Venezia, 20 maggio, san Geremia, ore 18.30. Presidio contro la guerra, dall’Ucraina alla Palestina, l’economia di guerra e il governo Draghi (arabo, inglese, francese)

L’industria bellica non è un assurdo, uno spreco, una cosa insensata in una società razionale e a misura d’uomo: la morte e la distruzione che essa porta indissolubilmente con sé risponde al bisogno di profitti, di accaparramento di materie prime sempre meno disponibili, di conquista di nuovi mercati, e alla contesa tra grandi potenze mondiali.

PROMUOVE IL COMITATO PERMANENTE CONTRO LE GUERRE E IL RAZZISMO DI MARGHERA.

Chi volesse aderire scriva al Comitato oppure ad arecspanantonio@gmail.com.

ADESIONI

GPI-Giovani Palestinesi d’Italia

Comunità Palestinese del Veneto

Partito Comunista di Venezia sez. “Tarciso Vallotta”.

Federazione Provinciale di Venezia PRC – SE 

Il gruppo BELLA CIAO – Cittadini NON indifferenti di Quarto d’Altino

Assopace Palestina Venezia

Salaam ragazzi dell’olivo Vicenza

Pierpaolo Capovilla

Giovani Africani

Associazione dei Senegalesi (Venezia)

Questo il volantino distribuito dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo alla manifestazione ecologista-pacifista di sabato 14 maggio a Mestre.

Ecologia e iniziativa contro la guerra in Ucraina

Certo, l’industria bellica è tra le più inquinanti che l’uomo abbia mai concepito e il primo obiettivo di una nuova società sarà di tagliare completamente questo ramo della produzione: la fabbricazione dei sistemi d’armamento degli Stati Uniti produce annualmente tanta anidride carbonica quanta ne produce la Francia nel suo complesso! D’altronde il carico inquinante che le guerre e i loro preparativi scaricano sul pianeta Terra non si ferma al momento della fabbricazione: ce lo ricordano le popolazioni balcaniche e mediorientali, che dovranno fare i conti per migliaia di anni con l’uranio impoverito contenuto nelle armi utilizzate nei bombardamenti occidentali sulla ex Jugoslavia e sull’Iraq. Un conto pesante che pagheranno le generazioni future che berranno da fonti inquinate, mangeranno i frutti di una terra avvelenata, partoriranno figli con un rischio altissimo di disabilità.

L’industria bellica non è però un assurdo, uno spreco, una cosa insensata in una società razionale e a misura d’uomo: la morte e la distruzione che essa porta indissolubilmente con sé risponde al bisogno di profitti, all’accaparramento di materie prime sempre meno disponibili, alla conquista di nuovi mercati, alla contesa tra grandi potenze mondiali. Non è poco, e giustifica pienamente il sostegno che una piccola parte della società attribuisce alle spese belliche, quella piccola parte della società che, a differenza di noi che viviamo del nostro lavoro, vive di rapina e sfruttamento.

Ma dobbiamo spingere l’onestà e la sensibilità che ci ha portato fino a questo punto del ragionamento ancora più a fondo, e ammettere che non è solo l’industria di guerra il problema. Dove ci ha portato infatti l’economia di “pace” se non sull’orlo di una catastrofe climatica quasi senza ritorno? Un’economia di “pace” che fino ad ora non ha fatto alcuna distinzione se produrre cannoni o macchinari diagnostici per la medicina, che non fa distinzione su come li si producono, con quali materiali, quanti produrne, in che condizioni lavorano le donne, gli uomini e i bambini che li fabbricano, perché l’unico obiettivo della produzione, anziché essere quello di soddisfare i bisogni degli esseri umani, è quello di garantire dividendi a chi ha investito. Anche prima di questa guerra in Ucraina la produzione, nella sua costante ricerca di una crescita infinita e ad ogni costo (come solo il tumore fa in natura), faceva un forsennato ricorso ai combustibili fossili, non esitava a sventrare la crosta terrestre alla ricerca delle terre rare, sfruttava come se non ci fosse un futuro suolo, animali, lavoro umano.

