Putin versus NATO: verità e menzogne

Il discorso di Putin di ieri mattina getta nuova luce sugli eventi? No, niente che già non si sapesse. Segna, questo sì, con il varo della “mobilitazione parziale” di 300.000 riservisti, un ulteriore incrudimento della guerra tra NATO e Russia in Ucraina (già scontato da tempo per la decisione degli Usa e delle potenze occidentali di dare un sostegno illimitato in armi e addestramento a Kiev), e rappresenta il tentativo di reagire ad alcuni rovesci militari. Ma si muove comunque lungo un tracciato politico e propagandistico noto.

Anzitutto i suoi richiami alla patria e agli eventi dell’89 mostrano senza dubbi che i suoi riferimenti non sono la Rivoluzione di Ottobre ma il capitalismo, variamente definito, dell’Urss postleninista.

L’attacco dell’Occidente è spiegato a partire dal paese di Stalin, di Chruscev, di Breznev; è quella la Russia che Putin vuole restaurare e, semmai, quella precedente alla Rivoluzione di Ottobre. Le critiche a Lenin e alla sua politica non sono mancate e non appartengono certo al passato, ma si rinnovano regolarmente nei fatti. A nulla serve il richiamo alla denazificazione dell’Ucraina: se è vero che i riferimenti di Zelensky sono Bandera ed i suoi successori; se è vero, come è vero, che Svoboda, Sektor e Bilec’kyj, il comandante del Battaglione Azov, si sono distinti in ferocia nella battaglia di Mariupol del ’14 e per l’esibizione della loro simbologia nazista; se sono vere le loro successive efferate imprese ai danni della popolazione del Donbass; se tutto questo è vero, non si può certo dire che Putin si sia circondato di bolscevichi dediti agli interessi del proletariato. La Legione Imperiale, col suo progetto di Nuova Russia, addestra militanti stranieri di estrema destra più o meno come il Gruppo Wagner, altra formazione di aperta vocazione nazifascista. Anche le “amicizie” nazionali ed internazionali di Putin si distinguono per le loro dichiarate idee ed iniziative apertamente reazionarie. Due per tutte: il Patriarca Kirill e il premier ungherese Orban le cui rispettive idee ed imprese di governo non lasciano dubbi.

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8 agosto 1956. La strage operaia di Marcinelle: nessuna amnesia su questo crimine!, di Vito Totire

Il testo che segue, di Vito Totire, portavoce pro tempore della “Rete Nazionale Lavoro Sicuro”, è purtroppo di bruciante attualità.

La strage di Marcinelle non fu infatti un tragico evento, destinato a non ripetersi, ma un passaggio fra i tanti – certo fra i più gravi – in cui lo sfruttamento capitalistico ha falciato le vite dei proletari, l’anello di una catena di omicidi sul lavoro di cui il capitale internazionale continua a macchiarsi impunemente.

In Italia, i morti per “incidenti sul lavoro” sono oltre tre al giorno, ma il conteggio riguarda solo i lavoratori assunti con regolare contratto. Restano esclusi i lavoratori in nero, in larga misura immigrati, che sfuggono alle statistiche ufficiali. Quando muoiono, per l’assenza delle più elementari misure di sicurezza, questi lavoratori vengono spesso fatti sparire, magari abbandonati lungo una strada, a suggerire la “casualità” della loro morte. Sono i fantasmi di un esercito proletario che alimenta la fame di plusvalore del capitale grande e piccolo, e che pagano un tributo di sangue crescente allo sfruttamento capitalistico.

