La controriforma del lavoro in Grecia. Intervista ad Antonis Ntavanellos (italiano – english)

Abbiamo pubblicato su questo blog, giorni fa, un testo di A. Ntavanellos contro l’abolizione della giornata lavorativa normale di 8 ore in Grecia. Ora mettiamo in rete l’intervista che gli ha fatto Roberto Luzzi, responsabile del lavoro internazionale del SI Cobas, nella quale si analizza in modo chiaro e completo la controriforma del lavoro varata dal governo Mitsotakis e di recente approvata dal parlamento greco – l’intervista doveva essere presentata all’Assemblea di domenica 11 a Bologna, cosa che non è stata possibile per ragioni tecniche.

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Il Covid-19 e le spire del capitale, di Rob Wallace e altri

Sabato 17 aprile l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi terrà un’importante iniziativa di contro-informazione, denuncia e organizzazione della lotta in difesa della salute delle masse sfruttate e della vita, a fronte di un capitalismo che si manifesta sempre più come necro-capitalismo, per dirla con i compagni sud-americani. L’intervento introduttivo – dedicato alle cause di questa pandemia – sarà tenuto da Rob Wallace, autore di due studi, Big Farms Make Big Flu e Dead Epidemiologists: on the Origins of Covid-19, giustamente considerati dei riferimenti necessari per inquadrare le cause strutturali della catena di epidemie con cui si è aperto il ventunesimo secolo. Per questa ragione riproponiamo qui un saggio di Wallace e altri (pubblicato in questo blog il 9 aprile scorso), che riassume i temi svolti in profondità nei due libri – senza che questo voglia significare, come ha frainteso qualche nostro lettore, farne l’alfa e l’omega della materia.

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Traduciamo dal sito della Monthly Review un saggio di Rob Wallace, Alex Liebman, Luis Fernando Chaves e Rodrick Wallace, un’anticipazione dal numero di maggio della rivista. Può suonare accademico l’approccio degli autori alle questioni macro- economiche e politiche, e si avverte l’assenza di un riferimento politicamente concreto alla classe che deve vivere del proprio lavoro, in tutta la complessità sociale, di genere, e “razziale” che ne definisce l’oppressione, materiale e simbolica, nella società contemporanea. Solo un concreto riferimento alla classe può infatti sostanziare le proposte di lotta degli autori. Ma la profondità della loro analisi, che rompe i confini disciplinari mostrando l’intreccio tra il ‘naturale’ e il ‘sociale’ nella genesi delle epidemie moderne, ed il repertorio di proposte che ne conseguono – proposte che rimandano alla necessità della rivoluzione sociale anti-capitalista – ne fanno un saggio di grande spessore.

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Fonte: Monthly Review, 1 aprile 2020
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Il calcolo

Il Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-CoV-2, la seconda sindrome respiratoria acuta grave dal 2002, è ora ufficialmente una pandemia. Da fine di marzo le popolazioni di intere città sono chiuse in casa e uno ad uno gli ospedali vanno in fibrillazione congestionandosi per l’impennata dei ricoveri.

Al momento la Cina respira meglio, dopo che all’iniziale scoppio è seguita una contrazione (1). Lo stesso vale per la Corea del Sud e Singapore. L’Europa, in particolare Italia e Spagna, ma sempre più anche altri paesi, si piega già sotto il peso dei morti, sebbene si sia solo agli inizi dell’epidemia. America Latina e Africa iniziano solo ora ad accumulare casi; alcuni paesi si stanno preparando meglio di altri. Negli Stati Uniti – un punto di riferimento, anche se solo perché si tratta del paese più ricco nella storia mondiale – il prossimo futuro si presenta nero. Si prevede che il picco non verrà raggiunto prima di maggio, e già gli operatori sanitari e i visitatori degli ospedali fanno a cazzotti per accedere alle scorte in esaurimento di dispositivi di protezione individuale (2). Gli infermieri, a cui i Centri per il controllo e la protezione dalle malattie (CDC) hanno raccomandato – la cosa è allucinante– di usare bandane e sciarpe come mascherine, hanno già dichiarato che “il sistema è condannato” (3).

