Polonia: l’imponente risposta delle donne all’attacco reazionario del governo Morawiecki

Protests shake Poland as government looks for a retreat on abortion ruling  – POLITICO

Dopo mesi di attacchi striscianti e di tentativi di ridurre ulteriormente la possibilità dell’interruzione assistita di gravidanza, sistematicamente respinti alla mobilitazione delle donne, il Tribunale costituzionale polacco ha emesso la sentenza che rende illegale l’aborto nella stragrande maggioranza dei casi, tra cui quello della grave malformazione del feto.

Grazie a quest’ultimo sfregio all’autodeterminazione delle donne, oggi l’aborto assistito è possibile esclusivamente in caso di stupro, di incesto e di “grave pericolo per la vita della madre”. La sentenza, che è ancora più restrittiva rispetto alla legge approvata nel 1993, era stata sollecitata da un centinaio di parlamentari e ha avuto il convinto appoggio della chiesa cattolica, la cui influenza nelle vicende polacche (e non solo) è ben nota.

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Essere contro l’Italexit equivale ad essere pro Unione europea? Ecco la risposta data anni fa a Cremaschi e ad Eurostop (Il cuneo rosso)

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Il nostro recente testo contro l’Italexit volontaria, sia come strategia che come tattica, è stato ripreso da “Sinistra in rete” e da “Il pane e le rose“. In particolare sul primo sito sta suscitando un certo dibattito, nel quale – in modo più o meno serio – ci viene chiesto, supponendo forse di metterci in difficoltà, o forse per saperne di più: dite un po’, internazionalisti, che ne pensate dell’UE? La domanda ci suona, francamente, strana, perché ciò che pensiamo della UE è del tutto evidente. Ma poiché ad essa abbiamo risposto già anni fa, l’interlocutore era in quel caso Cremaschi, abbiamo pensato bene di ripubblicare la nostra presa di posizione sull’assemblea di Eurostop che lanciò, in “grande stile”, la proposta (per noi velenosa) dell’Italexit, e – appunto – il successivo chiarimento inviato a Cremaschi. Chi volesse poi risalire ancora più indietro, può leggere il testo del 2014 Uscire dall’euro per uscire dalla crisi e dalla “austerità”? Un’escamotage di bassa Lega… pubblicato da Sinistra in rete.

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Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa “sovranista” di Eurostop (reprint)

L’assemblea di Eurostop tenutasi a Roma il 28 gennaio scorso [si tratta del 28 gennaio 2017] merita due note di commento. Nulla che passerà alla storia, intendiamoci. È solo cronaca. Cronaca di una delle tante forme, in Europa, di accodamento delle sinistre alla tematica, imposta dalle destre iper-nazionaliste, dell’uscita dall’euro e dall’UE come (falsa) via maestra per risolvere i gravi problemi sociali creati dalla crisi del sistema capitalistico. Le tesi presentate a Casalbruciato erano già state presentate nelle precedenti iniziative di Eurostop. Però un paio di cose almeno in parte nuove, ci sono state. Anzitutto l’estrema nettezza con cui è emerso il messaggio politico effettivo di Eurostop, soprattutto grazie all’ospite d’onore del consesso, il magistrato Paolo Maddalena. E poi la violenza verbale, il sarcasmo con cui il mite Cremaschi si è ritenuto in dovere di attaccare ogni prospettiva di lotta che sia fondata su basi di classe, quindi internazionaliste, anziché, com’è l’Ital-exit, su basi democratiche e popolari, e quindi nazionali e nazionaliste… Continua a leggere

Leggi anche:

Cremaschi domanda, il “Cuneo rosso” risponde

A seguito del nostro testo di una settimana fa “Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa ‘sovranista’ di Eurostop”, abbiamo ricevuto da lui la seguente e-mail: Cari compagni comunisti internazioalisti, vi ringrazio per la cortesia di avermi inviato la vostra critica alle mie posizioni e a quelle di Eurostop, critica che mi era già … Continua a leggere

Altri 750 miliardi sulla schiena dei lavoratori di tutta Europa (e non solo)!

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Ci siamo: il progetto della Commissione von der Leyen è diventato realtà. Ci vorrà ancora qualche mese, e si abbatterà sulle schiene dei lavoratori di tutta Europa e sulle schiene degli oppressi dei paesi dominati e controllati dall’Unione europea, un macigno dal terribile peso di 750 miliardi di nuovo debito di stato che dovremo ripagare per decenni, con gli interessi – a meno che non rovesciamo il tavolo e facciamo a pezzi il suddetto progetto.

