Venezia, 28/11. La questione palestinese oggi. Conferenza con J. Halper e J. Hilal

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Nonostante da sette decenni lo stato colonialista di Israele abbia cercato con ogni mezzo di cancellarla, di cancellare perfino il nome Palestina, la “questione palestinese” rimane sempre viva. La resistenza delle masse oppresse e sfruttate palestinesi, nelle sue diverse forme, ha impedito questo delitto, sebbene a fianco di Israele si siano schierate incondizionatamente le grandi potenze occidentali, tra esse l’Italia, e sebbene Israele abbia potuto beneficiare della complicità dei regimi arabi, a cominciare dalle petrolmonarchie.

Ora che le guerre scatenate da Israele e la sistematica colonizzazione della Palestina hanno reso impraticabile la prospettiva dei “due popoli, due stati”, quale soluzione liberatoria può avere la “questione palestinese”? Ne discuteranno il giorno 28 novembre prossimo, alle ore 14, a Venezia, a Ca’ Foscari/San Sebastiano, aula 14, due personalità internazionalmente conosciute e riconosciute, il palestinese Jamil Hilal e l’israeliano Jeff Halper. Partecipera’ anche il Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera. Siete tutti invitati a partecipare alla discussione.

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Conferenza:

La questione palestinese oggi

Jeff Halper (Long Island University, Icahd)
Jamil Hilal (Birzeit University)

28 Novembre 2018, ore 14

Aula 14, S. Sebastiano, Università Ca’ Foscari, Venezia

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Biennale di Venezia: lo Stato d’Israele nega la Palestina. Una lettera aperta

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera di denuncia di alcuni organismi palestinesi e delle curatrici della rassegna “Cinema senza diritti” relativo al padiglione allestito da Israele alla Biennale Architettura di quest’anno a Venezia.

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La lettera inviata agli organizzatori dell’evento veneziano. Il Padiglione d’Israele nega la Palestina: gli spazi citati – Hebron, Betlemme, e Gerusalemme – e definiti dagli architetti «tabula rasa aperta all’interpretazione», cancellano l’esistenza e l’identità palestinese.

Al Presidente della Biennale di Venezia dott. Paolo Baratta e per conoscenza a: dott. Andrea Del Mercato Direttore Generale Biennale Venezia, Shelley McNamara e Yvonne Farrell Direttrici della Biennale Architettura 2018

Oggetto: Osservazioni sul padiglione Israeliano alla Biennale Architettura 2018

Egregio presidente Baratta,

Le scriviamo perché siamo rimasti da prima sorpresi e poi profondamente indignati entrando quest’anno nel padiglione israeliano presso i Giardini della Biennale. Avevamo letto che il tema scelto per la 16° mostra internazionale di architettura era “Freespace”, perché, nell’intenzione dei curatori, «spetta all’architettura progettare lo spazio libero e gratuito, lo spazio della condivisione e della socialità». Avevamo ammirato il suo discorso con il quale affidava agli architetti «l’espressione della volontà d’accoglienza, il progetto ispirato da generosità (…) la quale non può essere solo auspicata (..) ma promossa».

Sono bellissime parole che incoraggiano il visitatore alla riflessione e all’esplorazione dei singoli padiglioni. Purtroppo i lavori esposti nel padiglione di Israele non riflettono queste parole. Infatti gli architetti israeliani propongono come esempi di condivisione le città occupate dal loro esercito. Gli esempi di questa «splendida condivisione» si riferiscono tutti a città palestinesi: Al -Khalil (Hebron), Betlemme, Gerusalemme est, città occupate militarmente e illegalmente da Israele.

Al piano terra una zelante guardasala spiega che a Hebron la moschea che custodisce le tombe degli antichi Patriarchi, grazie all’occupazione israeliana del 1967, è ora usufruibile dai fedeli di entrambe le religioni. Peccato che Al Khalil (Hebron) sia l’esempio più spaventoso di apartheid sistematico. La moschea è divisa in due con un vetro antiproiettile da quando nel 1994 un ebreo falciò a colpi di mitragliatrice 29 musulmani in preghiera e ne ferì 300; per accedervi i musulmani devono sottoporsi a perquisizioni e controlli da parte dei militari israeliani, mentre i coloni occupanti vanno a pregare con il mitra a tracolla. All’interno della vecchia città si sono installati più di 500 coloni, costringendo alla chiusura del vecchio mercato e di più di 800 negozi mentre e centinaia di case sono state sottratte ai palestinesi.

