La Palestina tra Apartheid e guerra infinita (Venezia, 2 maggio)

COLL BRIATI 05-2018 slide

 

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Viva la lotta dei ferrovieri francesi!

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E’ in corso in Francia una profonda ristrutturazione del comparto delle ferrovie, che si tradurrà in un peggioramento netto del servizio e in un’altrettanto severa discesa delle condizioni di lavoro dei ferrovieri. In breve, privatizzazione della rete, ovvero apertura alla logica della concorrenza a qualunque costo pur di spremere profitto, e quindi tagli ai trasporti locali, nonché – per via dei risparmi sulla manutenzione ben noti ai viaggiatori italiani, o inglesi – peggioramento delle stesse condizioni di sicurezza; poi, privatizzazione dei rapporti lavorativi e ulteriori tagli occupazionali. E altre delizie. Per questo i ferrovieri francesi sono in sciopero, e lo saranno per due giorni alla settimana fino al 28 giugno; specie tra i macchinisti, le adesioni sono state alte finora, arrivando al 80%. Riprendiamo dal sito www.alencontre.org, in una traduzione a cura del Si-Cobas, un testo di agitazione di SUD-Rail (vd. sotto) – sindacato molto attivo nelle lotte in corso e che, tra l’altro, ha curato dell’ottimo materiale di contro-informazione sulla trasformazione delle ferrovie, attento anche alla questione ecologica. Molto utile anche il quadro per comprendere la riforma della SNCF tracciato da Anne-Aël Durand su Le Monde, nonché questa ben documentata “Storia delle ferrovie [francesi] dal punto di vista di un testimone”.
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Come altrove, in Italia si è alzato un forte vento nazionalista. Mescolando pericolosamente gli interessi di classe agli interessi nazionali, a totale sfavore dei primi, questo vento “sovranista” soffia anche a sinistra, fin dentro le aree che si proclamano anti-capitaliste. Non per caso, quindi, si presta poca attenzione e si presta ancor meno solidarietà alle lotte proletarie che avvengono negli altri paesi europei, ed extra-europei. Ne è prova recente la scarsissima eco ricevuta dalle grandi mobilitazioni di massa a Gaza, a cui Israele ha risposto con una serie di massacri a sangue freddo. Ma anche le lotte della vicinissima Francia, a partire da quelle dei ferrovieri, stanno passando relativamente inosservate. Invitiamo allora le organizzazioni sindacali e politiche che avvertono la necessità della solidarietà internazionalista a fare eco a queste lotte e, se ne hanno i mezzi, a coordinarsi con esse. Le lotte dei ferrovieri francesi sono le nostre lotte!
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Francia: la battaglia delle ferrovie

SUD-Rail ringrazia i macchinisti che hanno fatto uno sciopero massiccio. Con l’adesione allo sciopero dell’80% dei lavoratori, i macchinisti hanno mostrato la loro determinazione. Li incoraggiamo ad ampliare la mobilitazione per far tornare sui loro passi il governo e la direzione della SNCF [è la Société Nationale des Chemins de fer Français].

La direzione ha dato cifre inferiori. Ma non ci lasciamo abbindolare: com’è che circola solo il 10% dei treni mentre la direzione annuncia l’80% dei macchinisti in sciopero il primo giorno?

SUD-Rail denuncia queste cifre, e d’altro canto i conducenti “occasionali” non scioperanti non sono soggetti alla DII [dichiarazione d’intenti individuale], cosa che aggiunge risorse per effettuare dei treni.

Se non combattiamo, il servizio pubblico è morto, e le nostre condizioni di lavoro pure.

Questa riforma è una truffa, un servizio pubblico è per definizione non redditizio. Per una migliore qualità del servizio, occorrono risorse umane e materiali. Il servizio pubblico ferroviario è stato degradato dai vari progetti, riforme e successive riorganizzazioni fatte dai governi e dalla direzione dell’azienda. I ferrovieri e gli utenti non devono pagare il conto. Le condizioni di lavoro e la sicurezza vanno di pari passo per realizzare un servizio ferroviario pubblico di qualità.

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Stato di Israele, macchina di morte. Ma Gaza e la causa palestinese sono vive!

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Non ci voleva molto a capire che la decisione di Trump di spostare materialmente l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme era il via libera a nuove aggressioni di Israele ai palestinesi. Ed ecco  dopo appena 3 mesi, il massacro a sangue freddo di venerdì 30 marzo (16 morti, tra 1.400 e 2.000 feriti) compiuto a Gaza dall’esercito di Israele: carri armati, aerei e 100 tiratori scelti contro una dimostrazione di massa dei palestinesi nel “giorno della terra”. Oggi 6 aprile, nuova protesta di massa ai confini di Gaza: altri 9 morti e 1.300 feriti palestinesi. Il terrorismo di stato israeliano si mostra capace di ogni crimine. Nello stesso tempo, nel fronteggiare questa macchina di morte, la resistenza dei palestinesi appare indomabile, come nella magnifica poesia che Mahmud Darwish dedicò a Gaza:

“Niente la distoglie. / È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. / I nemici possono avere la meglio su Gaza. (Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) / Possono tagliarle tutti gli alberi. / Possono spezzarle le ossa. / Possono piantare carri armati nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini. Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. / Ma lei: / non ripeterà le bugie. / Non dirà sì agli invasori. / Continuerà a farsi esplodere. / Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. / È il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.”

