In Libya, Migrants Are Organising Against Europe’s Border Brutality (L. Pradella)

Thousands have camped out at UN offices.

At the beginning of October, west Libyan authorities carried out a brutal crackdown on the thousands of immigrants, refugees and asylum seekers living in Gargaresh, on the outskirts of Tripoli. More than 5,000 people were arrested, their homes destroyed, families captured and separated; people were hurt, violated and even killed. Four thousand people were imprisoned in the overcrowded Al-Mabani detention centre.

Immigrants and refugees, however, are not just accepting their treatment – they’re collectively organising against it. Barely reported in the western press, their resistance is exposing the imperial logic underlying Europe’s border brutality. Immigrant self-organisation, if supported by sympathetic workers in Europe, could be the wedge needed to fracture the EU’s border imperialism.

Continua a leggere In Libya, Migrants Are Organising Against Europe’s Border Brutality (L. Pradella)

Egitto, al-Sadis min Uktubir (السادس من أكتوبر‎): dieci giorni di sciopero alla Universal for Electrical Appliances, tre operai arrestati

Traduciamo da Mada Masr un articolo di Beesan Kassab sul lungo sciopero contro il mancato pagamento dei salari di duemila operai della fabbrica di elettrodomestici Universal for Electrical Appliances, situata nella municipalità egiziana 6 Ottobre (al-Sādis min Uktūbir) nel governatorato di Giza, a poco più di 20 km a sud-ovest del Cairo.

L’articolo è scarno, ma consente di cogliere il clima di terrore che c’è in Egitto dentro e fuori le fabbriche : gli operai intervistati parlano solo a condizione di restare anonimi; l’unica a non avere problemi nel denunciare l’accaduto è la giovane Shaima, figlia di uno dei tre operai arrestati, Mahmoud Haridy. L’esperienza del mancato, o ritardato, pagamento dei salari è frequente nei paesi dominati del Sud del mondo, come lo è l’esistenza di salari al di sotto delle necessità di sopravvivenza, ciò che obbliga tanti operai a prolungare l’orario di lavoro a rischio di sfinimento, infortuni o addirittura, come in questo caso, della morte. Infine, la polizia e le “forze di sicurezza” onnipresenti, pronte a colpire e a comportamenti arbitrari che ledono i diritti più elementari (in questo caso, il diritto a portare con sé dei farmaci indispensabili).

L’Italia e l’Occidente hanno a lungo preteso di voler portare “la democrazia e il rispetto dei diritti fondamentali” nel mondo arabo; vi hanno portato in realtà guerra e distruzioni, proteggendo sistematicamente i locali regimi di asserviti, in Egitto ieri il regime di Mubarak, oggi quello di al-Sisi. Sta agli internazionalisti e ai proletari più coscienti non permettere che sulle condizioni e sulla coraggiosa resistenza dei nostri fratelli e sorelle di classe egiziani e di tutto il mondo arabo cada il silenzio.

***

All’alba di martedì [28 settembre], le forze di sicurezza hanno arrestato nelle loro case tre lavoratori della Universal for Electrical Appliances , mentre lo sciopero dei lavoratori per il ritardo nel pagamento dei salari continuava per il decimo giorno.

I pagamenti dei salari dei lavoratori non sono stati erogati da luglio, e questa è la seconda crisi da mancato pagamento dei salari che ha provocato scioperi in azienda dal 2019. All’inizio di questo mese, 2.000 lavoratori hanno iniziato un sit-in presso la sede dell’azienda nella zona industriale della “Città del 6 ottobre” per esigere il pagamento degli arretrati.

Hassan Mabrouk, direttore generale della società, ha dichiarato a Mada Masr che la società ha subìto un forte calo delle vendite a causa del crollo della quotazione della valuta egiziana nel 2016, da cui deve ancora riprendersi. Ha detto che la direzione aveva pagato ai lavoratori i salari di luglio in tre rate negli ultimi giorni, mentre i salari di agosto sarebbero stati erogati in due tranche tra una settimana e 10 giorni da oggi, e i salari di settembre in due pagamenti dal 5 ottobre. Ha detto anche che il salario inizierà ad essere erogato normalmente dopo ottobre.

Ma un lavoratore che ha parlato con Mada Masr ha dichiarato che domenica la direzione ha pagato meno della metà delle quote dei lavoratori dovute per il mese di luglio.

