Le ultime imprese di Elon Musk (Tesla)

Il capitale statunitense più avanzato è competitivo a condizione di continuare a spingere all’indietro, negli stessi Stati Uniti, la condizione operaia e la classe operaia.

Le agenzie di stampa Bloomberg e Reuters hanno portato alla luce le ultime imprese di Elon Musk in materia di organizzazione del lavoro, orari di lavoro e licenziamenti, annunciate ai dipendenti di Tesla dal padrone in persona con alcuni messaggi.

“Tornate a lavorare in ufficio o vi caccio. Lavorate duro e lavorate qui”, così sono stati efficacemente riassunti i primi due messaggi. I destinatari sono impiegati e manager, essendo escluso per gli operai in produzione il lavoro da remoto. Il divieto di ‘smart working’ non è assoluto, ma la possibilità di svolgerlo (in modo parziale) ha una precisa, non negoziabile, condizione: “Tutti quelli che intendono lavorare da remoto devono essere in ufficio per un minimo (e sottolineo ‘un minimo’) di 40 ore a settimana. Questo è meno di quanto chiediamo agli operai in fabbrica”. Chi non ritorna perché non accetta una simile condizione, si ritenga licenziato.

Motivazione abile, perché appare anti-discriminatoria: i colletti bianchi non possono più godersi il privilegio di stare comodamente a casa (a lavorare o, forse, a non fare niente fingendo di lavorare), mentre gli operai sono costretti a sgobbare e a mettere a rischio quotidianamente la propria salute dovendo presentarsi di persona sul luogo di lavoro. In ufficio, privilegiati! Un messaggio da cuore tenero e aziendalista: “io passo così tanto tempo in fabbrica, perché quelli che sono alla catena mi possano vedere con loro. Se non avessi fatto così, Tesla sarebbe finita da tempo in bancarotta”.

Ma nell’indicazione dell’orario minimo settimanale di 40 ore, minore di quello abituale per gli operai, è contenuto qualcosa che va al di là di impiegati e manager, e al di là della stessa Tesla: è il ritratto delle imprese statunitensi di successo di ultima generazione, ed in particolare dello stato degli orari di lavoro nell’Amerika arrancante di oggi.

Al 1947 l’orario settimanale medio nell’industria statunitense era di 40 ore. 75 anni dopo, perfino nell’impresa industriale che inanella record di profittabilità, innovazione e produttività, l’orario settimanale medio è superiore alle 40 ore. Una feroce fame di sopra-lavoro, che combina il ricorso al plusvalore relativo (da produttività del lavoro associato robottizzato e informatizzato) con quello al plusvalore assoluto (prolungamento della giornata di lavoro). Non diversamente dal gigante della distribuzione Walmart, da Google, da Amazon, etc. Il capitale statunitense più avanzato è competitivo a condizione di continuare a spingere all’indietro, negli stessi Stati Uniti, la condizione operaia e la classe operaia. Certo, nello stabilimento Tesla di Shanghai succede anche di peggio, con orari giornalieri fino a 12 ore, e un solo giorno di riposo a settimana, almeno nella fase di “nuova emergenza sanitaria”. Ma la messa in concorrenza sempre più diretta tra produzione e produttori in Cina, in Europa e negli Stati Uniti annuncia nuovi peggioramenti anche nel centro dell’Occidente.

Leggi anche a Tesla di Shanghai: Usa e Cina in rotta di collisione, ma soci in affari quando c’è da conciare la pelle degli operai, 24 aprile 2022

Per il boss di Tesla questa è una via obbligata: le aziende che chiedono di meno ai propri dipendenti sono sterili, i loro prodotti invecchiano senza l’apporto di nuove invenzioni. Rivolto alle aziende più tradizionali, domanda sarcastico: “Quando è stata l’ultima volta che avete partorito un nuovo, grande prodotto? E’ passato un po’ di tempo, mi pare”. E seppellisce in un sol colpo decenni di ‘ragionamenti’ arzigogolati e fumosi, da Habermas a Negri, intorno al supposto deperimento della legge del valore e alla supposta perdita di centralità del lavoro vivo per l’accumulazione di capitale. E le aziende (tra cui Twitter) che invece sono più favorevoli al lavoro da remoto? La loro reazione (difensiva) è basata su un solo argomento: non è vero che il lavoro da remoto sia meno produttivo. Il che conferma quanto appena detto.

