Siccità, ondate di caldo e rivoluzione – Daniel Tanuro

Il Po

Pubblichiamo la nostra traduzione di un articolo di Daniel Tanuro ripreso dal sito web di Europe Solidaire Sans Frontières. I dati sull’andamento della crisi climatica sono incontrovertibili e l’autore reclama l’urgenza di misure “riformistiche” a livello internazionale, alcune delle quali sono richieste anche dai rapporti dell’ICPP. Tanuro specifica che quel rapporto “…è focalizzato sulle istituzioni che cerca di convincere, non sui movimenti sociali e le loro lotte. Tuttavia, è da questi movimenti sociali che tutto
dipende, non dai governi”, e fa un ulteriore passaggio sulla natura di classe della crisi climatica.

Insieme a proposte di misure di carattere più decisamente anticapitalistico, riappare in questo testo la categoria dell’eco-socialismo, ma stavolta ci sembra di cogliere una sottolineatura più pronunciata in direzione dell’antagonismo degli interessi di classe. Rispetto ad altri scritti la questione dell’eco-socialismo qui appare meglio definita come programma postrivoluzionario, ma ancora manca il salto, il passaggio tra le due fasi del processo di cambiamento che l’umanità deve attraversare: l’abbattimento del capitalismo.

In ogni caso quel che non dice, o non dice con la necessaria nettezza, Tanuro, lo diciamo noi a chiare lettere: senza la rottura rivoluzionaria non si potrà uscire dalla catastrofe ecologica in corso, e da nessun’altra delle presenti catastrofi sociali, a cominciare dalle guerre del capitale. (Red.)

Siccità, ondata di caldo e rivoluzione

Riscaldamento globale, estrema gravità della siccità in Europa, ondate di caldo, effetto a valanga (o reazioni a cascata) tra tutti questi fattori di crisi… Rischio di improvvisi cambiamenti nel sistema delle correnti oceaniche con conseguenze incalcolabili… Questo articolo affronta questioni: la spiegazione di questo incontestabile stato di cose, la sua possibile evoluzione e le politiche da attuare.

È inutile, nell’ambito di questo articolo, elencare fatti e cifre che dimostrino l’estrema gravità della siccità che ha colpito il continente europeo. Persino quanti sono scarsamente informati hanno visto le immagini spaventose del fiume Po (in Italia) prosciugarsi, la Loira (in Francia) ridotta a un rivolo d’acqua, il fiume Tamigi (in Inghilterra) prosciugato alla sorgente e per otto chilometri, il fiume Reno (Europa) così basso da non essere più navigabile … Questa situazione senza precedenti è il risultato di un grave deficit nelle precipitazioni, andato accumulandosi sin dalla fine dell’inverno, dopo diversi anni consecutivi di siccità. L’acqua è diventata scarsa e in alcune zone molto scarsa.

È inoltre inutile riportare dati relativi all’ondata di caldo. Dire che le temperature «sono più alte delle medie stagionali», come si dice in televisione, è riduttivo: le superano di molto. La soglia dei 40 °C è stata superata più volte in molte aree, comprese quelle con clima marittimo temperato, come la Gran Bretagna. L’ondata di caldo ovviamente aggrava la siccità. L’attuale combinazione dei due fenomeni è eccezionale in termini di estensione geografica, intensità e durata.

Qui di seguito verranno brevemente discussi tre punti: le spiegazioni e la loro causa, la possibile evoluzione e le politiche da attuare.

Spiegazioni e causalità

Cominciamo con le spiegazioni. Sarà utile fare riferimento a questo valido articolo di divulgazione sul sito RTBF-Info. Spiega in maniera semplice, con diagrammi illustrativi, il modo in cui la scissione della corrente a getto polare racchiuda un anticiclone (un’area di alta pressione) in una regione geografica, facendo sì che una massa di aria calda rimanga permanentemente bloccata al di sopra di essa.

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Segnaliamo il Dossier “Pfas, Basta!”, una piccola enciclopedia contro Solvay e Mitemi, e una lunga storia di mobilitazioni…

Riceviamo dal Movimento di lotta per la salute Maccacaro (attraverso la mailing list della Rete Ambientalista), e volentieri segnaliamo l’uscita dello Speciale Pfas.