Come in ogni altra occasione del genere, il ricordo della strage di Marcinelle ha dato la stura alla solita rivoltante ipocrisia istituzionale, con le più alte cariche dello Stato – a cominciare da Mattarella – pronte a stracciarsi le vesti e affermare che “la mancanza di sicurezza sul lavoro non è accettabile”. Su Marcinelle la retorica ha un tasso di mistificazione ancora più insopportabile. Una strage capitalistica di proletari (256 morti, di 11 diverse nazionalità, 136 italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 ungheresi, 3 algerini, 2 francesi, 2 sovietici, 1 britannico, un olandese – l’ultimo corpo fu ritrovato alla fine del dicembre 1957) si trasforma, nelle rievocazioni ufficiali, in una “strage di italiani” (come opportunamente denuncia il testo che pubblichiamo) e i lavoratori morti divengono eroi del “lavoro italiano all’estero”, che avrebbero contribuito, udite, udite!, alla costruzione della stessa Unione Europea. E chi dovrebbe raccogliere questa eredità? Politici borghesi e capitalisti che trattano gli immigrati in Italia come limoni da spremere e gettare via, che li fanno morire a decine di migliaia nel Mediterraneo, nel Sahara, lungo le rotte balcaniche, che li assoggettano ad un “diritto” differenziale fondato sul più schifoso razzismo di Stato (vi dicono niente le leggi Turco-Napolitano, i decreti di Minniti e quelli di Salvini?), che hanno “esternalizzato” le frontiere europee e organizzato i lager per gli immigrati come in Libia, ecc.

E che dire delle istituzioni democratiche che fanno mostra di essere in lutto per la strage di Viareggio (il treno di GPL esploso nella stazione), ma poi confermano il licenziamento del ferroviere Antonini, consulente di parte per le famiglie delle vittime, licenziamento voluto dal maggior responsabile di quella strage, l’AD di Trenitalia Moretti?

La lotta contro gli omicidi sul lavoro e contro le morti di lavoro non è materia giuridica o tecnica: la soluzione non va cercata, afferma giustamente Vito Totire, “nella robotica, nella sensoristica, nell’intelligenza artificiale”. Solo la lotta di classe e l’organizzazione dei proletari può arginare la strage dei lavoratori cui assistiamo ogni giorno. E tener vivo il ricordo di eventi come Marcinelle fa parte integrante di questa lotta. Nel frattempo, ai rappresentanti della borghesia diciamo: giù le mani dai morti di Marcinelle! (Red.)

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Marcinelle 8 agosto 2022. nessuna amnesia! Per la strage operaia del 1956. Che la giornata diventi “la giornata internazionale del lavoratore immigrato”

Non è possibile dimenticare la strage operaia del 1956, e non solo per un dovere storico ed etico ma anche per la attualità dei giorni nostri; nonostante “impegni” politici, promesse elettorali e lacrime di circostanza ai funerali delle vittime, la strage di lavoratori continua anche se in maniera strisciante e non con le dimensioni (in un solo giorno) di quella di Marcinelle.

I decisori politici fanno finta di non capire che la soluzione non va cercata nella robotica, nella sensoristica, nella intelligenza artificiale; il problema è superare tutte le forme di lavoro schiavistico che negli ultimi decenni si sono estese a macchia d’olio (dall’agricoltura, alla edilizia, alla logistica, ai trasporti , ai servizi, ecc.); occorre risalire la china del dislivello di potere che si è instaurato tra capitale e lavoro impedendo ai lavoratori di monitorare i rischi senza delegare ai tecnici del padrone ed esponendoli in maniera drammatica a pericoli di infortunio e di morte col fine della massimizzazione del profitto.

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Il favoloso mondo della Brexit, 4. Il Regno Unito verso la… disunione

A distanza di poco più di cinque anni dalla gloriosa Brexit, salutata come esempio da imitare anche dagli Italexit “di sinistra”, la credibilità del Regno Unito dotato di neo-sovranità è, come afferma lo storico Sassoon, “ai minimi storici”.

Mentre Boris Johnson e il suo governo affondano nel ridicolo e nella melma – le due dimensioni che più gli si attagliano, tra palpeggiamenti nei pub, ubriachezze a go-go, torte contro i muri, festini fuori ordinanza, clamorose sconfitte elettorali, accoltellamenti tra stretti sodali, ripristino di once, pinte e pollici (in mancanza del sognato ripristino dell’“Impero su cui non tramonta mai il sole”) ed altre robette o robacce del genere – veniamo, in questa nostra quarta puntata, su un altro effetto della Brexit: la moltiplicazione delle spinte nazionaliste e sub-nazionaliste. Un effetto nefasto per i lavoratori: è la loro sorte che ci interessa, non certo quella dell’imperialismo britannico.

