Il marxismo ucraino e l’invasione russa – Fronte dei lavoratori dell’Ucraina, Lev Sergeev

Riprendiamo e traduciamo dal sito del Workers’ Front of Ukraine un secondo e più ampio intervento sulle radici della guerra in corso e la posizione che i marxisti non adulterati debbono assumere dinnanzi ad essa, contro di essa. Anche in questo caso, come nel testo precedente, ci sarebbero da discutere molte cose, a cominciare dall’idea particolarmente ingenua, e priva di fondamento, che il capitalismo sia nato in Ucraina e in Russia d’improvviso, e pressoché dal nulla, dopo la dissoluzione dell’Urss nei primi anni ’90. Ma confidiamo che ci sarà tempo e modo di farlo con loro, e con compagni che la pensano come loro, a partire proprio dallo schieramento fondamentale assunto in questa guerra che ci fa sentire vicini questi compagni. In questa seconda traduzione ci pare più corretto denominarli Fronte dei lavoratori dell’Ucraina, anziché, come nella prima traduzione, Fronte operaio dell’Ucraina (Red.)

Fronte dei lavoratori dell’Ucraina. Il marxismo ucraino e l’invasione russa

di Lev Sergeev

La guerra russo-ucraina è nel pieno del suo svolgimento: sta andando avanti da un mese ormai. L’autore di questo articolo ha avuto l’opportunità di prendervi parte personalmente come membro delle formazioni ucraine. Nel frattempo, durante tutto il conflitto, il Fronte dei lavoratori dell’Ucraina, in quanto principale organizzazione marxista-leninista nel nostro paese, non ha smesso di riferire sulle posizioni dei comunisti su questioni urgenti legate a questa guerra. Il primo articolo intorno a cause e natura dell’attuale conflitto è stato pubblicato poco prima dell’inizio della guerra. Diversi materiali essenziali sono stati e continuano a essere pubblicati dall’inizio della guerra. Per comprendere appieno il nostro punto di vista, vale la pena leggere tutte queste pubblicazioni, di cui ce n’è in abbondanza. E ora che la situazione ha raggiunto una certa maturità, possiamo riassumere brevemente le opinioni dei comunisti ucraini e sottolineare i punti salienti dell’atteggiamento del Fronte dei lavoratori dell’Ucraina nei confronti della guerra.

È ben noto che la politica è l’espressione concentrata dell’economia e la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi (violenti). Cos’è l’economia contemporanea? È una varietà grande e molto diversificata di capitali. Ma essi sono piuttosto uniformi sotto un aspetto: ognuno di essi rappresenta valore. La differenza tra loro emerge solo se li compariamo: si scopre che un capitale vale più del secondo, il terzo vale più di questi due insieme, il quarto vale persino meno del secondo, ecc. Nella loro totalità, formano un sistema molto complesso di relazioni tra di loro, prendendo ciascuno il proprio posto sotto il sole. Ma questo complesso sistema è messo in moto dal seguente semplice fattore (insieme ad altri): il capitale non può stare fermo; o aumenta o diminuisce. Dopotutto, cos’è il capitale? Si tratta, in sostanza, di un valore specifico utilizzato per realizzare una determinata operazione, che dovrebbe, al suo completamento, mostrare un valore incrementato – in qualche modo più significativo di quanto inizialmente investito in tale operazione – per portare profitto. Sì, sarebbe anche possibile sprecare o sperperare l’intero profitto o farlo con ogni profitto successivo. Ma prima o poi la bella vita finisce: non bisogna dimenticare che il capitale non esiste nel vuoto; altri capitali lo circondano, il mondo dei capitali è molto affollato e il mercato molto limitato. È un mondo di una corsa senza fine, un mondo della guerra di tutti contro tutti: la competizione (temporanee alleanze sono certamente consentite, ma non cambiano il quadro generale). Per sopravvivere in esso, è necessario gestire saggiamente i profitti, sforzarsi di utilizzare ogni profitto per aumentare i profitti successivi, far crescere il capitale e investire nello sviluppo e nell’espansione del business con ogni mezzo. Chi lo fa, ha una possibilità di successo a lungo termine; chi non lo farà, sarà fregato e sicuramente andrà in bancarotta. Inoltre, più grande è il capitale, maggiore è il suo arsenale di mezzi per sopprimere la concorrenza. E la concorrenza, come ogni lotta, genera vincitori: grandi affari. Essa dà anche forma e regna sovrana nel summenzionato complesso sistema di relazioni tra tutti i capitali. È un ordine economico mondiale in cui le grandi aziende (e le grandi banche) si accaparrano la fetta maggiore del mercato mondiale con i loro network e dettano le regole del gioco da più di cento anni. Ma nessuna azienda, per quanto gigantesca, può riposare sugli allori perché il suo posto è costantemente minacciato da aziende concorrenti, grandi e piccole, tra le quali sussiste a propria volta un rapporto di rivalità. Un buon soldato aspira a diventare un generale, e un buon capitale aspira a diventare sempre più grande e più grande all’infinito, distruggendo i concorrenti.

