Un piccolo Dossier sul disastro ecologico in corso

Il capitalismo disprezza la terra e gli esseri umani

Mai come in questo momento la retorica della “rivoluzione verde” rischia di sommergerci. E come accade con le menzogne ripetute all’infinito, lascia la sua impronta nella massa della popolazione, spinta a credere nel miracolo decantato dai santoni del capitale: un’uscita dalla crisi e dalla pandemia che coincida con l’uscita dalla catastrofe ecologica in corso da tempo. Se ne è fatto banditore negli ultimi giorni anche il gelido Draghi. E il suo eloquio robotico sembra dare a questa frottola globale la veste di una verità scientifica indiscutibile.

Su questa tematica stiamo preparando un lavoro di ampio respiro, ma ci siamo sentiti sollecitati a proporre da subito ai nostri lettori un piccolo Dossier con alcuni utili materiali di analisi e di orientamento, che in queste settimane ci sono stati inviati, o ci sono stati segnalati, da compagni che collaborano con noi. Nostra è solo la nota sui metalli rari.

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1. L’eco-comunismo – un progetto rivoluzionario per farla finita con la barbarie capitalista – Luc Thibault

Rendiamo pubblico con piacere, in lingua italiana, questo pregevole scritto già disponibile in francese e in spagnolo sul sito Pasado y Presente del marxismo rivoluzionario (vedi sotto i link), che fornisce una molteplicità di elementi per inquadrare in termini marxisti l’attuale catastrofe ecologica, e la lotta contro di essa per uscirne vivi (“la società capitalista è invivibile, il comunismo è una necessità”).

Esso sottolinea, tra l’altro, il fatto che l’originario pensiero marxista fu attraversato da una sensibilità ecologica all’avanguardia per i tempi, e documenta come anche nell’attività di Lenin e dei bolscevichi durante la rivoluzione in Russia, pur tra proibitive difficoltà e drammi, ci fu spazio per preoccupazioni e progetti ecologici, mentre con l’avvento dello stalinismo si verificò l’abbandono di questa genuina attitudine del movimento proletario comunista.

Il testo di Thibault analizza, affronta o sfiora così tante e complesse questioni che si potrebbe discutere criticamente, con buone ragioni, questo o quel passaggio, e perfino la formula “eco-comunismo”. Per quanto ci riguarda, la parte su cui ragionare più a fondo è quella finale, che schizza in modo ambizioso “una strategia rivoluzionaria e internazionalista” di lotta su questo terreno, perché in essa ci paiono sovrapposte rivendicazioni immediate da portare avanti nelle attuali proteste ecologiste e compiti e obiettivi che attengono alla transizione rivoluzionaria al socialismo. Ma per intanto lo proponiamo all’attenzione di chi frequenta il blog come un valido contributo ad un dibattito che in Italia è stato tradizionalmente, ed è (con pochissime eccezioni), molto carente.

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2. Il devastante costo ecologico e umano dei metalli rari, indispensabili per la cosiddetta “rivoluzione verde”

Sia gli Stati Uniti che l’UE hanno dichiarato “strategici” per le proprie economie, ed in particolare per la realizzazione della cd. “green revolution”, i “metalli rari” – il che significa che considerano strategiche, cioè loro legittimo bersaglio, tutte le aree del mondo ricche di questi minerali, a cominciare dalla Cina e una serie di paesi africani, asiatici e sud-americani. Il libro di Pitron che qui sotto abbiamo recensito dà un’idea piuttosto approssimativa, ma sufficiente, della devastazione ambientale e umana che la ricerca e l’estrazione di questi minerali determina. Anche ammesso che l’auto elettrica possa essere un po’ meno inquinante dell’auto a benzina, a gpl o a metano, la sua produzione ha effetti drammatici nei paesi del Sud del mondo. Un’uscita capitalistica dall’inquinamento ambientale prodotto dal capitale, da qualsiasi lato la si guardi, è del tutto impossibile. L’ecologismo o è anti-capitalistico (in senso rivoluzionario), o non è: bisogna risalire dalla lotta contro gli effetti della catastrofe ambientale in corso (di cui l’attuale pandemia è solo una delle conseguenze) alla lotta contro le sue cause.

Il libro di G. Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (Luiss, 2019) fornisce un’ampia documentazione sullo sventramento dei territori che si sta attuando in Cina e in molte altre aree del Sud del mondo per la ricerca frenetica dei metalli rari e delle terre rare – gli ingredienti essenziali al cosiddetto “Green New Deal”. Tale sventramento ha molto a che vedere con quell’attacco ai “substrati micro-biologici della vita sulla terra” alla base, tra l’altro, dell’attuale epidemia Covid-19, di cui parlano i redattori di Chuang in Contagio sociale (per approfondire riguardo al nesso tra devastazione ambientale da un lato, sia a livello macro che nella dimensione micro-biologica, e dall’altro lato diffusione di agenti virali e in genere insorgere di nuove malattie, rinviamo anche a Alle origini del Covid-19: Agrindustria ed epidemie, Intervista a R. Wallace, e all’articolo di taglio prettamente scientifico di Laura Scillitani, Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…,comparso sul portale Scienza in rete).

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Il libro ha due facce. Una ideologico-politica, l’altra analitica. La prima mostra un feroce sentimento anti-cinese, e ci interessa meno anche se dà utili notizie. L’altra, particolarmente interessante, mette in luce gli enormi costi umani ed ecologici della transizione energetica appena avviata che va sotto il nome di “green revolution” o “capitalismo verde”.

L’Occidente è sotto un embargo permanente da parte della Cina – è questa la tesi del Pitron (P.) sciovinista, motivata dal fatto che la Cina ha oggi il quasi-monopolio (p. 27) dei metalli rari e delle “terre rare” che sono indispensabili per il passaggio a un’economia de-carbonizzata. Il passaggio che oggi viene presentato come la via della salvezza dalla catastrofe ecologica sempre più incombente (quanto questa economia sarebbe green, amichevole verso la natura, lo vediamo dopo). Riferendo le stime dello statunitense Mineral Commodity Summaries, P. sostiene che Pechino produce il 44% dell’indio consumato nel mondo, il 55% del vanadio, quasi il 65% della fluorite e della grafite naturale, il 71% del germanio e il 77% dell’antimonio. Secondo uno studio dell’UE, poi, la Cina produce il 61% del silicio, l’84% del tungsteno, il 95% delle “terre rare” (sia pesanti che leggere), per cui “è il paese più influente nel rifornimento mondiale in materie prime essenziali” (pp. 79-80). Ulteriori percentuali sostengono questa affermazione per l’antimonio (87%), la barite (44%), il bismuto (82%), la fluorite (64%), la fosforite (44%), il fosforo (58%), il gallio (73%), l’indio (57%), il magnesio (87%), lo scandio (66%).

metalli rari sono sostanze rocciose “dotati di proprietà favolose”, “agglomerati di atomi superpotenti” che si trovano in natura in piccolissime quantità (a differenza dei metalli usati finora in modo prevalente: ferro, oro, argento, rame, piombo, alluminio, etc.): per produrre un solo chilo di vanadio servono otto tonnellate e mezzo di roccia, ne servono cinquanta per un chilo di gallio, fino a duecento per un chilo di lutezio… Questi metalli sono essenziali in particolare per la produzione delle energie “rinnovabili”, e sono di fondamentale importanza per la microelettronica, le nanotecnologie, i cellulari, i computer, l’industria aerospaziale, le telecomunicazioni, il nucleare, etc.

