Contro l’attacco al reddito di cittadinanza, per il salario garantito a tutti i disoccupati – Movimento 7 novembre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nuova presa di posizione del Movimento dei disoccupati di Napoli 7 novembre sul significato dell’attacco “politico, ideologico e materiale” che ha infuriato negli ultimi mesi contro il reddito di cittadinanza. Un attacco promosso da tutti i settori del padronato, che beneficiano tutti del suo taglio deliberato dal governo Meloni.

Questa presa di posizione rilancia, in modo molto opportuno, i temi generali del salario garantito ai disoccupati/e, della riduzione generalizzata e drastica degli orari di lavoro a parità di salario, e del lavoro socialmente necessario – che, in termini agitatori, può ben essere espresso come “lavoro utile ad una esistenza sociale sana” (quella che oggi manca).

Il governo Meloni, che subito abbiamo battezzato “governo dei padroni”, sta godendo di una calma sociale incredibile. Al momento soffre più delle divisioni interne tra FdI, FI e Lega che dell’opposizione sociale alla sua politica e alla sua offensiva ideologica contro gli immigrati, contro le donne, contro ogni posizione che non esalti il militarismo e la patria.

Siamo tra i pochissimi che insistono sulla necessità stringente di raccogliere, concentrare le forze disponibili a battersi contro questo governo delle destre bellicista, atlantista e confindustriale al massimo grado, e indirizzarci verso la massa degli sfruttati ancora paralizzati dalla paura e dalla sfiducia in sé stessi e chiamarla alla lotta. Con il convegno del 16 ottobre contro la guerra in Ucraina e il suo indirizzo internazionalista, con la manifestazione a Roma del 3 dicembre indetta dal SI Cobas e dall’USB era stato lanciato un doppio segnale. Se continua questa stasi, nella quale vediamo prendere corpo derive territorialiste, il rischio concreto è che vada disperso. Sveglia! (Red.)

[Per chi voglia approfondire l’esame di tutta questa tematica clicca qui.

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Contro l’attacco al Reddito di Cittadinanza

Salario garantito per disoccupati/e!

Salario minimo per i lavoratori e lavoratrici!

L’escalation bellica e l’aumento dei conflitti militari tra potenze capitalistiche e scontri inter-imperialistici comporta sempre di più l’economia di guerra negli stessi paesi capitalistici. Costi sociali che ricadono su di noi con il carovita, l’inflazione, la disoccupazione, il lavoro sfruttato e sottopagato oltre che le conseguenze nefaste dal punto di vista ecologico, ambientale e sulle condizioni di vita.

Da anni e soprattutto negli ultimi mesi assistiamo alla violenza dell’attacco, politico, ideologico e materiale contro il meccanismo del cosiddetto Reddito di Cittadinanza.

La caccia del “furbetto del divano” ci ha accompagnato per tutta l’estate fino ad oggi mentre a pioggia continuavano i sostegni e le defiscalizzazioni alle imprese in cerca di manodopera a basso costo.

I soldi per queste regalie insieme alle spese militari verranno trovati anche tramite la cancellazione totale del Reddito di Cittadinanza per tutti i percettori a partire dal 2024.

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Two Notes on the World Vision “Capture” of the Mafia “Super-Boss” Messina Denaro, and Twelve Theses on Capitalism and Crime today

The farce

On the world vision capture of the mafia super-boss M. Messina Denaro

A national event. More, international. Celebrated in the press around the world (the Western world, which – many forget it – is not the world at all, it is less and less). Congratulations to Meloni flock from everywhere, starting with Metsola, president of the European Parliament, a well-known center of malfeasances.

What a historic coup. What professionalism. What an investigative miracle. When you say a state apparatus with integrity and irreducible in the hunt for its mafia “enemies”! (You say: enemies?) They had looked for him everywhere for decades, night and day, weekdays and holidays, without respite, the elusive, the black primrose, the boss of bosses, the guardian of “all the secrets” of the mafia (and of the state).

They had looked for him everywhere except at his home, or near his home. An identical mockery as the Riina case [another super-boss]: he too was furiously hunted on five continents and on the satellite circuit for 23 years except at his home, or near his home, little stuff compared to the 38 of quiet abscondence of his buddy Provenzano…

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Lo cercavano, lo cercavano, lo cercavano senza tregua, ovunque: due note sulla “cattura” di un boss della mafia, e 12 tesi su criminalità organizzata, capitale e stato

Evento nazionale. Di più, internazionale. Celebrato sulla stampa di tutto il mondo (occidentale, che – in tanti lo dimenticano – non è affatto il mondo, lo è sempre meno). Congratulazioni alla Meloni fioccano da ogni parte, a cominciare dalla Metsola, presidente del parlamento europeo, noto covo di malaffare dal quale allontanare i riflettori.