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Gli indici di mortalità da Covid-19 sono molto più alti nella classe operaia e tra i salariati. Ovunque

Riprendiamo dal sito WSWS, con colpevole ritardo, questo articolo che mostra come nella prima fase della pandemia/sindemia da Covid-19 la classe sociale più colpita in Inghilterra e nel Galles sia stata la classe operaia.

Abbiamo pubblicato nelle scorse settimane dati analoghi relativi agli Stati Uniti, riguardanti in modo specifico la popolazione afro-americana (dove gli indici di mortalità da Covid-19 sono stati fino a 6 volte più alti tra i neri rispetto ai bianchi) e quella immigrata di recente.

Ed anche in Italia si comincia finalmente a disporre di dati simili. Vittorio Agnoletto, nel suo Senza Respiro, un’utilissima documentazione appena pubblicata da Altreconomia, mette in luce quanto sia stata forte l’incidenza dei contagi avvenuti su tutti i luoghi di lavoro, a cominciare dagli ospedali, e come questa circostanza abbia fatto scendere a 47 anni l’età media dei lavoratori contagiati (p. 133), provocando un numero di morti da contagio sul luogo di lavoro decisamente sottostimato. Denuncia, poi, la sostanziale assenza di controlli sulle aziende che sono andate avanti a pieno regime anche a marzo e aprile – in provincia di Milano sono state (al 19 aprile) 228 su almeno 4.000 aziende, poco più del 5%! Anche Marco Revelli, in un articolo su “La Stampa” del 28 ottobre, osserva: “Non possediamo purtroppo i dati torinesi sulla distribuzione topografica del contagio (…), ma quelli milanesi sì, e ci rivelano che nella fase esplosiva della prima ondata il virus in arrivo da sud-ovest, dal lodigiano, aveva bypassato il centro dell’upper class e dell’ex Milano da bere – l’area interna alla cerchia dei viali -, per concentrarsi tra Niguarda, Affori e Quarto Oggiaro, nei quartieri dormitorio del precariato e del residuo (?) lavoro manuale. Quelli che non avevano potuto ricorrere allo smart working, e che erano stati mandati al ‘fronte’ nei lavori indispensabili, nei servizi alle persone e nella distribuzione (con massima esposizione al rischio). Lo stesso a Roma, dove all’esterno del raccordo anulare il virus aveva corso veloce”.

Insomma sotto tutti i cieli, per il capitale e per lo stato (democratico, o non) del capitale, la classe operaia, il salariato, è carne da macello. Sta a noi, con la lotta e l’organizzazione di classe, sollevarci contro questo ‘destino’, e mostrare che non siamo carne da macello.

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Pedro Sanchez rivoluzionario e noi poveri riformisti?

Nei giorni scorsi il governo spagnolo ha deciso di proporre per il 2021 al parlamento – dove è in minoranza e dove se ne discuterà a partire dalla metà del mese – l’aumento delle tasse sui redditi più elevati. L’aumento sarebbe del 2% sui 16.740 contribuenti che hanno redditi “da lavoro” superiori ai 300.000 euro l’anno (nel patto elettorale tra socialisti e Podemos la soglia era stata posta parecchio più in basso, a 130.00 euro) e del 3% sui circa 20.000 che hanno redditi da capitale oltre i 200.000 euro – in totale lo 0,17% dei contribuenti spagnoli. Inoltre il governo Sanchez vorrebbe introdurre un’imposta del 15% sulle società di investimenti immobiliari quotate (in Spagna la soglia minima di imposta per gli operai è collocata al 19%…), diminuire le detrazioni fiscali per i fondi pensione privati, e introdurre un’imposta patrimoniale dell’1% sui possessori di ricchezze superiori ai 10 milioni di euro. Il condizionale è d’obbligo perché l’ultima parola spetterà al parlamento (le Cortes Generales) e alle regioni.

Queste misure sono state presentate dal telegenico duo Sanchez-Iglesias con uno spottone sulla “giustizia fiscale” e sul fatto che da ora in poi “quelli che hanno di più, pagheranno di più”. Tanto è bastato perché ci venisse chiesto: come la mettiamo con la patrimoniale proposta dal Patto d’azione? Non avevano ragione i compagni che la scartavano come una misura riformista?

Questa domanda è stranissima.

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