Venezia: parlano Shaden, Laila, Saja – ascoltate!

Sabato 15 a Venezia, come in tutte le altre città in Italia e nel mondo, hanno preso la parola giovani ragazze palestinesi mostrando una forza simile a un ruggito da leonesse. Presentiamo qui tre dei loro interventi a campo san Geremia sotto il palazzo della Rai, che – naturalmente – ha oscurato la manifestazione.

Nessun problema. Queste voci trovano altri canali per arrivare là dove devono arrivare.

Shaden

Sono Shaden e vi parlo a nome del collettivo universitario Nur, universitari/e contro l’aprtheid israeliana.

Ma vi parlo anche in quanto figlia di un palestinese, figlia di un popolo che oggi, tra macerie e nuovi bombardamenti, a 73 anni dalla Nakba, la I grande catastrofe palestinese, si ritrova a subire i violenti attacchi del governo israeliano e delle destre di tutto il mondo.

Sono figlia della mia famiglia, palestinesi che hanno vissuto il dramma dell’esodo nel 48 e nel 67 e che, ancora oggi, conserva le chiavi di casa in un piccolo cassetto di una stanza in Giordania.

Sono figlia di tutti quei volti che ho incontrato e che ho riconosciuto perché custodivano la forza di chi resiste in diaspora.

Non sono figlia, però, di quella classe politica che non perde occasione per scendere in piazza difendendo, cito, “Il diritto di Israele di difendersi”. Letta, Boschi, Tajani, Salvini sono solo alcuni dei nomi che la settimana scorsa, a Roma, lo hanno ribadito in piazza.

Non sono nemmeno figlia, e lo dico sotto la sede della Rai, di quei giornalisti/e che ci offrono un’informazione scorretta e corrotta giustificando, e quindi rendendosi complici, di un massacro in atto.

Sono invece figlia, compagna, amica, sorella di tutte quelle persone che stanno dimostrando la propria solidarietà al popolo palestinese decidendo di essere in piazza al nostro fianco.

Perché la domanda che ci viene fatta è sempre una. “C’è qualcosa che possiamo fare da qui?” Sì, possiamo e dobbiamo farla.

Come collettivo Nur, pensiamo che la risposta possa essere data dalla condivisione di pratiche di boicottaggio. Noi, come tanti altri collettivi, lo facciamo all’interno del mondo accademico. E le vittorie, nonostante mille difficoltà, ogni tanto arrivano. Penso al Cile, dove l’anno scorso proprio in questo periodo, la Federazione degli studenti dell’Università Austral del Cile, per la prima volta nella storia del paese, ha deciso di partecipare alla campagna internazionale di boicottaggio accademico israeliano.

Questo significa che i principali rettori della Federazione e tutte/i i docenti hanno assunto una netta posizione contro la politica di apartheid imposta dallo stato d’Israele. Ma penso anche a un episodio che ci riguarda più da vicino: è di qualche settimana fa la rottura dei rapporti di cooperazione con l’ateneo israeliano di Ariel da parte di tre istituti europei. Infatti, in seguito alle pressioni palestinesi ma anche dopo campagne portate avanti dalla comunità accademica europea, l’Università di Valencia, l’Università di Firenze e l’IRT (istituto francese della ricerca tecnologica) hanno deciso di interrompere gli scambi e i rapporti con quest’università israeliana che sorge su una delle più grandi colonie nei territori occupati del ‘67.

Ecco, quelli appena citati sono esempi forti che ci fanno capire che questa è la strada giusta, perché possiamo percorrerla da qua e perché ha un’efficacia enorme al fine di boicottare tutte quelle istituzioni complici del regime di oppressione israeliano.

Una strada talmente forte e pericolosa che ogni volta che viene intrapresa, all’interno delle università e in generale dei luoghi del sapere, viene ostacolata da atti di censura continui.

Ed è per questo che quello che diciamo qui, oggi, è che il sostegno alla causa palestinese passa anche per la decolonizzazione del sapere accademico.

Che questa sia la strada giusta ce lo dimostra anche un ulteriore esempio che arriva nelle ultime ore da Livorno, dove un gruppo di portuali si stanno opponendo al carico di armi su una nave destinata al porto israeliano di Ashdod. Armi che serviranno a colpire ancora, ad uccidere e minare la vita e la dignità del popolo palestinese.

Ecco, queste sono le notizie a cui dobbiamo dare voce perché ci insegnano che un mondo migliore è possibile solo se smettiamo di sognarlo e iniziamo a costruirlo. Non solo oggi, non solo domani, ma tutti i giorni fino a quando al popolo palestinese, e a tutti i popoli oppressi, verrà restituita la propria terra, la propria dignità e la propria libertà.