Che colpo storico. Che professionalità. Che miracolo investigativo. Quando si dice un apparato di stato integro e irriducibile nella caccia ai suoi “nemici” mafiosi! Chiamato in causa anche il Beato Livatino, chi sa che non sia stato lui ad intercedere con il Padreterno. Quando si è davanti a simili miracoli, nulla va escluso.

Lo avevano cercato ovunque per decenni, notte e giorno, feriali e festivi, senza tregua, l’inafferrabile, la primula nera, il boss dei boss, il tutore di “tutti i segreti” della mafia (e dello stato). L’avevano cercato ovunque salvo che a casa sua, o nelle vicinanze di casa. Sputato identico al caso-Riina, anche lui braccato furiosamente nei cinque continenti e nel circuito satellitare per 23 anni, poca roba rispetto ai 38 di tranquilla latitanza del suo sodale Provenzano…

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Di base in base, la fitta rete militare Usa-Nato in Italia, di Antonio Mazzeo

Riprendiamo volentieri dal blog antimilitarista di Antonio Mazzeo questo aggiornamento, come al solito molto dettagliato e preciso, della “fitta rete militare USA-NATO in Italia”, contenente le ultimissime sull’arrivo di nuove bombe nucleari USA in Europa e in Italia, ad Aviano e a Ghedi. Altri passi importanti nella mobilitazione di guerra, da denunciare nei prossimi mesi sulla più larga scala possibile.

Una sola precisazione, per noi fondamentale.

In sacrosante denunce di questo tipo, che sono interamente nostre, non sempre è messo in chiaro con la dovuta forza (non ci riferiamo qui in prima istanza a Mazzeo) che l’Italia è parte integrante, organica, di punta, di questa macchina di morte e di questa industria di morte che proteggono gli interessi della sua classe dominante, di questo Occidente che va alla guerra. Rispetto agli indiscussi capibanda del Pentagono e di Wall Street, l’Italia, lo stato italiano, il capitalismo imperialista italiano, non svolge il ruolo di infimo picciotto: è un’azionista di minoranza dell’impresa, certo, ma un’azionista a tutti gli effetti, intento a lucrare, con ogni mezzo e a costo di qualsiasi massacro, la sua quota di profitti del capitale globale. Ribattere questo chiodo non sarà mai superfluo davanti alle sirene “sovraniste” che vorrebbero un’Italia resasi indipendente dagli USA e dalla NATO diventare d’incanto “forza di pace e di giustizia” nel mondo, specie nel “giardino di casa” mediterraneo dove continua a seminare, in proprio, da sovrana nello spargimento del sangue “di colore”, la morte tra gli emigranti.

Contro i suonatori di queste sirene che vanno piagnucolando sull’Italia-colonia, ricordiamo che l’Italia liberale/monarchica, da sovrana predatrice intenzionata a recuperare i suoi storici ritardi, si appropriò della costa somala (1889-1891), dell’Eritrea (1890), di una concessione a Tientsin in Cina (fu il premio di consolazione per aver contribuito a macellare i rivoltosi Boxers con i suoi ‘eroici’ 83 ufficiali, 1882 soldati e 178 quadrupedi), della Libia e delle isole del Dodecaneso (i “Possedimenti italiani dell’Egeo”) con la guerra all’impero ottomano iniziata nel 1911, e – dopo aver cambiato alleanza dalla Germania/Austria alla Francia/Gran Bretagna – mise le sue grinfie sull’Albania meridionale (tanto per cominciare, non riuscendo ad appropriarsi della Dalmazia). Mentre l’Italia fascista/monarchica, più che mai sovrana artefice del proprio destino di presunta erede di Roma imperiale, portata a termine la “civilizzazione” sterminista in Libia sulla scia dei liberali, mosse guerra all’Abissinia (Etiopia) nel 1935-36, incorporò a sé l’Albania (1939) e durante la guerra mondiale, occupò insieme alle armate naziste parti della Jugoslavia, della Russia, della Grecia, della Tunisia e dell’Egitto.

Essendo più recenti, le formidabili imprese civilizzatrici compiute dalla NATO, sempre con l’attiva complicità di Roma predona, dell’Italia imperialista divenuta insostituibile portaerei dell’Alleanza atlantica nel Sud dell’Europa a guardia del Medio Oriente e dell’Africa, dovrebbero essere le più note. Tra esse, mai dimenticare la distruzione dell’ex-Jugoslavia, e il ruolo che vi ebbero i centro-sinistri Mattarella e D’Alema, e al loro seguito i komunisti alla Marco Rizzo e certi collitorti dell’area “green”!!