Le “terre rare” sono un insieme, un gruppo, di 17 elementi chimici con caratteristiche particolari: scandio, ittrio, lantanio, cerio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, europio, gadolinio, terbio, disprosio, olmio, erbio, tulio, itterbio e lutezio. Elementi  che è molto difficile trovare in concentrazioni utili (per questo definiti rari), difficili da trattare perché contengono quasi sempre materiali radioattivi come l’uranio e il torio. Sono di vitale importanza sia per le tecnologie di ultima generazione (laser, reattori nucleari, memorie per computer, motori ibridi, reti ottiche, batterie ricaricabili, telefoni cellulari, magneti permanenti, motori ibridi, marnitte catalitiche, luci fluorescenti, raffinazione del petrolio, radiografie, ecc.) sia per la produzione bellica (i missili “intelligenti”, in particolare). Lo sono, inoltre, per alcune leghe metalliche di speciale pregio.

Da qui l’allarme sinofobo: “la Cina sta creando una filiera interamente sovrana e integrata, che ingloba tanto le miniere nauseabonde di poveri minatori [cercatori di metalli rari e terre rare – n.] che le fabbriche ultramoderne popolate da ingegneri ultralaureati” (p. 101). Poiché “chi controlla i minerali, controlla l’industria”, e chi controlla l’industria è anche avvantaggiato sul fronte della guerra, la Cina sta accumulando un potere debordante sull’Occidente, in particolare per l’Europa, che è poverissima di metalli rari e terre rare (o ha cessato di cercarli). E, se questo non bastasse, il suo “nazionalismo minerario” sta ispirando un nugolo di altri “stati minerari nel mondo”, per prima l’Indonesia (ricca di stagno), ma anche altri paesi come la Bolivia di Morales (ricca di litio, fondamentale per le batterie), il Laos, “e anche l’Africa inizia a prenderci gusto” (!!!), e se anche i “negri” ci prendono gusto, allora è finita. Si aggiunga che “la Corea del Nord possiederebbe alcune delle più grandi riserve di terre rare al mondo”, e – data la logica politica di P. – risulta ovvia la sua conclusione: la Cina va fermata in tempo, prima che sia troppo tardi. Prima che il suo “magistero sul ventunesimo secolo” diventi inattaccabile.

Va fermata come? Riprendendo a ritmi serratissimi la ricerca dei metalli rari e delle terre rare che l’Occidente ha sospeso da decenni per delocalizzarne “la produzione e l’inquinamento a essa associato in paesi poveri pronti a sacrificare il loro ambiente per arricchirsi”. E vai con la lagna che la Francia era davanti con la Rhône-Poulenc, ma si è fregata da sola per colpa di quelli che a La Rochelle gridavano, organizzati in comitati, “Rhône-Poulenc è una centrale atomica” o “Scoppierà” (p. 67). In questo modo la Francia ha perso la sua “sovranità mineraria”. Stesso “suicidio” avrebbero compiuto gli Stati Uniti seguendo nel 1991 un suggerimento di Summers, a quel tempo capo-economista della Banca mondiale, che proponeva ai paesi occidentali di esportare le proprie industrie inquinanti nei paesi poveri, in particolare “nei paesi sotto-popolati dell’Africa, che sono fortemente sotto-inquinati” (p. 69). Dopo aver sparso qualche lacrimuccia qua e là sui poveri minatori del Sud del mondo, P. viene al “delitto” che più gli brucia: “abbiamo consegnato a dei potenziali rivali un prezioso monopolio” (p. 77). Il suo rimedio, per sfuggire al castigo, è riprendere il prima possibile la ricerca dei metalli rari anche in territorio occidentale, in Francia in particolare (che la Francia “si impegni sul serio nella battaglia delle miniere” – p. 143), per quel ritorno alla “sovranità” che è l’ossessione di tutti quei fanatici sciovinisti che vorrebbero far girare all’indietro la ruota della storia.

Se questo libro fosse tutto qui, non varrebbe più di tanto la pena di occuparcene. Ed invece contiene una parte analitica che è per noi, e per chiunque si riconosca in una prospettiva coerentemente anti-capitalista, della massima importanza in quanto ci consente – insieme a una montagna di altri studi, beninteso – di spiegare perché è impossibile un capitalismo verde e perché il Green New Deal di cui si preconizza l’avvento più rapido possibile non è che un’altra forma di brutale saccheggio capitalistico della natura e di sfruttamento intensivo del lavoro.

Vediamo quali dati P. fornisce per supportare questa conclusione.