A chi ne fa richiesta, è disponibile il Dossier “Pfas. Basta!”:  una piccola enciclopedia che in quasi 500 pagine racconta la storia in Italia delle lotte contro gli inquinatori Solvay e Miteni, dalle denunce degli scarichi in Bormida degli anni ’90 fino ai processi 2021-2022 ad Alessandria e Vicenza. Una lunga storia di mobilitazioni anche contro connivenze, complicità, corruzioni, ignavie di Comuni, Province, Regioni, Governi, Asl, Arpa, Sindacati, Magistratura e Giornali.

Ilham Kadri alle prese con lo scandalo Solvay

Il film documentario della televisione belga RTBF, al quale il Movimento di lotta per la salute Maccacaro ha dato  il suo piccolo contributo, sta facendo incazzare da cima a fondo la multinazionale Solvay, in primis la presidente Ilham Kadri. Se clicchi qui, puoi vederne alcuni stralci in anteprima. Prossimamente pubblicheremo l’intera pellicola con sottotitoli in italiano.

Sommerso da questo scandalo, la furiosa reazione del colosso chimico che fa capo a Bruxelles scaturisce dal fatto che il film, realizzato in sei mesi da una accurata tecnica investigativa, dimostra inequivocabilmente la condotta dolosa di Solvay senza soluzione di continuità nei decenni, come ho sostenuto dal 2009 tramite 15 esposti denuncia alla Magistratura di Alessandria per il disastro dello stabilimento di Spinetta Marengo.

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Come l’IPCC contraddice, per viltà, sé stesso

La prima bozza metteva in guardia rispetto agli “interessi costituiti”. Questo passaggio, che appare nella relazione, è venuto meno nella sintesi finale, vittima di quegli stessi interessi costituiti – gli interessi del capitale.

Ci sono due versioni dell’ultimo rapporto IPCC sul cambiamento climatico: la prima, una bozza trapelata nell’estate 2021, più radicale, basata sulla realtà dei fatti – che abbiamo a suo tempo presentato; la seconda, quella ufficiale, più edulcorata. E non è tutto: anche nella versione formale, le 2.900 pagine del rapporto hanno un tono molto diverso dalla sintesi ad uso e consumo di Policymarkers e managers, una sintesi negoziata (proprio così) con gli stessi responsabili e dirigenti governativi e del grande capitale. Premettendo alcune considerazioni, riprendiamo da Climate&Capitalism (che ha a sua volta attinto a CTXT – Contexto y Acción) un’analisi accurata, compiuta da alcuni scienziati, del lavoro di censura operato dagli interessi dominanti sul rapporto sintetico IPCC; potete leggerla in traduzione.

Quando la “scienza” è costretta a fare i conti con il modello sociale esistente, qualcosa della realtà inevitabilmente trapela: nel rapporto, ad esempio, si denunciano gli “interessi costituiti” che si oppongono ferocemente alle misure che si dovrebbero adottare per salvare il pianeta o – meglio – la vita così come la conosciamo. Senonché questa denuncia scompare nella sintesi negoziata proprio con gli stessi interessi costituiti che andrebbero attaccati, e che al di fuori delle formule ingessate delle pubblicazioni scientifiche, sono individuabili senza margini di incertezza con le lobby dei fossili, e più in generale con le grandi forze del capitalismo che spingono sull’acceleratore per continuare indisturbate ad accrescere indefinitamente la produzione di merci e servizi, e con essa la produzione di emissioni climalteranti. Non è un caso che nella seconda versione del rapporto Ipcc, quella ufficiale, sparisca la necessità di chiudere entro un decennio le centrali a carbone e a gas, venga cancellata la responsabilità del 10% più ricco della popolazione nel super-inquinare, scompaia il settore dell’allevamento industriale dal novero dei grandi produttori di gas serra, e non si faccia più alcun cenno alla scarsa reperibilità delle materie prime necessarie all’impossibile svolta verde del capitalismo globale.

