Stati Uniti. L’arma criminale delle sanzioni contro le popolazioni di 39 paesi del mondo. Report della Sanctions Kill Coalition

Venezuela – Bambini e donne in coda per l’acqua

Segnaliamo un dettagliato rapporto sulle sanzioni primarie e secondarie che gli Stati Uniti hanno inflitto, sia direttamente sia coinvolgendo i propri alleati e satelliti, a 39 paesi del mondo, da ultimo alla Russia – ossia alle popolazioni, e anzitutto alle masse lavoratrici, di questi paesi (Cuba, Iran, Nicaragua, Venezuela, Zimbabwe, Bielorussia, Corea del Nord, etc.), anche in totale spregio del cd. “diritto internazionale” – quel “diritto internazionale” (dei briganti) che Washington accusa i propri nemici di violare. Il Report è opera della Sanctions Kill Coalition, un insieme di organismi “no profit” e “per i diritti umani” con base negli Stati Uniti. Come di regola in simili documenti, si mescolano in modo inestricabile denunce del ruolo criminale neo-coloniale di queste sanzioni che affamano, tolgono l’acqua, le medicine, il futuro, la vita a decine di milioni di individui nell’intero mondo, e le preoccupazioni di settori dell’establishment imperialista (in questo caso, la Yellen) che alcune specifiche sanzioni possano nuocere agli interessi di dominio degli Stati Uniti nel mondo (ad esempio in ambito finanziario), o possano minarne la credibilità come alfieri della libertà e del benessere universali. Ciò non toglie che la documentazione sia utile a tracciare un quadro generale, ancorché molto incompleto, delle terribili conseguenze sociali dell’uso di questa arma da parte dell’imperialismo USA e occidentale. Per parte nostra sottolineiamo che nella quasi generalità dei casi l’Italia, i governi italiani, si sono accodati a questi provvedimenti strangolatori alla tipica maniera italiana, cioè schierandosi fedelmente con il capobastone, ma senza mancare di trafficare sottobanco, magari anche per conto di imprese statunitensi, per profittare delle sanzioni vendendo le merci proibite ai paesi sanzionati, o acquistando merci da essi attraverso opportune triangolazioni, nel primo caso con il necessario sovrapprezzo, nel secondo con il vantaggioso sconto. (Red.)

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Un nostro testo sulla guerra in Ucraina, che sta arrivando lontano…

Segnaliamo che il nostro testo “Sulla guerra in Ucraina, dal punto di vista dell’internazionalismo” – l’intervento tenuto da Pietro Basso ad un’iniziativa contro la guerra organizzata da Hacking Labs e Ottolina Tv il 24 giugno a Lucca,

oltre ad essere stato ripreso in Italia dai siti del SI Cobas, “Sinistra in rete” e “Il pane e le rose”; e ad essere rilanciato da singoli compagni in Francia e in Gran Bretagna, è stato pubblicato su quattro siti sud-americani: A terra è redonda (in Brasile), Esquerda Diario e Herramienta (in Argentina), Correspondencia de prensa (in Uruguay) – e dal sito internazionalista Pasado y presente del marxismo revolucionario.

La cosa più interessante, per noi, è che abbia trovato ospitalità in luoghi che hanno orientamenti abituali spesso differenti dal nostro – il che ci fa constatare che la discussione intorno a questa guerra e alla fase storica che ha inaugurato, è aperta, e che in essa il punto di vista internazionalista può farsi valere.

Il carattere imperialista della guerra in Ucraina in due scatti (di avvoltoi)

L’imperialismo occidentale, mentre è intenzionato a prolungare la guerra per sfiancare il Cremlino, prepara già “la ricostruzione” che darà il colpo di grazia ai lavoratori ucraini.

16 giugno – A Kiev i tre messaggeri di guerra dell’UE Scholz, Macron e Draghi (in realtà tre più uno – il presidente rumeno Iohannis, che nelle cronache viene abitualmente cancellato) si incontrano con Zelensky. Sono lì a dare il loro volonteroso aiuto in armi all’Ucraina perché si auto-distrugga il più possibile (“fino all’ultimo ucraino”) nell’interesse dell’Occidente tutto, e perché produca, sempre nell’interesse dell’Occidente, il massimo danno possibile alla Russia che l’ha invasa. Sono lì, anche, a dettare le loro condizioni per l’armistizio e la futura “pace” – onde assicurarsi che i profitti dell’UE nella eventuale “ricostruzione”, e dei singoli stati usurai dell’UE l’uno in competizione con l’altro, non siano da meno di quelli garantiti agli Usa e al Regno Unito.

