Donne in Marocco. Il coraggio della dignità – Comitato 23 settembre

Non è ammissibile che una donna per poter lavorare debba accettare le avance spinte dei capi. Ne va di mezzo la nostra dignità.

Ci vuole veramente coraggio, in un paese dove solo il 23% delle donne riesce a trovare un lavoro, un lavoro per lo più precario, malpagato e senza tutele, per denunciare il proprio datore di lavoro, un ex imprenditore francese, di molestie e abusi. L’accesso al lavoro per le donne è ostacolato in tutto il Nord Africa dalla assoluta mancanza di tutela per le lavoratrici, specialmente nel settore privato, oltre che dalle tradizioni che spingono le donne a non esporsi a pericoli e molestie affrontando il lavoro fuori casa.

La mancanza di servizi e la difficoltà di conciliare il lavoro domestico e di cura con il lavoro fuori casa fanno sì che, nonostante il crescente livello di istruzione delle giovani, il tasso di disoccupazione delle donne sia il 25% superiore a quello dei maschi.

Le molestie e gli abusi denunciati nella nota pubblicata da Pressenza, e che di seguito riportiamo, sono all’ordine del giorno, e vengono subiti, in Marocco come altrove, sotto la minaccia di licenziamento.

E’ una dimostrazione ulteriore della trasversalità di questa specifica forma di oppressione e ricatto che subiscono le lavoratrici in ogni parte del mondo, dagli Usa alla Cina, dall’Africa all’Italia. Perciò è importante far conoscere e sostenere questa lotta, non solo sul piano giuridico, ma sul piano dell’iniziativa collettiva, dando forza alla lotta per la dignità che è stata uno degli obiettivi fondamentali delle grandi insorgenze che hanno percorso tutto il mondo arabo negli ultimi anni.

Marocco, denuncia contro le violenze sessuali per rivendicare il diritto al lavoro delle donne con dignità

18.06.22 – ANBAMED

L’associazione marocchina per i diritti delle vittime in una conferenza stampa a Tangeri ha presentato i casi di 4 donne che accusano l’ex imprenditore francese delle assicurazioni Assu 2000, Jacques Bouthier di aver commesso nei loro confronti molestie sessuali e di aver subito il licenziamento per il rifiuto delle pesanti avances del ricco manager francese. Le ragazze tra i 25 e 28 anni si sono presentate con il volto coperto per rispetto della privacy.

I 4 casi sono stati denunciati presso la procura di Tangeri. L’uomo d’affari francese è accusato in Francia di abusi sessuali su minorenni e per altri reati.

Questa denuncia delle 4 donne marocchine segna un’importante soglia di coraggio nell’affrontare il tema della violenza sessuale sulle donne. Malgrado che il Marocco abbia approvato una legge che inasprisce le pene per le molestie e violenze sessuali, molte donne non denunciano per timore delle reazioni sociali e dell’ambiente familiare. Una delle 4 donne dell’odierna denuncia ha affermato: “Ho presentato la denuncia alla procura per dare coraggio alle altre donne che hanno subito come me molestie e violenze sessuali sul lavoro. Bisogna mettere fine a questa piaga che danneggia noi donne sul lavoro e nella società. Non è ammissibile che una donna per poter lavorare debba accettare le avance spinte dei capi. Ne va di mezzo la nostra dignità.

Palestina. E’ alle porte una grave crisi alimentare, di Ramzy Baroud (italiano – english)

Una bambina a Gaza (UNWRA)

Simili aumenti dei prezzi possono essere gestibili in alcune parti del mondo, ma in una società già impoverita, sotto un serrato assedio militare israeliano da 15 anni, si profila una crisi umanitaria di grandi proporzioni.

Riprendiamo da Invicta Palestina questa analisi-denuncia dell’impatto devastante che l’aumento dei prezzi dei prodotti agricoli legato alla guerra NATO/Russia in Ucraina e alle immonde speculazioni delle imprese transnazionali che li controllano, sta avendo sulle masse palestinesi: anzitutto a Gaza, ma anche in Cisgiordaniacome del resto (in gradi differenti) in tutto il Nord Africa e nei paesi della mezzaluna fertile. Proprio oggi il FMI ha lanciato un allarme che riguarda l’intera Africa nera.

