Afghanistan: le donne ribelli di Rawa contro l’occupazione Usa/Nato e contro i talebani

Riprendiamo dalla pagina facebook del Comitato 23 settembre e dal sito dell’Osservatorio Afghanistan due interviste fatte negli scorsi giorni alle militanti di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane).

Non sempre, e non necessariamente, la loro analisi delle ragioni della guerra imperialista condotta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, con l’Italia in prima fila, e della funzione dei taleban, coincide con la nostra. Ma il loro audace grido di lotta rivoluzionario democratico va ascoltato e raccolto, rispondendo ad esso nel solo modo possibile: con la denuncia sia della infame guerra dei vent’anni che delle nuove manovre “di pace” italiane, statunitensi, europee in corso per continuare, anche dopo la disfatta subita, l’opera di manomissione e schiavizzazione dell’Afghanistan; in combutta, magari, con il nuovo potere talebano e i suoi vecchi e nuovi protettori – manovre “di pace” che hanno come loro bersaglio designato, allo stesso modo delle operazioni di guerra, tutte le masse sfruttate e oppresse di questo paese, maschili e in un modo tutto speciale, come sempre, femminili.

https://www.facebook.com/comitato23settembre/

https://www.osservatorioafghanistan.org/articoli-2021/2979-contro-l%E2%80%99occupazione-usa-e-contro-i-talebani-la-resistenza-delle-donne-afgane.html

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Gli interessi dei capitalisti italiani e dello stato italiano nella guerra afghana – Angela Marinoni

Girano differenti valutazioni sull’intervento italiano in Afghanistan. Fra le più diffuse: che l’Italia sia intervenuta come “reggicoda” degli Usa, per ottenere dal governo americano l’avallo a un ruolo preminente in Libia; e che in cambio di un esborso notevole non abbia ottenuto in cambio quasi nulla, né per affari realizzati, né in termini di considerazione e peso diplomatico.

In realtà l’Italia ha una sua storia indipendente di rapporti con l’Afghanistan (nota 1), e ha visto l’intervento militare in Afghanistan non tanto in termini di lotta all’estremismo islamico (come l’Urss) o di controllo geostrategico nei confronti di Cina e India da un lato e dell’Iran dall’altro (come gli Usa), quanto piuttosto come base per intensificare e proteggere i propri interessi in paesi “amici” come l’Iran, il Turkmenistan e Cina, un modo per creare un proprio avamposto nell’Asia centrale – senza ovviamente trascurare l’interesse allo sfruttamento diretto delle immense risorse minerarie afghane (tuttora rimaste, però, allo stato potenziale).

Riguardo alla seconda considerazione, la guerra è stata certamente un disastro per chi ha creduto alle favolette tipo “sostenere il processo democratico”, “garantire la pace all’Afghanistan”, “contrastare la violenza sulle donne”, “contenere il commercio di oppio”. Nessuna guerra capitalistica può avere scopi del genere, e solo l’estrema ipocrisia dei “nostri” media, dei politici e dei pennivendoli dell’imperialismo può ricorrere ad argomenti del genere.

Il “modello normale” delle operazioni militari di un normale paese capitalistico è che la guerra viene pagata dai lavoratori, con la vita se militari, con le tasse se civili. A guadagnarci, anche in caso di sconfitta, sono i pescecani o i piranha di guerra: in prima battuta chi offre prestiti, fornisce armi, equipaggiamento, sostegno logistico. In seconda battuta, se si ottiene il controllo di un territorio, chi ci investe, chi ne ottiene materie prime o ne sfrutta le risorse, chi ottiene appalti e monopoli.

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Afghanistan: gli affari d’oro dei big statunitensi della produzione di morte – Jon Schwarz

Per unanime ammissione dei diretti interessati (che avrebbero ogni vantaggio a negarlo), la guerra in Afghanistan si è conclusa, con una disfatta politico-militare, tale soprattutto per gli Stati Uniti, il paese-guida della coalizione occidentale.

Tuttavia c’è un comparto fondamentale dell’apparato industriale e di potere degli Stati Uniti che in questa guerra ha prosperato alla grande: è quello composto dai grandi gruppi dell’industria della morte. Ne fornisce una prova dettagliata l’articolo di Jon Schwarz, che riprendiamo da The Intercept nella traduzione di Giulia Luzzi.

Il militarismo, ha scritto Rosa Luxemburg, “appare al capitale un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione”. Nell’intera storia del capitalismo nessun altro paese ha puntato le sue chance di supremazia sul mercato mondiale sul militarismo quanto gli Stati Uniti. Tant’è che – come ricorda Schwarz – perfino un generale diventato presidente (Heisenhower) si sentì in obbligo, lasciando la presidenza nel gennaio 1961, di mettere in guardia dallo strapotere del complesso militare-industriale del suo paese. Nei sessant’anni successivi, però, questo complesso non ha fatto altro che ingigantirsi ulteriormente attraverso un impressionante seguito di guerre guerreggiate (Vietnam, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan sono state soltanto le più devastanti) o simulate (le “guerre stellari”), fino ad arrivare a coprire anche più del 50% della spesa militare mondiale (ora è “appena” al 39%). Ebbene, inizia ora ad essere evidente ad occhio nudo il rovescio della medaglia dei formidabili investimenti nelle tecnologie e tecnostrutture della produzione di morte e devastazione.

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Afghanistan: una disfatta storica degli Stati Uniti e dell’Italia. E ora? – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

1. Sconfitta, disastro, debacle, agghiacciante fallimento, vergognosa ritirata, una catastrofe dei nostri eserciti e dei nostri valori, una disfatta peggiore di quella subita da parte dei vietcong mezzo secolo fa: una volta tanto, la stampa dei regimi occidentali, detti comunemente democrazie, non ha indorato l’amarissima pillola che i signori della guerra di Washington&Co. hanno dovuto deglutire in questi giorni.

Molti commentatori sono sorpresi. Non riescono a spiegarsi come i sistemi militari, gli apparati di intelligence e la diplomazia di una coalizione così potente hanno fallito davanti ad un “gruppo insurrezionale” (i talebani) di qualche decina di migliaia di guerriglieri, che non aveva dietro di sé nessuna grande potenza né chi sa quale addestramento militare, dotato di un armamento in alcun modo paragonabile a quello dei volonterosi carnefici della Nato. È la sorpresa che colpisce metodicamente i guru della geopolitica, convinti come sono – per la loro ottusa ideologia – che la tecnologia bellica, il denaro e i servizi segreti decidano di tutto, e che nelle vicende della storia le masse sfruttate e oppresse contino zero.

Invece hanno vinto i talebani afghani. E l’impatto internazionale della loro vittoria è enorme. Perché, come ha osservato Mosés Naím, “incoraggerà tutti gli avventurieri [coloro che non si inginocchiano ai comandi statunitensi – n.] a sfidare il potere americano, intaccherà la fiducia degli alleati negli Usa, e rafforzerà la convinzione dei rivali autocratici come Cina e Russia di possedere un modello superiore alle democrazie”. È l’ennesima prova del fondamento materialista del nostro internazionalismo: la presa di Kabul, capitale di una nazione che è, per il suo Pil, al posto 106 nel mondo e intorno al posto 170 per Pil pro capite (quindi, uno tra i paesi più poveri del mondo), sta avendo e avrà un enorme impatto internazionale – per gli sconfitti, per i vincitori, e per quanti non appartengono a nessuna delle due schiere.

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