Il favoloso mondo della Brexit, 3. Abbassamento dei salari, allungamento degli orari

Londra, 18 giugno – manifestazione indetta dal TUC per chiedere aumenti salariali

In questo disastro sociale, che viene da lontano e la Brexit ha aggravato, emerge qualche segno di reazione: “tagliamo la guerra, non il welfare”, era il messaggio di molti cartelli e dichiarazioni di manifestanti sabato 18.

Non abbiamo mai avuto dubbi sul fatto che la Brexit sarebbe stata una solenne fregatura per i proletari britannici. Ancora più amara per chi se ne era fatto illudere. Ma, abituati ai “tempi lunghi”, in questi decenni di disordinatissimo arretramento del movimento di classe, non contavamo di avere ragione così in breve. E di vedere, in così breve tempo, i lavoratori reagire e portare in piazza le proprie impellenti necessità.

E’ accaduto lo scorso sabato 18 giugno, con l’affollata manifestazione di Londra per chiedere aumenti salariali, e sta accadendo in queste ore con l’importante sciopero di 50.000 ferrovieri che ha al suo centro sempre la stessa rivendicazione.

Al centro della dimostrazione di sabato convocata dal Trade Union Congress (TUC) c’era l’inflazione, che in Gran Bretagna è ancora più alta che nella media dei paesi dell’UE e mangia, anzi: continua a mangiare, salari e stipendi. L’erosione del potere d’acquisto di salari e stipendi, infatti, non è di oggi: dai tempi di Cameron, denunciano ad esempio gli insegnanti, abbiamo perso 10.000 sterline l’anno. E, se si fa data al 2008, la perdita è stata addirittura – in media – di 20.000 sterline l’anno [una sterlina vale oggi 1,16 euro]. Le bollette sono schizzate in alto soprattutto dopo la Brexit, e così l’inflazione negli ultimi mesi (al momento è all’11%, più alta che nell’UE), mentre la favoleggiata crescita economica è più bassa che nella UE, praticamente a zero.

Cresce il numero dei salariati che sono in difficoltà a pagare gli affitti, il costo dei trasporti e perfino il cibo. Ci sono bambini che portano a casa parte del cibo che ricevono a scuola a mezzogiorno, come cena. Un cittadino di Londra su 4 fa un solo pasto al giorno.

La segretaria del TUC, Frances O’ Grady, constata: “i lavoratori del Regno Unito stanno soffrendo la compressione dei salari più lunga e dura della storia moderna”. E le è facile puntare il dito su Johnson accusandolo di avere “cinicamente abbandonato” la sua promessa di una “economia degli alti salari”. “Lui e i suoi ministri stanno trattando i lavoratori come altrettanti Oliver Twist dicendo loro di non osare chiedere aumenti di paga per avere un salario decente”. Beata (e ipocrita) ingenuità quella della O’ Grady, che cerca di coprire la profonda ambiguità dei dirigenti sindacali e dei laburisti davanti alla Brexit. Solo ora, giugno 2022, il partito conservatore è diventato il partito dei “taglia salari”? In realtà, l’illusione di poter tornare indietro al tempo in cui sulle terre soggette all’impero britannico non tramontava mai il sole, aveva fatto presa anche nel movimento sindacale, e come! Negli anni passati avevano dimenticato la collocazione politica e di classe dei promotori della Brexit, Johnson, oggi è pressoché impossibile sfuggire a questa constatazione.

Se servisse una controprova, la si è avuta con lo scoppio dello sciopero dei ferrovieri, il più rilevante degli ultimi 30 anni. L’agitazione è stata indetta per tre giorni consecutivi dal sindacato Rmt (Rail, Maritime and Transport) e ha al suo centro la richiesta di aumenti salariali del 7%, che sono peraltro anche inferiori all’attuale inflazione. Il padrone (Railway Network) ha alzato un muro: al massimo darà aumenti dell’1%, a cui si potrà aggiungere un 2% ulteriore solo se ci saranno nei prossimi mesi nuovi tagli di servizi (e di salari!) per nuove emergenze sanitarie o simili. Il governo ha subito preso la parte del padrone attaccando frontalmente gli scioperanti per gli “incredibili disagi” che lo sciopero provocherà ai cittadini, mentre si prospetta – è lo stesso governo a minacciarlo – la sostituzione degli scioperanti con lavoratori interinali. (Anche se poi dare seguito ad una provocazione del genere appare complicato perché, a seguito dell’espulsione di un milione e mezzo di lavoratori immigrati, non è facile trovare i sostituti.)

Eccola qui la Gran Bretagna del dopo-Brexit in tutto il suo splendore per i proletari!

Un articolo su The Guardian raccoglie le testimonianze di lavoratrici e lavoratori costretti a pesanti straordinari per contrastare la caduta del potere d’acquisto dei loro salari. Molte migliaia di salariati a tempo pieno stanno “scoprendo” la “gig economy” perché hanno bisogno impellente di arrotondare le loro magre entrate. E in questo modo arrivano a non avere più tempo per sé e per i propri figli.

Sulla condizione dei bambini delle famiglie proletarie o comunque degli strati sociali impoveriti c’è un rapporto allarmante del Childhood Trust che documenta il loro stress (nel 47% dei casi – badate bene), il loro dolore, il diffondersi di comportamenti autolesionistici. Molti bambini si trovano in condizioni di ristrettezze economiche per la prima volta, e questo gli provoca sentimenti di imbarazzo, ansia, paura fino ad una profonda vergogna. I disagi mentali da impoverimento si stanno combinando con quelli prodotti dalla precedente epidemia, e vengono alimentati dalle crescenti difficoltà materiali di tante famiglie a far fronte alle spese quotidiane.

C’è chi considera questa la più grave crisi da sempre anche perché, per effetto dei tagli a tutte le voci di spesa sociale (prima della Brexit, e dopo la Brexit), “gli insegnanti sono sovraffaticati, i professionisti dei disagi mentali sono sovraffaticati, i terapisti pure, e l’intero terzo settore deve sopportare tagli. Stiamo andando verso il disastro”.

In questo disastro sociale, che viene da lontano e la Brexit ha ulteriormente aggravato, comincia ad emergere qualche significativo segno di reazione: “tagliamo la guerra, non il welfare”, era il messaggio di molti cartelli e dichiarazioni di manifestanti sabato 18. Ma il cammino da fare per sbarazzarsi di tutte le illusioni, compresa quella di migliorare la propria condizione uscendo dalla UE, è appena agli inizi. Un banco di prova difficile sarà impedire all’asse tra padronato e governo Johnson di isolare lo sciopero dei ferrovieri in corso, affinché non si ripeta l’esperienza del 1984-’85 con i ferrovieri del NUM: una battaglia di magnifica intensità ed organizzazione, rimasta, però, isolata, con la vittoria finale della iena-Thatcher. Un buon aiuto al governo è venuto dalla “opposizione” laburista il cui capo, Starmer, ha vietato ai suoi parlamentari di partecipare ai picchetti e alle manifestazioni dei ferrovieri… cominciamo bene!

Vedi le due precedenti puntate

Il favoloso mondo della Brexit, 1. Crescono povertà e fame, postato il maggio 12, 2022;

Il favoloso mondo della Brexit, 2. Militarismo, militarismo, folle e sanguinario militarismo, postato il maggio 15, 2022;

Sullo sciopero dei ferrovieri in corso

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