Mentre condividiamo l’analisi e la denuncia di Ramzi Baroud circa le responsabilità di questa situazione – anzitutto lo stato di Israele, ma anche la subordinata e corrotta ANP -, non possiamo condividere la sua illusione che i conciliaboli tra ONU, stati arabi e non meglio precisate “altre parti” (UE? Usa? Israele stesso?) siano in grado di “risolvere l’insicurezza alimentare della Palestina”, e allontanare la fame alle porte. Ancora una volta tutto è nelle mani dell’indomita resistenza delle masse sfruttate e oppresse della Palestina e dell’intero mondo arabo, e di quanti in Israele, in Occidente e nel mondo sono attivamente solidali con la causa palestinese.

Un amico, un giovane giornalista di Gaza, Mohammed Rafik Mhawesh, mi ha detto che nelle ultime settimane i prezzi dei prodotti alimentari nella Striscia assediata sono aumentati vertiginosamente. Le famiglie già povere faticano a mettere il cibo in tavola.

“I prezzi dei generi alimentari stanno aumentando drammaticamente”, ha spiegato, “in particolare dall’inizio della guerra Russia-Ucraina”. I prezzi degli alimenti essenziali, come grano e carne, sono quasi raddoppiati. Il prezzo di un pollo, ad esempio, che in ogni caso era accessibile solo ad un piccolo segmento della popolazione di Gaza, è passato da 20 a 45 shekel (da 5,70 a 12,80 euro).

Tali aumenti dei prezzi possono essere gestibili in alcune parti del mondo, ma in una società già impoverita, sotto un serrato assedio militare israeliano da 15 anni, si profila una crisi umanitaria di grandi proporzioni.

L’ente di beneficenza internazionale Oxfam ha lanciato l’allarme l’11 aprile quando ha riferito che i prezzi dei generi alimentari nella Palestina occupata sono aumentati del 25% e, cosa più allarmante, le riserve di farina di frumento nei Territori Palestinesi Occupati potrebbero “esaurirsi entro tre settimane”.

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In Libya, Migrants Are Organising Against Europe’s Border Brutality (L. Pradella)

Thousands have camped out at UN offices.

At the beginning of October, west Libyan authorities carried out a brutal crackdown on the thousands of immigrants, refugees and asylum seekers living in Gargaresh, on the outskirts of Tripoli. More than 5,000 people were arrested, their homes destroyed, families captured and separated; people were hurt, violated and even killed. Four thousand people were imprisoned in the overcrowded Al-Mabani detention centre.

Immigrants and refugees, however, are not just accepting their treatment – they’re collectively organising against it. Barely reported in the western press, their resistance is exposing the imperial logic underlying Europe’s border brutality. Immigrant self-organisation, if supported by sympathetic workers in Europe, could be the wedge needed to fracture the EU’s border imperialism.

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Egitto, al-Sadis min Uktubir (السادس من أكتوبر‎): dieci giorni di sciopero alla Universal for Electrical Appliances, tre operai arrestati

Traduciamo da Mada Masr un articolo di Beesan Kassab sul lungo sciopero contro il mancato pagamento dei salari di duemila operai della fabbrica di elettrodomestici Universal for Electrical Appliances, situata nella municipalità egiziana 6 Ottobre (al-Sādis min Uktūbir) nel governatorato di Giza, a poco più di 20 km a sud-ovest del Cairo.

L’articolo è scarno, ma consente di cogliere il clima di terrore che c’è in Egitto dentro e fuori le fabbriche : gli operai intervistati parlano solo a condizione di restare anonimi; l’unica a non avere problemi nel denunciare l’accaduto è la giovane Shaima, figlia di uno dei tre operai arrestati, Mahmoud Haridy. L’esperienza del mancato, o ritardato, pagamento dei salari è frequente nei paesi dominati del Sud del mondo, come lo è l’esistenza di salari al di sotto delle necessità di sopravvivenza, ciò che obbliga tanti operai a prolungare l’orario di lavoro a rischio di sfinimento, infortuni o addirittura, come in questo caso, della morte. Infine, la polizia e le “forze di sicurezza” onnipresenti, pronte a colpire e a comportamenti arbitrari che ledono i diritti più elementari (in questo caso, il diritto a portare con sé dei farmaci indispensabili).