  1. Per estrarre il principio attivo dei metalli rari e delle terre rare è necessario “uno sfruttamento più intensivo della crosta terrestre” con “un impatto ambientale ancora più forte di quello causato dall’estrazione del petrolio” (p. 27). Nei prossimi 15 anni sarà necessario raddoppiare la produzione di questi metalli con conseguenze negative per l’ambiente incalcolabili (Forse è una boutade, ma P. afferma che, di questo passo, nel periodo di transizione dal “vecchio modello” energetico carbone/petrolio al “nuovo modello” delle rinnovabili, ovvero nei prossimi 30 anni, “sarà necessario estrarre più minerali di quanti l’umanità ne abbia estratti negli ultimi settantamila” (p. 27)).
  2. La corsa scatenata ai metalli rari e alle terre rare produrrà l’ulteriore potenziamento dell’industria mineraria che è già oggi la seconda industria più inquinante al mondo. E lo farà in modo esponenziale perché in particolare le terre rare contengono di norma elementi radioattivi come il torio e l’uranio (p. 65). Perciò è scontato che la loro tumultuosa estrazione, già in corso, moltiplicherà le scorie radioattive di grande potenza disseminate nel mondo – un attivista ambientale malese, Tan Ka Kheng, denuncia che la Mitsubishi ha prodotto in una sola miniera nel nord della Malesia una incredibile montagna di rifiuti radioattivi stivati in sacchi di plastica e bidoni arrugginiti che inquineranno l’area per milioni di anni (p. 169).
  3. È prevedibile che questa corsa scatenata porterà in un tempo piuttosto rapido ad una penuria di metalli rari e terre rare, che potrebbe peraltro sovrapporsi a quella delle vecchie fonti energetiche, con la conseguenza di impiegare quantità crescenti di energia per dissotterrarli e raffinarli. Già oggi per queste operazioni è richiesta un’immensa quantità di acqua e di solventi chimici, oltre che una massiccia de-forestazione – agghiaccianti le descrizioni delle catastrofi ecologiche già prodotte in Cina, Mongolia, Kazakhstan, Bolivia nelle aree di estrazione di questi metalli. Una estrazione dai costi umani altissimi, sia per i minatori, sia per gli abitanti delle aree minerarie (dove si registrano tassi di cancro altissimi), sia per i paesi dove la ricerca mineraria è concentrata, ed infine per l’intero ecosistema. Scrive nella prefazione S. Liberti: “L’estrazione delle terre rare non è innocua né minimamente pulita: richiede fatica e sudore, veicola malattie, distrugge l’ambiente. Le condizioni di lavoro sono proibitive, gli standard ambientali bassissimi, i costi sanitari elevati” (p. 16).
  4. Non è affatto garantito che il passaggio dalle auto a benzina a quelle elettriche produca una riduzione dell’impatto ambientale. È possibile, anzi, ipotizzare anche il contrario. Innanzitutto perché la fabbricazione di un’auto elettrica richiede un consumo di energia molto superiore a quello richiesto dalla fabbricazione di un’auto tradizionale – da tre a quattro volte superiore (p. 46). Ciò si deve in primo luogo alla produzione delle batterie, che essendo costituite all’80% di nichel e poi di cobalto, alluminio, litio, rame, etc., sono pesanti, pesantissime: nel caso della Tesla/S sono il 25% del peso complessivo dell’auto, e pesano la metà del peso di una Clio. Certo, allo stato le macchine elettriche producono una quantità di carbonio che è circa la metà di quella delle auto tradizionali, ma per potenziare l’autonomia delle auto elettriche sarà necessario costruire batterie più potenti di quelle attuali e quindi generatrici di maggiori emissioni. Tutto considerato, perciò, si può prevedere che il risparmio nella emissione di carbonio si ridurrà fino a circa i ¾ delle emissioni attuali medie di un’auto tradizionale. E si ridurrebbe ancora se si prendesse in considerazione il tempo di logoramento delle batterie, di solito piuttosto limitato. Ma non è finita qui perché bisogna mettere in conto l’energia e le materie prime necessarie per costruire le reti e le centraline elettriche indispensabili per questi nuovi veicoli e i costi ecologici della “elettronica e degli oggetti di cui questi veicoli sono pieni” (p . 47). La conclusione, nostra e non di P., è che si tratta di una grande truffa – però molto lucrosa per chi ci investe, se è vero che proprio oggi l’a.d. di Intesa-San Paolo, Messina, ha dichiarato che la sua banca è pronta ad investire 50 miliardi su questa transizione, e – più in grande – la nuova Commissione dell’UE della van der Leyen ha messo questo impegno al primo posto, e così pure la Germania, perfino anticipando i suoi piani di investimento in questa direzione.
  5. C’è poi da considerare l’enorme costo dello smaltimento dei rifiuti dell’elettrico e dell’elettronico. Il recupero/riciclaggio dei metalli rari è cosa difficilissima e molto dispensiosa perché si tratta di slegarli dalle altre materie prime (ad esempio ferro o rame) a cui sono stati legati. Per questo, al momento, sebbene la produzione di auto elettriche non sia più all’anno zero, nessun capitalista ha ritenuto profittevole occuparsi di questo. Sicché si può prevedere che andranno a formarsi altre decine di migliaia di gigantesche montagne di rifiuti dotati di radioattività – con quali grandi benefici per i territori interessati e la loro aria è facile immaginare.
  6. P. dà per scontato che la transizione energetica in corso si accompagnerà ad un ulteriore sviluppo di quella digitale, e qui ridicolizza la insopportabile fuffa di tutti i (falsi) profeti del digitale come immateriale parlando opportunamente della “materialità dell’invisibile”. E ricorda che la produzione di una sola email equivale all’utilizzo di una lampadina a basso consumo di forte potenza per un’ora, e che una sola banca dati consuma ogni giorno la stessa quantità di elettricità di una città di 30.000 abitanti. Per cui “la sedicente marcia felice verso l’era della dematerializzazione non è altro che un grande inganno, poiché in realtà genera un impatto fisico sempre più considerevole. Per questo Leviatano digitale avremo bisogno di centrali a carbone, a petrolio, a gas e nucleari, di campi eolici, di fattorie solari e di reti intelligenti, tutte infrastrutture per cui ci serviranno metalli rari” (p. 51).
  7. In sostanza, come nota il Pitron “ecologista”, le fonti di energia “rinnovabili” (raggi del sole, forza del vento o delle maree, energia idraulica, biomasse, etc.) e tutta “la transizione energetica e digitale” in corso sono basate sullo sfruttamento di materie prime non rinnovabili e su attività estrattive, produttive e di manutenzione che generano grandi quantità di “gas a effetto serra” (p. 57). Per cui non è da escludere, anzi, che ci siamo infilati (siamo stati infilati) nell’“assurdo” di una “trasformazione ecologica che potrebbe avvelenarci tutti con i metalli pesanti prima ancora di averla portata a termine” (p. 159). Né è da escludere che, rimpiazzando la dipendenza dal petrolio con quella dai metalli rari, ci comportiamo “come un tossicomane che per interrompere la propria dipendenza da cocaina cade in quella da eroina” – invece di risolvere il problema, lo spostiamo. Non è da escludere che il fervore “con cui dominiamo i pericoli ambientali presenti potrebbe condurci di fronte a gravi crisi ecologiche” (p. 51). E queste crisi, è evidente, hanno molto a che vedere con la produzione di nuove malattie. Viene irresistibilmente alla mente la frase del Manifesto sulla specifica maniera tipica del capitalismo di risolvere le proprie crisi mediante la “preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi” atti a prevenirle.

