Altri comunicati di solidarietà con i militanti del SI Cobas e dell’USB

Abbiamo ricevuto numerosissime prese di posizione di solidarietà con i compagni del SI Cobas e dell’USB colpiti dagli arresti domiciliari su iniziativa della procura di Piacenza. Alcune le abbiamo già pubblicate, altre le pubblichiamo qui, e provengono dal blog Noi non abbiamo patria, da Programma comunista, da Classe contro classe/Comitato di lotta Viterbo, dall’area di opposizione in CGIL “Riconquistiamo tutto”.

Hanno, come è facile constatare, orientamenti differenti, molto differenti tra loro e, in alcuni casi, anche da quelle che sono le posizioni del nostro blog, ma ci è parso egualmente utile riportarli perché la reazione alla iniziativa repressiva provocatoria della procura di Piacenza è stata nella realtà molto ampia e altrettanto sfaccettata. (Red.)

Scenari repressivi preoccupanti

Si intuiva che il Procuratore di Piacenza Grazia Pradella, insieme ai suoi colleghi delle altre Procure e i loro sbirri, stava aspettando da tempo il momento adatto per mettere in scena il suo disegno teoretico e azionare la macchina repressiva contro due piccoli sindacati di base impegnati nelle lotte della logistica:

Aldo Milani coordinatore nazionale del Si Cobas, i coordinatori provinciali del Si Cobas di Piacenza (Arafat e Carlo) ed un altro militante (Bruno);

il coordinatore nazionale USB della logistica, e altri tre coordinatori USB di Piacenza.

Arresti domiciliari, misure cautelari e fogli di via, perquisizioni nelle sedi sindacali e nelle abitazioni degli attivisti sindacali coinvolti.

Il “reato“ teorizzato è quello solito di associazione a scopo estorsivo. La verità è che si vogliono reprimere le istanze di lotta nel settore della industria della logistica, la necessità di organizzazione per difendersi da una offensiva che impone ai lavoratori ritmi ancor più massacranti imposti da una circolazione delle merci che deve essere sempre più veloce.

Il momento adatto è quello di una fase di debolezza del ciclo di lotte degli anni precedenti che aveva portato i lavoratori di questo settore a contrastare con successo caporalato, assenza di tutele sul lavoro e conquistare il diritto a contrattare il prezzo della propria forza lavoro.

Questo avviene mentre assistiamo ad una crescente vendetta giustizialista da parte dello Stato e della Magistratura nei confronti di alcune lotte del recente passato, nelle piazze, nelle carceri, arresti di anarchici (con imputazioni di terrorismo), ecc.

Saremmo miopi a pensare che questa azione repressiva sia volta solo contro i piccoli sindacati che “peccano di estremismo” o contro certo estremismo di sinistra e anarchico.

In una fase in cui l’Occidente e l’Italia si trovano a sbattere la capoccia in una crisi generale che non riescono a governare e appare senza soluzione – la recessione alle porte, l’approvvigionamento delle materie prime essenziali per far viaggiare la produzione e i consumi, la guerra in Ucraina e la riottosità capitalistica di nazioni come la Russia che attraverso la guerra contrattano la propria posizione sul mercato mondiale -, è necessario nel caos generale mandare un segnale a quella massa attonita di lavoratori che al momento non trova modo di reagire contro scenari sociali preoccupanti. La si manda anche ai grandi sindacati corporativi confederali affinchè rimangano fedeli al loro servizio di “responsabilità” verso le necessità del capitalismo nazionale: i lavoratori dovrebbero, dunque, responsabilmente accettare ogni sacrificio per la competitività della produzione nazionale in un mercato mondiale sempre più agguerrito.

Lo si fa per dividere, separare ed isolare. Che la ostinazione di alcuni settori dei lavoratori della logistica e di quelli immigrati impiegati nelle piantagioni schiavistiche dell’agrobusiness italiano rimangano nel loro isolamento circondati da un muro poliziesco.

Non c’è una tutela ad un diritto di sciopero che la fase attuale possa garantire, un riconoscimento formale per gli organismi auto organizzati dei lavoratori italiani e degli immigrati che la Magistratura, le Preture ed il Governo possono accettare.

La necessità che si fa strada è quella di una mobilitazione più generale che non puó rimanere confinata ai soli luoghi di lavoro e su obiettivi solamente salariali.

Giù le mani da chi lotta. Solidarietà al SI Cobas e USB, agli attivisti colpiti e a tutti i loro lavoratori iscritti.

***

Repressione del sindacalismo conflittuali e legalità padronale

NON RIMANE CHE L’ILLEGALITÀ…

All’alba di stamattina, su ordine della Procura di Piacenza, sono stati messi agli arresti domiciliari il
coordinatore nazionale del SI Cobas Aldo Milani e tre altri dirigenti dello stesso sindacato:
Mohammed Arafat, Bruno Scagnelli e Carlo Pallavini. In concomitanza a questa azione repressiva,
una simile operazione poliziesca è scattata contro altri quattro dirigenti sindacali della USB della
logistica, per comunicare anche a loro pene simili.

