Contro l’islamofobia – III. La donna islamica tra l’incudine e il martello (italiano – arabo)

Pubblichiamo qui la terza parte dello scritto contro l’islamofobia, dedicata alla “questione di genere”. Nei giorni scorsi la decisione del governo talebano di imporre una serie di odiose restrizioni alla mobilità autonoma delle donne sul territorio afghano, è stata l’occasione per intonare per la milionesima volta l’abusata canzonaccia: lo vedete quanto sono trogloditi gli islamici, e quanto era e resta necessario ‘civilizzarli’ con ogni mezzo? Mentre in contemporanea Radio 3, quasi a fare il controcanto in apparenza “liberatorio”, mandava in onda l’entusiastica sponsorizzazione della mostra, a Treviso, della disegnatrice afghana Kubra Khademi che si è, per dir così, specializzata in nudi femminili.

A fronte dell’impudente esibizione del “femminismo imperialista” italiano, europeo, occidentale, non è tempo perso riproporre qui un testo che affronta la questione in chiave storica, e mostra quanto il colonialismo europeo abbia “fatto soffrire terribilmente tutte le donne “di colore” in ogni tempo e in ogni dove. Nelle encomiendas e nelle miniere. Come schiave oggetto di tratta e donne di schiavi. Come coolies e donne di coolies. Come serve domestiche e concubine forzate”. Tra queste, non certo ultime sono state le donne dei paesi arabi e di tradizione islamica. Da parte sua il neo-colonialismo ha battuto e batte tuttora, a volte con maggior accortezza e capacità mistificatoria, la stessa identica pista. Sicché la vera liberazione delle donne oppresse e sfruttate del mondo arabo ed islamico dai resistenti resti del patriarcalismo individuale, non potrà ricevere nessun tipo di aiuto dalle forze che diffondono nel mondo gli interessi e i motivi del patriarcalismo collettivo, che continua ad impazzare in Occidente, nonostante lo strombazzato principio di eguaglianza tra i generi e le contrastate battaglie delle masse femminili.

Qui i link alle due parti precedenti:
Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia
Contro l’islamofobìa, arma di guerra – II. Il falso mito dell’Islam conquistatore e colonizzatore

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Per scongiurare questo fatale incontro [l’incontro tra i lavoratori immigrati e i lavoratori autoctoni che si sentono sempre più “immigrati” nella propria terra di nascita – n.], per tenere il più lontani, reciprocamente estranei ed ostili possibili le popolazioni, i lavoratori, gli sfruttati e le sfruttate del mondo “islamico” e quelli/e di “casa nostra”, l’orchestra anti-islamica torna di continuo su un altro motivo: l’oppressione della donna. L’Islam opprime le donne, da sempre. A “noi” euro-occidentali il nobile compito di liberare le prigioniere dal loro carcere. Non, però, un semplice compito tra gli altri; piuttosto un dovere inderogabile, una mission affascinante. I campioni del colonialismo storico à la Cromer ne fecero un proprio punto d’onore. I loro epigoni di oggi ci tengono a non sfigurare, e si affollano ardenti attorno alle bandiere del femminismo [imperialista].