E come si condensa tutto questo in politica? In parole povere, chi paga l’orchestra sceglie la musica. La politica pubblica è una sorta di arma che compare nell’arsenale delle grandi imprese (e più grande è l’impresa, maggiore è la sua capacità di influenzare la politica), uno dei metodi più efficaci per aumentare i profitti e strangolare la concorrenza. Presentare i propri candidati alle elezioni legislative, corrompere i deputati in parlamento per convincerli a votare nel modo giusto, assistere nella nomina dei propri protetti a posizioni elevate negli organi esecutivi, corrompere funzionari e controlli di simile natura sulla magistratura: questi sono esempi di come un capitale guadagna potere politico e lo impiega per raggiungere i propri interessi. Da qualche parte in Occidente, ci si riferisce a ciò con una bellissima parola: lobbismo; ma nel nostro paese è ancora chiamato corruzione. E la corruzione viene costantemente sradicata, ma, come per dispetto, essa va sempre più in profondità, cambiando solo occasionalmente le sue forme.

Ma resta il fatto: prendiamo ora a caso qualsiasi paese del mondo, e con un significativo grado di probabilità, a un attento esame il regime si rivelerà essere pura oligarchia: quasi ovunque i vertici dell’apparato statale e le grandi imprese si sono fusi insieme, lo stato serve gli interessi delle grandi imprese. Le uniche entità che non sono consolidate sono i grandi capitali: una varietà di gruppi finanziario-industriali (in Ucraina ci piace chiamarli clan), che perseguono obiettivi diversi e combattono tra loro per l’influenza politica. E la lotta non è necessariamente solo per la divisione e la redistribuzione dell’influenza all’interno del proprio Stato di origine, per così dire: i confini non costituiscono barriere alle ambizioni di alcun capitale. Supponiamo che il capitale li superi e ottenga la conquista economica dei mercati di un altro paese per raggiungere il successo. In tal caso, esso può beneficiare della lealtà sia dello stato da cui sta attaccando sia di quello che sta attaccando; il che spesso trova la propria espressione nella subordinazione di uno stato all’altro. Tra le altre cose, uno dei risultati di questa lotta è che il nostro mondo è stato a lungo fermamente diviso in paesi dominanti e paesi da essi economicamente e politicamente dipendenti. E la lotta tra i primi per la divisione e la redistribuzione del potere sui secondi, per stabilire dove inizia e dove finisce la propria sfera di influenza, non è diminuita, così come non è diminuita la competizione per il capitale, poiché entrambi questi elementi sono indissolubilmente legati. A partire da cosa, allora, una tale politica deve continuare ad essere perseguita militarmente? È semplice: quando almeno una delle parti in conflitto crede che un’impresa militare offra maggiori possibilità di successo e costerà meno che risolvere le controversie con altri mezzi. Di solito, questo è un segno che la situazione è arrivata a un punto morto e che i metodi di influenza non militare (diplomatici e altri) sono stati esauriti da una parte senza ottenere un risultato soddisfacente. Poi nei territori di qualche paese, il mondo esplode con l’avvento di un’altra guerra imperialista per la ridistribuzione delle sfere di influenza.