Laila

“Noi, palestinesi di tutta la Palestina storica siamo uniti come UN SOLO POPOLO, una sola storia, una sola terra e per un’unica causa. Siamo scesi per le strade di ogni città e di ogni villaggio palestinese, manifestando e protestando contro l’ingiustizia inflitta al nostro popolo: dalla minaccia di pulizia etnica del quartiere arabo di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, alle violenze impunite dei coloni sionisti, fino ai bombardamenti di Gaza dove centinaia di civili stanno morendo ogni giorno. Stiamo resistendo agli assassini e al furto delle nostre proprietà e della NOSTRA PATRIA. Per opprimere le proteste dei palestinesi, le forze di occupazione e la polizia israeliane stanno armando folle di coloni organizzando gruppi come “lahava”, “la familia”, “hills youth” e “pay the price”, gruppi che distruggono le proprietà arabe, minacciano ed assalgono i palestinesi. Gruppi di estremisti sionisti cantano per le strade “Morte agli arabi!”, “Violentiamoli tutti”, “Uccidiamo donne e bambini”. Le stesse incitazioni sono veicolate in chat di gruppo con il beneplacito degli ufficiali israeliani. I coloni, armati, sono protetti dalla polizia mentre attaccano i palestinesi, che protestano e cantano pacificamente. La polizia, oltre a permetterglielo, si unisce a loro negli attacchi ai palestinesi, prelevando arbitrariamente persone da strade e case. Noi chiediamo dunque alla Comunità Internazionale di esprimere solidarietà con i palestinesi che, disarmati e paralizzati, sono ormai privati di qualsiasi diritto umano”.

Queste sono le parole di un gruppo di ragazzi palestinesi del ’48 che mi hanno espressamente chiesto di far arrivare la loro voce a voi. La settimana scorsa a Gerusalemme, durante la preghiera dell’ultimo venerdì di Ramadan, i militari israeliani rispondono con la forza alle proteste dei palestinesi che da giorni stanno manifestando per Sheikh Jarrah. In poco tempo l’indignazione e la frustrazione dei palestinesi del ‘48 si infiamma e dappertutto, dal nord al sud di Israele, i villaggi arabi insorgono e si organizzano in manifestazioni e proteste.

È la prima volta che la società civile palestinese di Israele esce per strada in massa per far sentire la sua voce, per far capire a Israele che no, non ci sta più, che lo Stato non è riuscito nel suo intento di far tacere i cosiddetti “arabi-israeliani”, cittadini di serie B discriminati con vere e proprie leggi che di democratico non hanno nulla. Così gli arabi, musulmani e cristiani, ragazze e ragazzi, insieme, si mobilitano e si espongono in prima linea. La reazione dell’esercito è immediata: gas lacrimogeni, spari di proiettili di gomma, colpi d’arma da fuoco, arresti arbitrari. La polizia entra nelle case e preleva le persone senza motivo. L’obiettivo è uno: seminare il terrore e bloccare le manifestazioni. A San Giovanni d’Acri i militari entrano nei negozi degli arabi e li devastano, distruggendo e riversando per strada tutto quello che trovano. Ad Al-Taybe sparano sui manifestanti. Ad Emm el Fahem i pompieri rifiutano di spegnere un incendio. Led è circondata, gli abitanti chiedono aiuto, ma la polizia glielo nega e impedisce ai soccorsi di entrare nella città. E questi sono solo alcuni degli esempi che si possono fare.

L’entrata dei villaggi arabi viene presidiata. Il villaggio di Jdeide proprio questa notte è stato assediato e con blocchi di cemento è stato trasformato in pochi minuti in una prigione a cielo aperto. Nei villaggi palestinesi viene imposto il coprifuoco, ma solo agli arabi. Gli ebrei sionisti, camuffati da palestinesi, possono entrare ed aggredire impunemente chi trovano per strada. Nei paesi a popolazione mista vengono apposti dei segni colorati sulle case arabe in modo da riconoscerle e assalirle più facilmente durante la notte. E quando questo non basta, i sionisti si mettono d’accordo tra di loro per spegnere le luci in modo da identificare le abitazioni degli arabi, che ignari tengono la luce accesa. Sembra di tornare indietro nel tempo ai tempi delle piaghe d’Egitto, quando con il sangue il popolo israelita difendeva i propri primogeniti dalla morte, o quando durante la seconda guerra mondiale con le svastiche i nazisti marcavano le case degli ebrei. I sionisti, che tanto fanno appello alla Shoah, strumentalizzandola, sembrano averlo dimenticato. I coloni, sostenuti dall’esercito, sparano sugli arabi, profanano le loro tombe, incendiano le loro case e le loro macchine. E le persone che ci abitano. Per strada come sui social inneggiano alla morte degli arabi. Mentre su Facebook e Instagram chi si esprime a sostegno di Gaza, Gerusalemme e la Palestina, viene bloccato.