Non voglio imbarcarmi in una disputa sul lontano passato circa l’islam e la donna. Dichiaro semplicemente di concordare con la logica di indagine e le (provvisorie) conclusioni di L. Ahmed[1]. A suo parere l’islam dei primordi ha sotto alcuni aspetti migliorato la condizione della donna in Arabia, ponendo limiti al ripudio, alla poligamia, garantendole alcuni diritti patrimoniali e, soprattutto, affermando un’etica “irriducibilmente egualitaria” anche nel rapporto tra i sessi. E tuttavia l’Islam si affermò in un contesto medio-orientale già divenuto solidamente patriarcale sotto gli imperi bizantino e sassanide. Da questo contesto, dalle culture giudaica, zoroastriana, cristiano-bizantina che lo dominavano, il movimento islamico assorbì ben presto l’inferiorizzazione sociale e spirituale della donna, attuata per mezzo della sua riduzione a mera “funzione biologica, sessuale e riproduttiva”. Venne così meno, almeno nei suoi filoni maggioritari ortodossi, ai propri postulati etici. Non diversamente che nel cristianesimo, solo nelle tendenze ereticali, tra i sufi, i carmati, i kharigiti, troviamo un maggior riconoscimento effettivo della “pari dignità” della donna, con il divieto del concubinato, della poligamia, del matrimonio con le bambine e l’ammissione della donna al ruolo di guida religiosa. Dopo l’avvento delle società urbane e delle “prime forme statuali”, furono le guerre di conquista a far precipitare la condizione sociale delle donne, consentendo una estensione inaudita della schiavitù e del concubinato. Lo aveva inteso per tempo la ribelle, tagliente Aisha: “voi ci fate uguali ai cani e agli asini”. Nei fatti, in parziale contrasto con i principi coranici e con alcune prassi dei primordi, la diffusione e il trionfo dell’Islam sancì la disuguaglianza tra maschio e femmina come vera e propria “architettura sociale[2]. E tale rimase per secoli senza grandi scosse, fino all’irruzione del colonialismo europeo.

La soggezione sociale e personale della donna all’uomo non è certo un’esclusiva delle società “islamizzate”. È una caratteristica generale di quasi tutte le società pre-borghesi, politeiste e monoteiste, buddiste e confuciane, islamiche e cristiane (escluse le società naturali). Solo la tempesta rivoluzionaria francese iniziò a mettere in discussione questa storica disuguaglianza. Ma di lì a poco il Code Napoléon la riaffermò con la forza della legge, facendosi beffe delle perorazioni di Olympe de Gouges e di Mary Wollstonecraft. L’uomo è il capo della famiglia. Punto. La donna gli deve ubbidienza, e ne riceverà, in quanto essere fragile, protezione (art. 213). Parole troppo dure? Vengono da San Paolo, si giustificò uno dei legislatori della laica Repubblica-Impero nata dalla rivoluzione[3]. Ancora nel 1843, nell’Europa che aveva già da tempo iniziato a “civilizzare” il mondo “islamico” e che aveva già da tempo trascinato molte donne a lavorare nelle fabbriche, Flora Tristan doveva definire le donne “gli ultimi schiavi”, oggetto di proprietà, in un certo senso, dei propri mariti…

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Contro l’islamofobìa, arma di guerra – II. Il falso mito dell’Islam conquistatore e colonizzatore (italiano – arabic version)

The need to overcome Islamophobia | Op-eds – Gulf News

Mentre ai confini tra Bielorussia e Polonia va in scena l’immondo spettacolo dei regimi borghesi europei dell’Est e dell’Ovest uniti nella guerra agli emigranti afghani, siriani, iracheni…; mentre in Francia, sotto la benedizione del potente miliardario Bolloré, sale la candidatura alla presidenza della repubblica di Eric Zemmour, che accusa gli immigrati musulmani di voler “ricolonizzare la Francia” e di essere i principali vettori del “Grand Remplacement” (la grande sostituzione etnica) dei francesi veri con la “melma d’importazione”, i cui figli sono “ladri e assassini”; mentre in Gran Bretagna l’uccisione del deputato David Amess e l’attentato di Liverpool sono gli inneschi di nuove campagne di stampa anti-musulmane; e mentre in Italia la “sinistra antagonista” (ma esiste ancora qualcosa del genere?) pressoché all’unanimità resta in un silenzio di tomba, succube e complice di questi orrori neocoloniali fisici e mediatici; pensiamo bene di pubblicare la seconda puntata del nostro testo contro l’islamofobìa come arma di guerra, dedicato appunto al falso mito dell’Islam di oggi, come conquistatore e colonizzatore dell’Europa e dell’Occidente. Andare controcorrente non ci fa problema, tanto più quanto più siamo certi delle nostre ragioni.

La prima puntata, insieme con l’introduzione generale a questo scritto, è rintracciabile qui.

A questo link potete invece leggere e scaricare la versione in arabo dell’articolo.

