Una provocazione repressiva in grande stile, contro il proletariato della logistica, il SI Cobas, il sindacalismo conflittuale – TIR

Dopo due anni di pandemia e dentro una guerra che non finirà a breve e avrà effetti di devastazione sociale enormi anche fuori dall’Ucraina, il padronato e le forze parlamentari di governo e “opposizione” sanno che il malessere sociale ha raggiunto un livello tale di tensione che può esplodere da un momento all’altro. Di qui l’intensificazione della repressione in chiave preventiva: mettere sulla difensiva, terrorizzare, disorganizzare, delegittimare, dividere e normalizzare quella che è stata finora la frazione della classe lavoratrice più attiva e combattiva.

Una provocazione repressiva in grande stile contro il proletariato della logistica, il SI Cobas, il sindacalismo conflittuale

All’alba di questa mattina è partita una pesante ed insidiosa operazione repressiva contro dirigenti del SI Cobas (il coordinatore nazionale Aldo Milani, Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini, Bruno Scagnelli) e dell’USB, a sei dei quali sono stati comminati gli arresti domiciliari.

La provocatoria imputazione è quella di associazione a delinquere per avere compiuto atti di violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio, interruzione di pubblico servizio in occasione di scioperi e picchetti per “estorcere” da padroni e padroncini condizioni di “miglior favore” non per i lavoratori, ma per sé stessi – in una sorta di “faida”, anch’essa a fini privati, tra sindacati “di base”.

Insomma: la realtà dei fatti negata, mistificata, rovesciata. Perché negli ultimi 10-15 anni, a cominciare dalla Bennet di Origgio, i proletari della logistica, immigrati in grande maggioranza, sono stati protagonisti del solo, significativo ciclo di lotta avvenuto in Italia negli ultimi decenni – il solo fatto di lotte vere, di scioperi veri, di picchetti veri, di veri coordinamenti tra le diverse realtà, con piattaforme di lotta vere. Lotte realmente auto-organizzate dai lavoratori in prima persona che hanno dato vita a un’esperienza di nuovo sindacalismo militante impersonato soprattutto dal SI Cobas. Le sole lotte che – in un quadro di generale arretramento della classe lavoratrice – hanno segnato significativi avanzamenti nella condizione materiale (salari, orari, garanzie, etc.) e nei livelli di organizzazione e di coscienza di classe di decine di migliaia di proletari, sia facchini che driver.

Con l’aiuto servile degli apparati di Cgil-Cisl-Uil, il padronato ha fatto tutto ciò che era possibile per tenere confinato ad un settore della logistica questo processo di organizzazione combattiva della classe. Ma vedendone crescere comunque l’impeto e la forza, ha messo in moto dal 2017 i suoi apparati repressivi e massmediatici con la grottesca messa in scena contro Aldo Milani ad opera dei Levoni e dei loro complici della procura di Modena – poi miseramente crollata con la sua piena assoluzione in primo grado. Tuttavia la “logica” che punta a sfigurare l’immagine del sindacalismo conflittuale ritorna in quest’ultima inchiesta di Piacenza con lo stesso falso teorema: nella logistica si fanno azioni violente e illegali per ottenere vantaggi privati, come singoli o come clan organizzati afferenti a questo o quel sindacato. Un’attività “estorsiva” ai danni dei poveri padroni vessati e mandati in rovina…

Il teorema della procuratrice Pradella è stato confezionato con cura: anni e anni di spionaggio sistematico e h24 di alcuni dirigenti nella ricerca ossessiva del più piccolo indizio e/o presunto vizio privato utile a infangarne l’immagine e il prestigio da essi conquistato in anni di lotte contro sfruttamento e caporalato, di faticose conquiste salariali e in termini di dignità. Non essendo riusciti a spazzare via il sindacalismo combattivo con le norme anti-sciopero e i bastoni sincronizzati di polizia e squadracce di mercenari privati, ora si adopera il codice penale sulla base di un presunto “codice morale” che secondo gli inquirenti dovrebbe disciplinare modalità e finalità degli scioperi. Un presunto “codice morale” inventato da una magistratura priva ormai di qualsiasi autorità morale, capace di occultare e amnistiare anche le più sanguinarie stragi di stato (e di mafia), e di assistere con cinica indifferenza al massacro di decine di migliaia di morti sul lavoro e da lavoro. In realtà attraverso lo schema, ormai trito e ritrito, della macchina del fango in larga parte identico alle campagne mediatico-giudiziarie che per anni hanno colpito i disoccupati organizzati a Napoli o i movimenti per la casa a Roma, è proprio l’arma dello sciopero che si vuole, per altra via, colpire e abbattere, magari anche suggerendo nuove normative anti-sciopero. Insieme allo sciopero, il bersaglio è la cassa di resistenza attraverso cui il sindacato consente ai lavoratori licenziati o colpiti dalla repressione di continuare a lottare evitando che vengano piegati dall’infame ricatto della fame – anche questo un mezzo storico del sindacalismo combattivo delle origini, abbandonato dai sindacati collaborazionisti.