Può darsi che la rigida decisione di Musk nuocerà in qualche misura a Tesla, spingendo alle dimissioni un certo numero di impiegati e di manager. Fatto sta che passano appena un paio di giorni, e arriva un altro suo annuncio, pubblicizzato questa volta dalla Reuters: data la “pessima sensazione” circa lo stato dell’economia mondiale, tutte le sedi Tesla nel mondo “debbono sospendere le assunzioni”, e prepararsi a licenziare il 10% dei propri dipendenti (all’incirca 10.000). Un annuncio che anticipa anche l’arrivo a fine settembre di Optimus, un “robot umanoide che punta a far fruttare i traguardi ottenuti da Tesla nel campo della guida autonoma e dell’intelligenza artificiale per creare robot in grado di lavorare a compiti banali, anche nella produzione di auto elettriche”. Un doppio messaggio terroristico: attenti a voi, gente; l’avvento di una nuova, e forse devastante, crisi e, contemporaneamente, di nuovi ritrovati tecnologici sostituti di lavoro semplice, possono lasciarvi a piedi. Rigate dritto, è meglio per voi.

L’IGM, che ha appena eletto 19 rappresentanti sindacali nell’impianto Tesla di Gruenheide (in nessun impianto su suolo statunitense era mai successa una cosa del genere), ha replicato così: “chiunque non sia d’accordo con le richieste unilaterali dell’azienda e voglia opporsi, in Germania ha il potere dei sindacati alle spalle, come previsto dalla legge”. Vedremo se alle parole di opposizione seguiranno iniziative.

Intanto un certo fermento operaio contro le mega-corporations, Tesla compresa, comincia a manifestarsi proprio negli Stati Uniti, dove Toby Higbie, docente di storia del lavoro alla California University, vede venire avanti una “nuova generazione di organizzatori” che ricorda quella dei “no war” degli anni ‘60. La palestra di questa nuova generazione di attivisti sono state le partecipatissime manifestazioni di Black Lives Matter avvenute nel pieno della prima ondata di pandemia da covid-19.

In un pezzo di Repubblica del 30 maggio, forse sfuggito alla rigida censura della direzione di questo fogliaccio, si legge :

“Se esiste un bivio, è ora. C’è una foto scattata dalla fotografa Sarah Silbiger per l’agenzia Reuters che è diventata storia: risale al 5 maggio 2022. Mostrava un afroamericano con un giacchetto colorato e scritta: “Eat the Rich”, magia, pappati il ricco, e un cappellino da baseball nero con il simbolo degli Yankees di New York. Il look da rapper ingannava: il tipo era Christian Smalls, presidengte del sindacato dei lavoratori di Amazon, e la foto era stata scattata in occasione della sua audizione davanti alla commissione Budget del Senato. Nonostante fosse stato licenziato dalla compagnia per motivi controversi – lo avevano accusato di aver lavorato meno del previsto nello stabilimento di Staten Island – in un tentativo di intimidire la base, Smalls ha continuato dall’esterno a organizzare la rappresentanza e ha ottenuto la sua vittoria: l’1 aprile Amazon ha visto nascere la sua prima rappresentanza sindacale nello stabilimento newyorkese”.

Imperversano a scala globale i Musk e i Bezos, espressione personificata del capitale, ma stanno cominciando a nascere gli Smalls…

Christian Smalls, founder of the Amazon Labor Union (ALU), center, and labor organizers celebrate outside the National Labor Relations Board offices in the Brooklyn borough of New York, U.S., on Friday, April 1, 2022. Amazon.com Inc. workers at a New York warehouse voted to join an upstart labor union, an historic victory that gives organized labor its first foothold in the companys U.S. operations and could embolden workers at other employers.  Photographer: Stephanie Keith/Bloomberg via Getty Images

Leggi anche: Amazon, USA: “Pensi di essere potente? Ma siamo noi che abbiamo il potere”, Chris Smalls sul muso di Jeff Bezos, 3 maggio 2020

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