Si prospettano, quindi, non solo ulteriori crisi ecologiche, bensì ulteriori guerre per i mari e per lo spazio, dal momento che il P.  sciovinista accenna (con malcelato entusiasmo) alla corsa francese alla esplorazione degli oceani, in particolare nel Pacifico delle isole polinesiane di Wallis e Futuna, all’“economia blu” che “racchiude un favoloso potenziale di arricchimento” (p. 152), e all’esplorazione dello spazio, sul quale nel 2015 Obama ha “tolto il lucchetto” con l’US Commercial Space Launch Competitiveness Act scatenando nella corsa all’accaparramento delle rocce celesti parecchie società della Silicon Valley autodenominatesi “cercatori d’oro spaziali” (p. 154). In questo modo, nota P. ridiventato “ecologista”, ha preso corpo “la più grande impresa di appropriazione degli elementi terrestri mai conosciuta prima” (p. 155), ed una “stretta sulla biodiversità” ancora più ferrea. Ed anche in questo caso tornano fuori (involontariamente) le categorie marxiane di appropriazione/espropriazione.

Insomma, non c’è nessuna possibilità di una auto-riforma ecologica del capitale e del capitalismo. Carbone, petrolio, metalli rari, terre rare sono per il capitale altrettante fonti di profitto, e niente altro. Cambiano le fonti di energia e le tecnologie, non le leggi di funzionamento del capitalismo. Solo una (la) rivoluzione può salvarci, questa formula felice della Naomi Klein è stata poi da lei stessa affogata nell’accreditamento del Green New Deal. Ma il tema è quello.

3. Il mondo digitale non è sostenibile – Alessio Giacometti

Questo testo di un giovane sociologo (di orientamento ideologico-politico differente dal nostro), mostrare in modo sintetico ed efficace che “il mondo digitale non è sostenibile”. E che la rivoluzione digitale – contrariamente alla “verità” spacciata h24 – “è sempre meno ecologica“, a cominciare dal processo di produzione che le sta a monte (“per fabbricare un computer si utilizzano 1,7 tonnellate di materiali, compresi 240 chili di combustibili fossili”), passando per il carattere paurosamente energivoro degli 8 milioni di data center del mondo, fino ad arrivare alle montagne di montagne di rifiuti che la metodica capitalistica della obsolescenza programmata produce, senza curarsi poi di come vadano smaltite. Il suo utile compendio si chiude, però, in coda di pesce immaginando, in modo ingenuo, che si possa “emancipare” le merci digitali “dalle esigenze capitalistiche dell’accumulazione” attraverso delle semplici innovazioni tecniche. Allo stesso modo “una pianificazione economica e tecnologica internazionale che tenga finalmente conto della necessità di preservare quanto più possibile materia ed energia” non è qualcosa che possa diventare realtà facendo appello, come egli fa, al “coraggio politico” di ipotetici, audaci democratizzatori capaci di riformare il capitalismo; equivale ad ipotizzare la distruzione del sistema sociale capitalistico per avviare la complicata, e non breve, transizione al comunismo che dovrà fare i conti con il lascito tecnologico capitalistico, le sue irrinunciabili invenzioni e le sue mostruosità. Se egli, o altri, vorranno portare fino in fondo la loro critica al bluff della sostenibilità del digitale capitalistico, dovranno confrontarsi con questa necessità, e dotarsi del corrispondente “coraggio politico”.

Tra emissioni, consumi, rifiuti e impronta ambientale, la rivoluzione informatica è sempre meno ecologica

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La foto è del 1994: un giovane e intrepido Bill Gates si cala con fune e imbragatura in un bosco di abeti. Nella mano sinistra tiene bene in vista un iridescente CD-ROM, la destra è poggiata su una pila di fogli di carta che pareggia in altezza il fusto degli alberi. Il messaggio del ragazzo che vuole portare un calcolatore elettronico su ogni scrivania d’America e del mondo non chiede spiegazioni: guardate quanta informazione ci sta in un disco compatto di memoria, quanta carta ci farà risparmiare l’archiviazione digitale dei dati informatici. Basta già poca immaginazione per intravedere un futuro sfavillante in cui l’informazione, ormai quasi del tutto smaterializzata, viaggerà dal centro pulsante di un microchip fino allo schermo luminoso di un computer che potremo tenere in tasca. Alleggeriremo così la nostra impronta sull’ambiente, muoveremo i dati e non le cose, ci faremo efficienti e sostenibili. È la promessa spregiudicata di una rivoluzione digitale ed ecologica assieme.

A distanza di quasi trent’anni da quello scatto divenuto nel frattempo celebre, il savio e visionario Gates ama ancora farsi passare per guru della sostenibilità digitale, eppure la sua profezia pare essersi realizzata soltanto per metà. La rivoluzione digitale si è in effetti compiuta, almeno in larga parte, mentre la crisi climatica è sempre lì che incombe, anzi: sempre più. Ridimensionato l’ottimismo acritico della prima ondata per l’innovazione digitale – già messo in discussione, su basi economiche e politiche, da autori come Evgeny Morozov – le cosiddette ICT (information and communications technologies) hanno alla fine deluso le aspettative più rosee di riduzione dell’impatto ambientale.

La moneta digitale non è altro che l’energia impiegata per produrla, e più ne viene estratta più calcoli (ed energia) sono necessari per generarne di ulteriore.

Negli anni, le tecnologie informatiche e digitali sono diventate, anzi, per certi versi, parte del problema. Qualche dato: per fabbricare un computer si utilizzano 1,7 tonnellate di materiali, compresi 240 chili di combustibili fossili. Internet da sola succhia il 10% dell’elettricità mondiale e rispetto a dieci anni fa inquina sei volte di più, con un monte emissioni che eguaglia oggi quello dell’intero traffico aereo internazionale. Due ricerche su Google rilasciano anidride carbonica al pari di una teiera d’acqua portata a ebollizione, Netflix consuma da sé l’energia di 40mila abitazioni statunitensi. Mezz’ora di streaming emette quanto dieci chilometri percorsi in automobile (secondo altre fonti, non più di un chilometro e mezzo ), mentre un solo ciclo di training linguistico di un algoritmo arriva invece a inquinare come cinque automobili termiche lungo il loro intero ciclo di vita. Complessivamente, i consumi energetici dell’intelligenza artificiale raddoppiano ogni 3,4 mesi, e per risolvere in pochi secondi il cubo di Rubik a un algoritmo serve l’elettricità prodotta in un’ora da tre centrali nucleari.

