Il favoloso mondo della Brexit 1 – Crescono povertà e fame

Ricordate? No? Dai, non vi dice proprio nulla la parola Brexit? Possibile? Eppure non accadde un secolo fa. Non è trascorso neppure un decennio. Solo una spicciolata di anni. Diciamo 2017-2018. Allora la Brexit venne assunta a modello, da destra e da sinistra, come soluzione di tutti problemi creati dalla “dittatura dell’euro” (non era ancora subentrata la “dittatura sanitaria”). Gli Italexit, dai più sfacciati mascalzoni ai più pensosi e presentabili, inclusi un discreto numero di compagni, erano accomunati da un certezza: riconquistiamo la sovranità nazionale, ovvero la sovranità popolare, ovvero ancora la sovranità democratica (vattelappesca cosa volessero dire realmente, sembravano suonare bene), e si schiuderanno davanti a noi sentieri di rinascita. Per la nazione e anche per la classe lavoratrice. Ma la precondizione assoluta era uscire dall’euro e dalla UE, come con coraggio, sostenuto da settori di classe operaia, ha fatto il Regno Unito della May (e poi di Johnson).

Dopo la Brexit, si gridava e argomentava, urge l’Italexit. E si comincerà a ragionare. Di più: a sognare.

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Una maledizione su entrambe le vostre case: la posizione della classe operaia britannica nella crisi attuale – Angry Workers of the World (italiano – english)

Come secondo contributo alla preparazione dell’Assemblea del 10 aprile, abbiamo ripreso e tradotto dal sito “Insurgent Notes” fondato, tra gli altri, da Loren Goldner, questo interessante documento degli Angry Workers of the World (Lavoratori arrabbiati del mondo).

Si tratta di un documento di circa un anno fa, che conserva intatto il suo interesse. Sia per l’inquadramento della pandemia, vista come “l’ultimo atto di una crisi sociale più profonda nel modo in cui produciamo il nostro mondo e noi stessi”; sia per lo sforzo di “integrare gli aspetti biologici della crisi con quelli sociali, e ricondurli alla nostra posizione di classe operaia” (di proletariato); sia perché ci dà conto di due lotte degne di nota avvenute nel corso del primo picco della pandemia, non conosciute in Italia, quella all’aeroporto di Heathrow e l’altra alle Tower Hamlets – occorse in un contesto di pressoché generale passività e sfiducia in sé della massa dei salariati; sia per le interviste riassunte nel testo che si possono leggere integralmente a questo link: The Lockdown Interviews

Per quanto ci riguarda, concordiamo sulla tesi politica che nella pandemia ed in ogni altra “emergenza” capitalistica, così come, del resto, nella logorante “normalità” dei rapporti sociali capitalistici, la classe proletaria può contare solo e soltanto sulla propria auto-attività ed auto-organizzazione. Altrettanto comune è la seguente convinzione: “Un approccio globale è l’unico modo per eliminare la minaccia di questa e delle future pandemie, il che è impossibile in un mondo dominato dagli interessi frammentati dell’industria privata e degli stati nazionali. L’unica vera soluzione a pandemie come questa è la trasformazione completa del mondo in cui viviamo. Un’unica comunità umana, con un sistema unitario per prendere decisioni e produrre ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Una comunità in cui non esistano più gli interessi privati che hanno determinato la comparsa del virus e hanno massacrato coloro che ne sono stati infettati”. (red.)

La pandemia Covid-19 ha, se non altro, dimostrato che il mondo in cui viviamo è folle. Centinaia di governi nazionali hanno perseguito strategie palesemente contraddittorie per affrontare la stessa catastrofe globale, e tutti hanno fallito in modo spettacolare. I morti, a centinaia di migliaia, sono stati considerati non solo accettabili ma addirittura necessari per preservare un’economia che impoverisce l’intera umanità.

Le imprese possono ignorare le restrizioni sanitarie impunemente e usarle, se loro conviene, come ulteriore arma contro i lavoratori. I produttori di vaccini si stanno battendo per evitare di divulgare le informazioni necessarie a produrli, al fine di mantenere i loro profitti.

