“Dai fratelli, tutti qui uniti!” La risposta di lotta all’assassinio di Younes El Boussettaui a Voghera e a Bologna

Sono passati sette giorni dall’omicidio di Younes El Boussettaui per mano dell’assessore alla sicurezza di Voghera Massimo Adriatici. L’assassino è ai domiciliari, dove cerca di superare, dice, il suo trauma. La sindaca si dice preoccupata per questo trauma, con notevole sensibilità. L’avvocato di Adriatici spiega che circolare con un’arma carica senza sicura aiuti contro lo stress in situazioni di minaccia, quindi almeno l’assessore ha sparato con animo sereno.

Abbiamo già commentato l’assassinio di Younes – espressione conseguente della macchina del razzismo di stato. Qui trovate dei materiali sulla riposta data soprattutto dalla comunità degli immigrati sabato a Voghera, e su un importante presidio di solidarietà svoltosi a Bologna.

La manifestazione di Voghera ha risposto all’appello di Bahija, sorella di Younes, lanciato l’indomani dell’omicidio a sangue freddo, con queste parole pronunciate sul luogo del delitto:

Gli ha sparato e lo ha ucciso qui, ieri. Mio fratello ora è in cella mortuaria, ha lasciato due bambini. L’avvocato che gli ha sparato invece è a casa sua e dorme. Aiutatemi! Io sabato verrò qui di nuovo, chi conosceva Younes, sia chi ha visto qualcosa sia chi non ha visto nulla venga qui ad aiutarmi a vendicare mio fratello. Sabato alle ore 16:00. Voce fuori campo: dai fratelli, tutti qui uniti! Gli ha sparato, e ora dorme a casa sua! Ha lasciato due bambini. Marocchini e musulmani, per piacere aiutate la vostra sorella. Condividete il video, sabato alle ore 16:00 facciamo un sit-in per il nostro fratello Younes e lo vendichiamo. In piazza Meardi Voghera. Grazie!

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A fianco degli operai GKN. Contro i licenziamenti di massa serve qui e ora un fronte unico di classe! – SI Cobas

Riceviamo e molto volentieri condividiamo, sottolineando quelli che sono a nostro avviso dei passaggi-chiave di questo comunicato, tutti relativi alla necessità imperiosa di una strategia, di un orizzonte e di un programma di lotta “che tenga conto del contesto generale dello scontro di classe”, e faccia convergere in un fronte unico di classe contro il padronato e il governo Draghi le singole spinte di lotta, altrimenti destinate all’asfissia. Lo facciamo perché anche nella vicenda GKN, e più ancora in altre vicende di licenziamenti di massa, ci pare di cogliere il rischio di pericolose forme di autocentratura e di particolarismo. Se poi saremo smentiti, tanto meglio!

OGGI IN MIGLIAIA A FIANCO DEGLI OPERAI GKN.

CONTRO I LICENZIAMENTI DI MASSA SERVE QUI ED ORA UN FRONTE UNICO DI CLASSE!

Stamane un enorme corteo ha attraversato la zona industriale di Campi Bisenzio a sostegno della lotta dei licenziati Gkn.

In piazza una folta rappresentanza del sindacalismo di base e combattivo, tante vertenze sia del comparto privato che pubblico, e numerosissimi solidali.

Come SI Cobas abbiamo preso parte alla manifestazione con due spezzoni espressione di due tra le principali vertenze che in questi mesi ci stanno vedendo protagonisti: da un lato i lavoratori della Textprint di Prato, dall’altro i facchini della FedEx di Piacenza.

Una scelta non casuale, frutto della necessità oggettiva di mettere in collegamento quelle esperienze che su scala nazionale si stanno contrapponendo alla macelleria sociale voluta dai padroni e dal governo Draghi, nei fatti e non solo a parole, con la lotta e non con sterili proclami sui media.

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Riforme anti-operaie, tirannia padronale e resistenza operaia nella Cina d’oggi, di Giulia Luzzi

Hong Kong, autisti della Foodpanda in sciopero

Quando sui media occidentali si parla della Cina, se ne parla come potenza economica aggressiva, mentre di pari passo viene denunciata la violazione dei diritti umani delle minoranze, la repressione contro il dissenso a Hong Kong, etc. Denunce di fatti reali, ma impugnate solo ed esclusivamente quale giustificazione dei tentativi di contenimento della proiezione internazionale cinese da parte delle potenze imperialiste storiche. Una guerra tra predoni per combattere la quale vengono elaborate strategie, ipotizzate alleanze, organizzate prove muscolari con provocatorie manovre militari nel Mar della Cina Meridionale e nell’Oceano Indiano.