Paradossalmente l’IPCC ha azionato il freno a mano sulla sua analisi proprio mentre è massima la velocità del cambiamento climatico e della crisi alimentare, a cui si aggiungono le aggravanti della guerra e di un riarmo generalizzato nel mondo, tra tutte le più micidiali forze distruttive dell’ecosistema. Le temperature canadesi con i relativi incendi dell’estate scorsa, la siccità diffusa nel mondo, il crollo del ghiacciaio della Marmolada, le masse di emigranti che premono a Ceuta o al confine tra Messico e Stati Uniti, o sulla sponda sud del Mediterraneo, disposti a morire a migliaia pur di superare un confine e scappare alle devastazioni sociali conseguenza anche del cambiamento climatico, dimostrano che siamo già dentro una catastrofe ecologica e che incombono disastri ancora più gravi di quelli sotto i nostri occhi. Solo un anticipo della barbarie che sarà se non si abbattono alla radice senza rimandi, negoziazioni e illusioni di riforme, gli “interessi costituiti” di cui l’IPCC ultima versione “alla vasellina” ha deciso di non parlare più: il modo di produzione capitalistico, e i potentati che lo comandano.

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Come gli interessi costituiti hanno riscritto l’ultimo rapporto dell’IPCC

Di Juan Bordera, Antonio Turiel (Spanish National Research Council), Fernando Valladares (Spanish National Research Council), Marta García Pallarés, Javier de la Casa (Ecological and Forestry Applications Center), Fernando Prieto (Sustainability Observatory), Ferran Puig Vilar (Engineer and Climate expert). Pubblicato originariamente in CTXT – Contexto y Acción, traduzione pubblicata da MR Online.

Il documento della vergogna. Questo rapporto è una litania di promesse sul clima infrante. Senza una riduzione rapida e profonda delle emissioni di gas serra in tutti i settori, sarà impossibile evitare il disastro climatico verso cui ci stiamo andando alla massima velocità. Gli attivisti per il clima sono talvolta descritti come pericolosi radicali, ma i radicali veramente pericolosi sono i paesi che stanno aumentando la produzione di combustibili fossili. Queste dichiarazioni – che potrebbero appartenere ad un qualsiasi portavoce di un movimento sociale – sono solo alcune delle frasi più forti che il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha proclamato a seguito dell’ufficializzazione dell’ultima parte del report sul clima più importante a livello mondiale, quello del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico [Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC)].

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Calore e siccità stanno cuocendo il mondo a morte. Ringraziate il cambiamento climatico, di E. Ottemberg

Panamint Valley, Death Valley National Park. Photo: Jeffrey St. Clair.

Riprendiamo da “Counterpunch” un articolo di E. Ottemberg dell’8 giugno scorso dedicato ai fenomeni climatici estremi che stanno colpendo gli Stati Uniti e molte altre zone del mondo, con un impatto devastante sui paesi più poveri. Il testo della Ottemberg è interessante per le informazioni che dà. E coraggioso per la denuncia che fa, da cittadina statunitense, dei poteri costituiti del “suo” Paese, senza perdersi in distinzioni fatue tra repubblicani e democratici, benché sia un dato di fatto che alcuni repubblicani (tra cui la deputata M. Taylor Greene) si segnalino per l’attacco frontale alla stessa idea di una catastrofe ecologica e climatica in atto. Tuttavia, come per altre valenti polemiste (prima tra tutte la Naomi Klein), mentre è leggibile nelle loro analisi e denunce, almeno in filigrana, un orientamento anti-capitalistico, al tempo stesso – e contraddittoriamente – il suo e loro discorso appare inficiato dall’ingenua speranza riposta in politici diversi dai Biden e Trump, che potrebbero fare questo e quello, esser meno “folli” e “suicidi”, distruggendo in questo modo con una mano quello che fanno con l’altra. Questa contraddizione è propria, finora, anche di tutte le formazioni e i movimenti ecologisti – ma non è una buona ragione per ascriverli una volta e per tutte all’impotente riformismo. Abbiamo fiducia nella forza dell’oggettività sempre più drammatica che ci viene incontro, e alla capacità di convincere della critica rivoluzionaria.

Il pianeta brucia e gli incendiari sono al comando, per riprendere una battuta dell’ambientalista Naomi Klein. Alcuni dei più devoti incendiari siedono alla Corte suprema degli Stati Uniti. Una prova? La recente soppressione, da parte della corte di Koch, dell’Agenzia per la protezione ambientale creata da Nixon.