L’Italia e l’Occidente hanno a lungo preteso di voler portare “la democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali” nel mondo arabo; vi hanno portato in realtà guerra e distruzioni, proteggendo sistematicamente i locali regimi di asserviti, in Egitto ieri il regime di Mubarak, oggi quello di al-Sisi. Sta agli internazionalisti e ai proletari più coscienti non permettere che sulle condizioni e sulla coraggiosa resistenza dei nostri fratelli e sorelle di classe egiziani e di tutto il mondo arabo cada il silenzio.

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All’alba di martedì [28 settembre], le forze di sicurezza hanno arrestato nelle loro case tre lavoratori della Universal for Electrical Appliances , mentre lo sciopero dei lavoratori per il ritardo nel pagamento dei salari continuava per il decimo giorno.

I pagamenti dei salari dei lavoratori non sono stati erogati da luglio, e questa è la seconda crisi da mancato pagamento dei salari che ha provocato scioperi in azienda dal 2019. All’inizio di questo mese, 2.000 lavoratori hanno iniziato un sit-in presso la sede dell’azienda nella zona industriale della “Città del 6 ottobre” per esigere il pagamento degli arretrati.

Hassan Mabrouk, direttore generale della società, ha dichiarato a Mada Masr che la società ha subìto un forte calo delle vendite a causa del crollo della quotazione della valuta egiziana nel 2016, da cui deve ancora riprendersi. Ha detto che la direzione aveva pagato ai lavoratori i salari di luglio in tre rate negli ultimi giorni, mentre i salari di agosto sarebbero stati erogati in due tranche tra una settimana e 10 giorni da oggi, e i salari di settembre in due pagamenti dal 5 ottobre. Ha detto anche che il salario inizierà ad essere erogato normalmente dopo ottobre.

Ma un lavoratore che ha parlato con Mada Masr ha dichiarato che domenica la direzione ha pagato meno della metà delle quote dei lavoratori dovute per il mese di luglio.

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La lotta delle donne africane contro il saccheggio neo-coloniale dei loro territori è la nostra lotta – Comitato 23 settembre

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone e persone in piedi

A febbraio scorso, l’uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo divenne per la comunicazione mainstream l’occasione per beatificare la politica neocoloniale italiana in Africa tutta sorrisi e amore per i piccoli. Rispondemmo a questo battage con un compatto dossier di analisi e denuncia del nuovo assalto alle risorse naturali e alla popolazione lavoratrice del continente, in cui le imprese e lo stato italiano sono profondamente implicati. Riprendiamo quindi tanto più volentieri un articolo del Comitato 23 settembre che presenta la resistenza organizzata delle donne africane contro la spoliazione in particolare delle risorse minerari e le relative devastanti conseguenze umane ed ambientali. Per conoscere meglio questa realtà’, sul fronte sia della spoliazione neocoloniale che delle lotte, è una utile fonte di informazione il sito dell’associazione Wo/min; lo sono in particolare le analisi critiche ivi proposte.

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La lotta delle donne africane contro il saccheggio dei loro territori e’ la nostra lotta

L’impatto devastante dell’espansione delle società minerarie di mezzo mondo sulla vita delle donne africane è denunciato dall’associazione Wo/min.

L’indipendenza formale degli stati, conquistata con dure lotte, non ha posto fine alla aggressione colonialista e alla rapina dei tesori custoditi dalle terre africane, indispensabili al nuovo e vecchio sviluppo dell’economica capitalistica e alla sua incessante ricerca di profitti. Così anche stati nati dalla lotta di liberazione popolare, come il Mozambico, hanno ceduto alle pressioni internazionali e accettato di destinare metà del loro territorio allo sfruttamento delle società minerarie sudafricane, brasiliane, indiane, australiane, inglesi, dedite all’estrazione di carbone, gas naturale, gemme e minerali vari.

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