Viva la lotta dei ferrovieri francesi!

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E’ in corso in Francia una profonda ristrutturazione del comparto delle ferrovie, che si tradurrà in un peggioramento netto del servizio e in un’altrettanto severa discesa delle condizioni di lavoro dei ferrovieri. In breve, privatizzazione della rete, ovvero apertura alla logica della concorrenza a qualunque costo pur di spremere profitto, e quindi tagli ai trasporti locali, nonché – per via dei risparmi sulla manutenzione ben noti ai viaggiatori italiani, o inglesi – peggioramento delle stesse condizioni di sicurezza; poi, privatizzazione dei rapporti lavorativi e ulteriori tagli occupazionali. E altre delizie. Per questo i ferrovieri francesi sono in sciopero, e lo saranno per due giorni alla settimana fino al 28 giugno; specie tra i macchinisti, le adesioni sono state alte finora, arrivando al 80%. Riprendiamo dal sito www.alencontre.org, in una traduzione a cura del Si-Cobas, un testo di agitazione di SUD-Rail (vd. sotto) – sindacato molto attivo nelle lotte in corso e che, tra l’altro, ha curato dell’ottimo materiale di contro-informazione sulla trasformazione delle ferrovie, attento anche alla questione ecologica. Molto utile anche il quadro per comprendere la riforma della SNCF tracciato da Anne-Aël Durand su Le Monde, nonché questa ben documentata “Storia delle ferrovie [francesi] dal punto di vista di un testimone”.
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Come altrove, in Italia si è alzato un forte vento nazionalista. Mescolando pericolosamente gli interessi di classe agli interessi nazionali, a totale sfavore dei primi, questo vento “sovranista” soffia anche a sinistra, fin dentro le aree che si proclamano anti-capitaliste. Non per caso, quindi, si presta poca attenzione e si presta ancor meno solidarietà alle lotte proletarie che avvengono negli altri paesi europei, ed extra-europei. Ne è prova recente la scarsissima eco ricevuta dalle grandi mobilitazioni di massa a Gaza, a cui Israele ha risposto con una serie di massacri a sangue freddo. Ma anche le lotte della vicinissima Francia, a partire da quelle dei ferrovieri, stanno passando relativamente inosservate. Invitiamo allora le organizzazioni sindacali e politiche che avvertono la necessità della solidarietà internazionalista a fare eco a queste lotte e, se ne hanno i mezzi, a coordinarsi con esse. Le lotte dei ferrovieri francesi sono le nostre lotte!
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Francia: la battaglia delle ferrovie

SUD-Rail ringrazia i macchinisti che hanno fatto uno sciopero massiccio. Con l’adesione allo sciopero dell’80% dei lavoratori, i macchinisti hanno mostrato la loro determinazione. Li incoraggiamo ad ampliare la mobilitazione per far tornare sui loro passi il governo e la direzione della SNCF [è la Société Nationale des Chemins de fer Français].

La direzione ha dato cifre inferiori. Ma non ci lasciamo abbindolare: com’è che circola solo il 10% dei treni mentre la direzione annuncia l’80% dei macchinisti in sciopero il primo giorno?

SUD-Rail denuncia queste cifre, e d’altro canto i conducenti “occasionali” non scioperanti non sono soggetti alla DII [dichiarazione d’intenti individuale], cosa che aggiunge risorse per effettuare dei treni.

Se non combattiamo, il servizio pubblico è morto, e le nostre condizioni di lavoro pure.

Questa riforma è una truffa, un servizio pubblico è per definizione non redditizio. Per una migliore qualità del servizio, occorrono risorse umane e materiali. Il servizio pubblico ferroviario è stato degradato dai vari progetti, riforme e successive riorganizzazioni fatte dai governi e dalla direzione dell’azienda. I ferrovieri e gli utenti non devono pagare il conto. Le condizioni di lavoro e la sicurezza vanno di pari passo per realizzare un servizio ferroviario pubblico di qualità.

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Dopo l’accordo tra padroni Fincantieri-Stx, a quando l’accordo tra i lavoratori?