Ed è qui che si svela la natura ferocemente padronale di questa ed altre inchieste. Il messaggio politico è chiaro: ai padroni è consentito di gestire i propri miliardi, frutto dello sfruttamento del lavoro operaio, a proprio piacimento: evadendo le tasse e i contributi, corrompendo politici e funzionari statali, trasferendo ricchezze immense nei paradisi fiscali, riciclando quantità di denaro illegale in attività di copertura. Gli organismi sindacali scomodi, invece, devono rendere conto allo stato borghese fino all’ultimo centesimo dei contributi volontari dei lavoratori, delle normalissime e banali conciliazioni in sede sindacale o, magari, delle sottoscrizioni fatte per sostenere le famiglie dei militanti sindacali uccisi – di cui certo non si prendono cura le istituzioni democratiche, se non per assolvere gli autori materiali degli assassini e scagionare metodicamente i loro mandanti.

La procuratrice Pradella, nella sua conferenza stampa, ha avuto l’ardire di sostenere che l’azione repressiva non è contro i sindacati SI Cobas e USB, assolutamente no!. È anzi a loro difesa; soprattutto a difesa dei lavoratori iscritti per liberarli da quanti avrebbero abusato delle loro lotte – infatti, finora, la magistratura e la polizia, a Piacenza e dovunque, hanno protetto con ogni mezzo queste lotte a suon di centinaia di denunce e processi, condanne, multe, fogli di via, arresti, manganellate, minacce!

Quanto poi alla “competizione” tra organizzazioni sindacali, se c’è una qualche forma di “competizione” (che a noi non piace) per chi riesce ad ottenere – con la lotta – qualche vantaggio in più per i proletari, questo è un crimine da punire con l’arresto. Va bene solo la competizione al ribasso, alla svendita delle condizioni di lavoro e di vita dei proletari, in corso da tempo tra Cgil, Cisl e Uil, su cui ovviamente nessun magistrato ha nulla da indagare e obiettare, e che anzi viene protetta e premiata con super-liquidazioni, seggi in parlamento o nei consigli di amministrazione.

La magistratura che nell’ultimo mezzo secolo ha consentito alla malavita organizzata, fortemente presente negli appalti della logistica, e a cooperative più o meno finte, comunque intente a derubare i propri dipendenti obbligati ad esserne “soci” (una vessazione strutturale su cui nessun magistrato ha da ridire), di imperversare come le cavallette facendo profitti ed extra-profitti per sé e per le multinazionali mandanti; questa magistratura che ha consentito, favorito e coperto con la sua inazione ogni sopruso, ogni violazione di legge, compiuti ai danni dei lavoratori e delle lavoratrici (vi dice niente il nome Italpizza?), ha preso da anni ad attivarsi con una serie di incalzanti iniziative repressive che con questa inchiesta raggiungono l’apice dell’impudenza per la pretesa di essere a difesa dei lavoratori – anziché, com’è evidente anche ai ciechi volontari, a spudorato presidio degli interessi padronali.

Non sono stati da meno i governi. Anzitutto il governo Conte-1 che nel 2018, con i famigerati decreti Salvini, trasformò il picchetto in un reato e colpì duramente gli immigrati richiedenti asilo, favorendo in modo sfacciato la malavita organizzata nel suo desiderio di recuperare i beni sequestrati (a proposito di “populismo” Lega-Cinquestelle amico dei lavoratori – vergogna per chi ci ha flirtato e ci flirta tuttora!). Ed ora il governo Draghi che, su mandato di Assologistica, introduce di soppiatto una modifica all’art. 1667 del codice civile con cui viene eliminata la responsabilità in solido delle imprese committenti (le multinazionali) per i furti di salario operati metodicamente dalle cooperative e dalle ditte fornitrici.