Ci sono poi i videogiochi: complici la pandemia di coronavirus e le conseguenti restrizioni, il 2020 è stato un anno da record per l’industria videoludica, che nei soli Stati Uniti assorbe il 2,4% dell’elettricità domestica, più di quanto facciano congelatori e lavatrici, generando tante emissioni quante quelle di 55 milioni di automobili a motore termico. Per ridurre consumi ed emissioni Sony e Microsoft hanno introdotto una modalità di utilizzo a risparmio energetico nella loro ultima generazione di console, rispettivamente, e tuttavia la sensazione è che l’intero settore stia rapidamente avanzando verso il più energivoro cloud gaming multipiattaforma.

C’è, infine e soprattutto, il problema della moneta digitale: allo stato attuale, l’impronta di carbonio di una singola transazione in Bitcoin equivale a quella di 680 operazioni Visa e di 51 ore di binge watching su YouTube. Paradossalmente, estrarre un dollaro di Bitcoin richiede quattro volte più energia che fabbricarne uno in rame e tre volte uno in oro, con proporzioni solo un po’ migliori per altre criptovalute come Ethereum, Litecoin e Monero. Al netto di definizioni troppo contorte e cervellotiche per i non addetti ai lavori, la moneta digitale non è altro che l’energia impiegata per produrla, e più ne viene estratta più calcoli (ed energia) sono necessari per generarne di ulteriore, motivo per cui i siti di produzione tendono a fare marginalità recuperando il gas di torcia dall’attività di fracking del petrolio, oppure localizzandosi lì dove l’elettricità viene ricavata dal carbone e perciò venduta a prezzi competitivi – come accade in Cina, dove le emissioni del settore superano ormai quelle di intere nazioni come Repubblica Ceca e Qatar. I computer usati nel mining della criptovaluta si surriscaldano così tanto che per raffreddarli si ricorre a sistemi di ventilazione simili a quelli impiegati negli allevamenti intensivi di polli in batteria.

Mining è una delle rare metafore del lessico digitale che rimandano esplicitamente all’industria estrattiva, un po’ come quando si dice che i dati sono il nuovo petrolio. La maggior parte delle analogie – softwarecloudsmartphone, chip… – evoca un immaginario eufemistico di efficienza, leggerezza e intangibilità che contribuisce a oscurare l’impatto reale delle ICT. È stata soprattutto la miniaturizzazione dei processori a cambiare il modo in cui facciamo esperienza delle tecnologie digitali e della loro impronta ambientale. “Ingannati dalle dimensioni minuscole dei nostri apparecchi”, osserva Christina Gratorp in un articolo ripreso da Internazionale, “non ci fermiamo a riflettere sulla gigantesca industria che c’è dietro, sulle enormi quantità di risorse materiali che consumano quando li usiamo e sulle condizioni di lavoro di chi fornisce all’industria quelle risorse”.

Colossus ed Eniac, tra i primi calcolatori della storia, pesavano rispettivamente 5 e 27 tonnellate. Oggi una persona su cinque tiene in mano uno smartphone che per capacità di elaborazione supera il computer con cui la NASA è riuscita a mandare il primo essere umano sulla Luna. Si deve all’introduzione del silicio nei circuiti integrati lo sviluppo stupefacente dei microprocessori, cominciato nel 1971 con il lancio di Intel 4004. Da allora la potenza di calcolo è effettivamente raddoppiata ogni diciotto mesi mantenendo inalterate le dimensioni dei microchip, ma quello che la Legge di Moore non racconta è che la materialità delle tecnologie digitali non è affatto scomparsa: è stata soltanto rimossa da sotto i nostri occhi.

Tutt’altro che nell’etere: per fare acquisti online o muovere messaggi in chat serve carburante, e se le fonti rinnovabili sono insufficienti occorre ricavare l’elettricità da gas e carbone.

Tutt’altro che nell’etere, internet scorre come petrolio negli oleodotti attraverso 1,2 milioni di chilometri di cavi che si snodano sui fondali oceanici. Per fare acquisti online o muovere messaggi in chat serve carburante, e se le fonti rinnovabili sono insufficienti occorre ricavare l’elettricità da gas e carbone. Memorizzare dati informatici necessita di capienti archivi materiali: non esiste alcuna “nuvola”, il cloud è soltanto un imponente computer che lavora a tutto spiano in un torrido e congestionato data center. Così Gratorp: “per sua stessa natura il software consuma il mondo fisico, perché i bit non esistono senza gli atomi. Anche se imparassimo a codificare meglio, a fare test più rigorosi e a riciclare di più, sarebbe fisicamente impossibile non consumare materia ed energia”. Che doccia fredda: le tecnologie digitali sono essenziali per ridurre le emissioni e frenare il riscaldamento globale, ma quello della loro presunta immaterialità e sostenibilità è solamente un mito, tanto diffuso quanto fuorviante.

Nuvole che grondano petrolio

Misurare l’impronta ecologica dell’industria informatica e digitale è un’impresa laboriosa e scoraggiante: tolto il Cleaning Click Report di Greenpeace sono pochissimi altri i tentativi degni di nota, e tuttavia le Big Tech della Silicon Valley non mancano mai di dare sfoggio delle proprie ridotte emissioni. Di recente Google, Microsoft e Apple si sono promesse carbon neutral entro il 2030, Amazon entro il 2040. Qualche anno in più per installare pannelli fotovoltaici a sufficienza e le “sorelle” FAAMA (Facebook, Apple, Amazon, Microsoft e Alphabet) assicurano di farsi carbon negative: produrranno più energia pulita di quella che consumano e riassorbiranno le proprie emissioni storiche con tecnologie di stoccaggio dell’anidride carbonica. In futuro mail e chat verranno alimentate interamente con energia solare, i cloud saranno ottimizzati e decarbonizzati, il green computing diventerà una consuetudine per una nuova generazione di programmatori. Le opache e discutibili compensazioni ambientali faranno il resto assieme ai massicci fondi di investimento per la sostenibilità, oggetto di una corsa filantrocapitalistica a chi elargisce la cifra più alta. Peccato che in gioco ci sia il solito, irrisolto problema di sempre, ossia quello degli “effetti rimbalzo”: la domanda di servizi cresce più rapidamente del risparmio di energia che si riesce a ottenere efficientando le tecnologie.

