Seul: un suicidio colposo di massa in ossequio alla barbarie della merce capitalistica – Noi non abbiamo patria

TOPSHOT – The bodies of victims, believed to have suffered from cardiac arrest, are covered with sheets in the popular nightlife district of Itaewon in Seoul on October 30, 2022. – Dozens of people suffered from cardiac arrest in the South Korean capital Seoul on October 29, after thousands of people crowded into narrow streets in the city’s Itaewon neighbourhood to celebrate Halloween, local officials said. (Photo by Jung Yeon-je / AFP)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota di Noinonabbiamopatria sulla tragedia di Seul: questo è il circolo vizioso del capitalismo, occidentale e orientale, della schiavitù capitalistica, della mercificazione capitalistica di tutti gli ambiti della vita della natura e della società, da spezzare. (Red.)

La vittoria dell’uomo capitalistico nella sua guerra contro la natura, che rimette al suo servizio senza più paura verso le nefaste conseguenze delle attività produttive dell’uomo per l’accumulazione infinita del valore.

E’ un contrappasso crudele che la celebrazione della vittoria dell’uomo civile e razionale, che dà prova di essere ancora capace di sottomettere a sé madre natura all’infinito, coincida con l’uomo stesso morto ammazzato in una mattanza di corpi mercificati simile alle sorti che egli, l’uomo capitalistico, riserva ai polli dei suoi allevamenti intensivi.

Liberi dal virus, liberi dalle mascherine, liberi di respirare e di perire soffocati in un suicidio colposo di massa in ossequio alla barbarie della merce capitalistica.

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Liberare l’umanità da questa società antistorica – Eddy Sorge

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questo testo il cui significato di fondo e la cui passione internazionalista militante sentiamo profondamente nostri. (Red.)

La causa della crisi economica, ecologica, politica, sociale è il sistema produttivo, è l’economia capitalistica mondiale che dalla metà degli anni ’70 prova a contrastare la crisi di sovrapproduzione.

Abbiamo merci e beni ovunque ma non assorbite dal mercato ed i capitalismi occidentali procedono verso i famosi processi di deindustrializzazione trovando più utile l’accumulazione nella speculazione finanziaria che è fittizia, illusoria, produttrice di bolle speculative che esplodono ciclicamente. Parallelamente a diventare sempre più maturi sono i capitalismi “giovani”, asiatici, non senza contraddizioni ed anche loro in parte dentro la crisi di sovrapproduzione.

Il capitalismo ha poche ma chiare “soluzioni” per rinviare l’inesorabile corso catastrofico delle cose: spostando le produzioni nei paesi con salari più bassi, ingigantendo il proprio debito statale e privato, sfruttando maggiormente i lavoratori e le lavoratrici per accrescere la propria produttività schiacciando le residuali conquiste di quel che fu il movimento operaio.

Ma più si va avanti e più anche questi strumenti non sono sufficienti aprendo all’unica soluzione possibile ovvero la guerra imperialista come prodotto del sistema capitalistico e non come scelta di qualche pazzo al comando di qualche paese: distruggere infrastrutture, distruggere le merci in eccesso tra cui la stessa forza lavoro, e far ripartire con maggior ossigeno nuovi cicli di accumulazione.

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Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale.

Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acción) un’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCC; potete leggerla in traduzione.

Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti. Non è un caso che nella seconda versione del rapporto Ipcc, quella ufficiale, sparisca la necessità di chiudere entro un decennio le centrali a carbone e a gas, venga cancellata la responsabilità del 10% più ricco della popolazione nel super-inquinare, scompaia il settore dell’allevamento industriale dal novero dei grandi produttori di gas serra, e non si faccia più alcun cenno alla scarsa reperibilità delle materie prime necessarie all’impossibile svolta verde del capitalismo globale.

Paradossalmente l’IPCC ha azionato il freno a mano sulla sua analisi proprio mentre è massima la velocità del cambiamento climatico e della crisi alimentare, a cui si aggiungono le aggravanti della guerra e di un riarmo generalizzato nel mondo, tra tutte le più micidiali forze distruttive dell’ecosistema. Le temperature canadesi con i relativi incendi dell’estate scorsa, la siccità diffusa nel mondo, il crollo del ghiacciaio della Marmolada, le masse di emigranti che premono a Ceuta o al confine tra Messico e Stati Uniti, o sulla sponda sud del Mediterraneo, disposti a morire a migliaia pur di superare un confine e scappare alle devastazioni sociali conseguenza anche del cambiamento climatico, dimostrano che siamo già dentro una catastrofe ecologica e che incombono disastri ancora più gravi di quelli sotto i nostri occhi. Solo un anticipo della barbarie che sarà se non si abbattono alla radice senza rimandi, negoziazioni e illusioni di riforme, gli “interessi costituiti” di cui l’IPCC ultima versione “alla vasellina” ha deciso di non parlare più: il modo di produzione capitalistico, e i potentati che lo comandano.

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Come gli interessi costituiti hanno riscritto l’ultimo rapporto dell’IPCC

Di Juan Bordera, Antonio Turiel (Spanish National Research Council), Fernando Valladares (Spanish National Research Council), Marta García Pallarés, Javier de la Casa (Ecological and Forestry Applications Center), Fernando Prieto (Sustainability Observatory), Ferran Puig Vilar (Engineer and Climate expert). Pubblicato originariamente in CTXT – Contexto y Acción, traduzione pubblicata da MR Online.