Ma questo non basta a fermare e a zittire il popolo palestinese, che continua a resistere anche se la tattica dello Stato sionista di provocare e portare i palestinesi all’estenuazione è una delle strategie preferite di Israele. E così, come ribadiscono i media, quando i palestinesi protestano, l’esercito israeliano RISPONDE e si difende. Si difende anche quando usa la sua forza contro ragazzi prelevati dalle loro abitazioni, picchiandoli e percuotendoli ripetutamente e violentemente? O spara sui manifestanti che lanciano sassi? O quando non interviene e anzi incoraggia una parte della popolazione ad aggredire la minoranza araba, mentre non fa altrettanto se accade il contrario? O quando aggredisce i civili indifesi? I video che girano in rete sono tanti, attraverso i social i palestinesi comunicano fra di loro, si mettono in guardia gli uni con gli altri, documentano e le testimonianze dei soprusi delle forze israeliane, a differenza del passato, sono evidenti e facilmente diffondibili.

Ma ai governi e alle forze internazionali questo non basta. Le informazioni vengono veicolate a favore dell’occupante. Perché bisogna dirlo e dirlo chiaramente: in questa guerra ci sono un occupante e un occupato. Ci sono uno Stato ebraico etnocratico e non democratico!, come qualcuno continua ad osannare, e una minoranza araba discriminata. E in queste ore tutto è diventato più evidente. Uno Stato, attraverso le forze dell’ordine, dovrebbe proteggere i suoi cittadini, di qualsiasi etnia e religione essi siano. In Israele questo non accade. Il popolo palestinese necessita di un suo Stato, della sua terra, di pace e di libertà e ancor prima di diritti, di giustizia e di VERITÀ. Oggi siamo qui a cercare di raccontarla questa verità che viene spesso distorta e monopolizzata, perché non conviene schierarsi contro Israele. Quindi grazie a tutti voi, che questo coraggio invece lo avete avuto. La vostra presenza è fondamentale per i palestinesi, le idee, la solidarietà e l’umanità di persone come voi, e la verità che con voi vede uno spiraglio di luce, sono la loro arma. L’unica che vogliamo. Grazie di cuore, anche a nome del popolo di Palestina.

Saja – legge in arabo il testo inviato da un compagno palestinese dalla Spagna (qui sintetizzato)

Guardate: sta bruciando e cadrà l’usurpatore e il suo complice.

Non c’è dubbio che stiamo riempiendo di gloria le pagine della storia del nostro popolo palestinese e della sua rivoluzione che continua a sorgere come una fenice da sotto le ceneri proprio quando i loro progetti sembrano avanzare.

Oggi come ieri, i figli del popolo palestinese si sono riversati nelle strade di Gerusalemme, Lyd, Ramla, Akka, Haifa, Jaffa, nel Negev, nelle strade di Al-Sab’a e di Tamra, a Baqa al-Gharbiyye, a Shefaram, Umm Al-Fahm, Majd Al- Krum, Nazareth [città e villaggi occupati da Israele nel 1948 – n.] in ogni terra, villaggio e città usurpate opponendosi con fermezza all’essenza del progetto sionista, e ai suoi pilastri che iniziano a sgretolarsi e a cadere, che si oppone alla corruzione che aiuta il progetto sionista…

Non esageriamo quando diciamo che il concetto sionista ora sta vacillando e che stiamo colpendo al cuore il progetto dell’entità usurpatrice. Nonostante il nostro sangue versato e la nostra carne bruciata, quanto meravigliosa è questa ‘Aid* [il giorno in cui si conclude il Ramadan – n.] in cui abbiamo riacquistato la nostra dignità e messo da parte la nostra sconfitta.

Non avremmo raggiunto tutto questo, se non fosse stato per i tanti martiri che abbiamo visto cadere e gli sforzi della Resistenza e oggi è necessario non scoraggiarsi. E non siate tristi, perché siete voi che avete giustamente suonato

# L’ora della liberazione della Palestina e il vento soffia

# Il ritorno è possibile

# Noi siamo decisamente vittoriosi

# Palestina Resiste

Al fianco e a sostegno della coraggiosa lotta palestinese – Venezia, sabato 15 maggio, ore 17 – campo San Geremia

Promuove il Comitato permanente contro le guerre e il razzismo di Marghera (piazza Radaelli, 3)

Aderiscono:

Assopace Palestina

Nur – Universitari contro l’apartheid israeliana

Comunità palestinese del Veneto

Partito Comunista di Venezia

Restiamo umani con Vik

Associazione Lungo la rotta balcanica

Pax Christi Venezia

Partito della Rifondazione comunista – Federazione di Venezia

Il 1° Maggio delle donne: contro oppressione, razzismo e sfruttamento (Comitato 23 settembre)

Milano, 1° maggio

Il 1° Maggio 2021 può e deve segnare un momento di mobilitazione sociale e di classe contro la violenza distruttrice del sistema in cui viviamo. La pandemia è solo l’ultimo degli esempi di questa violenza che solo la nostra lotta organizzata e di massa potrà fermare.