Per farsi un’idea di quanto emettano i data center nei quali vengono archiviati i dati informatici è stato introdotto anni fa un indicatore, il power-usage effectiveness (PUE), che tuttavia misura l’efficienza dei server, non la loro impronta di carbonio. Sono variabili ben distinte: per assurdo, il supercalcolatore più efficiente del pianeta potrebbe essere alimentato con elettricità ricavata interamente dalla combustione del carbone – la fonte energetica più inquinante – come di fatto avviene in molti data center. Ce ne sono circa otto milioni in giro per il mondo, quelli di scala industriale sono poche centinaia. Facebook detiene i propri server, Netflix si appoggia invece a quelli di Amazon che nel settore del cloud computing controlla la fetta di mercato più grossa assieme a Microsoft e Google. Dal 2010 la capacità di calcolo complessiva dei data center è cresciuta del 550% mentre i consumi di elettricità soltanto del 6%. L’impressione degli esperti è però che l’efficientamento dei server abbia ormai raggiunto il limite.

Per evitare la fusione dell’hardware surriscaldato dall’elaborazione dei dati si tenta oggi di incorporare nelle componenti elettroniche degli impianti miniaturizzati di raffreddamento a liquido. Altrove si sperimentano soluzioni ancor più avveniristiche, come quella di far funzionare i chip con fotoni al posto dei normali elettroni, oppure quella di immagazzinare i dati informatici nel DNA batterico. Facebook ha per ora risolto la faccenda del cooling delocalizzando parte delle proprie server farm nella gelida penisola scandinava, mentre Microsoft ha da poco ripescato gli 864 server del progetto sperimentale Natick, che punta a sfruttare le basse temperature degli abissi marini per raffreddare i processori. Se il calore prodotto dai calcolatori non viene smaltito in qualche modo c’è infatti il rischio che le “nuvole” di dati vadano in fiamme: vedere per credere il recente incendio ad uno dei data center di Strasburgo del colosso informatico OVHcloud.

Nei prossimi anni serviranno nuovi data center e tantissima energia per alimentare, archiviare e mantenere in vita i dati su cui si regge l’intera infrastruttura digitale. Da dove la prenderemo?

Il fatto è che prima di quanto immaginiamo prenderanno piede tecnologie come il 5G, il quantum computing, l’intelligenza artificiale, la blockchain, le criptovalute, le stampanti 3D, l’internet delle cose, le auto a guida autonoma… Serviranno nuovi data center e tanta, tantissima energia per alimentare tutto questo, archiviare e mantenere in vita i dati su cui si regge l’intera infrastruttura digitale. Da dove la prenderemo? I giganti dell’industria informatica sono già i principali client di elettricità al mondo, ma al momento non sembrano porsi seriamente il problema. Resta oltretutto aperta la questione dell’effettiva utilità dei dati memorizzati nei server – pare che solo il 6% sia veramente in uso – e dell’impiego ambiguo dei supercalcolatori, che troppo spesso vengono messi al servizio delle aziende petrolifere ed estrattive.

Uno di questi computer ad alte prestazioni si trova in Italia, nella campagna pavese, e più precisamente al Green Data Center di Eni: è in questo centro di elaborazione dei big data che a inizio 2020 è entrato in funzione HPC-5, ancora nella top ten dei supercomputer più potenti ed energeticamente efficienti del pianeta. I suoi 70 petaflop di potenza – una capacità di calcolo da 52 milioni di miliardi di operazioni al secondo – lavorano in parte in progetti di ricerca sulle fonti rinnovabili, e in parte nella rilevazione di nuovi giacimenti di gas e petrolio. Nel 2015 è stato proprio uno dei primi HPC del gruppo Eni a scovare il più grande giacimento di gas naturale del Mediterraneo, dimezzando così i tempi medi di localizzazione dei nuovi siti di estrazione. Anche Amazon, Google e Microsoft cedono i propri servizi di punta ai giganti dell’industria fossile, motivo per cui Greenpeace parla apertamente di partnership che devastano il pianeta, di cloud che grondano petrolio. Era forse questa la promessa di sostenibilità della rivoluzione informatica e digitale? Usiamo enormi quantità di energia per mettere in funzione i supercalcolatori, archiviare i dati e potenziare l’intelligenza artificiale, per poi mancare l’applicazione delle tecnologie digitali più sofisticate a questioni di pubblica utilità e urgenza come il riscaldamento globale.

Strozzati dai rifiuti elettronici

In aperta contraddizione con la percezione di sostenibilità e immaterialità delle tecnologie digitali si pone anche il tema dei rifiuti elettronici, derivanti soprattutto dalla dismissione di smartphone, computer, periferiche e altre consumer elettronics. Secondo il Global E-waste Monitor delle Nazioni Unite, nel 2019 sono stati prodotti 53,6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, oltre 7 chili per ogni abitante del pianeta – una cifra che cresce a un ritmo tre volte superiore a quello della popolazione mondiale. Dove vanno a finire tanti apparecchi di scarto, di frequente gettati via ancora funzionanti e ben prima di aver concluso il ciclo di vita potenziale? Sempre nel 2019 solo il 17% dell’e-waste è entrato in circuiti legali di riciclo, del resto si è perso traccia in discariche abusive in Africa e nel Sud-est asiatico. Qui, per accelerare il recupero dei metalli rari, le componenti plastiche dei rifiuti elettronici sono solitamente bruciate in roghi altamente inquinanti che disperdono nell’ambiente sostanze nocive come diossine, piombo, mercurio, cadmio.

Oggi le tecnomasse tossiche e obsolete vengono esportate nel Sud del mondo perché il riciclo sarebbe un processo altrimenti complesso e oneroso.

Le tecnomasse tossiche e obsolete vengono esportate nel Sud del mondo perché il riciclo sarebbe un processo altrimenti complesso e oneroso. Un singolo smartphone contiene 40 diversi elementi metallici, alcuni dei quali pregiati e riutilizzabili come stagno, tungsteno, tantalio e oro, ma disassemblare i circuiti elettronici è un’operazione inefficiente se comparata all’estrazione deregolamentata delle materie prime “vergini”. Anche smaltire le batterie è difficile e inquinante, e ad oggi esistono soltanto due tecniche note: la pirometallurgia, che le fonde a temperature altissime, e l’idrometallurgia, che le discioglie in acidi iper-corrosivi. Proprio le batterie mostrano come sia tipico dell’industria digitale e informatica sviluppare tecnologie senza prestare alcuna attenzione al loro impatto ambientale, sacrificando la sostenibilità sull’altare della performance, dell’esperienza di consumo e della competitività sul mercato. La retorica dell’innovazione è tutta concentrata sulle prestazioni delle ICT, mai sulla loro capacità di essere riparate, riciclate, riutilizzate, rigenerate o – perché no – compostate.