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Il mito dell’Islam colonizzatore-conquistatore (II)

La rappresentazione caricaturale del mondo “islamico” quale un monolite immobile, totalmente immerso nel sacro, tutto-religioso, è solo un aspetto, lo sfondo per così dire, dell’islamofobìa che da due decenni infuria in Europa perfino più che negli Stati Uniti. Il secondo stereotipo di importanza forse anche maggiore è quello che vuole l’Islam (maiuscolo, in quanto il riferimento qui non è tanto ad una religione, quanto a una civiltà che in qualche modo accomuna un insieme di paesi) proteso per sua natura a colonizzarci per imporci le sue norme di comportamento reazionarie, e pronto a farlo con ogni mezzo, terrorismo incluso.

Ancora una volta, a cantarle chiare è la Fallaci. Rivolgendosi alle persone che davanti alla jihad islamista esitano a comprendere quello che è a suo giudizio il vero contenuto dell’islamismo jihadista, le sferza nel seguente modo:

«sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura di andare contro corrente oppure d’apparire razzisti, (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla Rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione forse. (Forse?) Una guerra che essi chiamano Jihad: Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio forse, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e delle nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare e di non pregare, del nostro modo di mangiare e di bere e vestirci e divertirci e informarci… Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente, cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri… Cristo! Non vi rendete conto che gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi?»1.

Questa catena di mistificazioni fa perno sulla diffusissima tesi: l’islam ed in particolare l’islamismo politico, jihadista e non, hanno dichiarato all’Occidente una guerra offensiva di conquista. Questa guerra, condotta anche all’interno dell’Occidente e dell’Europa dagli immigrati “islamici”, ha di mira, forse, l’occupazione dei nostri territori, ma di sicuro l’annientamento del “nostro modo di vivere e di morire”, di “mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci” e quant’altro si possa chiamare in causa per impaurire e pungolare il pubblico europeo ed occidentale, soprattutto le persone comuni, e farle sentire minacciate nei loro affetti più cari (i bambini che rischiano di essere uccisi perche gli islamisti vogliono imporci diete alimentari diverse dalle nostre) e nelle loro soddisfazioni abitudinarie più elementari o misere (il calcio o il reality show).

Proviamo a mettere un po’ di ordine logico in questo marasma.

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Gilboa e tutte le carceri israeliane non potranno mai uccidere la libertà e la volontà di lotta dei palestinesi – emmerre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota sull’evasione di sei militanti della causa palestinese dal carcere di Bilboa. Per parte nostra, senza esporre qui ancora una volta il nostro inquadramento della questione palestinese, ci limitiamo a ricordare solo questo: ogni mito militarista è destinato a cadere nella polvere insieme con le sue infrastrutture. Sarà così anche per la mitica “invincibilità” dello stato, dell’esercito e dei servizi israeliani.

Jenin, 13 settembre, manifestazione per Zubeidi, uno dei militanti palestinesi evasi dal carcere di Gilboa, e poi catturato, picchiato, sottoposto a tortura e negazione di cure mediche

Il 6 settembre scorso sei prigionieri politici palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa, un carcere di massima sicurezza costruito nel 2004 nel nord di Israele, a meno di 6 km dai Territori occupati nel 1967, nell’area di Beesan. Nella stessa zona c’è anche la prigione di Shatta. La propaganda militare israeliana l’ha sempre descritta come una fortezza invalicabile dove sono rinchiusi i palestinesi più attivi sul piano militare e politico.

Israele investe molto nella costruzione di carceri e nelle misure di sicurezza; pertanto questa fuga ha rappresentato un trauma per l’esercito israeliano. L’associazione Addamir per i Diritti umani e il sostegno ai prigionieri fornisce questi dati: attualmente Israele detiene 4.650 prigionieri politici, dei quali 520 in detenzione amministrativa, 200 minori, 40 donne, 11 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, tra i quali Marwan Barghouthi, Ahmad Sadat e Khalida Jarrar. Nelle prigioni israeliane ci sono circa 70 palestinesi dei territori occupati nel 1948, 240 prigionieri di Gaza e 400 di Gerusalemme.