Continua a leggere Egitto, al-Sadis min Uktubir (السادس من أكتوبر‎): dieci giorni di sciopero alla Universal for Electrical Appliances, tre operai arrestati

La lotta delle donne africane contro il saccheggio neo-coloniale dei loro territori è la nostra lotta – Comitato 23 settembre

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone e persone in piedi

A febbraio scorso, l’uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo divenne per la comunicazione mainstream l’occasione per beatificare la politica neocoloniale italiana in Africa tutta sorrisi e amore per i piccoli. Rispondemmo a questo battage con un compatto dossier di analisi e denuncia del nuovo assalto alle risorse naturali e alla popolazione lavoratrice del continente, in cui le imprese e lo stato italiano sono profondamente implicati. Riprendiamo quindi tanto più volentieri un articolo del Comitato 23 settembre che presenta la resistenza organizzata delle donne africane contro la spoliazione in particolare delle risorse minerari e le relative devastanti conseguenze umane ed ambientali. Per conoscere meglio questa realtà’, sul fronte sia della spoliazione neocoloniale che delle lotte, è una utile fonte di informazione il sito dell’associazione Wo/min; lo sono in particolare le analisi critiche ivi proposte.

***

La lotta delle donne africane contro il saccheggio dei loro territori e’ la nostra lotta

L’impatto devastante dell’espansione delle società minerarie di mezzo mondo sulla vita delle donne africane è denunciato dall’associazione Wo/min.

L’indipendenza formale degli stati, conquistata con dure lotte, non ha posto fine alla aggressione colonialista e alla rapina dei tesori custoditi dalle terre africane, indispensabili al nuovo e vecchio sviluppo dell’economica capitalistica e alla sua incessante ricerca di profitti. Così anche stati nati dalla lotta di liberazione popolare, come il Mozambico, hanno ceduto alle pressioni internazionali e accettato di destinare metà del loro territorio allo sfruttamento delle società minerarie sudafricane, brasiliane, indiane, australiane, inglesi, dedite all’estrazione di carbone, gas naturale, gemme e minerali vari.

Continua a leggere La lotta delle donne africane contro il saccheggio neo-coloniale dei loro territori è la nostra lotta – Comitato 23 settembre

Helwan, Egitto: la protesta degli operai della Egyptian Iron and Steel Company

Riprendiamo da Mada Masr, una testata egiziana indipendente, questo articolo. La protesta operaia di cui si parla – e di cui abbiamo già parlato mesi fa – copre i primi mesi di questo anno, fino al 30 maggio, è una lotta contro la chiusura di una delle acciaierie storiche di questo paese, la cui fondazione risale agli anni del nasserismo e al suo programma di rendere il paese indipendente quanto all’industria pesante (e tessile). Una lotta sconfitta perché anche l’ultimo forno dell’acciaieria è stato improvvisamente chiuso da pochi giorni, senza preavviso, per colpire la resistenza delle maestranze e del loro organismo sindacale.

Questa vicenda mette in luce come stia procedendo a tappe forzate il processo di smantellamento di gran parte di quella storica industria di stato a favore di un processo di privatizzazione della produzione industriale che molto spesso equivale alla svendita al capitale straniero. Negli anni di Sisi, infatti, sono stati introdotti forti incentivi a favore degli investimenti esteri accompagnati da “solide misure macroeconomiche” (per dirla con l’ambasciatore d’Egitto in Italia, Hisham Badr). Su questa ristrutturazione sempre più extra-vertita si sono tuffati a pesce i piranha italiani (padroni di grandi e piccole imprese) investendo nell’estrazione di petrolio, gas, metalli rari, ferrovie, porti, industria del cuoio e degli arredamenti, etc., facendo del capitalismo italiano il primo investitore nel paese (per un totale di 27.7 miliardi di dollari).

Mentre procede lo smantellamento del “vecchio” proletariato industriale, che diede filo da torcere al regime di Mubarak e ai suoi protettori proprio, tra l’altro, ad Helwan, nasce un nuovo e più giovane proletariato industriale ancor più direttamente “connesso” al capitalismo globale, di cui sentiremo parlare. Il pugno di ferro del generale tanto caro all’Italia, all’UE e alla Russia non avrà il potere di soffocare l’antagonismo di classe a tempo indeterminato.

***

Dieci lavoratori dell’Egyptian Iron and Steel Company sono stati detenuti per due ore domenica (30 maggio) dopo che le forze di sicurezza hanno disperso 500 lavoratori che hanno manifestato al cancello principale dell’azienda, ha detto a Mada Masr un membro del comitato sindacale dell’azienda a condizione di anonimato.

Le proteste dei lavoratori sono arrivate mentre lo storico colosso industriale del settore statale si avvicinava di un passo alla liquidazione, con lo spegnimento dell’ultimo impianto in funzione presso l’azienda; domenica è stato annunciato che sarebbe stata fissata una riunione per iniziare il processo di liquidazione il giorno successivo, 31 maggio.