In mezzo, un’infinità di interventi di polizia e carabinieri contro i picchetti, due operai assassinati da crumiri, Abd El Salam dell’USB e Adil Belakhdim del SI Cobas, nella più totale impunità, molti feriti in aggressioni di bande private al servizio di FedEx o di padroncini del pratese, di nuovo nella più totale impunità, grazie alla protezione degli apparati repressivi di stato. A Piacenza, nel marzo dello scorso anno, subito dopo un affondo della magistratura contro il SI Cobas respinto dalla mobilitazione di massa, la FedEx ha alzato il livello dell’attacco anti-operaio decretando la chiusura di uno dei magazzini più combattivi ed organizzati, nell’interesse proprio e della super-potenza Amazon, che vedeva minacciosamente avanzare il movimento di lotta fino alle porte invalicabili delle sue fortezze da cui il sindacato è bandito. La lunga mano amerikana sempre pronta a sollecitare e pretendere interventi repressivi di tutti i tipi.

Non molti hanno compreso, anche nel sindacalismo “di base”, il significato generale di quell’attacco e l’importanza altrettanto generale, politica, della lotta di resistenza dei facchini FedEx di Piacenza, per la logistica e per l’intero movimento di classe. Se ne è tratta talvolta anche una vile lezione: “stiamo buoni, cerchiamo buoni rapporti con i padroni, tra i padroni ce n’è anche di umani (molto umani…), abbiamo già ottenuto tutto ciò che potevamo ottenere, tiriamo i remi in barca”. Una illusione suicida perché intanto i padroni si mantengono prudenti, in quanto vedono davanti a sé una massa lavoratrice organizzata e all’erta. Più i lavoratori si siedono sicuri che nessuno li toccherà, più “stanno buoni”, più si fanno “responsabili”, più forte si abbatteranno su di loro le bastonature padronali e statali. Si può perdere anche in un solo giorno quello che si è conquistato in mesi e perfino anni di lotta.

Specie in tempi di crisi e di guerra. Già perché è questa la variabile decisiva che sta facendo incrudelire la repressione statale. Dopo due anni di pandemia e dentro una guerra che non finirà certo a breve e avrà effetti di devastazione sociale enormi anche fuori dall’Ucraina, il padronato e le forze parlamentari di governo e di “opposizione” sanno meglio di noi che il malessere sociale ha raggiunto, nei posti di lavoro e nella società, un livello tale di tensione che può esplodere, improvvisamente, da un momento all’altro. E allora altro che forconi, e simili! Si spiega così l’intensificazione della repressione in chiave preventiva: mettere sulla difensiva, terrorizzare, disorganizzare, delegittimare, dividere e infine normalizzare quella che è stata finora la frazione della classe lavoratrice più attiva e combattiva, la sola che ha dato qualche cenno di vita e di reattività anche contro la guerra, per impedire l’effetto-contagio. Il prossimo autunno fa davvero paura alle associazioni a delinquere padronali e al loro comitato di coordinamento diretto da Draghi.

Le prime, immediate reazioni operaie a Piacenza e in altre città stanno manifestando la capacità di reazione dei proletari della logistica, e c’è da augurarsi che lo sciopero di oggi indetto sia dal SI Cobas che dall’USB dia un rinnovato impulso alla mobilitazione di massa che è necessaria per far crollare questo nuovo castello di carte e di menzogne.

Rivolgiamoci con fiducia, testardamente, all’insieme della classe lavoratrice, sia essa sindacalizzata o meno, per mostrare come quest’ennesimo attacco riguarda tutti, e non deve passare. Nessuna illusione che si possa rimandare le nostre istanze a tempi migliori, a crisi passata, e che per ora, per limitare i danni, convenga stare in silenzio. I tempi migliori verranno dettati solo dall’iniziativa dei proletari, dalla lotta unitaria e determinata dell’insieme della classe lavoratrice contro l’asse padronato-governo Draghi, contro la repressione padronale e statale, contro le guerre dei capitalisti, contro il capitalismo.

Tendenza internazionalista rivoluzionaria

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