La strada centrale della città, la Shuhada street, è stata chiusa al passaggio delle auto e dei pedoni palestinesi, mentre passano liberamente, protetti dai soldati, i coloni ebrei. Nel centro della città ci sono più di 60 check-point dove spesso avvengono vere e proprie esecuzioni di cittadini palestinesi inermi, ma nessuno lo scrive sui giornali. Continua a leggere Biennale di Venezia: lo Stato d’Israele nega la Palestina. Una lettera aperta

Lo sciopero dei dipendenti di Google, il 1° novembre. Un movimento internazionale della classe lavoratrice (Dan La Botz)

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In un’Italia ammalata cronica di provincialismo e più di recente in preda ad una febbre da cavallo “sovranista” dall’estrema destra all’estrema sinistra, gli scioperi internazionali non fanno notizia, scivolano come acqua sul marmo. Ce ne sono stati di recente di importanti contro Amazon e contro Ryanair, ma crediamo sia almeno altrettanto importante, se non di più, quello scoppiato pochi giorni fa contro Google.

Lo segnaliamo attraverso una nota di Dan La Botz, che riprendiamo dal sito “The Bullet”. In questa nota c’è qualche accento trionfalistico, non c’è dubbio, anche se non mancano degli opportuni interrogativi, finanche quello più radicale sul se questi lavoratori/lavoratrici si sentano o meno parte del movimento generale dei lavoratori. Ma comunque, meglio qualche eccesso di euforia che lo stolto silenzio e l’indifferenza che regnano anche tra molti militanti.

Uno sciopero interamente auto-organizzato dal basso (in Google, come in genere nelle aziende di ultima generazione dell’hi-tech, non ci sono organismi sindacali); uno sciopero che va dall’Asia, da Singapore e Hyderabad, fino alla Silicon Valley passando per Dublino, Londra, Berlino e Zurigo (unica eccezione l’Italia), meriterebbe una menzione e un’attenzione speciali solo per queste circostanze. A maggior ragione, poi, per aver preso a suo bersaglio il management di una delle aziende globali più potenti del mondo, mettendone a nudo l’ipocrisia e il maschilismo (“noi abbiamo standard di comportamento elevati”… si vede!). E mettendo in chiaro che non ci sono uno, due, tre diversi tipi di capitalismo, e il più nuovo è preferibile agli altri perché più “civile”, ma c’è uno ed un solo tipo di capitalismo, di rapporto tra capitale e lavoro salariato, fatto sempre e comunque di sfruttamento e di oppressione di classe, di genere, di “razza” (anche se con un’ovvia differenziazione di forme).

Meriti non da poco. O forse quello di Google è da considerarsi uno sciopero di scarsa importanza perché invece di rivendicare un aumento dei salari, ha rivendicato il rispetto delle donne? O perché ne sono stati protagonisti lavoratori salariati privilegiati? 

Se così fosse, e là dove così è, siamo messi molto male. 

Perché l’incorporazione incondizionata del rispetto verso le donne e la piena eguaglianza dei diritti tra lavoratori e lavoratrici (come quello tra lavoratori autoctoni e immigrati) dev’essere e sarà un elemento di primo piano della rinascita del movimento proletario. E perché la scesa in campo di settori di lavoratori ad alta qualificazione – specie nel campo dell’hi-tech – sarà un fattore di forza della futura riesplosione generalizzata dello scontro di classe, non un fattore di debolezza. Nel caso specifico dei dipendenti di Google, poi, vanno citate altre due recenti agitazioni significative: l’una riguardante i rapporti tra l’azienda e il Pentagono, l’altra riguardante l’accettazione, da parte dell’azienda, della censura di stato cinese. 

Va sottolineato, poi, che le promotrici e i promotori di questo sciopero hanno esteso le loro richieste (questo La Botz colpevolmente lo tace) anche al mondo dei sub-appalti (il personale delle pulizie, delle mense, della vigilanza), dove – lo sa perfino Rampini di Repubblica – “la piaga delle molestie sessuali con ogni probabilità è più estesa e ancor meno denunciata, perché le donne hanno meno forza e meno potere contrattuale in quelle fasce sociali”.