E ora, con la consapevolezza di tutto quanto si è detto, concentriamoci sull’Ucraina, e l’essenza di ciò che sta accadendo diventa limpida come una giornata di sole. Il nostro paese si è unito all’ordine sopra descritto dopo il crollo dell’Unione Sovietica. In quel periodo il capitale nazionale ha iniziato a formarsi all’interno del Paese, prendendo il proprio posto nel sistema globale dei capitali. Come ogni normale stato moderno dovrebbe, ha sviluppato rapidamente la sua oligarchia, con relazioni estremamente difficili (tese, a voler essere generosi) tra i suoi diversi gruppi componenti. È qui che la favoleggiata democrazia ucraina affonda le sue radici, perché sono proprio le lotte tra i clan oligarchici a costituire le permanenti divergenze politiche e, di conseguenza, sono la principale ragione e forza trainante delle crisi di tale natura. Tra queste gli eventi di otto anni fa, in cui è evidente quanto segue: con l’instaurazione del regime di Yanukovich, il clan di Donetsk aveva per una volta raggiunto un potere di rilievo. E cominciò a fare pressione sul clan Dnipro e sugli altri con impudenza, ma insieme gli altri clan furono in grado di reagire e rovesciare il potere statale dei loro pericolosi concorrenti.

Tuttavia, i grandi affari domestici hanno qualcosa in comune con altri affari del medesimo genere: l’interesse ad avere garanzie di proprietà indipendente della loro quota della ricchezza delle nostre terre. Affinché tali garanzie esistano, queste terre devono avere un’autorità indipendente sotto il loro controllo: l’indipendenza dello stato ucraino sostiene l’indipendenza dell’oligarchia ucraina, e viceversa. Queste sono le origini della tanto favoleggiata indipendenza ucraina che la propaganda di stato aveva ideologicamente difeso a partire dall’emergere di questo Paese trent’anni fa, e la cui difesa ideologica richiede di dipingere lo stato come più antico, per dimostrare l’esistenza della nazione ucraina come tale già nell’Età del rame.

A tal proposito, se riprendiamo il tema del 2014: anche tra i più filorussi (filorussi solo perché la loro attività è più fortemente legata alla partnership economica con la Russia rispetto ad altre imprese), gli oligarchi ucraini non hanno compiuto una transizione univoca dalla parte dei separatisti, né hanno fornito loro un forte sostegno. Ma molti hanno finanziato e continuano a finanziare organizzazioni nazionaliste ucraine. E poiché c’è bisogno di difendere l’indipendenza con tanto zelo, sembra che ci debba essere qualcosa di cui aver paura a questo riguardo. Continuando ancora il tema del 2014: in Crimea e nelle repubbliche popolari di Lugansk e Doneck, il capitale russo ha generalmente soppiantato per diversi anni quello ucraino. Questo, ma sulla scala dell’intera Ucraina, è ciò che ha dato gli incubi al grande capitale ucraino. Ne ha avuto paura negli ultimi trent’anni, e per un buon motivo. In Russia le cose sono andate allo stesso modo. Quando l’Unione Sovietica crollò, si formò il capitale russo ed esso presto formò la propria oligarchia. L’oligarchia ha trovato la forza di unirsi in una certa misura, instaurando il famigerato regime autoritario di Putin quale espressione concentrata di questa unità e rivendicando la sua sfera di influenza oltre i confini della Russia. Gli oligarchi desideravano ardentemente includervi il nostro paese per ovvi motivi. E qui sta la radice della famigerata odierna negazione dell’esistenza di una nazione ucraina a tutti gli effetti: le offerte per l’assorbimento dell’Ucraina da parte del cosiddetto mondo russo non sono altro che una cornice dell’interesse del grande capitale russo ad assorbire quello ucraino. Quest’ultimo ha sempre colto i segnali in tal senso; per questo inizialmente ha cercato di tenere a una certa distanza i suoi partner russi. Tanto più che un’alternativa esiste: non appena il nostro Stato attuale è emerso sulla scena internazionale, ha cominciato a scivolare lentamente ma inesorabilmente tra le braccia degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