Del tutto assente dai resoconti e dai dibattiti riguardanti la Cina è la condizione della classe lavoratrice cinese, dal cui oppressivo sfruttamento scaturisce la potenza economica, politica e militare di Pechino, ed una discreta quota dei profitti delle multinazionali con base occidentale (incluse una serie di grandi imprese italiane).

Anche l’anniversario della feroce, sanguinosa repressione di piazza Tienanmen il 4 giugno, una repressione che fu contro il movimento operaio prima ancora che contro il movimento studentesco, viene ricordato dai media mainstream per sottolineare l’inumanità del sistema politico del gigante asiatico contrapposta ad una democrazia basata su presunti principi umanitari, di giustizia sociale, che sarebbe propria dei concorrenti occidentali – tipo quella denunciata da BLM negli Stati Uniti o quella vista in azione a Genova e contro le lotte dei facchini della logistica.

Le informazioni che riguardano l’enorme fetta di umanità rappresentata dalle operaie e dagli operai, dalle proletarie e dai proletari e semi-proletari cinesi (quasi 800 milioni!) sono difficili da reperire, perché soggette a censure di vario genere. Di seguito riporto alcune informazioni tratte dal sito del China Labour Bulletin, che lodevolmente si occupa da diversi anni della condizione dei lavoratori cinesi con una serie di accurate documentazioni, e promuove campagne in loro difesa.

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In Cina sono in corso riforme del diritto del lavoro, inaugurate dal governo dello Shenzhen. Ad esso lo scorso ottobre il governo centrale di Pechino ha dato l’autorizzazione di elaborare nuove forme di rapporto di lavoro per adeguarle alle esigenze delle industrie emergenti come parte di un progetto pilota per la futura riforma urbana in Cina.

La riforma prevede che i lavoratori assunti con un orario di lavoro irregolare non avranno più diritto al pagamento della maggiorazione del 300% per gli straordinari nei giorni festivi, come previsto finora dalla legge. Inoltre, le imprese potranno ritardare il pagamento dei salari fino a un mese, e il salario minimo sarà adeguato solo ogni tre anni anziché uno/due.

Tali riforme legittimano quelle che sono diventate pratiche sempre più comuni del padronato per ridurre i costi di produzione e rendere più “flessibile” il lavoro.

Per stimolare la crescita economica e ridurre l’impatto sulle piccole e medie imprese di Shenzhen prodotto dal rallentamento economico e in particolare dall’impatto della pandemia Covid-19, il governo municipale ha incentivato orari di lavoro flessibili e minori restrizioni sulle assunzioni e sui licenziamenti (“eliminare i difetti del sistema che ostacolano la mobilità del lavoro”… vi ricorda qualcosa?).

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Luglio 2021. Ricordando Carlo e la repressione, ma non solo – Csa Vittoria

A distanza di 20 anni dalle giornate di Genova 2001 e dall’assassinio di Carlo Giuliani notiamo un “risveglio giornalistico” in alcuni esempi basato su una “sensibilità democratica” ma che ripropone, nella stragrande maggioranza dei casi, una narrazione falsata della realtà quasi a giustificare la barbarie e la disumanità della repressione, nelle modalità omicida e “sudamericana” di quei giorni, come contraltare alla “violenza” dei manifestanti.

La verità è però un’altra, e vogliamo solo ricordare, oltre all’assassinio di Carlo Giuliani e ai danni permanenti riportati dai feriti della Diaz sgomberata manu militari da una squadraccia fascista in divisa, ci sono state condanne a più di 10 anni per numerosi compagni e compagne incappati nella vendetta di stato, mentre invece la direzione dei massacratori ha fatto carriera sul sangue di centinaia manifestanti.

Nel 2001, insieme a decine di realtà territoriali e ad un pezzo del sindacalismo di base, avevamo contribuito a fondare il “Network dei diritti globali” anche aggregando strutture politiche, sindacali e antifasciste europee su posizioni di critica alla globalizzazione da un punto di vista di classe.

Questo aggregato ha rappresentato a Genova le opzioni anticapitaliste più coerenti e certamente non proiettate alla ricerca smodata di forme di rappresentanza istituzionale, come altri pezzi dell’allora movimento.

Quell’opzione politica però, con il suo concentramento in Piazza Da Novi, fu la prima piazza tematica spazzata via della trappola ben orchestrata ma, insieme alla denuncia della mattanza e della scientifica repressione applicata per fermare quel generico ma evidentemente pericoloso immaginario collettivo, non viene mai accoppiata una riflessione, un fare i conti noi tutti, con quelle giornate per evitare errori da non più ripetere. Per chi vorrà farlo.

In molti, parlando solo di repressione e di “Black block”, si sono dimenticati di analizzare quelle giornate da un punto di vista politico, nel sondare le speranze eterogenee espresse da quelle centinaia di migliaia di manifestanti che hanno continuato a marciare sotto i candelotti, nel verificare le ipotesi costitutive, qualora ce ne fossero state in senso compiuto e condiviso, o se fosse il mettere insieme una generica protesta.