Lavoratori/lavoratrici,

dopo mesi di tensioni, qualche giorno fa, a Lione, Macron e Gentiloni hanno trovato l’accordo sui Chantiers de l’Atlantique: a Fincantieri non andrà il 66% delle azioni della nuova società ma il 51%; l’1% decisivo sarà prestato, a date condizioni, dallo stato francese. È un compromesso che può esser letto in modi diversi. Sta di fatto che l’accordo tra governi e padroni italiani e francesi è concluso.

Bono lo ha subito celebrato con parole grosse: “siamo grandi tra i grandi”. E ne ha approfittato per sollecitare i dipendenti della Fincantieri a stringersi intorno alla direzione. L’entusiasmo di Bono e dei suoi scagnozzi è del tutto giustificato dai milioni di euro di prebende che gli pioveranno in tasca (così potranno sfuggire ai morsi della fame che li minacciava), e dai miliardi di profitti attesi dall’incremento della produzione di navi civili e di navi da guerra. L’accordo di Lione, infatti, apre la strada a un secondo accordo nel campo delle produzioni per la guerra, a cui sono interessate tanto Fincantieri e Finmeccanica quanto le francesi Dcns e Thales.

In questa vicenda le direzioni di FIOM-FIM e UILM hanno tenuto un comportamento vergognoso perché hanno soffiato sul fuoco della contrapposizione tra “italiani” e “francesi”, e quindi anche tra i lavoratori italiani e i lavoratori francesi. Di più: hanno attaccato il governo italiano perché non ha tutelato abbastanza la produzione bellica nazionale, che garantisce maggiori profitti rispetto alla produzione civile, sollecitando addirittura il ministro della guerra Pinotti ad alzare la voce. Il tutto, naturalmente, in nome della difesa dei posti di lavoro nei cantieri italiani. Ma allora: come mai hanno consentito a Bono&C. di tagliare negli anni scorsi migliaia di posti di lavoro? come mai il cantiere di Marghera, invece dei previsti 1.550 dipendenti diretti, ne ha 1.020? e quali “garanzie di occupazione” dà la produzione di fregate e sommergibili? L’unica “garanzia” è che così i nostri governi compiranno altre stragi nei paesi arabi, africani e asiatici, costringendo altri milioni di donne e uomini ad emigrare e a svendere quindi il proprio lavoro sul mercato del lavoro europeo… Continua a leggere Dopo l’accordo tra padroni Fincantieri-Stx, a quando l’accordo tra i lavoratori?

Chantiers de l’Atlantique/Fincantieri …

Fincantieri: arruolati nella guerra alla Francia, o uniti nella lotta internazionalista ai padroni e ai governi di Roma e Parigi?

Due note sulla vicenda Fincantieri/Chantiers de l’Atlantique, a partire dai fatti.

I fatti sono noti. Macron ha deciso di nazionalizzare “a tempo” i Chantiers de l’Atlantique di Saint-Nazaire: non vuole che Fincantieri, che li ha appena comprati, abbia il controllo su di essi. Pretende che il controllo sia a metà: 50-50, invece che 67-33 a favore des italiens. Altrimenti, minaccia, non se ne fa nulla.

Immediata la reazione del boss di Fincantieri, Bono: “Siamo italiani ed europei, ma non possiamo accettare di essere trattati da meno dei coreani” (stava dicendo: da meno dei musi gialli, ma si è trattenuto per via dei grossissimi affari in ballo con la Cina). Altrettanto secco il ministro Calenda: “Non accettiamo di ridiscutere sulla base del 50-50”. Intorno, il coro della ‘libera stampa’ a suonare la stessa canzone, stesse note, stesse parole, ritornelli, etc., e gonfiare le vene del nazionalismo italiano, dell’orgoglio nazionale italiano contro lo sciovinismo francese e Macron, fino a ieri il bel salvatore dell’Europa, divenuto ora un secondo orrido Marine Le Pen…