Le stragi, premeditate e scientificamente organizzate, sono state compiute per punire il semplice avvicinamento alle recinzioni che fanno del territorio di Gaza un campo di concentramento. E sia Netanyahu che i capi dell’esercito hanno avvertito i palestinesi: “se insistono”, andranno incontro a una violenza ancora maggiore. Ai palestinesi – è questo il diktat dello stato democratico di Israele, la celebre “unica democrazia” del Medio Oriente – non è concesso protestare: ogni loro protesta contro le vessazioni e la violenza genocidaria che si abbatte su di loro da quasi un secolo, è per Israele una provocazione, un’offesa da lavare nel sangue. Continua a leggere Stato di Israele, macchina di morte. Ma Gaza e la causa palestinese sono vive!

Dopo il 4 marzo: in cammino verso l’ignoto. Purché a destra.

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“Noi non siamo anti-sistema. È il sistema che
è venuto giù da solo. Noi gli abbiamo dato
soltanto una piccola spinta.”  (Beppe Grillo)

In molti hanno definito il 4 marzo un passaggio d’epoca. È un’esagerazione. Le epoche storiche non cominciano né finiscono a mezzo schede elettorali. Ma un fatto è certo: le recenti elezioni segnano la meritatissima fine della seconda repubblica. Meno ovvie sono le cause di questo terremoto politico-elettorale, e soprattutto le sue conseguenze.

Le cause interne

La causa principale dei risultati del voto, e del non voto, del 4 marzo sta nel vasto e acuto malessere sociale che si è espresso omogeneamente da nord a sud contro Pd e FI, le forze politiche prime responsabili dei duri sacrifici imposti negli ultimi 25 anni sia ai proletari che a parte dei ceti medi.

Partiamo dal non voto, che è stato in genere oscurato. Va invece rimarcato che l’astensione è, nel complesso, cresciuta di altre centinaia di migliaia di unità, raggiungendo il 27% (poco meno di 14 milioni). La Lega e il M5S hanno riportato ai seggi, con la loro propaganda, milioni di astenuti. La Lega deve quasi il 30% del suo voto a questo richiamo, il M5S il 19,5% – a conferma del carattere mobile di parte almeno delle astensioni. Tuttavia il totale degli astenuti è ulteriormente aumentato, soprattutto per il passaggio al non voto degli elettori del Pd, anzitutto operai. Non ci sono ricerche attendibili, ma si può supporre che, come in Francia, il “primo partito” tra gli operai è ormai quello dell’astensione. Molto forte, superiore al 35%, è stata anche l’astensione dei giovani chiamati al loro primo voto. La distanza tra gli operai e i più giovani e le istituzioni non si è ridotta. E se il costituendo asse Lega-M5S dovesse dare magri risultati rispetto alle attese, si accentuerà. Non male, dal nostro punto di vista.

Quanto al voto, esso ha espresso l’aspettativa di massa che almeno qualcosa del maltolto venga restituito, vista anche la strombazzata (in realtà modestissima) ripresa. La Lega ha sfondato con l’impegno di abolire la legge Fornero e introdurre la flat tax al 15%; il M5S con il reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni minime, specie al sud. Alla base del plebiscito nel sud al M5S c’è una situazione senza sbocchi, che negli ultimi 15 anni ha costretto 1,7 milioni di meridionali ad emigrare al nord e all’estero, con intere regioni in cui la disoccupazione giovanile supera il 50%, l’abbandono scolastico si allarga e ci sono zone di povertà assoluta. Per contro, il Pd ha subìto un tracollo tra gli operai e nelle aree con maggiore emarginazione; ha tenuto bene solo nei centro città, inclusa Milano, tra i borghesi e le figure professionali rampanti (a pochi giorni dal voto tra gli studenti della Bocconi Renzi era al 33%, la Bonino al 23%…). A sua volta, FI ha perduto rispetto al 2013 oltre due milioni e mezzo di voti a vantaggio della Lega negli strati sociali meno abbienti, perché la sua piattaforma è parsa la copia sbiadita di quella leghista, come in effetti era.

Non è tutto. Continua a leggere Dopo il 4 marzo: in cammino verso l’ignoto. Purché a destra.