The Dirty Dragon Hunt

Against the anti-Chinese trade, diplomatic, political, ideological and military campaign

Thirty years after the celebration of the end of the Cold War and the beginning of a new American century, are we in the midst of a new Cold War? Yes and no, in that it could also become a hot war …

The climate of international relations has already been shaped for several years by the growing confrontation between the USA and China, by which American imperialism is trying to contain and block the rise of the Chinese power with economic, diplomatic and military weapons.

We denounce the initiatives of economic warfare carried out by the various Western imperialism against China, whether they are aimed at hitting the Chinese economy, and its trade or at preventing access to the most advanced technologies, and the outright military provocations by the United States and its allies, which are not just threats but military preparations for a possible war against China.

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La sporca caccia al dragone. Contro la campagna commerciale, diplomatica, politica, ideologica e militare anti-cinese

The U.S. Navy in the Indian Ocean: India's 'Goldilocks' Dilemma - War on  the Rocks

Trent’anni dopo la celebrazione della fine della Guerra Fredda e l’inizio di un nuovo secolo americano, siamo nel pieno di una nuova Guerra Fredda? Sì e no, nel senso che potrebbe anche diventare una guerra rovente …

Il clima delle relazioni internazionali è già da diversi anni segnato dal crescente confronto USA/Cina, con il quale l’imperialismo americano cerca di contenere e bloccare l’ascesa della potenza cinese, con armi economiche, diplomatiche e militari.

Noi denunciamo le iniziative di guerra economica messe in atto dai vari imperialismi occidentali contro la Cina, siano esse volte a colpire l’economia cinese, il suo interscambio commerciale o ad impedire l’accesso alle tecnologie più avanzate, e le vere e proprie provocazioni militari ad opera di Stati Uniti e alleati, che sono non solo minacce, ma preparazioni militari per una possibile guerra contro la Cina.

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Evergrande: la superbolla del capitalismo cinese

Portiamo a conoscenza dei nostri lettori dei materiali dal Wall Street Journal sulla crisi di Evergrande e sulla bolla immobiliare cinese, interessanti perché danno maggiori elementi concreti rispetto a quanto compare sui nostri media. Il giornale del grande capitale americano guarda alle dinamiche della crisi di questo settore con un misto di compiacimento, per il fatto che la rivale Cina vede crescere le sue contraddizioni e difficoltà, e di timore, perché le interconnessioni finanziarie e commerciali con la Cina minacciano di far riverberare la crisi cinese sull’altro lato del Pacifico, come già provato con la caduta di 600 punti dell’indice Dow Jones avvenuta il 20 settembre.

Ma queste dinamiche forniscono importanti elementi di analisi e riflessione anche per i lavoratori e i rivoluzionari internazionalisti di tutto il mondo.

Una prima osservazione è che le dinamiche economico-sociali della Cina sono fondamentalmente le stesse degli Stati Uniti o dell’Italia: il “socialismo con caratteristiche cinesi” è ca-pi-ta-li-smo. Certo con caratteristiche, e su scala, cinesi. Certo, con la necessità, tuttora presente, di tenere in qualche modo conto di una grande rivoluzione nazional-popolare (per quanto ormai lontana), e di successive grandi ondate di potente lotta di classe degli sfruttati (meno lontane). Ma, pur sempre, ca-pi-ta-li-smo. Un capitalismo che ha accumulato e sta accumulando sullo sfruttamento di centinaia di milioni di proletari smisurate quantità di plusvalore – anche, e quanto!, sotto forma di rendita fondiaria, che non cessa di esistere, e di pretendere la sua quota di plusvalore, solo perché la terra e il suolo sono, come è tuttora in Cina, di proprietà statale. Un capitalismo in cui imprenditori e funzionari di partito senza scrupoli, in quanto figure del capitale, si sono arricchiti a dismisura imbastendo speculazioni immobiliari di portata tale da fare invidia ai Berlusconi e ai Trump.

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Riforme anti-operaie, tirannia padronale e resistenza operaia nella Cina d’oggi, di Giulia Luzzi

Hong Kong, autisti della Foodpanda in sciopero

Quando sui media occidentali si parla della Cina, se ne parla come potenza economica aggressiva, mentre di pari passo viene denunciata la violazione dei diritti umani delle minoranze, la repressione contro il dissenso a Hong Kong, etc. Denunce di fatti reali, ma impugnate solo ed esclusivamente quale giustificazione dei tentativi di contenimento della proiezione internazionale cinese da parte delle potenze imperialiste storiche. Una guerra tra predoni per combattere la quale vengono elaborate strategie, ipotizzate alleanze, organizzate prove muscolari con provocatorie manovre militari nel Mar della Cina Meridionale e nell’Oceano Indiano.

Del tutto assente dai resoconti e dai dibattiti riguardanti la Cina è la condizione della classe lavoratrice cinese, dal cui oppressivo sfruttamento scaturisce la potenza economica, politica e militare di Pechino, ed una discreta quota dei profitti delle multinazionali con base occidentale (incluse una serie di grandi imprese italiane).

Anche l’anniversario della feroce, sanguinosa repressione di piazza Tienanmen il 4 giugno, una repressione che fu contro il movimento operaio prima ancora che contro il movimento studentesco, viene ricordato dai media mainstream per sottolineare l’inumanità del sistema politico del gigante asiatico contrapposta ad una democrazia basata su presunti principi umanitari, di giustizia sociale, che sarebbe propria dei concorrenti occidentali – tipo quella denunciata da BLM negli Stati Uniti o quella vista in azione a Genova e contro le lotte dei facchini della logistica.