Non c’è famiglia palestinese che non abbia un parente nelle prigioni israeliane, a volte con continuità di generazione, come nel caso di uno dei sei prigionieri evasi la settimana scorsa e poi catturato nuovamente. Secondo l’Autorità per gli Affari dei prigionieri palestinesi, dal 1967 ad oggi sono passati nelle prigioni israeliane circa un milione di palestinesi e di questi circa 226 sono morti in carcere: 73 deceduti sotto tortura, 71 per cure mediche negate, 75 per omicidio premeditato dopo l’arresto, 7 per essere stati colpiti da arma da fuoco durante la detenzione.

Vediamo allora di conoscere chi sono questi sei “combattenti per la libertà”, come li ha definiti il giornalista israeliano Gideon Levy: “..I sei prigionieri palestinesi evasi sono i più audaci combattenti per la libertà che si possano immaginare…”

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Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia

La macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori. 

Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.

A reti unificate tv, giornali e social presentano i talebani e gli attentatori suicidi dell’11 settembre come il prototipo di tutti gli “islamici”. E attraverso questa mossa propagandistica le popolazioni dei paesi a tradizione islamica vengono additate nella loro totalità come i nostri irriducibili nemici – a meno che non prendano apertamente posizione a favore dei “nostri valori” (di borsa), e pieghino la schiena davanti alla pretesa occidentale di dominare e spogliare il mondo “islamico” per diritto divino. Il “diritto” acquisito con il colonialismo storico. 

L’islamofobia è un’arma di guerra: verso l’esterno, e all’interno delle “nostre” società. E per tale va denunciata e combattuta.

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Dal Brasile : appello per la libertà di “Gallo”, un leader dei movimento dei riders, accusato di aver bruciato la statua di uno schiavista (italiano – portoghese – inglese)

Riceviamo dal Brasile e volentieri pubblichiamo questo appello per la libertà di “Gato”, uno degli esponenti di punta del movimento brasiliano dei riders, accusato di avere dato alle fiamme sabato 24 luglio, insieme con i suoi compagni di “Rivoluzione periferica”, la statua di Borba Gato. Borba Gato fu una figura di rilievo dei “bandeirantes” che nei secoli sedicesimo e diciassettesimo furono responsabili (attraverso spedizioni punitive) della cattura e della schiavizzazione di tanti indios e neri delle zone interne del Brasile, e dello sterminio di alcuni gruppi etnici indigeni. Questo atto si colloca evidentemente nel solco del movimento Black Lives Matter.

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Gallo libero!

Trattenere in prigione Paolo Lima (detto Gallo) per il sospetto di avere dato alle fiamme la statua di Borba Gato è inammissibile

Nel cosiddetto Stato di diritto, quella dell’imprigionamento è una misura estrema, ed è messa in atto in accordo a quanto previsto dalle leggi esistenti, dopo che all’imputato è stata concessa un’ampia possibilità di difendersi. Gli arresti cautelari, ovvero quelli previsti da specifiche fattispecie legali che prevedono l’arresto preventivo di qualsiasi cittadino, rappresentano un caso eccezionale sotto il profilo legale. Tuttavia tale pratica ha conosciuto una vasta diffusione in Brasile. Essa, inoltre, è più diffusa nei casi che vedono coinvolti giovani neri, con un’incidenza maggiore nel caso si tratti dei leader di movimenti sociali.

In tempi recenti, il mandato d’arresto –sia temporaneo che preventivo – spiccato contro il leader dei fattorini antifascisti, Paolo Lima (detto “Gallo”), sospettato di avere dato alle fiamme la statua di Borba Gato a San Paolo del Brasile, sono un caso esemplare degli eccessi che caratterizzano gli arresti dei leader dei movimenti sociali. Si deve tenere conto del fatto che, come contrappunto all’attivismo sociale, siamo testimoni del fastidioso incremento di un “attivismo giudiziario”, la cui fonte origina da agenti pubblici non eletti, i quali spingono verso la possibilità di sopprimere le libertà di coloro che vogliono mobilitarsi intorno ad obiettivi di interesse sociale e popolare. Pur non essendo affatto necessario ai fini dell’imputazione criminale di Gallo, è evidente come il fatto che lui sia un leader [di movimento] costituisca una preoccupazione per coloro che ne hanno ordinato l’arresto.

