Tempo di disordini sociali – German Foreign Policy

Riceviamo dalla compagna Giulia Luzzi, e volentieri pubblichiamo. In effetti, come ci è stato fatto notare, sarebbe necessario prestare molta più attenzione ai moti di protesta e alle rivolte in una serie di paesi del Sud del mondo, anzitutto, per l’effetto combinato dello strangolatorio debito estero, dell’aumento vertiginoso dei prezzi di petrolio e gas (per i paesi che sono soltanto, o prevalentemente, consumatori) e di beni alimentari, della siccità (terribile il suo impatto in vaste aree dell’Africa) e, spesso, delle guerre “locali” dimenticate. Anche in Europa qualcosa comincia a muoversi. Vedremo di recuperare questo ritardo. (Red.)

Propongo il sunto di un articolo di German Foreign Policy, 5 settembre, sui rischi di disordini sociali paventati dalla borghesia a seguito del peggioramento delle condizioni di vita in un’alta percentuale di paesi, a seguito del forte aumento dell’inflazione, per energia e alimentari in particolare, con un’inflazione che supera il 6% in più dell’80% di tutti i Paesi del mondo, e con un caduta dei salari (in Italia) senza precedenti negli ultimi 75 anni, superiore nell’ultimo anno all’8%, circa il doppio di quella che ci fu nel 1994 in vista dell’allineamento monetario con la CEE propedeutico alla moneta unica.

Durante le crisi degli ultimi anni la situazione a livello mondiale si è già aggravata più di quanto previsto dagli stessi analisti al servizio dei governi occidentali.

Nell’ultimo trimestre il rischio di disordini interni è aumentato nella maggior parte dei 198 Paesi esaminati dall’indagine. Particolarmente toccati sono anche i paesi dell’Europa, dove le condizioni stanno peggiorando a causa della guerra in Ucraina e delle sanzioni occidentali contro la Russia, i Paesi con maggior rischio di disordini interni sono considerati (da Verisk Maplecroft) Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Bosnia-Erzegovina e Ucraina.

Nel Regno Unito è iniziata quella che è la più grande ondata di scioperi e proteste degli ultimi decenni. 

Da qualche settimana, è in corso una campagna di mobilitazione contro la “crisi del costo della vita” (“Enough is Enough”), sostenuta da sindacalisti e da diverse iniziative, che ha raggiunto finora mezzo milione di sostenitori. La protesta sociale contro l’aumento dei prezzi e delle tariffe si esprime in numerosi scioperi, ad es. nei trasporti locali e a lunga distanza, negli uffici postali o nei porti; si sta parlando anche di uno sciopero generale che sarebbe illegale in Gran Bretagna.

Un’altra iniziativa (“Don’t Pay UK”) chiede la cancellazione degli addebiti diretti ai fornitori di energia in autunno, fino al non pagamento delle bollette dell’energia, se ne avrà la forza. Secondo un recente sondaggio avrebbe già 1,7 milioni di aderenti.

Nell’altro campo sociale, quello della borghesia, del capitale internazionale, è in atto un forte trasferimento di ricchezza, e di conseguenza uno scontro politico interno tra le frazioni energetiche del capitale, produttrici di elettricità e gas (e in minor misura, petrolio) che vedono i loro profitti aumentare enormemente, e quelle che hanno un forte consumo di energia (metallurgia, materiali edili, carta, certa chimica, anche quella basata sul gas) che invece vedono ridursi i loro margini di profitto soprattutto in Europa perché i competitori esteri hanno costi energetici più bassi. Una divisione interna al “campo nemico”, sia tra paesi che dentro i singoli paesi, su cui può e dovrebbe far leva il movimento di classe, dei lavoratori, per difendere le proprie condizioni di vita. (Giulia Luzzi)

La britannica Verisk Maplecroft, società di consulenza sui rischi, nella sua recente indagine sui rischi globali attuali, “Indice dei disordini civili”, avverte che:

con un’inflazione che supera il 6% in più dell’80% di tutti i Paesi del mondo i rischi socio-economici sono attualmente a un “livello critico”; si può prevedere che “nei prossimi mesi aumenteranno la forza e la frequenza delle proteste e delle mobilitazioni dei lavoratori”. «Solo una riduzione significativa dei prezzi globali di cibo ed energia può fermare la tendenza globale negativa del rischio di disordini civili».

I Paesi ricchi cercheranno di imbrigliare le masse con pacchetti di spesa (il governo tedesco ad es., ha appena approvato il terzo “pacchetto di aiuti”).

Dove questo non è possibile, nei paesi più poveri, la principale risposta alle proteste contro i governi potrà essere la repressione, che però rischia di eccitare ulteriormente le proteste.

Verisk Maplecroft sottolinea che durante le crisi degli ultimi anni la situazione a livello mondiale si è già aggravata più di quanto previsto; hanno registrato tensioni interne 120 paesi contro i 75 previsti. Nell’ultimo trimestre il rischio di disordini interni è aumentato nella maggior parte dei 198 Paesi esaminati dall’indagine. Particolarmente toccati sono i paesi dell’Europa, dove le condizioni stanno peggiorando a causa della guerra in Ucraina e delle sanzioni occidentali contro la Russia, i Paesi con maggior rischio di disordini interni sono Germania, Paesi Bassi, Svizzera, Bosnia-Erzegovina e Ucraina.

Nei prossimi sei mesi si prevede “un ulteriore peggioramento” in numerosi Paesi; nell’Indice dei disordini civili sono classificati come ad “alto” o “estremo rischio” la metà circa di tutti i Paesi.

Nel Regno Unito è iniziata quella che forse è la più grande ondata di scioperi e proteste degli ultimi decenni.

Da un recente sondaggio risulta che quasi un quarto (23%) degli adulti britannici prevede di non accendere il riscaldamento a causa dei costi nel prossimo inverno. Da qualche settimana, è in corso una campagna di mobilitazione contro la “crisi del costo della vita” (“Enough is Enough”), sostenuta da sindacalisti e da diverse iniziative; in sole 24 ore, Enough is Enough è riuscita a conquistare più di 100.000 sostenitori, giunti ora a mezzo milione. La protesta si esprime in numerosi scioperi, ad es. nei trasporti locali e a lunga distanza, negli uffici postali o nei porti; si sta parlando anche di uno sciopero generale. Un’altra iniziativa (“Don’t Pay UK”) chiede la cancellazione degli addebiti diretti ai fornitori di energia in autunno, fino al non pagamento delle bollette dell’energia, se ci sarà almeno un milione di aderenti all’iniziativa. (Secondo un recente sondaggio, potrebbe già avere 1,7 milioni di sostenitori).

Nel weekend hanno manifestato a Praga circa 70mila persone contro la minaccia dell’impoverimento, e hanno chiesto alla coalizione al governo il controllo dei prezzi dell’energia.

I manifestanti hanno anche denunciato il massiccio sostegno UE e NATO alla guerra in Ucraina. Sembra che alla protesta di Praga – diversamente da quelle in GB – abbiano partecipato schieramenti politici eterogenei, tra cui da un lato il Partito Comunista e dall’altro le forze di estrema destra. Il primo ministro Petr Fiala ha cercato di delegittimare le proteste accusando i manifestanti di essere filorussi, e di agire “contro gli interessi della Repubblica Ceca”, un’accusa che non potrà reggere a lungo a fronte di un imminente impoverimento.

In altri Paesi dell’UE sono in corso le prime proteste di minore entità.

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