La battaglia per l’Ucraina tra questi e la Russia si è trascinata a lungo piuttosto pigramente. In generale, per il capitale ucraino, è stato piuttosto redditizio collaborare con entrambe le parti: ha cercato di tenere il piede in due scarpe. Ma l’ordine sociale in cui viviamo, nella sua fase attuale, implica l’esistenza di una ristretta cerchia di stati imperialisti potenti economicamente e politicamente, e una lunga lista di stati fantoccio sottomessi a un particolare stato imperialista o all’unione di più stati imperialisti (ovviamente, ci sono eccezioni, ma esse confermano la regola). L’Ucraina non era destinata a diventare un paese imperialista. Ma se si tira troppo la corda quella alla fine si rompe, ed è solo questione di tempo prima che le alte sfere del nostro paese siano costrette a decidere a chi sottomettersi.

Il momento di scegliere si è presentato otto anni fa. Allora gli Stati Uniti e l’UE hanno ottenuto una vittoria convincente nella lotta per l’Ucraina. Sono riusciti a raccoglierne appieno i frutti, dando il minimo si erano accaparrati il massimo: avevamo già aperto il mercato al capitale europeo e, in cambio, ci veniva promesso che un giorno ci avrebbero fatto entrare nell’UE; avevamo già assicurato l’impegno per l’Alleanza del Nord Atlantico a livello costituzionale e, in cambio, ci era stato promesso che un giorno ci avrebbero fatto entrare nella NATO, ecc. Forse semplicemente non sono così interessati a noi. L’unica promessa che hanno mantenuto è stata quella di viaggiare senza la necessità di permessi, e anche allora principalmente perché ciò ha aumentato il flusso di manodopera a basso costo dei nostri cittadini verso la Polonia e la Cechia. L’Ucraina è stata venduta con entusiasmo in cambio di prestiti, ma le invasioni occidentali sono andate così in profondità che negli ultimi anni un conflitto tra l’oligarchia ucraina e la corrispondente oligarchia estera ha iniziato lentamente a svilupparsi, e ciò lascia presupporre che ci saranno delle conseguenze in futuro.

Tuttavia l’invasione russa ha sconvolto tutti i piani. La sua immediata preistoria risale anch’essa al 2014. A quel tempo, la Federazione Russa è riuscita ad accaparrarsi una parte dei territori dell’Ucraina e – questo è interessante – mentre la Crimea è stata inclusa nello stato russo, le regioni di Lugansk e Doneck sono semplicemente state preso sotto la sua ala protettiva. Il governo Poroshenko-Zelenskyy (su questo, come su molte altre questioni, non c’era praticamente alcuna differenza di politica tra i due presidenti), sotto il patrocinio dei partner occidentali, non ha potuto accettare una simile svolta degli eventi e ha messo in atto la campagna ATO/JFO [Anti Terrorist Operation; poi rinominata Joint Forces Operations – NdT] contro i separatisti, o, per dirla semplicemente, hanno mosso loro guerra. Allo stesso tempo, il governo di Putin ha cercato di contrattare una parziale rivincita per aver perso la battaglia per l’Ucraina e per aver ridotto la quota di capitale russo nell’economia del nostro Paese. Ma non c’è riuscito.