Non è, però, solo una sensibilità ecologica a mobilitarci contro la guerra in Ucraina: i lavoratori ucraini sono utilizzati come carne da cannone per interessi non loro, in quanto si fa sempre più nitido il vero conflitto che emerge dallo sfondo, ossia la contrapposizione tra Nato da una parte e Russia (e Cina, l’obiettivo ultimo) dall’altra. La nostra solidarietà e il nostro no a questa guerra va a tutti gli ucraini, anche a quelli russofoni dell’est. Siamo stati ben edotti dai media di quanto odiosa sia l’invasione decisa da Putin e la sua ristretta cerchia, con l’obiettivo di evitare l’accerchiamento della Nato e accaparrarsi una fetta delle immense ricchezze naturali ucraine. Meno nota è la storia della pesante e tuttora aperta persecuzione che gli ucraini dell’est hanno dovuto subire almeno a partire dal 2014, quando l’allora presidente ucraino Poroshenko, salito al potere con un colpo di stato grazie al determinante sostegno degli Usa, ha dichiarato che, a differenza dei veri ucraini, i russofoni non avranno più un lavoro e una pensione, che i loro bambini non andranno a scuola e all’asilo e che dovranno nascondersi (i bambini!) nelle cantine. Nel frattempo a scuola si insegnava che i bambini con soprannomi russi non erano dei veri ucraini e che dovevano andarsene dall’Ucraina, mentre nel paese si costituivano organizzazioni paramilitari di estrema destra come Settore Destro e il battaglione Azov, poi assorbito dall’esercito regolare che intanto occupava l’est del paese. Questa è l’aria che si respira in Ucraina a partire dal colpo di stato del 2014, e sono questi i governi ucraini che il governo Draghi in prima linea vuole rifornire di armi, che saranno scaricate non solo sull’esercito russo ma anche sugli ucraini dell’est.

Inoltre la solidarietà e il sostegno a chi sta subendo la guerra non sono solo un gesto altruistico, perché questa faccenda ci riguarda da vicino, molto più da vicino di quanto possiamo immaginare. Non solo perché il carovita sta divorando i nostri salari: l’inflazione è già ufficialmente al 6%, e con l’aumento dei costi energetici tutti i prezzi sono in risalita al netto delle speculazioni. Di questo ce ne accorgiamo tutti e subito. Questa guerra ci riguarda da vicino anche perché il bilancio pubblico è uno, e ciò che si investe in riarmamento è di necessità sottratto a scuola, trasporti, assistenza sociale, sanità (a proposito, che fine hanno fatto le promesse di potenziare strutture e organico del Sistema Sanitario Nazionale? Meglio aumentare il budget della difesa, tanto i nodi verranno al pettine solo alla prossima pandemia).

La guerra in Ucraina ci riguarda da vicino anche perché porterà a una penuria e a un costo insostenibile dei generi alimentari di prima necessità. Qui in Italia la cosa sarà complessivamente affrontabile, forse, ma altrove nel mondo la rabbia è già scoppiata: nello Sri Lanka, a fronte di una grave carenza di beni di prima necessità, di un’impennata dei prezzi e di continue interruzioni di corrente fino a dieci ore al giorno, i manifestanti hanno in questi giorni incendiato il palazzo del presidente (un altro filo-occidentale). La stessa Intifada araba del 2011 che dall’Egitto alla Tunisia ha visto le sollevazioni di massa delle popolazioni arabe (e tuttora persiste la repressione di quei movimenti nello Yemen e in Siria ad esempio), ha avuto come innesco un aumento insostenibile del prezzo del pane, un pane fatto con lo stesso grano che ora è fermo nei silos ucraini. Davvero possiamo pensare che tutto ciò non ci riguardi da vicino?

Infine, questa guerra ci tocca molto da vicino perché nessuno conosce al momento le strade che potrà prendere lo scontro tra grandi potenze mondiali (Usa ed Europa divisa da una parte, Russia e Cina dall’altra). I segnali, ben più che segnali, sono allarmanti: il grande riarmo tedesco e l’aumento percentuale sul Pil delle spese in armamenti in tutto il mondo, a fronte di ben altre necessità, ricorda ciò che è successo negli anni ’30 del secolo scorso alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Non è remota la possibilità che la guerra guerreggiata arrivi direttamente qui da noi. Il momento è di una gravità estrema, ed è per questo che occorre fare tutto ciò che ci è possibile per tentare di fermare la guerra, la corsa agli armamenti e l’economia capitalistica di cui la guerra non è un accidente ma una componente essenziale. Dunque, ben vengano marce, sit-in, campagne di pressione, denunce come le vostre. Ma lo strumento fondamentale per intaccare la produzione, quella economia di guerra e di “pace” che costituisce il vero problema, e per fermare la guerra, resta lo sciopero, a partire da quello indetto per il 20 maggio dal sindacalismo “di base”.

  • Aderiamo, perciò, allo sciopero del 20 maggio e facciamolo conoscere sui posti di lavoro!
  • Contro la guerra Nato-Russia e l’economia di guerra!
  • Contro il governo Draghi!

Venerdì 20 maggio – ore 18.30

Presidio – Assemblea a Venezia, Campo san Geremia

Comitato permanente contro le guerre e il razzismo – Marghera

INFO E CONTATTI FB

PER ADESIONI: arecspanantonio@gmail.com

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