Il nuovo disordine mondiale: chi semina vento, raccoglie tempesta, di Sandro Moiso

In questi giorni si è letto di tutto nella stampa dell'”estrema sinistra”. Per un 90% abbondante, robaccia in cui il sacrosanto odio verso gli Usa e la Nato sfocia in modo pressoché automatico in un ributtante nazional-campismo (per ora, seguiranno aggiornamenti in peggio, se possibile), che va in direzione opposta all’internazionalismo rivoluzionario. Tra i pochissimi interventi immuni da questo esiziale virus, c’è questo scritto di Sandro Moiso che riprendiamo da Carmilla on line, molto utile ad inquadrare la guerra della Russia in Ucraina e quelle che si preparano (inclusa una possibile terza guerra mondiale, oramai sdoganata anche nel dibattito pubblico) come “inevitabile punto d’arrivo di tutte le contraddizioni” del sistema sociale capitalistico. Ci suona familiare anche la conclusione politica di un suo successivo pezzo:

«Per noi, a cent’anni dalle mobilitazioni contro la prima guerra mondiale, rimane un’unica certezza ovvero la necessità non di chiedere pace, democrazia e libertà, parole vuote di significato reale se non accompagnate da una reale eguaglianza sociale ed economica, ma di anteporre a tutte le menzogne che la preparano quella spontanea opposizione alla guerra imperialista che mosse i pochi e coraggiosi rivoluzionari anti-militaristi che si incontrarono a Zimmerwald e Kiental, nella neutrale Svizzera, nel 1915 e nel 1916. In tutto 42 delegati nel primo caso e 43 nel secondo, una più che esigua minoranza anche per allora. Ricordando sempre che il primo nemico è comunque e sempre in casa nostra, ma con l’unica e significativa differenza che, oggi, anche la Svizzera non può più essere considerata neutrale dopo i provvedimenti approvati nei confronti della Russia e delle sue banche.»

Se il contesto mondiale è enormemente differente da quello del 1915-1916, non lo è, invece, la sola soluzione di cui l’umanità lavoratrice dispone per non precipitare nell’abisso e sfracellarsi. (red.)

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Il mondo è più grande dell’Occidente, che non lo domina più (Dmitrij Suslov, consigliere di Vladimir Putin – intervista al «Corriere della sera»)

Sembrerà un’affermazione cinica, ma per chi, come il sottoscritto, da anni si occupa di guerra come inevitabile punto di arrivo di tutte le contraddizioni di un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo per conseguire come fine ultimo l’accumulo privato di profitti e capitali, l’esplodere di un conflitto come quello russo-ucraino (per ora) almeno un merito ce l’ha ed è proprio quello di portare in piena luce e davanti agli occhi di tutti quelle stesse contraddizioni, troppo spesso sommerse da un mare di menzogne e illusioni, cui si è prima accennato.

Contraddizioni di ordine economico, geo-politico, militare, sociale, produttivo e ambientale che di volta in volta vengono segnalate singolarmente, in nome di un’eccezionalità che invece, vista in una dimensione più ampia e completa, dovrebbe essere percepita come norma di un sistema che, dopo aver suscitato appetiti ed aspettative esagerate in ogni settore di una società in/civile basata sull’egoismo proprietario e l’individualismo atomizzante, non può soddisfare le aspirazioni materiali ed ideali che si manifestano globalmente, sia a livello macroscopico che molecolare.

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Lo sciopero dei rider di JustEat in Gran Bretagna. Intervista a un’attivista dell’IWGB

La lotta dei riders – che a detta di alcuni avrebbe dovuto essere impossibile a causa dei nuovi dispositivi organizzativi centrati su un rapporto di falso lavoro autonomo atomizzante e governati da algoritmi ancor più impersonali e dispotici delle tradizionali direzioni aziendali – sta invece sempre più prendendo corpo alla scala internazionale. Nell’estate del 2020, con epicentro il Brasile, ci fu un movimento di scioperi continentali, di cui abbiamo già dato conto.

Nel 2021-2022 è stata la volta dell’Italia, della Gran Bretagna e di Hong Kong. Benché questi scioperi si guardino l’un l’altro dalla distanza e il desiderio di un collegamento internazionale si manifesti apertamente nei più coscienti, siamo ancora lontani da questo traguardo. Tuttavia le lotte (che non avrebbero mai potuto esserci) ci sono, si moltiplicano. E al di là dei loro risultati immediati, insegnano a questi (per lo più) giovanissimi e giovani proletari di tutte le nazionalità che con la lotta, l’organizzazione e l’estensione delle lotte, tutto è e sarà possibile.

LO SCIOPERO DEI RIDERS JUSTEAT IN INGHILTERRA

INTERVISTA A UNA COMPAGNA DELL’IWGB SULLE LOTTE IN CORSO

METTIAMO IN COLLEGAMENTO LE LOTTE A LIVELLO INTERNAZIONALE

Da dicembre i corrieri che lavorano per Stuart, una società a cui JustEat appalta il lavoro di consegna in Inghilterra, sono entrati in sciopero per protestare contro l’annuncio di una serie di tagli salariali.