Ora questa situazione di stallo è stata in qualche modo invertita. Per otto anni il conflitto era stato mantenuto nel quadro di un conflitto interno: la grande Ucraina incombeva sulle piccole repubbliche separatiste che la Russia assisteva senza impegnarsi direttamente nella guerra. Ma dal 24 febbraio il conflitto è diventato apertamente esterno, con la grande Russia a incombere sulla piccola Ucraina mentre la NATO la assiste senza impegnarsi direttamente nella guerra. In generale, la NATO non è più quella di una volta. Questa alleanza si è riunita intorno agli Stati Uniti per affrontare il blocco socialista; dopo la caduta di esso gli Stati Uniti sono entrati in un’età d’oro di dominio non condiviso con alcuno. Potevano agire liberamente su quasi ogni fronte e, approfittando di ciò, hanno cercato di legare le mani del resto della comunità globale. Ma per vari motivi, gli ultimi tre o quattro decenni sono diventati l’era dell’ascesa della Cina e, al momento attuale, il capitale cinese è più o meno uguale a quello dell’America. Dove c’è potere economico, c’è anche potere politico; dove c’è capitale, c’è concorrenza. La principale linea del fronte del nostro tempo divide la Cina dagli USA, mentre l’Ucraina è uno scenario secondario. Stati Uniti & Co. non impiegheranno indiscriminatamente tutte le loro forze in tale teatro; beneficeranno dell’esito del conflitto, in cui si rafforzerà la loro posizione nei confronti della Cina. Ciò significa che la protezione dell’indipendenza e dell’integrità territoriale dell’Ucraina non è un obiettivo per loro; inoltre, l’Ucraina può anche essere preziosa come merce di scambio, se necessario. E non possono semplicemente rifiutarsi di proteggere i propri interessi qui – ecco perché forniscono una sorta di assistenza. Inoltre, la NATO, e in generale tutto ciò che viene indicato come capitale occidentale, non era del tutto compatta nemmeno prima. Ora la significativa disunione nei suoi ranghi è resa più evidente dal modo in cui i capi dei suoi Stati membri reagiscono alla guerra in Ucraina (ad esempio, la Polonia è desiderosa di combattere, mentre la Germania ha dovuto essere persuasa a introdurre sanzioni).

Quando ha dato l’ordine di attaccare, la leadership russa aveva presente tutto questo. Ed è per questo che ha attaccato. La Russia è certamente tra le fila degli imperialisti, il suo posto è tra i predatori, non tra le vittime, ma è il più debole tra i più forti. La Russia di oggi è uno sciacallo imperialista che può solo provare a strappare un boccone per sé stesso barcamenandosi nella faida che coinvolge gli imperialisti più potenti. Quindi, la guerra continua. Ma prima o poi finirà. Verrà firmato un trattato di pace, che assicurerà non la pace ma una tregua, perché qualunque clausola esso conterrà, in ogni possibile esito, consoliderà solo i nuovi equilibri di potere nella politica e nell’economia mondiale senza però ledere i principi dell’economia e organizzazione politica che porta a sempre più guerre. E scoppierà un nuovo conflitto dello stesso tipo di quello che stiamo osservando in questo momento. Molti di più, in realtà; forse in un altro paese o ancora una volta in Ucraina, ma [altre guerre] scoppieranno di sicuro.

È facile vedere che nei paragrafi precedenti si parlava solo di capitale, quindi dei suoi rappresentanti, dei capitalisti e, soprattutto, dei proprietari di vari tipi di imprese. Ma ogni impresa seria, gestita da un proprietario o anche da una dozzina o cento di loro (nel caso di una società per azioni), è composta anche da decine, centinaia, migliaia o decine di migliaia di persone. Sono i lavoratori assunti dall’impresa, il che significa essenzialmente lavorare a beneficio dell’imprenditore poiché è l’imprenditore che controlla i risultati del lavoro dei lavoratori, restituendo una parte di essi attraverso i salari e prendendone per sé un’altra parte sotto forma di profitto. Questa piccola minoranza di proprietari di capitale costituisce la classe capitalista (la borghesia), mentre la stragrande maggioranza dei lavoratori da loro assunti costituisce la classe operaia (il proletariato). La prima è oggi la classe dirigente, la seconda la classe subordinata. Economicamente, questo si esprime nel modo che abbiamo già menzionato: la maggior parte delle persone non ha tutti i mezzi necessari per creare la propria attività a tutti gli effetti e, per sopravvivere, deve lavorare per alcune persone che hanno tutti i mezzi necessari per creare un’impresa perché hanno il capitale. Spremendo profitti dai lavoratori e sviluppando il business, facendo crescere il capitale all’infinito, il capitalista diventa un vero oligarca. E con questo status arriva il controllo sulla carota statale e sul bastone statale. Con l’aiuto di questi strumenti è abbastanza facile garantire l’obbedienza della gente comune a sé e al proprio dominio: così si esprime politicamente la subordinazione degli operai alla borghesia.