Di fronte a un nuovo periodo di recessione, il capitale ha rilanciato una vigorosa offensiva contro la classe operaia. Nonostante le ardenti speranze di alcuni funzionari sindacali e fiacchi socialisti, è improbabile che, da solo, questo spinga i lavoratori a intensificare le lotte. Ma non ha comunque senso abbandonarsi alla disperazione che attanaglia le classi medie di tutto il mondo. In tutta la storia del movimento operaio, che il momento fosse buono o cattivo, è stato compito di coloro che vogliono far avanzare il nostro movimento scoprire quale fosse esattamente la posizione della classe nella situazione data, e quindi cosa fare per promuoverne l’organizzazione e la lotta per l’emancipazione.

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Lo sciopero dei rider di JustEat in Gran Bretagna. Intervista a un’attivista dell’IWGB

La lotta dei riders – che a detta di alcuni avrebbe dovuto essere impossibile a causa dei nuovi dispositivi organizzativi centrati su un rapporto di falso lavoro autonomo atomizzante e governati da algoritmi ancor più impersonali e dispotici delle tradizionali direzioni aziendali – sta invece sempre più prendendo corpo alla scala internazionale. Nell’estate del 2020, con epicentro il Brasile, ci fu un movimento di scioperi continentali, di cui abbiamo già dato conto.

Nel 2021-2022 è stata la volta dell’Italia, della Gran Bretagna e di Hong Kong. Benché questi scioperi si guardino l’un l’altro dalla distanza e il desiderio di un collegamento internazionale si manifesti apertamente nei più coscienti, siamo ancora lontani da questo traguardo. Tuttavia le lotte (che non avrebbero mai potuto esserci) ci sono, si moltiplicano. E al di là dei loro risultati immediati, insegnano a questi (per lo più) giovanissimi e giovani proletari di tutte le nazionalità che con la lotta, l’organizzazione e l’estensione delle lotte, tutto è e sarà possibile.

LO SCIOPERO DEI RIDERS JUSTEAT IN INGHILTERRA

INTERVISTA A UNA COMPAGNA DELL’IWGB SULLE LOTTE IN CORSO

METTIAMO IN COLLEGAMENTO LE LOTTE A LIVELLO INTERNAZIONALE

Da dicembre i corrieri che lavorano per Stuart, una società a cui JustEat appalta il lavoro di consegna in Inghilterra, sono entrati in sciopero per protestare contro l’annuncio di una serie di tagli salariali.

Si tratta del più lungo sciopero mai avvenuto nel Regno Unito nel settore della gig-economy e non è un caso che stia avvenendo proprio in contemporanea con le mobilitazioni dei fattorini JustEat organizzati nel SI Cobas a Torino, Genova, Roma, Monza e Bologna.

Con la pandemia di covid-19, il food-delivery ha avuto un’impennata che non accenna a fermarsi e in tutto il settore della ristorazione la percentuale di merce destinata alla consegna a domicilio è in crescita.

La crisi di altri settori produttivi e i conseguenti licenziamenti spingono sempre più lavoratori a forme di lavoro autonomo o para-autonomo, costringendoli ad arrotondare o a racimolare un salario assumendosi tutti i costi relativi ai mezzi di trasporto con cui vengono effettuate le consegne.

La situazione per i riders di mezzo mondo (non solo di quelli che operano per JustEat) è quindi molto simile se non del tutto uguale: da lavoretto serale a principale se non unica fonte certa di reddito, allo stesso tempo irrinunciabile ma sempre più insostenibile a causa delle spese di manutenzione delle bici e degli scooter.