Fin qui, niente di particolare, salvo una rettifica di una certa importanza da fare. Certo: è scontro tra stato-capitale francese/stato-capitale italiano, con la posta primaria delle grandi navi di lusso e, soprattutto, delle maxi-commesse belliche – lo chiarisce bene Bono: “I principali programmi militari sono quelli navali. Possiamo pianificare i prossimi 30 anni”. Ma, e di questo si tace accuratamente, è anche uno scontro capitale italiano-capitale italiano (per così dire) in quanto il grande alleato di Macron in questo tentativo di sabotare le intese precedenti è l’MSC di Aponte, un armatore italiano, che aveva tentato di mettere le mani sui Chantiers in cordata con la statunitense Royal Carribean International, senza riuscirci. E l’MSC non è un’azienduccia da nulla, è un gigante del trasporto navale, secondo nel mondo solo a Maersk. Dunque: lo scontro intorno ai Chantiers de l’Atlantique è un doppio scontro incrociato tra grandi pescecani del capitale globale, e le loro protesi politiche, che ha un preciso oggetto: la pelle da conciare dei lavoratori francesi, italiani e delle altre cento nazionalità del lavoro emigrato-immigrato, maggioritario tanto nei cantieri italiani di Fincantieri quanto a Saint-Nazaire (almeno 5.000 lavoratori immigrati e 2.700 lavoratori francesi), in vista di una contesa all’ultimo sangue con le rampanti imprese asiatiche, cinesi anzitutto.

Davanti a questo scontro, cosa avviene qui in Italia, a sinistra?

Calcato l’elmetto in testa, l’elmetto di guerra non quello anti-infortunistico, apre la mitragliata di dichiarazioni patriottiche Potetti, responsabile Fiom Fincantieri. Continua a leggere Chantiers de l’Atlantique/Fincantieri …

Fincantieri: un progetto padronale lungo vent’anni

Fincantieri: un progetto padronale lungo vent’anni è andato in porto. E questo pone nuovi compiti di lotta e di organizzazione.

Con l’acquisto dei Chantiers de l’Atlantique di Saint-Nazaire (in Francia) e gli accordi con la China State Building Corporation per la costruzione in Cina di navi da crociera per il mercato cinese, Bono&Co. hanno portato a termine con successo un piano di sviluppo della Fincantieri di lungo corso, che ha rafforzato l’azienda facendone una vera impresa transnazionale nel settore cantieristico, civile e militare, anzi “il principale costruttore navale occidentale”. Bisogna prenderne atto. Le direzioni di Fiom-Fim-Uilm lo fanno per applaudire calorosamente il boss, spargere tra i lavoratori altro veleno aziendalista e formulare richieste ultra-nazionaliste (i cantieri italiani e il lavoro di qualità italiano prima di tutto!). Anche noi ne prendiamo atto. Ma convinti come siamo che Fincantieri è andata avanti solo perché è riuscita a ricacciare indietro la condizione e l’organizzazione operaia nei suoi cantieri, lo facciamo per proporre ad altri compagni e lavoratori, in Italia e fuori dall’Italia, il lavoro da svolgere insieme per la ripresa e l’internazionalizzazione dell’organizzazione e della lotta operaia contro il padrone-Fincantieri, divenuto più arrogante che mai, e contro l’internazionale del capitale, di cui è parte.

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Il progetto iniziale dell’azienda, formulato negli anni di crisi, era in realtà molto diverso da quello che, strada facendo, è venuto fuori. Ma l’orientamento iniziale di accettare il ridimensionamento dell’azienda, con la chiusura di due o addirittura tre cantieri in Italia, ha poi lasciato il posto alla politica del “presidio” di tutte le richieste provenienti dal mercato, sicché Fincantieri, con l’aiuto determinante dello stato, ha preferito tagliare alcune migliaia di posti di lavoro, mantenendo però, per ora, attivi tutti i suoi siti produttivi in Italia. Questa scelta strategica – “presidiare” tutti i segmenti della produzione navalmeccanica, dalle navi extra-lusso ai sommergibili – ha portato anche, in seguito, all’acquisizione, con alterna fortuna, di cantieri e produzioni in tutti i continenti, esclusa per ora solo l’Africa. Anche l’acquisto dei grandi cantieri francesi di Saint-Nazaire rientra in questa strategia.