Tutti insieme a succhiare sangue dal corpo straziato delle masse lavoratrici ucraine.

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Coltano: né basi, né armi, né spese militari. Guerra alla guerra imperialista – SI Cobas

GUERRA ALLA GUERRA IMPERIALISTA

NÉ BASI NÉ ARMI NÉ SPESE MILITARI!

Dove insiste un Parco Naturale a Coltano, il governo guerrafondaio Draghi decide di usare 190 milioni di euro del Fondo di Coesione Sociale per occupare 74 ettari di terra per un ennesima base militare.

A Coltano, oggi, abbiamo risposto insieme a migliaia di abitanti, giovani, lavoratori e lavoratrici.

Il SiCobas c’è!

Sosteniamo questa lotta e colleghiamola alla prospettiva più generale di opposizione al nostro imperialismo e al governo dei padroni!

Nessuna base militare.

Né a Coltano, né altrove!

Leggi anche: Guerra alla guerra imperialista: basta basi e spese militari! – 2 giugno, a Coltano, Postato il

Uvalde è l’America, una società in disgregazione

Nella società statunitense i morti per disperazione e quelli prodotti da disperati si ammassano quotidianamente come merci di scarto nel più smisurato supermercato del mondo.

Curioso. A una settimana dal massacro di Uvalde, nella moltitudine di geo-strateghi che sdottorano sulla guerra in Ucraina, neppure uno di numero ha collegato quel tragico evento all’incontenibile bisogno di massacro manifestato in questi mesi dall’amministrazione Biden, dall’Ucraina a Taiwan. Eppure il nesso è evidente.

Gli Stati Uniti d’America sono oggi una società in disgregazione, solcata da fratture di classe, razziali, politiche, culturali, territoriali in via di allargamento. Una società in cui i morti per disperazione e i morti prodotti da disperati si ammonticchiano quotidianamente come merci di scarto nel più smisurato supermercato del mondo, i cui scaffali sono affollati da armi d’ogni tipo. In questa società imperversa la stessa necessità” di omicidi di massa che gli Stati Uniti hanno esportato ovunque negli ultimi decenni, dai deserti e dalle città dell’Iraq alle periferie di Belgrado fino alle montagne dell’Afghanistan, con il concorso dei volonterosi carnefici amici. Al di là del dollaro, il cui regno è sempre più efficacemente contestato nel mondo, è la violenza bruta l’arma di ultima istanza con cui l’invecchiata superpotenza tenta di frenare il suo irreversibile declino.

Solo dei poveri fessi ignari di tutto possono scambiare la cupa Amerika del 2022 con quella trionfante e allegra del 1945, magnete attrattivo – checché se ne dica – anche per le genti al di là della cortina di ferro. Così tanto al di sopra di leggi e convenzioni valide per tutti gli altri stati (a cominciare dalla Germania nazista appena sconfitta e processata per i suoi crimini) da poter esibire, a guerra finita, la propria arma di sterminio di massa senza dover pagare alcun dazio morale. Commettere l’efferato crimine di polverizzare in un istante la vita di centinaia di migliaia di esseri umani a Hiroshima e Nagasaki, e subito dopo, come nulla fosse accaduto, inondare i paesi sudditi di “generosi” anticipi e simpatiche gag/accattivanti sorrisi delle star hollywoodiane. Quanto lontani quei tempi! Certo, il complesso militare-industriale continua a funzionare a pieno regime, ed è in grado, anche più dell’omologo russo, di generare terrore, ove direttamente, ove per interposti burattini. Ma – questa è la grande novità – l’interna decomposizione di quella che osò proporsi come la prima società moderna totalmente coesa, composta di soli ceti medi, ha reso questa grande potenza militare impotente, da mezzo secolo, a vincere fino in fondo una sola guerra, per quanto asimmetrica fosse. Da mezzo secolo l’Amerika, o perde le guerre (Vietnam, Afghanistan), o perde la “pace” (Iraq, Libia, Siria).

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