Il canarino nella miniera di carbone è morto. Morto stremato per il calore. Con lui se ne sono andati molti esseri umani, rimasti senza difese di fronte al collasso climatico: in India questa primavera, nel sud-ovest, nel Midwest e nel sud degli Stati Uniti in tarda primavera, nello Xinjiang, in Cina, in primavera e in gran parte dell’Africa in questo momento. Ciò è avvenuto prima ancora che il calore estivo iniziasse davvero ad arroventare l’aria. L’estate scorsa il nord-ovest americano ha cotto a 116 gradi Fahrenheit [46,6 Celsius] per giorni, e in luoghi come la città di Lytton, nella Columbia Britannica, il mercurio ha raggiunto i 122 gradi [50 C], prima che la città si incendiasse spontaneamente e fosse rasa al suolo. Questa tostatura, che un tempo si verificava una volta in un millennio, ora, a causa del cambiamento climatico indotto dall’uomo, avviene ogni anno in vaste aree del pianeta. Le estati in questi giorni a Reno, in Nevada, sono in media di 10,9 gradi più calde rispetto al 1970, mentre in paesi come l’Iraq certe giornate raggiungono temperature di 120 gradi [48,8 C]]. E la maggior parte degli iracheni non ha l’aria condizionata.

Quindi è stato un po’ difficile dispiacersi per gli europei disperati per le temperature comprese tra 104 e 109 gradi [40-42,7 C], a metà giugno. È un lusso, rispetto a ciò che i senzatetto in India e nel grande Medio Oriente sono costretti a sopportare. Perché molti europei hanno l’aria condizionata. Una fortuna che non tocca a coloro che dormono, e spesso tirano le cuoia, sul cemento bollente delle autostrade del subcontinente.

Eppure anche il riscaldamento europeo ha battuto il suo record, come sembra fare ogni nuova ondata di caldo in questa fase iniziale del collasso climatico. La Catalogna, in Spagna, ha raggiunto i 109 gradi [42,7], una delle temperature più calde di sempre, mentre le temperature di 104 gradi in Francia sono state, secondo il Washington Post del 2 giugno, “le più alte temperature del paese nella storia”.

Caldo estremo significa siccità, e siccità significa niente cibo. Così in molte zone del mondo si osserva la carestia espandersi sui terreni agricoli ormai desertificati. In Kenya, Somalia ed Etiopia, le persone stanno morendo di fame. Si calcola che le vittime siano 23 milioni di persone, secondo Oxfam – cifre che mettono in pessima luce i paesi del G7 riunitisi il 28 giugno, per aver fatto troppo poco per questo disastro, “per aver lasciato milioni di persone morire di fame e cuocere il pianeta”. In tutto il mondo “323 milioni di persone sono a rischio di denutrizione e si prevede che 950 milioni (quasi un miliardo!) soffriranno la fame nel 2022”, ha tuonato Oxfam contro gli Stati Uniti e i suoi sodali europei.

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Guerra e ambiente: un nuovo appello ai Friday for Future e a tutti i veri ambientalisti

il movimento ambientalista organizzato sembra essersi dissolto: è nell’imbarazzo perché non può di nuovo proporre i soliti fallaci percorsi “istituzionali”.

Sono passati quasi 80 anni e ancora vengono allo scoperto bombe, proiettili, armi del Secondo Conflitto Mondiale. Guerre di ogni dimensione territoriale e di ogni intensità si susseguono, e sappiamo come ognuna di esse porta al massimo livello tutte le contraddizioni politiche e sociali, falcia intere generazioni di giovani, avvelena la terra e i suoi elementi naturali per decenni e decenni, non risparmia nulla alle generazioni che l’hanno vissuta e a quelle che vengono dopo di esse. Non si può restare in silenzio su questo aspetto del disastro ambientale, e invece l’ambientalismo nostrano sembra essere all’improvviso scomparso.

In una precedente lettera aperta avevamo chiesto espressamente che la manifestazione del 30 ottobre dell’anno scorso non restasse fine a se stessa, non fosse un misto di passerelle e folklore, un’altra occasione sprecata. Oggi vi rinnoviamo l’appello ad unire la vostra protesta alle lotte dei proletari e degli strati sociali più colpiti dalla crisi politica ed economica del capitalismo perché è sempre più evidente che è lì la radice, l’origine, la causa principale dell’aggressione alla natura ed al lavoro vivo.

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