Dovremo ripagare a chi? Elementare: ai padroni dei debiti di stato. Cioè a quella masnada (detta élite) di banchieri, finanzieri, imprenditori, speculatori “puri”, super-burocrati civili e militari super-pagati, capi mafia, etc., che hanno nella loro disponibilità, in ogni paese europeo, la quasi totalità dei titoli di stato, che ora si arricchiscono di una nuova figura: i titoli del debito UE, di questo finto-vero-finto super-stato.

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Recovery Fund: altri 750 miliardi sulle spalle dei lavoratori!

Il gran giorno degli europeisti è arrivato: ieri 27 maggio la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha presentato la sua proposta per il Recovery Fund su cui si dovrà pronunciare il vertice dei capi di Stato e di Governo previsto per metà giugno. Con questa “storica” decisione, se verrà approvata, l’Unione europea aggiungerà al già pesantissimo debito pubblico esistente un nuovo colossale fardello di 750 miliardi di euro che, al pari di quello pregresso, graverà sulle spalle dei proletari di tutta Europa (e non solo), cui toccherà di assicurarne la remunerazione e il rimborso.

Dal punto di vista degli interessi di classe in gioco, dunque, nessuna novità. La bandiera dietro cui marciano compatte le classi dominanti del vecchio continente – e di tutto il mondo – non solo resta immutata, ma si rafforza ulteriormente: è la linea dell’ingigantimento del debito di stato, un meccanismo che stringe attorno al collo del proletariato un cappio sempre più soffocante. Non a caso è stato denominato “Next Generation” (prossima generazione) perché, nelle intenzioni dei decisori europei, dovrà strangolare non solo l’attuale ma anche le future generazioni di proletari, costretti dalla garrota del debito di Stato a vedere precipitare le loro condizioni di vita e di lavoro a livelli ben peggiori di quelli che già hanno conosciuto, accentuando ulteriormente la macelleria sociale che ha caratterizzato l’azione di tutti i governi degli ultimi anni.

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Eurobonds e MES. Cosa bolle in pentola per i lavoratori

Impazza da giorni sulla stampa, in tv, nei social, con toni da fine del mondo, lo scontro tra chi è per il MES e chi per gli Eurobonds – incluso un certo numero di personaggi e personaggetti di “sinistra” (vedi Fassina). Tutti i contendenti, però, sono uniti sul punto decisivo: far crescere esponenzialmente il debito di stato, che dovrà essere ripagato, con gli interessi, dai lavoratori. Ragioniamo qui su questa “alternativa” farlocca, e sulla necessità di contrapporre ad entrambi questi strumenti anti-proletari (Eurobonds e MES) la lotta contro il debito di stato e il suo ingigantimento, per una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% dei più ricchi. E colpire in questo modo ricchezza e potere della classe capitalistica, la sola ed unica responsabile dell’attuale disastro sanitario ed economico (In coda un glossario per capire i termini ‘tecnici’ con cui vogliono estraniare i lavoratori e le lavoratrici da questioni che, invece, toccano in profondità le loro vite, e le vite dei loro figli e nipoti).

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La riunione dell’Eurogruppo del 9 aprile si è conclusa con un generico compromesso. La decisione è stata demandata al Consiglio Europeo del 23 aprile, la sede nella quale i capi di Stato e di governo dell’UE dovranno sciogliere il nodo del MES e del Recovery Fund proposto dalla Francia e appoggiato dal fronte dei paesi favorevoli agli Eurobonds, sia pure nella forma dei cosiddetti coronabonds, un orrendo neologismo che sta a indicare la mutualizzazione del debito che sarà contratto per far fronte alla pandemia in corso e solo di questo, con l’esclusione di quello passato (La mutualizzazione del debito è la condivisione della responsabilità, cioè del peso, da parte di tutti i paesi dell’Unione europea, e non solo di un singolo paese).

La questione ha aperto una aspra polemica politica in Italia, con divaricazioni sia all’interno della maggioranza di governo che nel fronte delle opposizioni. Gli schieramenti pro o contro il MES sono fin troppo noti e rendono qui superflua una loro illustrazione. Qualcosa in più, invece, vale la pena di dire sul merito della questione.

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