I loro dirigenti avevano da tempo scelto l’orizzonte entro il quale dovevano lottare e morire. Togliere le castagne dal fuoco e bruciarsi le dita e poi togliersi dalle palle in fretta, al massimo accettare di trasformarsi in icone inoffensive da applaudire nei convegni.

Il prezzo più alto che la borghesia era disposta a pagare era una inutile e impotente costituzione che ne garantiva il potere futuro e la possibilità di ricostruire profitto e ricchezza. Il capolavoro dei padri della patria. Una bufala virtuale all’ombra della quale si è perpetuato l’infame disegno di mascherare con solenni impegni e ancora più solenni dichiarazioni la subordinazione della classe operaia ai disegni del capitale.

Per cui lasciatemi festeggiare non una rivoluzione, che non ci fu e non poteva esserci, ma gli insegnamenti di una sconfitta che, come ogni sconfitta, apre la strada a una visione più chiara e lungimirante della realtà in cui operiamo.

La storia è storia di lotta fra le classi. O lotti per la tua classe o lotti per quella dell’avversario.

***

Da Paolo, operaio metalmeccanico (Bologna)

Sono decenni ormai che il Capitalismo fa fatica a valorizzarsi.

Un sistema basato sullo sfruttamento  umano e ambientale,  sul “mordersi la coda”, autodistruggersi e autodistruggerci. 

L’economia mondiale è globalizzata, vive di una concorrenza sleale e selvaggia per sopravvivere sul mercato.

Il padrone più grosso e forte distrugge il padrone più  piccolo aprendo sempre di più la forbice tra proletari e padroni, eliminando la classe media, i cosiddetti “piccoli borghesi”, chiudendo botteghe e piccole fabbriche artigianali, ritrovandosi poi nel tragico mondo proletario.

Non piu’ quel mondo proletario di una volta,  non più quel lavoro sfruttato in cui con risparmi e piccoli progetti si riusciva a fare prole, pagarsi un mutuo e andare in pensione con gli acciacchi di una vita operaia.

Non più! Oggi i proletari vivono nella precarietà più estrema, non esiste più un posto fisso ma neanche un lavoro stabile.

Nel giorno dell’assunzione si firma il licenziamento e bene che vada si avrà un falso contratto a tempo indeterminato con la nuova legislatura del Job Act.

Tra un contratto a termine e l’altro, solo disoccupazione, se non sei giovane, non ti assume più nessuno e resti disoccupato per il resto della tua vita…. 

Il sistema capitalista è un sistema marcio, senza nessuna logica accettabile, contro l’umanità intera, animale e ambientale, avendo come unica logica quella del profitto.

Il Capitalismo ha 2 strade per sopravvivere, una sta nel barcamenarsi sul mercato economico valutando possibili convenienze temporali,  con sfruttamento delocalizzazioni e chiusure di fabbriche, anche storiche, con centinaia o migliaia di operai messi fuori dai cancelli. L’altra è la guerra come un ultimo estremo (mezzo) per distruggere, uccidere e nuclearmente permettendo…. Ricostruire….

Queste sono le 2 strade del Capitalismo: SFRUTTAMENTO o BARBARIE.

I proletari invece ne hanno solo una, la RIVOLUZIONE. 

La RIVOLUZIONE ovviamente non nasce dal nulla, nasce dalla coscienza di classe e dalla critica radicale di questo sistema, mettendo in discussione tutto!

Mettere in discussione  tutto significa che qualsiasi lotta operaia portata avanti da una fabbrica o da un movimento sindacale deve tenere sempre presente che ogni vittoria economica o di diritto è temporanea, ed oggi più di prima ti verrà rimangiata al primo cenno di crisi o alla prima disgregazione dell’unità di un gruppo operaio, per fare solo un piccolo esempio, l’art 18 dello statuto dei lavoratori. 

Oltre alla lotta economica, che fine a se stessa non produrrà mai niente di concreto sul campo politico di contrapposizione al Capitalismo, bisogna tener presente che anche lo stesso diritto al lavoro è un diritto allo sfruttamento!

La coscienza di classe non nasce dal nulla, nasce dalla propria condizione di vita ma soprattutto dalle lotte.

La lotta di classe oggi è purtroppo misera, povera di contenuti di classe e indicazioni rivoluzionarie, quelle poche lotte che ci sono, un pò vengono censurate dai media e spesso vengono condotte male, fine a se stesse, in un ambito sindacale che per sua natura non è rivoluzionario e non lo può essere. 

Lotte per il salario, lotte per il posto di lavoro, qualche rara occupazione di fabbrica, ma tutte, anche se temporaneamente vincenti, destinate a sparire e morire con la loro lotta, senza nessun allargamento di un fronte di classe.

Costituire un nucleo operaio rivoluzionario sarebbe fondamentale per non far morire ogni lotta nel dimenticatoio dell’incoscienza, in modo che ogni lotta, anche se perdente, possa portare un tassello in più alla coscienza di classe, alla messa in discussione dell’intero sistema e alla Rivoluzione.

Questo oggi non succede, basta vedere come si reagisce contro la Guerra in Ucraina, si parla di pace, disarmo e resistenza, quest’ultimo è la risposta più politica.

Resistenza Ucraina per l’indipendenza ….

Resistenza palestinese per l’indipendenza…..

La parola “Resistenza ” piace politicamente ad una bella e stramaggioranza di compagni perché ricorda i partigiani e l’antifascismo, ma noi operai e proletari cosa vogliamo davvero? 

Resistere contro il dittatore di turno, facendoci difendere con le armi di altri dittatori o resistere per mettere in discussione l’intero sistema capitalista?

Io penso che anche tra i partigiani c’era una parte che combatteva il fascismo e basta, accontentandosi della democrazia borghese,  ma c’era un’altra parte, probabilmente più piccola che combatteva il fascismo per il Comunismo.

Resistenza di un popolo, difesa dei salari, difesa della sicurezza sul lavoro, difesa del posto di lavoro,  occupazione di case per abitare e occupazione di fabbriche per autogestire… Ben venga ogni forma di lotta e Resistenza, ma mai perdere il vero obiettivo, quello dell’anticapitalismo e della Rivoluzione, altrimenti tutto si ferma in lotte e resistenze stagnanti per la sopravvivenza del sistema e per le barbarie più feroci. 

Coordinare tutte le lotte nazionali e internazionali per creare una vera organizzazione rivoluzionaria, questo dovrebbe essere il nostro obiettivo.

Proletari di tutto il mondo UNITI per la RIVOLUZIONE. 

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