E quando due stati moderni (cioè due oligarchie) vengono a scontro tra di loro, chi viene mandato sul campo di battaglia? I figli dei ricchi e gli stessi ricchi eludono la leva nel 90% dei casi, e la classe operaia presta servizio nell’esercito nel 90% dei casi. Quindi, se lavori per la classe capitalista in tempo di pace, preparati a lavorare per i suoi interessi come gruppo più potente dello stato anche sul campo di battaglia. E in questo momento, sono principalmente semplici ragazzi e uomini ucraini quelli al fronte, e dall’altra parte ci sono gli stessi ragazzi e uomini comuni, solo che sono russi.

La guerra non si circoscrive però solo alle linee nemiche, ma c’è anche un fronte interno, dove porta distruzione in tutte le sue manifestazioni, e le aree in prima linea sono le peggiori. Molti più missili irrompono nelle aree residenziali rispetto alle lussuose comunità recintate. E mentre gli oligarchi hanno lasciato l’Ucraina alla vigilia della guerra, non tutta la popolazione ha avuto l’opportunità di lasciare le aree pericolose. E abbandonare la propria casa, anche se resiste, significa esporla al pericolo di essere derubati. La maggior parte delle persone ha una sola casa, a differenza degli oligarchi che hanno ville all’estero e per i quali la perdita dei loro palazzi ucraini non è troppo devastante.

Cosa otterrà la gente comune alla fine della guerra? Prima di tutto, decine di migliaia di persone non la vedranno, la fine della guerra. Coloro che ce la faranno cercheranno di tornare alle loro vecchie vite superando i problemi creati dal conflitto. In breve, le persone comuni non ci guadagneranno nulla, ma perderanno molto. I padroni stanno combattendo, ma sono i proletari che stanno subendo le ferite.

E cosa possono fare gli “schiavi”? Puoi continuare a essere un nazionalista ucraino o uno sciovinista russo; puoi rimanere apolitico, dicendo: “Non mi riguarda”. Ma allora non dovresti essere sorpreso e costernato quando le finestre del tuo appartamento si rompono a causa dell’esplosione di una granata nelle vicinanze o quando vieni mandato a invadere un paese straniero per la tua borghesia. È in parte dovuto al tuo supporto o alla tua indifferenza che gli eventi stanno prendendo una tale piega, quindi condividi la responsabilità con loro e la colpa per quello che è successo. Puoi provare a prevenire tutto; puoi dichiarare guerra alla guerra stessa. Ma devi sostenere fermamente il punto di vista dei tuoi interessi, gli interessi della classe operaia, e unirti alla lotta per difenderli in modo coerente. Ciò implica un cambiamento fondamentale dell’ordine sociale, nel senso che il proletariato deve strappare l’economia ai capitalisti (e allo stato), e ricostruirla per soddisfare i propri bisogni. I lavoratori di un paese non hanno bisogno di combattere i lavoratori di un altro paese perché, a differenza della borghesia, non hanno spoglie da spartirsi tra loro. Questo è l’unico modo che vediamo per stabilire finalmente la pace perpetua e non una tregua permanente.

La rivoluzione sia in Ucraina che in Russia, rappresentata schematicamente nell’illustrazione dell’articolo, è l’unico risultato probabile della guerra che renderà vittoriosi i popoli del mondo. Tuttavia, è improbabile che si verifichi nella guerra in corso: né in Ucraina né in Russia la classe operaia è, per diversi motivi, una forza politica indipendente, tanto meno una forza politica in grado di compiere una rivoluzione. La debolezza del movimento operaio si riflette nell’estrema debolezza dei comunisti. Dovremmo ora disperare e aspettare alla finestra? No, perché il prezzo del distacco e dell’inerzia è troppo alto, lo stiamo già pagando. Sì, la meta è remota, ma la strada si presenterà per accogliere chi vorrà percorrerla; dobbiamo solo fare un passo avanti.

