L’ecologia di Marx (alla luce della Mega-2) – Alain Bihr (prima parte)

Il libro di K. Saito, La nature contre le capital. L’écologie de Marx dans sa critique inachevée du capital (La natura contro il capitale. L’ecologia di Marx nella sua critica incompiuta del capitale), appena uscito per le edizioni Syllepse e Page Deux (in traduzione dall’originale in lingua tedesca delle Edizioni Campus Verlag, 2016), è un libro importante. Perché consente di fare piena luce su quello che fino ad una ventina d’anni fa era considerato un ossimoro: appunto l’ecologia di Marx. Non si contano, infatti, le critiche rivolte al Moro per avere assorbito dal pensiero borghese un vero e proprio “feticismo delle forze produttive” e del loro sviluppo, per aver dato prova di un “prometeismo antropocentrico” contenente uno sguardo strumentale e un’attitudine dominatrice nei confronti della natura. Accuse che non sono del tutto prive di fondamento se riferite a singoli aspetti o momenti dell’indagine di Marx, ma risultano alla fine contraddette e smentite in modo decisivo dal filo rosso che Saito (dopo Burkett, Foster ed altri) ricostruisce con grande rigore, a partire dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 per arrivare all’enorme massa dei “cahiers de lecture de Marx consacrés aux sciences de la nature” (biologia, chimica, botanica, geologia, mineralogia, etc.) redatti in buona parte negli ultimi dieci-quindici anni della sua vita e resi finalmente pubblici grazie alla nuova edizione delle opere complete di Marx ed Engels in corso (la cd. MEGA-2). Ne viene fuori la dimostrazione che la critica ecologica di Marx, progressivamente affinata sulla base dei contributi di Liebig, Fraas e di altri studiosi della natura, in quanto comporta l’analisi delle correlazioni tra le forme economico-sociali e il mondo materiale concreto, è parte integrante della sua critica dell’economia politica e del modo di produzione capitalistico. E che tale critica mette capo alla convinzione che la natura nel suo insieme, come mondo fisico-materiale, oppone resistenza al capitale, alla immodificabile pretesa del capitale di accumulare indefinitamente profitti saccheggiando al tempo stesso il lavoro vivo e la natura non umana. Dunque, non solo il capitale contro la natura, ma anche la natura contro il capitale – da qui il titolo del libro. Ne stavamo apprestando una recensione, quando sul sito di Alencontre è comparsa questa recensione ragionata di Alain Bihr, che volentieri abbiamo tradotto e ripreso: L’écologie de Marx à la lumière de la MEGA 2 (I). Inutile sottolineare le implicazioni di questo lavoro per la situazione odierna.

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Da una trentina d’anni si moltiplicano gli studi volti a valutare la portata dell’opera di Marx (oltre a quella di Engels, ad essa strettamente legata) alla luce del tema e delle problematiche ecologiche. Pungolati dalla crescente consapevolezza della portata della catastrofe ecologica in cui siamo immersi e dell’urgenza che c’è di affrontarla, tali studi hanno cercato di determinare se e in che misura il lavoro di Marx possa far luce sugli annessi e i connessi di questo disastro e aiutare a formulare risposte appropriate per progettare l’uscita da esso.

Due tendenze sono emerse rapidamente a questo riguardo. Per alcuni, non solo l’opera di Marx non avrebbe nulla da insegnarci su questo terreno, ma qualsiasi pensiero che sia seriamente interessato a prendere di petto questa tematica e problematica dovrebbe starne alla larga per evitare di esserne deviato, tanto l’opera di Marx sarebbe rimasta, in definitiva, prigioniera di un prometeismo teso ad esaltare in maniera irriflessiva la crescita delle forze produttive, in quanto una delle condizioni sine qua non del socialismo. Il pensiero di Marx avrebbe così aperto la strada alla cecità che il movimento socialista (sia nella sua versione socialdemocratica sia in quella declinata dal cosiddetto “socialismo reale”) ha mostrato nei confronti della dinamica generatrice del disastro ecologico in corso, avendo quindi una specifica quota di responsabilità in quest’ultimo [1]. Per altri, invece, l’opera di Marx, correttamente valutata o rivalutata, non solo testimonierebbe una sicura sensibilità ecologica, ma farebbe emergere prospettive originali sia per quanto riguarda la comprensione teorica delle radici della catastrofe ecologica, sia per la formulazione di proposte politiche per cercare di affrontarle [2].

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L’ultimo rapporto dell’IPCC sui cambiamenti climatici, di Luc Thibault e Pasquale Cordua

Siberia: bruciano oltre 1.5 milioni di ettari di boschi

Un incremento di 1,5°C! E’ questo il livello del riscaldamento globale che sarà raggiunto nel 2030, cioè dieci anni prima di quanto già previsto dalle precedenti analisi climatologiche. L’ultimo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC)1 è stato pubblicato il 9 agosto del 2021 e non lascia dubbi su una serie di variabili analizzate riguardanti i cambiamenti del clima della Terra.

Molti di questi cambiamenti sono senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto – come il continuo aumento del livello del mare – sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni.

Le conclusioni cui è giunto il Rapporto Climate Change 2021 hanno fatto notizia sulla stampa e sui social aprendo la strada a numerose dichiarazioni e reazioni, ma per noi è essenziale capire le lezioni che esso offre e le critiche che possiamo mettere in campo contro le decisioni ed i provvedimenti che i vari governi attueranno dando per sicuro che nessun paese del mondo si piegherà a “riforme” strutturali e radicali per riparare i danni che il modo di produzione capitalistico, e non una generica attività umana, hanno provocato al pianeta.

Sebbene l’IPCC dia abitualmente giudizi prudenti, i suoi rapporti restano comunque un importante contributo di conoscenze, di dati e di previsioni e non mancano alcune indicazioni di possibili misure da adottare per “frenare” gli effetti del cambiamento climatico.

Qual è, dunque, lo stato delle conoscenze e come si prevede che evolverà il clima globale nei prossimi periodi? Quali misure dovrebbero essere prese per limitare il riscaldamento globale ad un livello “sostenibile”?

Il primo volume del Rapporto è stato pubblicato e recepito dai paesi membri dell’IPCC, ma è possibile che questi ne chiedano revisioni e/o ulteriori specificazioni. E’ diviso in varie sottosezioni ed è il risultato degli ultimi sette anni di ricerca sul tema. Una sezione particolarmente importante è la prima: Summary for policymakers e viene subito da chiedersi come faranno i policymakers ad imporre (ammesso che lo vogliano e che ne siano indipendenti!) all’“economia”, al capitale, i provvedimenti del caso.

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