Il documento della vergogna. Questo rapporto è una litania di promesse sul clima infrante. Senza una riduzione rapida e profonda delle emissioni di gas serra in tutti i settori, sarà impossibile evitare il disastro climatico verso cui ci stiamo andando alla massima velocità. Gli attivisti per il clima sono talvolta descritti come pericolosi radicali, ma i radicali veramente pericolosi sono i paesi che stanno aumentando la produzione di combustibili fossili. Queste dichiarazioni – che potrebbero appartenere ad un qualsiasi portavoce di un movimento sociale – sono solo alcune delle frasi più forti che il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha proclamato a seguito dell’ufficializzazione dell’ultima parte del report sul clima più importante a livello mondiale, quello del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)].

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Calore e siccità stanno cuocendo il mondo a morte. Ringraziate il cambiamento climatico, di E. Ottemberg

Panamint Valley, Death Valley National Park. Photo: Jeffrey St. Clair.

Riprendiamo da “Counterpunch” un articolo di E. Ottemberg dell’8 giugno scorso dedicato ai fenomeni climatici estremi che stanno colpendo gli Stati Uniti e molte altre zone del mondo, con un impatto devastante sui paesi più poveri. Il testo della Ottemberg è interessante per le informazioni che dà. E coraggioso per la denuncia che fa, da cittadina statunitense, dei poteri costituiti del “suo” Paese, senza perdersi in distinzioni fatue tra repubblicani e democratici, benché sia un dato di fatto che alcuni repubblicani (tra cui la deputata M. Taylor Greene) si segnalino per l’attacco frontale alla stessa idea di una catastrofe ecologica e climatica in atto. Tuttavia, come per altre valenti polemiste (prima tra tutte la Naomi Klein), mentre è leggibile nelle loro analisi e denunce, almeno in filigrana, un orientamento anti-capitalistico, al tempo stesso – e contraddittoriamente – il suo e loro discorso appare inficiato dall’ingenua speranza riposta in politici diversi dai Biden e Trump, che potrebbero fare questo e quello, esser meno “folli” e “suicidi”, distruggendo in questo modo con una mano quello che fanno con l’altra. Questa contraddizione è propria, finora, anche di tutte le formazioni e i movimenti ecologisti – ma non è una buona ragione per ascriverli una volta e per tutte all’impotente riformismo. Abbiamo fiducia nella forza dell’oggettività sempre più drammatica che ci viene incontro, e alla capacità di convincere della critica rivoluzionaria.

Il pianeta brucia e gli incendiari sono al comando, per riprendere una battuta dell’ambientalista Naomi Klein. Alcuni dei più devoti incendiari siedono alla Corte suprema degli Stati Uniti. Una prova? La recente soppressione, da parte della corte di Koch, dell’Agenzia per la protezione ambientale creata da Nixon.

Il canarino nella miniera di carbone è morto. Morto stremato per il calore. Con lui se ne sono andati molti esseri umani, rimasti senza difese di fronte al collasso climatico: in India questa primavera, nel sud-ovest, nel Midwest e nel sud degli Stati Uniti in tarda primavera, nello Xinjiang, in Cina, in primavera e in gran parte dell’Africa in questo momento. Ciò è avvenuto prima ancora che il calore estivo iniziasse davvero ad arroventare l’aria. L’estate scorsa il nord-ovest americano ha cotto a 116 gradi Fahrenheit [46,6 Celsius] per giorni, e in luoghi come la città di Lytton, nella Columbia Britannica, il mercurio ha raggiunto i 122 gradi [50 C], prima che la città si incendiasse spontaneamente e fosse rasa al suolo. Questa tostatura, che un tempo si verificava una volta in un millennio, ora, a causa del cambiamento climatico indotto dall’uomo, avviene ogni anno in vaste aree del pianeta. Le estati in questi giorni a Reno, in Nevada, sono in media di 10,9 gradi più calde rispetto al 1970, mentre in paesi come l’Iraq certe giornate raggiungono temperature di 120 gradi [48,8 C]]. E la maggior parte degli iracheni non ha l’aria condizionata.

Quindi è stato un po’ difficile dispiacersi per gli europei disperati per le temperature comprese tra 104 e 109 gradi [40-42,7 C], a metà giugno. È un lusso, rispetto a ciò che i senzatetto in India e nel grande Medio Oriente sono costretti a sopportare. Perché molti europei hanno l’aria condizionata. Una fortuna che non tocca a coloro che dormono, e spesso tirano le cuoia, sul cemento bollente delle autostrade del subcontinente.

Eppure anche il riscaldamento europeo ha battuto il suo record, come sembra fare ogni nuova ondata di caldo in questa fase iniziale del collasso climatico. La Catalogna, in Spagna, ha raggiunto i 109 gradi [42,7], una delle temperature più calde di sempre, mentre le temperature di 104 gradi in Francia sono state, secondo il Washington Post del 2 giugno, “le più alte temperature del paese nella storia”.

Caldo estremo significa siccità, e siccità significa niente cibo. Così in molte zone del mondo si osserva la carestia espandersi sui terreni agricoli ormai desertificati. In Kenya, Somalia ed Etiopia, le persone stanno morendo di fame. Si calcola che le vittime siano 23 milioni di persone, secondo Oxfam – cifre che mettono in pessima luce i paesi del G7 riunitisi il 28 giugno, per aver fatto troppo poco per questo disastro, “per aver lasciato milioni di persone morire di fame e cuocere il pianeta”. In tutto il mondo “323 milioni di persone sono a rischio di denutrizione e si prevede che 950 milioni (quasi un miliardo!) soffriranno la fame nel 2022”, ha tuonato Oxfam contro gli Stati Uniti e i suoi sodali europei.

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