Da ciò deriva che spezzare il vincolo della NATO e dell’industria di morte fiorentissima in Italia (Leonardo, Fincantieri, Telespazio, etc. vi dicono qualcosa?) se non è una presa in giro per raccattare qualche voto in più da anime belle e ingenue, equivale ad una dichiarazione di guerra al capitalismo italiano e occidentale, ad un punto del programma comunista rivoluzionario. Come è detto nella risoluzione seguita al Convegno del 16 ottobre contro la guerra in Ucraina: “lottiamo per la chiusura di tutte le basi USA e NATO, per l’uscita dell’Italia dalla NATO e da ogni alleanza imperialista transnazionale, che intendiamo come parte integrante e irrinunciabile della lotta rivoluzionaria per una società socialista e il potere dei lavoratori, e non come riposizionamento e riorientamento della politica estera dell’Italia capitalistica.” (Red.)

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Alea iacta est. Il dado è tratto. Le nuove bombe nucleari USA a caduta libera saranno dislocate in Europa entro la fine del 2022 con tre mesi di anticipo sul cronogramma fissato da Washington con i partner NATO. Si tratta di una prova di forza che alimenterà pericolosamente le già forti tensioni con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Saranno un centinaio circa le armi che verranno ospitate nei bunker di cinque paesi: Belgio (base aerea di Kleine Brogel), Germania (Buchel), Paesi Bassi (Volkel), Turchia (Incirlik) e Italia (gli scali di Aviano-Pordenone e Ghedi-Brescia). Le nuove bombe saranno le B61-12, variante ammodernata delle più antiche B61. Esse avranno una potenza distruttiva regolabile, con quattro opzioni selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire. “L’impiego operativo, quindi, può essere calibrato a seconda dell’effetto desiderato e dell’importanza dell’obiettivo”, scrive Difesaonline. Rispetto alla bomba “madre”, le B61-12 saranno guidate da un sistema satellitare e potranno penetrare nel sottosuolo per esplodere in profondità.

La National Nuclear Security Administration, l’ente del Dipartimento dell’Energia USA che si occupa delle scorte di armi nucleari, ha reso noti nel novembre 2021 i cacciabombardieri che saranno impiegati per sganciare le nuove armi atomiche: i Panavia PA-200 “Tornado”, gli F-15 “Eagle”, gli F-16 C/D “Fighting Falcon”, i B-2 “Spirit”, i B-21 “Raider” e i nuovi F-35A “Lighting II” acquistati pure dall’Aeronautica militare italiana e schierati nella base di Amendola (Foggia).

A Ghedi ed Aviano dovrebbero essere ospitate complessivamente dalle 30 alle 50 bombe B61-12 e nei due scali NATO sono in via di completamento i lavori di “rafforzamento” dei bunker atomici. Ghedi è sede del 6° Stormo dell’Aeronautica italiana con i “Tornado” nucleari, ma si sta addestrando da tempo all’impiego dei cacciabombardieri F-35 di quinta generazione. Ad Aviano le nuove bombe saranno impiegate dai cacciabombardieri F-16 dell’US Air Force. Nella base friulana sono state ampliate le piste e realizzati nuovi hangar e centri di manutenzione velivoli. Aviano è utilizzata pure dai grandi aerei cargo che trasportano i parà della 173^ Brigata aviotrasportata di US Army verso i maggiori scacchieri di guerra internazionali (recentemente in Iraq e Afghanistan, oggi in Europa orientale e in Africa).

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Contro il “difesismo”, per il disfattismo rivoluzionario nelle guerre imperialiste. Parla Amadeo Bordiga

Nel mezzo del crescente rumore di grandi guerre inter-capitalistiche in arrivo (o in preparazione) ben al di là dell’Ucraina, è inevitabile il confronto con il passato, in particolare con le due guerre mondiali alle nostre spalle. Ed altrettanto inevitabile il ritorno in campo degli argomenti portati a giustificazione delle nuove guerre inter-capitalistiche in preparazione. Tra questi spicca, negli ambienti militanti “rosso”-bruni, dichiarati o dissimulati (i peggiori), il tema del “difesismo”. La Russia “difende” il suo diritto ad esistere, messo in discussione dall’asse imperialista euro-atlantico, la Cina “difende”, sempre dagli attacchi dello stesso asse, il suo sforzo per risalire la “catena del valore”, l’Iran difende il suo diritto a difendersi dalle manovre occidentali che sicuramente stanno dietro gli scioperi operai (avete mai visto uno sciopero operaio che non fosse comandato da Washington?) e le lotte delle donne (idem), e così via.