Quali sono, allora, i compiti principali per l’organizzazione dei marxisti ucraini in relazione alla guerra in corso, date le loro capacità? In primo luogo, è necessario resistere e rafforzarsi, per sopportare la pressione delle difficoltà della guerra – il che include lo sfrenato apparato repressivo dello Stato. In secondo luogo, è necessario condurre, ove possibile, le nostre attività educative sui temi legati alla guerra. E per educare qualcuno è fondamentale educare sé stessi, cioè dedicare la giusta attenzione allo studio di questi temi. In terzo luogo, dobbiamo distinguerci chiaramente da coloro che si considerano amici del popolo, cioè del movimento socialista, ma invocano l’unità con i nemici del popolo (chiedendo di esprimere sostegno a una delle due parti in guerra, per mostrare solidarietà con il governo ucraino o russo). Tali compagni, che non sono affatto nostri compagni, vanno chiamati socialsciovinisti.

I rappresentanti del socialsciovinismo russo sono attirati dal flirt del regime di Putin con il tema della Grande Guerra Patriottica e della lotta contro il nazismo, con la tolleranza formale delle autorità nei confronti dei comunisti, ecc., ecc. Ma questa è la Grande Guerra Patriottica con un Nastro di San Giorgio in primo piano [il nastro, le cui origini risalgono alla Russia zarista (e che per questo scomparve in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre), era integrato in alcune delle decorazioni di cui erano insigniti i veterani russi che combatterono sul fronte orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. Esso è diventato simbolo di sentimento filorusso e dell’odio anti-ucraino nel corso della presente guerra – NdT]; questa è la lotta contro il nazismo insieme alla glorificazione dell’Armata Bianca; questi sono comunisti docili e leali… Tutte bugie, polvere negli occhi, una manifestazione del raro talento dei capitalisti di parassitare su qualsiasi cosa per consolidare il loro dominio. E i socialsciovinisti russi li aiutano in questo, per quanto possono. In Russia lo fanno direttamente, essendo, ammettiamolo, espressione di nient’altro che putinismo rosso, e nei paesi vicini indirettamente, perché conviene al potere accomunare i veri comunisti a questi falsi comunisti. La coscienza marxista dei veri comunisti non permette loro di chiamare liberazione l’attuale avanzata delle truppe russe capitaliste nelle profondità dell’Ucraina capitalista. Se la Russia fosse un paese socialista, sarebbe una storia diversa. Ma per come stanno le cose, gli eventi che si dispiegano non sono altro che una volgare occupazione.

I rappresentanti del socialsciovinismo ucraino tendono a cadere nella retorica della lotta di liberazione nazionale dell’Ucraina contro l’aggressione imperialista della Russia. Solo che questa è ancora l’Ucraina di Zelensky: un regime fantoccio dell’Occidente, la terra fuorilegge degli oligarchi locali, il regno dell’ucrainizzazione forzata, il presagio dei radicali di destra, la casa del movimento socialista soffocato, ecc., ecc. Ed è per questo che ci invitano a combattere; ci propongono di affrettarci a rafforzare l’attuale regime e tutti i suoi disastri. Se fosse l’Ucraina socialista a respingere l’attacco della Russia capitalista, la questione della resistenza sino alla morte non si porrebbe nemmeno. Ma un marxista dotato di ragione non può permettersi di guidare tutti in uno sforzo unito per difendere l’Ucraina capitalista di oggi.

Possiamo giustamente denunciare entrambe le parti del conflitto, ma non ha senso cercare il male minore tra di loro, poiché esse sono intrinsecamente omogenee. Le uniche cose che possiamo approvare (e anche in questo caso in modo critico, dal momento che i governi di Ucraina e Russia non stanno facendo un buon lavoro al riguardo), sono i negoziati per un cessate il fuoco anticipato, le iniziative per l’aiuto umanitario ai civili, l’introduzione di ogni tipo di misure di sostegno per la popolazione ordinaria e tutto quanto si muove in questa direzione. È vero che, anche con tutte le misure appena accennate, non saremo in grado di influenzare i negoziati e le misure di sostegno. Tuttavia, per quanto riguarda gli aiuti umanitari, il volontariato (svolto soprattutto sulla base di iniziative civili, non statali), deve essere svolto da tutti secondo le proprie capacità e il proprio tempo. In questi tempi duri e crudeli, quando le persone diventano bestiali, la cosa più importante è rimanere umani.

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