Lo stesso giornalista scrive

“La Silicon Valley è la terra delle scoperte, ma questa ancora mancava: la lotta di classe. In un mondo dove i sindacati non hanno mai messo piede, fa scalpore la protesta dei dipendenti di Google” perché è avvenuta in una zona degli Stati Uniti “segnata da una pace sociale assoluta, figlia di una cultura che associa valori progressivi e iper-individualismo”. 

Sì, occhio alla “altra America”!, quella di Black Lives Matter, di Non-una-di-meno, dei primi scioperi nelle imprese-mito dell’hi-tech: ci riserverà ancora belle sorprese.

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Dan La Botz, The Bullet, 5 novembre 2018

Migliaia di dipendenti di Google negli Stati Uniti e in tutto il mondo hanno lasciato il lavoro il 1° novembre “per protestare contro le molestie sessuali, i cattivi comportamenti, la mancanza di trasparenza e un posto di lavoro che non va bene per tutti”. In tutto il mondo il movimento ha chiuso gli uffici di Google da Mountain View, in California, a Boulder e New York, così come a Londra, Dublino, Zurigo e Berlino.

I cartelli sui cartelli o sui muri recitano “Non comportarti male” o “Il tempo è scaduto, Tech”. Una donna ha scritto: “La mia indignazione non può essere contenuta in questo cartello”. Quasi ovunque i lavoratori hanno organizzato brevi manifestazioni in cui le donne hanno letto le richieste del movimento. Guardando le molte foto e i video degli scioperi e delle assemblee, oltre a leggere i commenti dei lavoratori di Google, risulta chiaro che si è trattato di un movimento di massa della classe lavoratrice. Continua a leggere Lo sciopero dei dipendenti di Google, il 1° novembre. Un movimento internazionale della classe lavoratrice (Dan La Botz)

Elezione di Bolsonaro: costruire la più ampia unità di azione in difesa dei diritti e delle libertà democratiche (Conlutas)

Pubblichiamo qui un appello del sindacato Conlutas alla lotta contro il nascente governo Bolsonaro, che riprendiamo dal sito www.alencontre.org – un sito in lingua francese che contiene sulla situazione economica, sociale e politica del Brasile una ricca documentazione con testi di analisi molto interessanti di Ch.-A. Udry, V. Arcary, J.E. Diniz Alves, R. Zibecchi ed altri ancora.

Ci può essere, e c’è, da parte nostra una riserva, un dissenso sul fatto che nell’appello di Conlutas si mettano assieme il destino della classe operaia e quello del paese-Brasile, mentre non stanno insieme. Ma è sacrosanto l’invito di Conlutas alla lotta per la difesa dei diritti e delle libertà democratiche dei lavoratori contro un nuovo governo che si appresta a radicalizzare le politiche anti-operaie già messe in atto dal governo Temer e annuncia una fascistizzazione dell’ordine pubblico che si abbatterà innanzitutto contro gli sfruttati, e questo invito va perciò diffuso e appoggiato. Bolsonaro, fautore di politiche ultra-liberiste, ha già dichiarato che il MST (il movimento dei contadini e braccianti senza terra) e il MTST (il movimento dei senza tetto) saranno trattati alla stregua di “movimenti terroristici”. Più che naturale, quindi, l’esultanza di Trump, Netanyahu (subito gratificato con la decisione di spostare l’ambasciata brasiliana in Israele a Gerusalemme) e Salvini per la sua elezione…

E’ evidente che gli avvenimenti brasiliani degli ultimi anni, l’evoluzione sempre più catastrofica della situazione in Venezuela e in Nicaragua, l’avvento di Macri in Argentina, etc. impongono un serio bilancio del “ciclo progressista” in America del Sud e del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”, fatto dal punto di vista della classe lavoratrice – impossibile aspettarselo dai nostrani “popul-sovranisti”.

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Il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro (PSL) è stato eletto presidente del Brasile domenica (28), dopo una campagna caratterizzata da una profonda polarizzazione sociale nel paese.

Bolsonaro sale al potere con 57.797.456 voti (il 55,13% dei voti validi), contro i 47.440.829 voti del PT Fernando Haddad (44,87% dei voti validi). Le schede bianche, le nulle e le astensioni hanno raggiunto la cifra record di oltre 42 milioni di elettori.

Le elezioni, con molte contraddizioni, hanno dimostrato la grande insoddisfazione della classe operaia e della maggioranza della popolazione nei confronti  dei politici e dei loro partiti. Ma la mancanza di una prospettiva di fronte alla crisi economica, e la disillusione nei confronti dei governi PT (Partito dei lavoratori, il partito di Lula e D. Rousseff – n.) e il loro adattamento alla logica del sistema marcio, inclusa la corruzione, hanno rafforzato un’opzione di estrema destra.

