Il favoloso mondo della Brexit, 4. Il Regno Unito verso la… disunione

A distanza di poco più di cinque anni dalla gloriosa Brexit, salutata come esempio da imitare anche dagli Italexit “di sinistra”, la credibilità del Regno Unito dotato di neo-sovranità è, come afferma lo storico Sassoon, “ai minimi storici”.

Mentre Boris Johnson e il suo governo affondano nel ridicolo e nella melma – le due dimensioni che più gli si attagliano, tra palpeggiamenti nei pub, ubriachezze a go-go, torte contro i muri, festini fuori ordinanza, clamorose sconfitte elettorali, accoltellamenti tra stretti sodali, ripristino di once, pinte e pollici (in mancanza del sognato ripristino dell’“Impero su cui non tramonta mai il sole”) ed altre robette o robacce del genere – veniamo, in questa nostra quarta puntata, su un altro effetto della Brexit: la moltiplicazione delle spinte nazionaliste e sub-nazionaliste. Un effetto nefasto per i lavoratori: è la loro sorte che ci interessa, non certo quella dell’imperialismo britannico.

Nei roboanti proclami dei suoi promotori, tra cui lo stesso Johnson, scrollarsi di dosso lo strapotere soffocante dell’Unione europea (nella cui cupola Londra sedeva con un corpaccione di 1.200 funzionari) avrebbe significato veder rifiorire d’un tratto il passato prestigio, potere, ricchezza, o addirittura il primato globale, sia pure in compartecipazione con la super-potenza d’oltre Atlantico: la Global Britain.

Invece, com’era ampiamente prevedibile data l’inesorabile decadenza di lungo periodo della struttura produttiva britannica e il ridimensionamento della stessa megastruttura finanziaria della City, il rancido sciovinismo pro-Brexit è stato l’innesco di almeno due processi che stanno contribuendo alla crescente disunione del Regno Unito.

Il primo riguarda la Scozia, da cui è ripartita in giugno la corsa verso un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito in modo da poter, in seguito, ritornare nell’Unione europea. Per non offrire alcun appiglio al governo di Londra, lo Scottish National Party della Sturgeon ha previsto un iter legale attentamente studiato che dovrebbe condurre al nuovo referendum il 19 ottobre 2023. Per pavimentare la strada ad esso, il parlamento scozzese si attribuirà, con una legge, la potestà di indire un nuovo voto “consultivo”, dando per acquisito che questa volta, a differenza di 8 anni fa, vincerà il sì all’indipendenza. E quand’anche il veto di Londra e la Corte suprema dovessero ritenere invalido questo percorso, allora il solo ed unico obiettivo programmatico della prossima campagna elettorale sarebbe quello dell’indipendenza, così da avere comunque la sanzione “popolare” necessaria per spiccare il volo (se volo sarà…).

Per quanto Johnson abbia già opposto che “non è il tempo” di cose del genere, essendo in corso la guerra in Ucraina nella quale lui e l’orrida Truss stanno dando prova del militarismo più folle e sanguinario che si possa concepire, in Scozia non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Anche perché Bruxelles da sempre alimenta la spinta indipendentista. Così come c’entra Bruxelles, e molto, con l’incasinamento della “questione nord-irlandese”.

Infatti i patti commerciali imposti dall’UE a Londra hanno previsto che l’Ulster, formalmente parte del Regno Unito, restasse di fatto nel mercato unico europeo, e che di conseguenza i controlli doganali si facessero sul traffico merci tra Londra e Belfast (integrate nello stesso stato), e non tra Belfast e Dublino (appartenenti a stati diversi). Un’evidente assurdità subìta dalla finalmente “sovrana” Londra, che con il faccendiere Johnson ha cercato nelle scorse settimane di cancellarla attraverso l’adozione di misure volte ad abolire le frontiere doganali oggi esistenti tra il Regno Unito e l’Ulster, misure che però Bruxelles considera illegali in quanto in violazione dei trattati internazionali.