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Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

Non chiamiamola “protesta”. Perché quando la protesta di massa si dà parole d’ordine e rivendicazioni comuni, e persegue i suoi obiettivi con pratiche altrettanto di massa, non e’ più una protesta senza “idee”. E’ un movimento che si organizza per realizzare delle rivendicazioni e che comincia a mettere a nudo cosa c’è sotto la punta dell’iceberg del razzismo della polizia, fino a esprimere momenti di lotta radicale contro quel lascito colonialista che è indissolubilmente legato alle origini e allo sviluppo del capitalismo e dello sfruttamento di classe.

La principale rivendicazione del movimento è, ora, “DEFUND THE POLICE” (togliere fondi alla polizia), condivisa dalla gioventù proletaria afroamericana, bianca e ispanica, che a dispetto della pandemia sta sfidando lo Stato americano.

chaz entrance

Prima ancora che si chiarisca nei dibattiti pubblici chi sono, per il movimento, gli amici veri amici e quelli  finti (quelli del campo del partito democratico che vorrebbero ridurre il razzismo sistemico ad un problema di “mele marce” nella polizia, e ricondurre il movimento nell’alveo del processo democratico-elettorale), certi chiarimenti fondamentali stanno avvenendo nel vivo della lotta. Continua a leggere Immagini, commenti e lezioni dal movimento USA contro razzismo di sistema e violenza della polizia

Brexit. Caos, sovranismi vari e la vera via d’uscita per i lavoratori

Esattamente un anno fa scrivemmo queste rapide note sulla Brexit un anno dopo:

Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

A un anno di distanza tutte le tendenze segnalate si sono spinte ancora più in avanti, e il caos politico è diventato dominante con il governo May appeso ad un filo, dopo le diserzioni di Johnson e Davis, e le seconde possibili elezioni anticipate in un biennio (la Gran Bretagna si sta italianizzando…).

Su questa vicenda paradigmatica, i promotori dell’Ital-exit (di destra) come soluzione dei problemi dell’economia italiana e (di sinistra) come soluzione dei problemi dei lavoratori italiani, opportunamente tacciono. Bisogna capirli: quale truffatore è disposto a portare la prova di avere barato?

Per chi ci leggesse per la prima volta, mettiamo in chiaro che l’Unione Europea e la sua moneta (l’euro) sono, per noi, istituzioni della classe capitalistica, ed esprimono il tentativo di creare un polo imperialista autonomo, proteso a competere per il dominio sul mercato mondiale con gli Stati Uniti e, oggi, con il polo in formazione Cina/Russia. Per questa ragione siamo in totale contrapposizione con le forze europeiste (in Italia anzitutto il Partito democratico e Forza Italia) che vedono queste istituzioni come garanzia di “libertà e di benessere per tutti”. Niente di più falso!

Ma se la retorica europeista è completamente falsa, non per questo diventa vera la promessa dei promotori della Brexit o dell’Ital-exit: rompiamo la gabbia dell’UE o dell’euro e ci si spalancherà dinanzi l’Eden attraverso il recupero della “sovranità nazionale”… per una semplice, elementarissima ragione: uscire dall’UE e dall’euro non significa in alcun modo uscire dal mercato mondiale, sottrarsi alla dittatura spietata del capitale globale e dei suoi centri di potere. La Gran Bretagna – che ha una potenza capitalistica nettamente superiore all’Italia per prodotto interno lordo, e soprattutto per la centralità di Londra nel mercato finanziario internazionale e per il suo armamento nucleare – lo sta sperimentando in questi giorni: Trump la tratta a pesci in faccia da un lato, pretendendo una rottura totale con l’UE per accordare, forse, qualche apertura commerciale, mentre la UE alza la posta dall’altro, e il caos in Gran Bretagna cresce senza limiti…

Se i lavoratori britannici e quelli italiani vogliono uscire dall’attuale condizione di sfruttamento sempre più intenso, salari che si riducono, precarietà strutturale, impotenza politica, etc., hanno una sola via: ritornare alla lotta contro i propri sfruttatori – interni in primo luogo, ed anche “esterni” – tessendo legami di solidarietà e unità d’azione sempre più stretti con i proletari degli altri paesi. Tutte le altre ricette sono trappole mortali.