All’obsolescenza tecnologica pianificata ci siamo ormai assuefatti, ne abbiamo tutti esperienza: i computer portatili che registrano la prima rottura fuori garanzia entro i primi tre o quattro anni di attività, la scocca di plastica degli ebook incollata in modo da rendere complicato aprirli e sostituirne la batteria, aziende che saldano le componenti interne dei propri device per avversarne la riparazione. Insomma, prodotti che si guastano secondo programma e che vengono deliberatamente progettati per non essere aggiustati, anche perché le case madri non forniscono in genere alcuna istruzione in merito e le comunità di riparatori indipendenti sono costrette ad organizzarsi dal basso, spesso e volentieri osteggiate dai marchi produttori. Il piccolo riparatore di smartphone Henrik Huesby, ad esempio, è stato citato a giudizio dalla Apple, una società da mille miliardi di dollari di capitalizzazione e 200 milioni di dispositivi venduti nel 2019, per aver riparato iPhone con schermi considerati contraffatti. Apple, dal canto suo, è stata multata per aver introdotto aggiornamenti che rallentavano il funzionamento dei vecchi modelli di iPhone, una pratica che gli analisti hanno ribattezzato throttling, “strozzamento”. È la nuova frontiera dell’obsolescenza indotta: non più un guasto precoce dei device a causa di difetti occulti, ma un sottile e pianificato disallineamento tra hardware e software che li rende di fatto inutilizzabili.

Mentre l’Unione Europea spinge per l’introduzione del diritto alla riparazione e per l’estensione della normativa sull’eco-design dagli elettrodomestici a smartphone, tablet e laptop, Apple ha dato negli ultimi anni un bel colpo di spugna alla propria immagine aziendale varando un vasto programma di iniziative “green”. Ha iniziato a riciclare (in parte) i dispositivi dismessi e per quelli di nuova fabbricazione utilizza (in parte) materiali di recupero. Ha installato pannelli solari nei propri centri e indirizzato i fornitori a ridurre le emissioni. I futuri modelli di iPhone saranno venduti senza adattatore per la ricarica e cuffie auricolari di modo da ridurre gli scarti elettronici – ma a quanto pare anche per abbattere il prezzo finale fatto lievitare dalle tecnologie di supporto al 5G.

All’obsolescenza tecnologica pianificata ci siamo ormai assuefatti: prodotti che si guastano secondo programma e che vengono deliberatamente progettati per non essere aggiustati.

Al tempo stesso, però, Apple resiste alle pressioni dell’Unione Europea per l’adozione del connettore USB-C come standard internazionale di ricarica e con la rimozione del jack audio ha inaugurato l’obsolescenza delle cuffie auricolari con cavo in favore del nuovo business dei sistemi wireless, ben più impattanti per via delle batterie incorporate. Parafrasando la nota burrasca di Schumpeter, si potrebbe parlare di innovazioni che fanno “creazione distruttrice”, col danno all’ambiente mascherato ad arte da beneficio. Tutto questo greenwashing di Apple e delle altre Big Tech ha l’effetto di sviare l’attenzione dal punto centrale della questione: perché l’industria elettronica e digitale non si è mai fatta carico dei rifiuti che produce e dei problemi ambientali che causano i suoi prodotti? In un’economia realmente sostenibile e circolare, ciò che inquina o non può essere riciclato, riparato e riutilizzato, dovrebbe essere riprogettato, altrimenti limitato nelle vendite e in ultima analisi bandito dal mercato.

Il mondo a portata di clic

Come ha scritto Samanth Subramanian in un articolo del Guardian (tradotto in Italia da Internazionale), anche il commercio digitale ha aggravato sensibilmente il nostro impatto sull’ambiente. Trasforma l’acquisto in un clic ed è come avere il mondo a domicilio, ti cambia radicalmente la percezione della realtà: “il grande inganno delle vendite al dettaglio online è stato spingerci a comprare sempre di più e a pensare sempre di meno, soprattutto a come arrivano gli acquisti a casa nostra”. Per resistere all’ultimo miglio critico, sballottati nei furgoni di consegna, i prodotti acquistati di comodo negli scaffali digitali richiedono un packaging decisamente più robusto: “aggiungere un millimetro di spessore al cartone per renderlo più resistente, se moltiplicato per centinaia di miliardi di scatole, può consumare un’intera foresta”. Spesso, scartando il pacco recapitato da Amazon, si ha l’amara sensazione di aver comprato più spazzatura che prodotto. Così, anziché smaterializzata, la forma merce esce dai mercati virtuali appesantita da un sovrappiù di esternalità ambientali sotto forma di imballaggio.

Pure la logistica del commercio elettronico si rivela estremamente inefficiente dal punto di vista ambientale. I centri di smistamento consumano molto suolo e spesso fanno land grabbing, i furgoni semivuoti dei corrieri ingorgano le strade e inquinano l’aria, i servizi digitali di vendita non sono altro che la variante esasperata e iper-consumistica del commercio analogico. Con internet possiamo consumare ad ogni ora del giorno e della notte, senza più nemmeno doverci alzare dalla sedia. “L’idea di un pacco che compare miracolosamente davanti alla porta di casa è molto affascinante”, commenta Subramanian. “Ci siamo abituati così in fretta ad accettarla da non capire veramente cosa comporta”. È indubbio che il commercio digitale ci regali un grande risparmio di tempo, ma come lo impieghiamo? Certo non impegnandoci a ridurre le nostre emissioni individuali, più probabilmente scrollando il feed di Facebook o le stories su Instagram. Internet ci libera il tempo, e poi ce lo sottrae.

Persino la logistica del commercio elettronico si sta rivelando estremamente inefficiente dal punto di vista ambientale.

Nel suo ultimo libro, I bisogni artificiali. Come uscire dal consumismo (ombre corte, 2021), il sociologo dell’ambiente Razmig Keucheyan fa notare che sì, “Amazon sarà anche un gigante del digitale, ma le merci che distribuisce sono proprio questo: delle merci, dotate di una materialità concreta”. A conti fatti la digitalizzazione degli scambi non ha affatto ridotto la circolazione degli oggetti materiali, anzi. Online si finisce per comprare più di quel che serve, si cede alla gratificazione immediata che azzera il tempo intercorso tra desiderio e acquisto, non si immagina minimamente quanta anidride carbonica possa accumulare la roba che mettiamo nel carrello virtuale. I prodotti acquistati con un clic nei mercati digitali viaggiano lungo le stesse rotte che le merci percorrono ormai da secoli, a bordo di navi portacontainer che solcano gli oceani bruciando oli combustibili pesanti. È servito che uno di questi cargo si mettesse di traverso nel canale di Suez per accorgersi dell’assoluta insostenibilità del traffico mercantile globalizzato, che le tecnologie digitali mica hanno diminuito, ma al contrario fomentato.