Se questo non bastasse, in maggio la vittoria elettorale del Sinn Féin (l’ex braccio politico dell’Irish Republican Army) a Belfast ha nei fatti rilanciato la prospettiva della riunificazione dell’Irlanda. Per i vincitori, “è una nuova era”, per gli sconfitti del DUP è un’era di nuovi scontri, per il momento solo istituzionali. Si va effettivamente in questa direzione, se è vero che gli Unionisti del DUP, furiosi anche con Johnson, pretendono l’annullamento del “compromesso” con l’UE che di fatto “unifica”, almeno sul piano commerciale, le due Irlande così come divide al suo interno il Regno Unito. Un’ipotesi disperata, visto anche il decrescente peso demografico di quelli che vengono ancora classificati, in modo sempre più inadeguato, in termini religiosi (i protestanti unionisti). Tuttavia, all’interno di un quadro di inarrestabile, esplosivo caos del sistema del capitalismo globale, neppure è da escludere in assoluto che settori di borghesia e sotto-borghesia dell’Ulster con l’acqua alla gola si affidino, come arma di ultima istanza, alla violenza organizzata.

A distanza di poco più di cinque anni dalla gloriosa Brexit, salutata come esempio da imitare anche dagli Italexit “di sinistra” (anni fa vocianti, ora silenti, a seconda dell’aria che tira), la credibilità del Regno Unito dotato di neo-sovranità è, come afferma lo storico Sassoon, “ai minimi storici”. Vero, e a buona ragione ne stanno ridendo al Cremlino (dove già hanno potuto festeggiare le scoppole a Macron). Ma ora che sta precipitando, è troppo semplice prendersela con il solo Johnson, “che si crede Churchill, ma è un disastro”. La ragione di fondo del suo fallimento non è certo nei festini fuori regola, sta nei magrissimi risultati economici e nella riaccensione delle tensioni sociali (il grande sciopero nelle ferrovie, e non solo).

Questo corso inglorioso dell’economia e della politica britannica post-Brexit non comporta, però, l’automatico tramonto della Brexit e l’immediato disvelamento del suo carattere di truffa piena di veleni per i proletari britannici, scozzesi, nord-irlandesi e, ancor più, immigrati (ci verremo nella prossima puntata). E’ possibile che nella sanguinosa rissa in atto nel partito conservatore per ottenere la carica di premier, emerga una figura come la Truss che s’atteggia a “nuova Thatcher” più radicale dell’originale. Perché dopo esserci auto-scaraventato nel mercato mondiale come forza a sé stante in feroce competizione anche con l’Unione europea, il capitalismo dell’Union Jack, per non finire soffocato nelle spire di un capitale sempre più centralizzato, non ha altra strada: abbattere ulteriormente il prezzo, diretto e indiretto, della propria forza-lavoro, e farsi largo con ogni mezzo in aree del mercato mondiale da contendere al proprio padrino statunitense e insieme agli altri grandi poteri. Né più né meno di quanto stanno facendo – anche contro Londra – gli aggregati capitalistici e sotto-capitalistici della Scozia, dell’Irlanda e dell’Ulster.

Per i proletari del Regno Unito questo veleno supplementare fatto di concorrenza all’ultimo sangue, di nazionalismi e sub-nazionalismi è da espellere quanto prima, non affidandosi certo ai medici laburisti, ma alla reattività del proprio sistema immunitario, cioè allo sviluppo di quella lotta di classe anti-capitalista che sta lentamente riaccendendosi.

Prcedenti puntate

Il favoloso mondo della Brexit, 1. Crescono povertà e fame, postato il maggio 12, 2022;

Il favoloso mondo della Brexit, 2. Militarismo, militarismo, folle e sanguinario militarismo, postato il maggio 15, 2022;

Il favoloso mondo della Brexit, 3. Abbassamento dei salari, allungamento degli orari, postato il

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