Riproponiamo a questo proposito delle brevi riflessioni del 2019 su quelle giornate perché ci sembrano ben calzanti e precise. Proprio in quell’anno incominciava a sedimentare il percorso del Patto d’Azione Anticapitalista che ha dato vita, in seguito, all’ Assemblea dei Lavoratori Combattivi e crediamo quindi che gli “anticorpi” di Genova abbiano generato qualcosa di positivo.

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Genova 2001, un’eccezione? Santa Maria Capua Vetere 2020, un’eccezione? Ecco un’altra “eccezione”: Palermo, 8 luglio 1960. Un interminabile seguito di “eccezioni”

A vent’anni dalla violenta repressione di stato a Genova contro i manifestanti no-global, in cui fu ucciso Carlo Giuliani e furono feriti e menomati dai gas in centinaia, la stampa del regime Draghi si è profusa non solo nelle scontate litanie contro i violenti e i “black bloc”, ma anche nella giustificazione dell’accaduto come “eccezione”. Se qualche “eccesso” ci può essere stato, per esempio alla Diaz, non lo si deve mai attribuite al sistema, alla democrazia borghese in quanto dittatura di classe che ha sempre pronto il ricorso ad ogni tipo di violenza quando questo ricorso si renda utile o addirittura indispensabile, bensì alla “sospensione”, localizzata e quanto mai provvisoria, della democrazia per mano di qualche individuo di secondo o ultimo piano fuori controllo. Stessa manfrina per i selvaggi pestaggi, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dei detenuti comuni (non dei capi camorristi, però – anche nelle carceri ci sono le classi sociali e le relative gerarchie sociali, lo ricordiamo a certi compagni romantici per i quali basta essere detenuti per essere dei “nostri”): è un’altra eccezione. Poco importa se a Genova gli ordini vennero manifestamente dall’alto; poco importa se i protagonisti diretti della repressione di Genova sono stati promossi ad alti o medi incarichi (con tanto di attestati di diligenza e buona condotta) e quelli responsabili della mattanza di Santa Maria Capua Vetere sono rimasti al loro posto – la frottola da far circolare a reti e giornali unificati è: la democrazia è sempre giusta, e altrettanto giusto è il suo esercizio monopolistico della violenza. Lo stato borghese travestito da “buon padre di famiglia” che mantiene l’ordine a beneficio dell’intera “comunità”, e non quale realmente è: il professionale, articolato, torbido strumento di oppressione di classe a solo ed esclusivo vantaggio della classe capitalistica e dei suoi servitori.

Reagendo a questa insopportabile retorica delle “eccezioni”, un compagno di Rifondazione ci ha segnalato un testo che volentieri pubblichiamo qui di seguito. Il testo si riferisce alla repressione nel sangue di una delle tante manifestazioni di piazza del luglio 1960 contro l’avvento del governo Tambroni, avvenuta a Palermo l’8 luglio. La cronaca mostra le stupefacenti affinità tra il modo di operare di polizia/carabinieri nel 1960, nel 2001 e nel 2020, ma anche quanta sciagurata, disarmante fiducia i capi riformisti nutrissero nelle forze di repressione dello stato, a differenza dei settori proletari e militanti più coscienti, pronti e disposti allo scontro. Quel giorno a Palermo 40 persone furono medicate per ferite da armi da fuoco, ci furono centinaia di feriti e contusi, quattro assassinati: Giuseppe Malleo di 16 anni, Andrea Cangitano di 18 anni e Francesco Vella, un operaio di 42 anni freddato mentre assisteva un ragazzo ferito da un lacrimogeno. A loro va aggiunta Rosa La Barbera, una donna di 53 anni raggiunta da uno dei tanti colpi sparati all’impazzata, mentre si apprestava a chiudere la finestra di casa. 

“Scrivevo l’altro ieri che sappiamo non essere sporadica ma organica e propria dello Stato borghese la funzione di contrastare la lotta di classe, come sempre fatto nel corso della sua storia.

“La violenza scatenata a Genova nel luglio del 2001 da parte delle c.d. ‘forze dell’ordine’, non fu un fatto nuovo, straordinario, essendosi più volte manifestata nella storia del nostro paese.

“Basti guardare alla barbarica violenza esercitata da polizia e carabinieri l’8 luglio 1960 a Palermo, come documentata nel libro di Angelo Ficarra 8 Luglio 1960 – La Battaglia di Palermo (a cura dell’Anpi), con nota introduttiva di Giuseppe Carlo Marino, da cui ho tratto i passi che qui sotto trascrivo.

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