La politica industriale di Fincantieri è mutata nel momento in cui il gruppo ha intuito che il comparto della cantieristica, dato per maturo o addirittura decotto, aveva invece importanti prospettive produttive, anche come indotto. E ha compreso che, per cogliere al meglio le opportunità alla scala mondiale, era decisivo costruire rapporti privilegiati con due paesi della massima importanza come la Cina e gli Stati Uniti, e  puntare sullo sviluppo del comparto militare in Italia e all’estero. Esattamente quello che Bono&Co. sono riusciti a fare negli ultimi cinque-sei anni. Ma procediamo con ordine. Continua a leggere Fincantieri: un progetto padronale lungo vent’anni

“Ti ammazziamo, sei morto, ti sfondo”. La violenza della polizia in Francia

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Pubblichiamo qui di seguito un primo articolo di Revolution permanente sulla violenza della polizia francese. E’ la testimonianza d’un giovane insegnante che giovedi’ scorso (22 settembre) e’ stato aggredito da un gruppo di poliziotti fuori da una stazione della periferia parigina. Il giovane e’ stato colpito, minacciato e insultato dai poliziotti per aver ripreso col suo cellulare il fermo brutale di una signora nera.

Come ricordano i redattori di Revolution permanente questo episodio va ricondotto a una generale intensificazione della violenza dello Stato francese, che e’ iniziata con gli attentati di Charlie Hebdo, si e’ in seguito consolidata e ha raggiunto il suo culmine contro gli oppositori della Loi Travail, in particolare contro i giovani delle periferie, con le centinaia di feriti e le migliaia di fermi fatti dalla polizia nei mesi scorsi.

Stato d’emergenza, porto d’armi autorizzato fuori servizio, delazione di “elementi radicalizzati” nelle scuole – sono gli ingredienti della guerra interna condotta dallo Stato francese sotto il governo socialista di Hollande. Una guerra che, a cominciare dalle donne, colpisce tutti gli immigrati musulmani, come dimostra la campagna razzista e sessista sulla faccenda del burkini. Ma questa caccia al “nemico interno” musulmano si e’ ben presto allargata al casseur, il “vandalo estremista”, e ai giovani delle banlieu, e ai sindacalisti e militanti oppositori della Loi Travail. Questa guerra ha cioe’ mostrato subito il suo carattere di classe: si colpiscono le persone indisciplinate e “sospette” per mettere paura a chiunque osi protestare, e in particolare a quella massa di lavoratori e di giovani che si sono opposti con determinazione alla Loi Travail.

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Je sortais d’une gare de banlieue avec une copine, en fin de journée. Au moment de passer les tourniquets, on entend des hurlements. Pas un cri normal, mais un cri de douleur, intense, et l’on comprend immédiatement qu’il se passe quelque chose. Comme tous les autres à côté de nous, mon regard est capté par la scène qui se déroule sur notre gauche. Une femme noire d’une cinquantaine d’années est menottée, et c’est elle qui hurle que les menottes lui broient les mains, qu’elle n’en peut plus. Entre elle et le petit attroupement d’habitants qui s’est formé, une trentaine de policiers équipés, avec un chien d’assaut. Il y a la sûreté ferroviaire et la police nationale.

Les gens sont inquiets, l’ambiance est très tendue, tout le monde demande ce qui se passe, pourquoi ils torturent cette femme en pleine rue. La scène est marquante, elle ressemble à cet été après l’assassinat d’Adama, ou aux images de la mobilisation aux Etats-Unis : une rangée de policiers, face à une autre rangée d’habitantes et habitants noirs de la ville. Ces derniers sont clairs, ils n’ont aucune confiance. Un homme raconte comment son frère a été interpellé sans raison, mis en garde à vue et violenté. Les flics nous disent de « nous casser ».

J’avais peur pour la victime de cette interpellation, peur de cette scène raciste, je voyais la police déraper à tout moment. J’ai sorti mon téléphone pour filmer, en me disant que cela pourrait cadrer les choses, faire baisser le niveau d’impunité. Ça n’a pas duré plus d’une minute. L’un des flics m’attrape par l’épaule gauche et me fait pivoter : « celui-là on lui fait un contrôle d’identité ». Je demande pourquoi, il m’arrache mon téléphone. Je lui dis qu’il n’a pas le droit de le consulter sans mandat de perquisition.

Mais tout s’accélère : dès qu’ils ont réussi à me tirer de leur côté du cordon formé par leurs collègues, ils se mettent à deux sur moi, chacun me faisant une clé à l’un des bras. Une douleur énorme me traverse les articulations. J’ai les deux bras torsadés dans le dos, avec ces deux hommes dans des positions qu’ils ont apprises, qui pèsent de toute leur force pour me plaquer contre le mur. Continua a leggere “Ti ammazziamo, sei morto, ti sfondo”. La violenza della polizia in Francia