Si tratta del più lungo sciopero mai avvenuto nel Regno Unito nel settore della gig-economy e non è un caso che stia avvenendo proprio in contemporanea con le mobilitazioni dei fattorini JustEat organizzati nel SI Cobas a Torino, Genova, Roma, Monza e Bologna.

Con la pandemia di covid-19, il food-delivery ha avuto un’impennata che non accenna a fermarsi e in tutto il settore della ristorazione la percentuale di merce destinata alla consegna a domicilio è in crescita.

La crisi di altri settori produttivi e i conseguenti licenziamenti spingono sempre più lavoratori a forme di lavoro autonomo o para-autonomo, costringendoli ad arrotondare o a racimolare un salario assumendosi tutti i costi relativi ai mezzi di trasporto con cui vengono effettuate le consegne.

La situazione per i riders di mezzo mondo (non solo di quelli che operano per JustEat) è quindi molto simile se non del tutto uguale: da lavoretto serale a principale se non unica fonte certa di reddito, allo stesso tempo irrinunciabile ma sempre più insostenibile a causa delle spese di manutenzione delle bici e degli scooter.

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In Libya, Migrants Are Organising Against Europe’s Border Brutality (L. Pradella)

Thousands have camped out at UN offices.

At the beginning of October, west Libyan authorities carried out a brutal crackdown on the thousands of immigrants, refugees and asylum seekers living in Gargaresh, on the outskirts of Tripoli. More than 5,000 people were arrested, their homes destroyed, families captured and separated; people were hurt, violated and even killed. Four thousand people were imprisoned in the overcrowded Al-Mabani detention centre.

Immigrants and refugees, however, are not just accepting their treatment – they’re collectively organising against it. Barely reported in the western press, their resistance is exposing the imperial logic underlying Europe’s border brutality. Immigrant self-organisation, if supported by sympathetic workers in Europe, could be the wedge needed to fracture the EU’s border imperialism.

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Polonia, Europa, Mondo. Un nuovo attacco internazionale contro le donne, le loro lotte e le lotte di tutti gli sfruttati – Comitato 23 settembre

Abortion law reform was the last straw, say campaigners – EURACTIV.com

Riceviamo e volentieri rilanciamo.

Polonia, Europa, Mondo. Un nuovo attacco internazionale contro le donne, le loro lotte e le lotte di tutti gli sfruttati.

La Polonia è oggi la punta di lancia dell’attacco internazionale che ha di mira non solo l’autodeterminazione delle donne in tutto il pianeta, ma anche il controllo e l’irregimentazione del mondo degli oppressi, a cominciare da chi si oppone ai governi e ai loro programmi di ripresa dell’accumulazione dei profitti.

Che la Polonia sia la patria dell’oscurantismo è ormai noto, che le donne polacche stiano conducendo da anni una battaglia di massa per ottenere il diritto di decidere sui loro corpi ed essere assistite nell’interruzione di gravidanza anche. Ma ora è in atto un nuovo, più forsennato attacco di cui si è fatto promotore il movimento Pro-right to life (Per il diritto alla vita), guidato da una delle più influenti organizzazioni oscurantiste polacche, ampiamente collusa con la chiesa cattolica e il governo di quel paese.

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Squallida Europa: Est e Ovest uniti nella guerra agli emigranti dai paesi musulmani

Al confine tra Bielorussia e Polonia l’Europa “patria dei diritti umani” sta facendo il proprio autoritratto, e ne vien fuori un’accozzaglia di stati e statisti uno più infame razzista dell’altro, dall’una e dall’altra parte del confine.

Naturalmente la stampa dell’Unione europea tuona in coro contro il “dittatore Lukashenko” e il grande puparo Putin che lo muoverebbe come una sua marionetta, esempi entrambi di sconfinato cinismo perché avrebbero importato (o lasciato importare) profughi dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Siria, dalla Somalia, dal Kurdistan iracheno per scagliarli contro l’UE come “bombe umane”, o “armi non convenzionali”, in rappresaglia contro le sanzioni. L’Unione Europea che a sua volta, nelle figure degli ultra-reazionari governanti polacchi, schiera dodicimila soldati, filo spinato, colonne di blindati, elicotteri, lacrimogeni, idranti, e nelle figure non meno ributtanti dei super-governanti di Bruxelles mette a disposizione la polizia anti-immigrati Frontex, i servizi segreti e quant’altri apparati di repressione ci siano, e sono tanti! – sarebbe pronta anche la NATO – per ricacciare indietro un migliaio di uomini, donne e bambini, tanti bambini, “con abiti e scarpe inadatte al freddo” o senza scarpe, che fuggono da territori devastati o in decomposizione per effetto di guerre e guerre civili al cui scatenamento l'”innocente” Europa occidentale ha dato un contributo decisivo.

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