Al momento non si conoscono precisamente tutte le accuse loro addossate, certamente hanno a che
vedere con l’intensa attività di lotta dei compagni, in uno dei settori a più alto tasso di sfruttamento ed
asset strategico per il capitalismo in Italia; facendo figurare sul banco degli imputati le principali lotte
e mobilitazioni condotte negli ultimi anni alla GLS, Amazon, FedExx-TNT e tante altre.

Dalle notizie che trapelano dai comunicati delle organizzazioni coinvolte, le accuse sono di
associazione a delinquere per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e
interruzione di pubblico servizio. Un “castello” (di carte) accusatorio che stabilisce che gli scioperi e le
mobilitazioni di lotta, sarebbero stati orditi pretestuosamente a fini estorsivi, ritenendo che la lotta per
ottenere migliori condizioni salariali e di lavoro per gli operai sia una “estorsione” ai danni dei padroni.
Nella fattispecie “aggravata” dalla circostanza di essere condotta come 2° livello di contrattazione,
ergo: per lo Stato il 2° livello di contrattazione è “legale” quando è peggiorativo rispetto alle condizioni
del CCNL, mentre diventa “estorsione” quando punta al miglioramento.

Aldilà della solidarietà a tutti i militanti colpiti dalla repressione, è necessaria una riflessione più
profonda sugli avvenimenti di stamattina, con riferimento alla loro portata politica e organizzativa.
L’equiparazione tecnico-legale delle organizzazioni sindacali alle associazioni mafiose, della lotta per
il salario e per il lavoro ai racket estorsivi di stampo mafioso, la contrattazione sindacale migliorativa
di 2° livello e i metodi e forme di lotta ad essa collegate alla violenza privata e resistenza a pubblico
ufficiale; rappresentano un cambio di paradigma dello Stato dei padroni e delle loro leggi nei confronti
della lotta di classe, anche nella sfera economico-sindacale.

Un cambio di passo imperialista, che segna il passaggio formale dalla democrazia (borghese) al
regime autoritario (sempre borghese), con un assetto politico-istituzionale e legale adattato ai tempi
della sindemia e della guerra imperialista, ossia delle attuali manifestazioni della crisi sistemica, che
non lasciano più margini di manovra proletaria, nei già angusti limiti delle compatibilità industriali
capitalistiche.

“Fine dei giochi!”, viene comunicato forte e chiaro a tutti e tutte le militanti della lotta nel campo
proletario: “Resa o repressione”, sono le uniche opzioni messe sul tavolo dal Capitale e dal suo
Stato. In maniera inequivocabile e cristallina.

Un messaggio che, dal nostro punto di vista, di classe, va recepito nel giusto verso: ossia il nemico di
classe non ci lascia alternativa che non di organizzarci al di fuori delle sue compatibilità (inesistenti),
delle sue regole e delle sue leggi. Instaurando nuove dinamiche e cercando di stabilire nuovi rapporti
di forza e terreni del conflitto.

Va definitivamente assunto che ciò che per loro è “legale” PER NOI E’ INGIUSTIZIA, ciò che PER
NOI E’ GIUSTIZIA per loro è “illegale”. In prospettiva, questo sarà il paradigma della lotta di
classe a tutti i livelli e in tutte le forme.

Per questo, volenti o nolenti, dovremo essere in grado di passare a un nuovo livello dello scontro,
adattando forme, metodi e tattiche per provare a tener testa al nuovo regime imperialista in guerra
permanente contro il proletariato.

***

Classe contro classe. Comitato di lotta Viterbo

Piacenza. Solidarietà ai sindacalisti arrestati. Comunicato nazionale Riconquistiamo tutto!

Associazione a delinquere per violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale, sabotaggio e interruzione di pubblico servizio: sarebbero tutti reati commessi da migliaia di lavoratori durante sette anni di scioperi nella logistica a Piacenza. Già il catalogo dei capi d’imputazione che hanno portato all’arresto di alcuni delegati e sindacalisti di SiCobas e Usb ci fanno pensare a un teorema, a un castello accusatorio tanto ridicolo, quanto gravissimo. Secondo la procura i lavoratori avrebbero incrociato le braccia «con motivazioni pretestuose e con intenti ‘estorsivi’, al fine di ottenere per i lavoratori condizioni di miglior favore rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale».

Per certi versi non ci stupisce che, dopo trent’anni di concertazione e moderazione la sola idea di rivendicare salario e diritti appaia eversiva a chi ha il compito di cristallizzare i rapporti di forza con gli strumenti della legalità. La repressione contro i lavoratori che lottano è l’altra faccia della concertazione… con altri mezzi anche grazie al quadro normativo scaturito dai decreti Minniti e Salvini contro la libertà di movimento e il conflitto sociale.

E’ un teorema lungimirante, quello di Piacenza, perché non solo vuole castigare settori radicali per le lotte degli anni passati ma guarda al futuro, a quell’autunno che in molti dicono che potrebbe essere rovente per l’irruzione della disperazione sociale nelle piazze.

Ancora non conosciamo tutti i dettagli di quel castello accusatorio ma non abbiamo dubbi:
siamo dalla parte di chi è stato arrestato, solidali con le sigle del sindacalismo di classe.

Quando si attacca chi lotta. si attacca tutto il sindacato! Riconquistiamo tutto!

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