Inoltre, è comune il fatto che la giustizia cerchi di determinare l’identità di quanti siano coinvolti in azioni considerate contrarie alla legge. Il problema è l’uso della prigione come strumento di tortura per ottenere delazioni – è noto che un atteggiamento collaborazionista si accompagna a dei benefici in termini di pena; in questo caso la notizia dell’arresto diventa una condizione necessaria alla delazione stessa. Questo fa riaffiorare tristi ricordi del periodo dittatoriale. L’uso di un tale meccanismo in qualsivoglia decisione sarebbe inammissibile. Non si può fondare il processo investigativo sull’obbligo alla pratica delatoria.

Infine, il più grande rischio per le libertà democratiche è relativo alla possibile argomentazione fondata sulla necessità di preservare un supposto interesse pubblico attraverso l’attuazione di misure di detenzione preventiva per evitare che atti illegali vengano commessi in futuro. Ci troveremmo di fronte a una situazione analoga a quella descritta nella pellicola Minority Report. Legando la categoria dell’attivismo al tentativo preventivo di fermare un crimine, si rende Gallo un criminale in via preventiva. Come se il fatto di avere una opinione politicamente motivata dalla volontà di mettere in discussione la posizione occupata da individui che sono stati della macchie nel processo storico, facesse di lui in perpetuo un possibile iconoclasta di altri monumenti.

Infine, nel caso di quest’ultima ipotesi, ci troveremmo dinnanzi a una vera e propria incarcerazione preventiva, basata sul mero pensare a un atto futuro e supportata dall’interpretazione prevenuta delle convinzioni politiche dell’imputato.

Gli arresti illegali, fondamentalmente basati su motivazioni di natura politica, ci spingono a temere in ogni epoca (ma soprattutto in quelle in cui si registra un risorgere di posture autocratiche all’interno di un Paese) per il destino non solo di “Gallo”, ma di chiunque, dal momento che tutti siamo mossi da motivazioni politiche che sono intrecciate alle nostre personalità e nelle nostre azioni. In base a questo modo di ragionare, non dovremmo essere tutti noi considerati dei potenziali criminali?

Kenarik Boujikian – Giudice in Pensione della Corte di Giustizia di San Paolo del Brasile
Michael Lowy – Direttore emerito della ricerca del “Centre National de la Recherche Scientifique” (CNRS)
Ricardo Antunes – Docente di Sociologia presso la UniCAMP
Ruy Braga – Docente del Dipartimento di Sociologia presso la USP
Marcus Orione – Docente di Legge presso la USP

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Galo livre

Manutenção da prisão de suspeito de incendiar Borba Gato é inadmissível

No denominado Estado de Direito, a prisão é medida extrema e realizada, segundo as regras jurídicas, em especial após ampla defesa do acusado. Prisões cautelares, ou seja, aquelas que ocorrem para hipóteses legais específicas com o aprisionamento prematuro de qualquer cidadão, são juridicamente excepcionais. No entanto, a sua prática tem-se vulgarizado. E mais, isso se intensifica em hipóteses envolvendo jovens negros —o que é potencializado no caso de lideranças de movimentos sociais.

Recentemente, os decretos de prisão —temporária e preventiva— envolvendo o líder do movimento dos Entregadores Antifascistas, Paulo Lima, o Galo, suspeito de incendiar a estátua do Borba Gato, em São Paulo, são uma aula da anatomia dos aspectos excessivos de prisões contra lideranças de movimentos sociais. Deve-se atentar para o fato de como, enquanto contraponto a um ativismo social, estamos assistindo a um inconveniente crescimento de um “ativismo judicial” —proveniente de agentes públicos que não são eleitos, e que promovem a opção de abortar a liberdade daqueles que pretendem se mobilizar em torno de pautas de interesse social e popular. A despeito de ser completamente desnecessário para a imputação penal a Galo, extrai-se que o fato de ele ser uma liderança é uma preocupação das autoridades que determinaram a prisão.