Nei roboanti proclami dei suoi promotori, tra cui lo stesso Johnson, scrollarsi di dosso lo strapotere soffocante dell’Unione europea (nella cui cupola Londra sedeva con un corpaccione di 1.200 funzionari) avrebbe significato veder rifiorire d’un tratto il passato prestigio, potere, ricchezza, o addirittura il primato globale, sia pure in compartecipazione con la super-potenza d’oltre Atlantico: la Global Britain.

Invece, com’era ampiamente prevedibile data l’inesorabile decadenza di lungo periodo della struttura produttiva britannica e il ridimensionamento della stessa megastruttura finanziaria della City, il rancido sciovinismo pro-Brexit è stato l’innesco di almeno due processi che stanno contribuendo alla crescente disunione del Regno Unito.

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L’ultimo tradimento fatto ai curdi, di p. c.

Stoccolma ed Helsinki hanno sacrificato gli interessi dei curdi assecondando abbastanza rapidamente le richieste di Erdogan. La profonda, immorale, radicata distanza tra il dire ed il fare non è mai apparsa con tanta sfacciata evidenza.

Ora cosa dirà Marlin Stivani Nivarlain, la sedicenne svedese salvata nei pressi di Mosul dalle milizie curde in lotta contro l’Isis? Cosa diranno i socialdemocratici svedesi, vanto ed esempio di tutti i riformisti dell’Occidente per la loro liberalità, per il loro welfare, per la loro accoglienza?

Pur di entrare nella Nato, la Svezia apre al diktat di Erdogan e abbandona senza ritegno i curdi a cui dava (in certa misura) asilo politico e sostegno. E’ un altro colpo alla causa del popolo curdo, ma è anche un’altra conferma del ruolo delle socialdemocrazie, che quando vengono chiamate ad essere conseguenti in una qualche forma di sostegno a popolazioni oppresse di cui si atteggiano ad amiche, mostrano sistematicamente le radici putride del riformismo borghese.

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Melilla (Marocco), San Antonio (Texas), Mediterraneo: le stragi senza fine degli emigranti. Occidente assassino!

Nell’arco di pochi giorni tre orrende stragi hanno riportato alla luce quella guerra agli emigranti che gli stati di tutto il mondo conducono senza pause da decenni. E che sta diventando sempre più crudele specie ai confini (esternalizzati) dell’Unione europea e degli Stati Uniti.

Melilla (Marocco)

Alle prime ore del giorno di venerdì 24 forse duemila emigranti, molti dei quali sudanesi, hanno organizzato un assalto di massa alle recinzioni che a Melilla separano l’enclave coloniale spagnola dal territorio marocchino. A distanza di giorni non si riesce a conoscere esattamente neppure il numero delle vittime, mentre i governi fratelli di Madrid e di Rabat cercano di accreditare perfino la spudorata tesi di morti “da calca”. Le associazioni degli emigranti parlano, invece, di sanguinosa repressione da parte della polizia del Marocco, con l’attiva complicità delle omologhe forze spagnole. I morti sono almeno 23, quasi certamente 36 (o di più ancora?), e centinaia i feriti.

Primo video (El Pais).

Secondo video (idem).

Il premier spagnolo Sánchez ha chiamato in causa le “mafie internazionali” specializzate nel traffico di esseri umani, congratulato dai suoi amici marocchini con i quali a sua volta si è congratulato. Ma il portavoce dei manifestanti, Husein, lo ha azzittito: “noi sudanesi non abbiamo mafie. Ci uniamo. Non paghiamo niente, siamo arrivati qui gratis; abbiamo solo usato la testa e abbiamo escogitato un buon piano [per lasciare il Marocco] perché abbiamo sofferto molto. Il mafioso è Mohamed VI, che ha preso tutti i soldi [che Bruxelles dà a Rabat per il controllo e la cura dei migranti irregolari] ed è scomparso. Dato che abbiamo subito diversi raid alla recinzione, sappiamo molto bene cosa stanno facendo le autorità marocchine in termini di abusi e violazioni dei diritti umani”.

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