Tuttavia, la lotta contro l’elezione di Bolsonaro ha mobilitato ampi settori di lavoratori, studenti, settori oppressi e democratici della società civile, dal momento che il suo programma di governo rappresenta ciò che è più dannoso per la classe operaia e il paese: gli attacchi alle libertà democratiche e ai diritti; una politica economica ultraliberista e la cessione della ricchezza e della nostra sovranità con le privatizzazioni di tutte le compagnie statali; la mancanza di rispetto per i diritti umani e le prese di posizione contro i settori più oppressi della società. Continua a leggere Elezione di Bolsonaro: costruire la più ampia unità di azione in difesa dei diritti e delle libertà democratiche (Conlutas)

Dopo la forte manifestazione del 27 ottobre: guardare avanti e pensare in grande.

Benché oscurata dai media di regime e dalla quasi totalità di quelli di “opposizione” (con la sola eccezione di qualche radio), la manifestazione indetta dal SI Cobas a Roma il 27 ottobre è riuscita in pieno.

Il suo nucleo trainante sono stati ancora una volta i coraggiosi instancabili facchini immigrati della logistica. Ma questa volta – a differenza del 24 febbraio – si è trattato di un corteo più “misto”, con una presenza di lavoratori e lavoratrici italiani decisamente più consistente, anche se ancora troppo limitata, e con la partecipazione attiva di movimenti per la casa, di disoccupati e gruppi di studenti. Significativa la decisione di aprire con un cordone di donne un corteo che è stato in larga prevalenza di proletari maschi – un bel gesto simbolico a cui va data consequenzialità negli ulteriori passaggi della lotta.

È stato un corteo fitto, teso, intenso, molto combattivo. Nel quale le svariate migliaia di dimostranti hanno espresso tutta la rabbia che il decreto-Salvini ha suscitato in loro e denunciato l’intera politica del governo Lega-Cinquestelle, attaccata dagli speaker del corteo per il suo globale carattere anti-proletario. Al centro, dall’inizio alla fine, c’è stato il tema dell’unità tra i lavoratori immigrati e i lavoratori italiani, la comunanza di interessi, di bisogni, di prospettive tra tutti gli sfruttati. “Solo due razze, sfruttati e sfruttatori“, così uno striscione srotolato da un balcone a metà del percorso, ha sintetizzato il messaggio del corteo. Gli slogan gridati hanno aggiornato e arricchito quelli del 24 febbraio. Il classico “chi tocca uno, tocca tutti”, è stato ritmato prima sul lavoratore immigrato, poi sul lavoratore italiano; e sono stati ricordati i licenziati FCA di Pomigliano, colpiti da fogli di via e però egualmente, in altro modo, presenti. Energica è stata anche, in alcuni interventi, la denuncia della dominazione imperialista sui paesi del Sud del mondo, delle guerre e del saccheggio neo-coloniale che hanno tra i loro effetti l’emigrazione forzata di massa. E non è mancata neppure la critica alla funzione anti-operaia dello stato e al sistema capitalistico in quanto tale, sia nei testi distribuiti dai collettivi politici e dalle organizzazioni internazionaliste presenti, che negli interventi dei compagni del SI Cobas.

La solidarietà arrivata alla manifestazione da organismi sindacali e politici operanti in Germania, nel Regno Unito, in Francia è un altro elemento significativo che rivela il maturare in tutta Europa della necessità di dare una risposta di classe coordinata, unitaria alle politiche razziste sempre più aggressive di tutti i governi europei. Ed è un altro aspetto della indiscutibile crescita quantitativa e qualitativa che la manifestazione di sabato segna rispetto a quella di febbraio. Il 26 ottobre, uno sciopero ben riuscito nella logistica e in alcuni settori dei trasporti e del pubblico impiego, con diversi cortei cittadini partecipati anche da studenti. Il 27 ottobre, l’ancor più riuscito corteo di Roma: il primo corteo nazionale contro il governo fasciostellato “senza se e senza ma“, nel quale sono stati sempre appaiati nella denuncia Salvini e Di Maio, gratificati di sonori cori di vaffanculo.

E ora? Continua a leggere Dopo la forte manifestazione del 27 ottobre: guardare avanti e pensare in grande.