Por outro lado, que a Justiça busque o nome de eventuais envolvidos em ação considerada contrária à legalidade é algo comum. O problema é utilizar a prisão como se fosse um instrumento de tortura para a obtenção de delações —é sabido que a delação premiada é uma faculdade com benefícios penais; no caso, teme-se pelo uso da prisão como condição necessária à sua obtenção. Isso remonta à triste memória de regimes ditatoriais. Eventual utilização de tal mecanismo em qualquer decisão envolvendo o fato seria inadmissível. Não se pode preservar investigação criminal a partir da obrigação do ato delatório.

Por fim, talvez o mais evidente risco às liberdades democráticas esteja em possíveis fundamentações referentes à preservação de suposto interesse público para a concessão da prisão preventiva baseadas na antecipação de atos futuros. Aqui estaríamos diante de situação que nos lembraria o filme “Minority Report”. Utilizando-se da condição de ativista, antecipa-se a eventual prática de crimes, o que transformaria Galo em um perigo para a sociedade por adiantamento. Como se, pelo fato de ter uma motivação política manifesta pela intenção de discutir a posição ocupada por certas personagens que maculam fortemente nosso processo histórico, isso o colocasse sempre em situação de promover novas investidas contra outros monumentos.

Enfim, em caso de tal hipótese, estaríamos diante de uma verdadeira condenação prematura, com base em cogitações de atos futuros, suportada na interpretação enviesada das convicções políticas do indiciado.

Prisões ilegais, com base fundamentalmente em motivações políticas, em qualquer momento histórico (mas principalmente neste em que há um recrudescimento de posturas autocráticas no país), nos levam a temer pela sorte não apenas de Galo, mas de qualquer pessoa, já que, de certo modo, somos movidos por motivações políticas que estão incrustadas em nossas personalidades e em nossas ações. Nessa linha de raciocínio, seríamos, então, inevitavelmente, potenciais criminosos?

Kenarik Boujikian – Desembargadora aposentada do Tribunal de Justiça de São Paulo

Michael Lowy – Diretor emérito de pesquisas do “Centre National de la Recherche Scientifique” (CNRS)

Ricardo Antunes – Professor de Sociologia da Unicamp

Ruy Braga – Professor do Departamento de Sociologia da USP

Marcus Orione – Professor da Faculdade de Direito da USP

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On the other hand, it is common for justice to seek the name of those involved in an action considered contrary to legality. The problem is to use the prison as if it were an instrument of torture to obtain denunciations, – it is known that the plea bargain is a means with criminal benefits; in this case, there is news of the arrest as a necessary condition for obtaining it. This goes back to the sad memory of the dictatorial period in Brazil. The possible use of such mechanisms in any decision involving the fact would


be inadmissible. It is not possible to preserve the criminal investigation from the obligation of denunciation.
Finally, and perhaps the most evident risk to democratic freedoms is in possible arguments, referring to the preservation of the supposed public interest for the granting of preventive detention, which are based on the prevention of future actions. Here we would be facing a situation that would remind us of the movie Minority Report. Using the condition of activist, the possible practice of crimes is anticipated, which would turn Galo into a danger to society in advance. How, due to the fact of having a political motivation manifested by the intention to discuss the position occupied by certain characters that strongly stain our historical process, this would always put him in a position to promote new attacks against other monuments.
Ultimately, in the case of such a hypothesis, we would be facing a real premature conviction, based on considerations of future acts, based on the biased interpretation of the defendant’s political convictions.
Illegal arrests, fundamentally based on political motivations, at any historical moment (but especially when there is a resurgence of autocratic postures in the country), lead us to fear for the fate not only of Galo, but of anyone, since, in a way, we are driven by political motivations that are embedded in our personalities and actions. In this line of reasoning, would we all then inevitably be considered potential criminals
?