In questa orgia di “difesismi” ci è successo di veder chiamato in causa perfino Amadeo Bordiga, degradato al rango di un qualsiasi personaggetto anti-yankee di Visione Tv. E benché non siamo “bordighisti”, la cosa ci ha fatto girare le scatole. Per cui ci è venuto in mente di pubblicare questo suo testo che ribadisce con mirabile chiarezza di esempi storici qual è il criterio con cui i comunisti rivoluzionari, da Marx a Engels a Lenin a Liebknecht, hanno classificato le guerre del passato distinguendo quelle progressive da quelle reazionarie – il “criterio sociale della natura e funzione di classe di ogni singola guerra – e quanto sia spesso ingannevole il richiamo al “difesismo”.

Davanti alle guerre capitalistiche che hanno per oggetto la spartizione del mercato mondiale, o di parti di esso, com’è la attuale guerra in Ucraina, la posizione dei comunisti non può che essere quella del disfattismo rivoluzionario – da più di un secolo. E’ evidente che in questo testo il ragionamento di Bordiga è circoscritto all’Europa, e non riguarda le guerre rivoluzionarie dei popoli delle colonie e delle semi-colonie che hanno cambiato il volto del mondo dal 1945 al 1976.

A noi pare incontestabile anche il suo inquadramento della seconda guerra mondiale, come guerra imperialista a tutti gli effetti, dalla quale è emerso non a caso lo strapotere dell’imperialismo “finanziario e termonucleare” a stelle e strisce, che ancora oggi, benché sempre più barcollante, continua a soffocare l’esistenza degli sfruttati di tutti i continenti, e minaccia di farne strage. Il limite della ricostruzione di Bordiga – presente anche nella formidabile serie di scritti raccolti in “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi” – è il mancato interrogativo su dov’era il proletariato russo e internazionale, e sul perché si batté con tanto eroismo contro il nazi-fascismo in Spagna, a Varsavia, in Russia, in Jugoslavia, in Grecia, in Italia… illudendosi al contempo in modo crudele sul conto delle democrazie imperialiste “liberatrici”/”alleate”.

L’invito a leggere è rivolto in particolare ai più giovani compagni con i quali ci ritroviamo fianco a fianco nelle poche iniziative contro la guerra in Ucraina in corso in Italia su posizioni di coerente internazionalismo proletario. A loro rivolgiamo anche una domanda: come mai, istintivamente (un istinto sanissimo), il vostro richiamo va alla prima guerra mondiale e al disfattismo rivoluzionario, e non invece alla seconda e al “difesismo” con annesse alleanze con stati capitalistici e imperialisti? Eppure, chi affermasse oggi che i nuovi “nazi-fascisti globali” sono gli euro-atlantisti della NATO avrebbe le sue buone ragioni, altro che! (Red.)

P. S. – I corsivi sono nel testo originale, i neretti li abbiamo inseriti noi.

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Onta e menzogna del “difesismo”

Ieri

A detta dei mestieranti del riformismo e dei parlamentari da “programma minimo”, che guidavano le masse operaie europee al principio del secolo, i socialisti “non si occupavano di politica estera” e non avevano idee sul problema della guerra tra gli Stati. Naturalmente, fino a che la guerra non dominò la scena ed il campo, “erano contro tutte le guerre”, ed in merito non seppero dire di più del generico “pacifismo” quale era coltivato da borghesi o da anarchici.

Questo andazzo fu la degna premessa della politica di “appoggio a tutte le guerre” in cui rovinarono i principali partiti socialisti europei quando il ciclone del 1914 si scatenò. Allora i furfanti dell’opportunismo, divenuti alleati e ministri dei poteri imperiali borghesi, cominciarono a sofisticare e a barare sul fatto che il marxismo “non condannava tutte le guerre” ma alcune ne ammetteva: era naturalmente il caso della loro, di quella che a fautori ebbe in Germania Scheidemann & C., in Francia Guesde & C., in Austria Renner & C., in Belgio Vandervelde & C., in Russia Plechanov & C., in Gran Bretagna Macdonald & C., in Italia Mussolini &… nessuno.

Lenin, collo stesso ordine mentale e la stessa assenza di demagogia e di posa, lavora instancabile a rimettere le cose a posto, dal 1914 al 1917 nella più solitaria ombra, dal 1917 in poi nella abbagliante luce.

Prima preoccupazione del grande rivoluzionario è quella di ricollegare solidamente la trattazione del problema alle basi della dottrina e della politica socialista, ai suoi testi come ai suoi precedenti di battaglia.

La continuità del “filo” è la prima preoccupazione di Lenin. Egli stesso, che fu il più grande studioso della “più recente fase del capitalismo” nel suo svolgersi economico e sociale verso le forme imperiali, dimostra sopra tutto che solo per i traditori si trattò di “inattese prospettive”, di “imprevedute situazioni” che suggerissero e autorizzassero “nuove analisi” e “nuovi metodi” del socialismo.

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