Le informazioni che riguardano l’enorme fetta di umanità rappresentata dalle operaie e dagli operai, dalle proletarie e dai proletari e semi-proletari cinesi (quasi 800 milioni!) sono difficili da reperire, perché soggette a censure di vario genere. Di seguito riporto alcune informazioni tratte dal sito del China Labour Bulletin, che lodevolmente si occupa da diversi anni della condizione dei lavoratori cinesi con una serie di accurate documentazioni, e promuove campagne in loro difesa.

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In Cina sono in corso riforme del diritto del lavoro, inaugurate dal governo dello Shenzhen. Ad esso lo scorso ottobre il governo centrale di Pechino ha dato l’autorizzazione di elaborare nuove forme di rapporto di lavoro per adeguarle alle esigenze delle industrie emergenti come parte di un progetto pilota per la futura riforma urbana in Cina.

La riforma prevede che i lavoratori assunti con un orario di lavoro irregolare non avranno più diritto al pagamento della maggiorazione del 300% per gli straordinari nei giorni festivi, come previsto finora dalla legge. Inoltre, le imprese potranno ritardare il pagamento dei salari fino a un mese, e il salario minimo sarà adeguato solo ogni tre anni anziché uno/due.

Tali riforme legittimano quelle che sono diventate pratiche sempre più comuni del padronato per ridurre i costi di produzione e rendere più “flessibile” il lavoro.

Per stimolare la crescita economica e ridurre l’impatto sulle piccole e medie imprese di Shenzhen prodotto dal rallentamento economico e in particolare dall’impatto della pandemia Covid-19, il governo municipale ha incentivato orari di lavoro flessibili e minori restrizioni sulle assunzioni e sui licenziamenti (“eliminare i difetti del sistema che ostacolano la mobilità del lavoro”… vi ricorda qualcosa?).

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Il Covid-19 e le spire del capitale, di Rob Wallace e altri

Sabato 17 aprile l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi terrà un’importante iniziativa di contro-informazione, denuncia e organizzazione della lotta in difesa della salute delle masse sfruttate e della vita, a fronte di un capitalismo che si manifesta sempre più come necro-capitalismo, per dirla con i compagni sud-americani. L’intervento introduttivo – dedicato alle cause di questa pandemia – sarà tenuto da Rob Wallace, autore di due studi, Big Farms Make Big Flu e Dead Epidemiologists: on the Origins of Covid-19, giustamente considerati dei riferimenti necessari per inquadrare le cause strutturali della catena di epidemie con cui si è aperto il ventunesimo secolo. Per questa ragione riproponiamo qui un saggio di Wallace e altri (pubblicato in questo blog il 9 aprile scorso), che riassume i temi svolti in profondità nei due libri – senza che questo voglia significare, come ha frainteso qualche nostro lettore, farne l’alfa e l’omega della materia.

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Traduciamo dal sito della Monthly Review un saggio di Rob Wallace, Alex Liebman, Luis Fernando Chaves e Rodrick Wallace, un’anticipazione dal numero di maggio della rivista. Può suonare accademico l’approccio degli autori alle questioni macro- economiche e politiche, e si avverte l’assenza di un riferimento politicamente concreto alla classe che deve vivere del proprio lavoro, in tutta la complessità sociale, di genere, e “razziale” che ne definisce l’oppressione, materiale e simbolica, nella società contemporanea. Solo un concreto riferimento alla classe può infatti sostanziare le proposte di lotta degli autori. Ma la profondità della loro analisi, che rompe i confini disciplinari mostrando l’intreccio tra il ‘naturale’ e il ‘sociale’ nella genesi delle epidemie moderne, ed il repertorio di proposte che ne conseguono – proposte che rimandano alla necessità della rivoluzione sociale anti-capitalista – ne fanno un saggio di grande spessore.

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Fonte: Monthly Review, 1 aprile 2020
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Il calcolo

Il Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-CoV-2, la seconda sindrome respiratoria acuta grave dal 2002, è ora ufficialmente una pandemia. Da fine di marzo le popolazioni di intere città sono chiuse in casa e uno ad uno gli ospedali vanno in fibrillazione congestionandosi per l’impennata dei ricoveri.

Al momento la Cina respira meglio, dopo che all’iniziale scoppio è seguita una contrazione (1). Lo stesso vale per la Corea del Sud e Singapore. L’Europa, in particolare Italia e Spagna, ma sempre più anche altri paesi, si piega già sotto il peso dei morti, sebbene si sia solo agli inizi dell’epidemia. America Latina e Africa iniziano solo ora ad accumulare casi; alcuni paesi si stanno preparando meglio di altri. Negli Stati Uniti – un punto di riferimento, anche se solo perché si tratta del paese più ricco nella storia mondiale – il prossimo futuro si presenta nero. Si prevede che il picco non verrà raggiunto prima di maggio, e già gli operatori sanitari e i visitatori degli ospedali fanno a cazzotti per accedere alle scorte in esaurimento di dispositivi di protezione individuale (2). Gli infermieri, a cui i Centri per il controllo e la protezione dalle malattie (CDC) hanno raccomandato – la cosa è allucinante– di usare bandane e sciarpe come mascherine, hanno già dichiarato che “il sistema è condannato” (3).

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