Sono ancora in corso le trattative tra lo Stato e il comitato sindacale dell’azienda sul pacchetto di fine rapporto per la forza lavoro dell’azienda composta da circa 7.500 lavoratori, e sono in gioco mensilità, indennità di fine servizio e indennità di assicurazione sanitaria per i lavoratori.

Continua a leggere Helwan, Egitto: la protesta degli operai della Egyptian Iron and Steel Company

Sosteniamo la lotta degli operai egiziani contro i piani di al-Sisi (MENA Solidarity Network)

Nonostante la brutale repressione di ogni dissenso messa in atto dal macellaio al-Sisi, strettissimo amico del governo e dello stato italiano, a dieci anni dalla intifada che ha percorso l’Egitto e buona parte del mondo arabo, i lavoratori sono ancora in lotta. La mobilitazione degli oltre 7000 operai dell’acciaieria di Helwan, un centro industriale a sud del Cairo, è la risposta al tentativo di smantellamento delle industrie di stato a favore delle industrie private e a quelle di proprietà dell’esercito, nelle cui mani è tutt’ora la gestione di una parte consistente dell’economia egiziana.

Il pretesto per la chiusura del grande impianto siderurgico è lo stato fallimentare e le grandi perdite accumulate, che gli operai attribuiscono alla pessima gestione della produzione e dell’impianto stesso. La protesta è rimasta totalmente pacifica, sebbene un numero enorme di forze di sicurezza sia stato schierato subito dopo il lancio del sit-in, per impedire agli abitanti del centro siderurgico di unirsi ai manifestanti. “Non ce ne andremo, Hisham se ne andrà”, è uno degli slogan della protesta (il riferimento è al ministro delle imprese pubbliche); e “non lo lasceremo fare ai ladri”, un atto di accusa contro coloro che deliberatamente hanno provocato il fallimento dell’azienda che lo stato vuole mettere in vendita.

La lotta dei lavoratori, che ha suscitato un’ampia solidarietà, prosegue nonostante le offerte di forti indennizzi ai lavoratori da parte dello stato, purché accettino di sciogliere il sit.in. L’offerta è stata rifiutata all’unanimità, anzi i lavoratori hanno mantenuto aperti i forni, per dimostrare che la produzione è tuttora attiva e non, come sostiene il ministero, ferma da tempo. L’articolo che pubblichiamo, riprendendolo da MENA Solidarity Network, richiama la storia del tentativo di dotare l’Egitto di un’industria di stato operata da Nasser, un piano che fu messo in atto in parallelo con la stroncatura di ogni protesta operaia e la creazione dei sindacati di stato, quei sindacati la cui funzione fu smascherata definitivamente proprio in occasione della grande insorgenza proletaria e popolare del 2011, preparata a sua volta da un’ondata di scioperi operai. La repressione in atto non è in grado certo di annullare le condizioni di estrema miseria in cui versa gran parte della popolazione; permangono quindi i presupposti che preparano altre insorgenze, altre lotte, che ci auguriamo vadano al di là del mondo arabo che è tuttora in grande fermento.

***

English version: https://menasolidaritynetwork.com/2021/03/07/we-will-not-leave-it-to-the-thieves-egyptian-steel-workers-battle-for-justice-after-plant-slated-for-closure/

***

“Non lo lasceremo ai ladri!” I lavoratori siderurgici egiziani combattono per la giustizia dopo la chiusura dell’impianto

I lavoratori della Iron and Steel Company di Helwan, ai margini meridionali del Grande Cairo, hanno trascorso il decimo anniversario della rivoluzione egiziana del 25 gennaio organizzando una massiccia manifestazione nella loro fabbrica. Tuttavia, la loro marcia di migliaia di persone non è stata né una celebrazione della rivolta popolare che ha spodestato il presidente Hosni Mubarak nel 2011, né una riaffermazione del ruolo della classe operaia nel processo rivoluzionario. Infatti, i lavoratori della Iron and Steel difendevano la fonte di sostentamento per loro e per le loro famiglie, protestando contro la liquidazione dell’intera fabbrica decretata da un’assemblea generale straordinaria l’11 gennaio. Temendo la chiusura definitiva della fabbrica creata 67 anni fa, i circa 7.300 lavoratori dello stabilimento hanno iniziato ad agitarsi e alla fine hanno proclamato un sit-in permanente sul posto il 17 gennaio.

Continua a leggere Sosteniamo la lotta degli operai egiziani contro i piani di al-Sisi (MENA Solidarity Network)