Contro l’alienazione generata dall’obsolescenza dei prodotti digitali e dal commercio compulsivo online Keucheyan propone di estendere l’anticapitalismo agli oggetti. “Il nostro problema oggi”, scrive, “è scongiurare la continua rivoluzione delle cose, interrompere la corsa precipitosa che sostituisce incessantemente l’ultimo gadget con uno nuovo, anch’esso subito colpito da obsolescenza e gettato come i suoi predecessori nei rifiuti della storia materiale”. Per rallentare l’oblio e l’incessante rinnovamento delle merci digitali serve emanciparle dalle esigenze capitalistiche dell’accumulazione, progettando beni che siano fin da principio più robusti, smontabili, modulari (ogni componente “deve essere utilizzabile e sostituibile separatamente”), interoperabili (“componenti e software devono essere tecnologicamente compatibili con quelli di altri marchi”) ed evolutivi (“incorporano nella loro progettazione le future evoluzioni tecnologiche”).

Emancipati sono quindi quei beni per i quali l’equilibrio di potere tra valore d’uso e valore di scambio torna a volgersi a favore del primo, come nel caso del Fairphone, lo smartphone pensato dagli sviluppatori con l’intento di minimizzarne l’impatto ambientale e massimizzarne il ciclo di vita. Per scardinare la dialettica tra il vecchio e il nuovo che fa da fondamento all’economia digitale servirebbe poi allungare la garanzia a copertura dei suoi prodotti, assecondando un desiderio di durabilità che è di per sé naturale nel consumatore medio. “La garanzia non sembra granché”, suggerisce Keuchayan, “ma è una potente leva per la trasformazione economica e, di conseguenza, politica”. E aggiunge: “il passaggio a dieci anni [di garanzia] ci porterebbe in un altro mondo, la forma merce ne verrebbe sconvolta”.

La via della sostenibilità, secondo Razmig Keucheyan, passa per la pianificazione degli sviluppi tecnologici, il ritorno al valore d’uso delle cose, e la gestione etica del fine vita degli oggetti.

L’efficientamento tecnologico delle ICT farà indubbiamente il suo corso, i device impiegheranno sempre meno energia per unità di calcolo e continueranno perciò a moltiplicarsi, ma in ogni caso la tecnica non basterà a fermare da sola se stessa. Per interrompere la crescita insostenibile delle tecnologie digitali c’è bisogno di misure politiche – come appunto l’estensione della garanzia legale – ambiziose e niente affatto scontate, eppure tutt’altro che implausibili. Il 60% delle banche nazionali, ad esempio, sta prendendo in considerazione l’ingresso nel mercato delle criptovalute e il 14% sta già facendo dei test per riportare questa diramazione della tecnofinanza sotto il controllo dello stato: cosa che, al netto dei rischi di un’eccessiva centralizzazione, avrebbe almeno l’effetto di arginare la proliferazione speculativa dei miners privati e offrirebbe maggiori garanzie sul taglio obbligato delle emissioni per l’intero settore.

Simile negli intenti all’ipotesi di nazionalizzare la moneta digitale era la provocazione, lanciata qualche anno da Morozov, di “socializzare” i data center. Server, supercalcolatori e big data sono infatti strumenti troppo potenti e importanti per rimanere in mano agli oligopoli digitali e servire al saggio di profitto del capitalismo data-centrico. Occorrerebbe trovare il coraggio politico di democratizzarli, metterli al servizio di una pianificazione economica e tecnologica internazionale che tenga finalmente conto della necessità di preservare quanto più possibile materia ed energia. Pianificazione degli sviluppi tecnologici, ritorno al valore d’uso delle cose, socializzazione dei mezzi di produzione digitali e gestione etica del fine vita degli oggetti. Secondo Keucheyan è questo quello che serve per far sì che alla rivoluzione digitale segua davvero anche quella ambientale. Un passaggio che nel mondo dell’industria informatica e dell’economia digitale in cerca di una difficile sostenibilità appare, a molti, ormai inevitabile.


Alessio Giacometti è nato a Padova nel 1992 e ha una laurea in Sociologia. Suoi testi sono stati pubblicati su Il Tascabile, la newsletter MEDUSA, Le Macchine Volanti, Singola e altre riviste.

4. L’obiettivo “zero emissioni” è una pericolosa trappola – J. Dyke, R. Watson, W. Knorr

Questo intervento, che riprendiamo dal sito http://www.alencontre.org, è opera di tre studiosi che smontano la assordante retorica delle “emissioni zero“, mostrando come sia servita pressoché esclusivamente a spacciare come rimedi al progressivo degrado ambientale delle soluzioni tecnologiche “miracolose” – alcune delle quali hanno addirittura contribuito, o contribuirebbero, a devastare ulteriormente la biodiversità, e quindi ad aggravare i mali che pretendono di curare. Veri e propri diversivi, che sono serviti ad “attenuare il sentimento che l’immediata riduzione delle emissioni è una necessità urgente”, e a far sì che la corsa al disastro continui. Alcune delle trovate tecniche falsamente risolutive sono da loro bollate per essere folli e criminali, come l’idea della bio-ingegneria di sparare nella stratosfera milioni di tonnellate di acido solforico per tenere lontana dalla terra una quota dell’energia solare. Amara la loro constatazione circa la codardìa degli scienziati che, pur consapevoli dei mortali rischi a cui si va incontro, non scendo in battaglia sul serio contro le “politiche climatiche” degli stati.

Crise climatique. «Le zéro émission nette» est un piège dangereux

23 avril 2021 Alencontre* La UneEcologie

Par James Dyke, Robert Watson et Wolfgang Knorr

Parfois, la réalisation arrive dans un flash aveuglant. Les contours flous se dessinent et soudain tout prend un sens. Sous de telles révélations se cache généralement un processus beaucoup plus lent. Les doutes au fond de l’esprit grandissent. Le sentiment de confusion lié à l’impossibilité de faire coïncider les éléments entre eux augmente jusqu’à ce qu’un déclic se produise. Ou peut-être un simple clic.

Les trois auteurs de cet article ont dû passer plus de 80 ans, collectivement, à réfléchir au changement climatique. Pourquoi avons-nous mis si longtemps à dénoncer les dangers évidents du concept de «zéro émission nette»? Pour notre défense, le principe du «zéro net» est d’une simplicité trompeuse – et nous admettons qu’il nous a trompés.

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