Milioni di lavoratrici e lavoratori ne sono colpiti in tutto il mondo, perché è stata affrontata da stati e governi con l’unico obiettivo di salvaguardare i profitti, continuare la rapina delle ricchezze dei popoli del sud del mondo, sfruttare donne e uomini nei quattro angoli del pianeta.

Invece di andare alla radice dell’attuale catastrofe, le borghesie usano questa crisi per organizzare in modo più efficiente lo sfruttamento del lavoro.

Ne pagheranno le spese i lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici, precarie e costrette a scegliere tra lavoro e cura dei figli e dei membri deboli della famiglia. Mai come in questo momento si moltiplicano gli auto-licenziamenti, i contratti non vengono rinnovati e, con lo sblocco dei licenziamenti, le donne saranno le prime a essere buttate fuori. Per non parlare delle donne che per portare a casa qualche euro erano costrette a lavorare in nero, e rimangono ora senza mezzi di sussistenza.

Non possiamo accettare di essere costrette alla povertà, alla dipendenza dal marito, a correre il rischio della violenza domestica, condizioni che con la pandemia non potranno che aggravarsi. Non ci rassegneremo alla polverizzazione e all’isolamento, continueremo a lottare nonostante le intimidazioni e la crescente repressione delle lotte, per difendere i nostri diritti!

Lottiamo per il lavoro e il salario garantito e per i servizi legati alla riproduzione sociale!

Le donne hanno pagato sulla loro pelle le conseguenze della cattiva gestione della pandemia, perché sono a maggiore rischio di contagio essendo lavoratrici addette alla cura e della scuola, per la mancanza di consultori e presìdi della loro salute riproduttiva, che le ha costrette a gravidanze indesiderate, o a rinunciare alla maternità per mancanza di cure e controlli necessari. Ciò si somma all’attacco repressivo e reazionario in atto contro il diritto di aborto e l’uso della pillola Ru486 nelle regioni amministrate da Lega e Fdi e sostenute dalle associazioni “pro vita”. La salute delle donne rischia di essere compromessa anche per la mancata possibilità di fare le terapie necessarie alle malattie croniche e controlli preventivi per i tumori più diffusi, per lo stress e l’affaticamento che ha messo a rischio o aggravato il loro disagio psichico e la loro salute mentale. Questo perché la vocazione instillata nelle donne, da quando vengono al mondo, è stata ed è quella di anteporre la cura degli altri alla cura di sé.

Noi rivendichiamo il diritto alla salute per tutte e tutti!

Prevenzione e medicina territoriale sono le vere armi contro il diffondersi della pandemia e contro lo strapotere delle grandi ditte farmaceutiche che producono farmaci e vaccini solo se il loro profitto è garantito. E al servizio di questi profitti si piegano i governi e le azioni degli stati. Questi sono i nostri nemici, che dobbiamo combattere!

Niente ci possiamo aspettare, come donne, dalla valanga di miliardi in arrivo, destinati a sostenere ceti sociali e settori di imprese (il digitale, il verde) da cui siamo per lo più escluse.

Quello che ci dobbiamo aspettare è un peggioramento della nostre condizioni generali di vita e un futuro del tutto incerto per chi verrà dopo di noi.

Con l’unità e la lotta possiamo costruire una barriera contro questo attacco globale, siamo milioni nel mondo, e il 1° Maggio, giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, ce lo ricorda!

L’unica scelta che abbiamo è quella di superare isolamento e divisioni e costruire un percorso di lotta dura, unitaria e convergente con tutti i movimenti espressione della nostra classe che si battono per farla finita con questo sistema sociale portatore di morte!

30 aprile 2021

Comitato 23 settembre

comitato23settembre@gmail.com

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1 May – Women against oppression, exploitation and racism – Comitato 23 settembre (english)

1 May 2021 can and must mark a moment of social and class mobilisation against the destructive violence of the system in which we live. The pandemic is just the latest example of this violence that only our organised and mass struggle can stop.

Millions of workers are affected all over the world, because it has been addressed by states and governments with the sole aim of safeguarding profits, continuing the robbery of the wealth of the peoples of the global south, exploiting women and men in the four corners of the planet.

Instead of going to the root of the current catastrophe, the bourgeoisies are using this crisis to organise the exploitation of labour more efficiently.

Workers will pay the price, but especially women workers, who are precarious and forced to choose between work and caring for children and weak family members. Never before have there been so many self-layoffs, contracts are not being renewed and, with the release of redundancies, women will be the first to be thrown out. Not to mention the women who, in order to bring home a few euros, were forced to work illegally, and are now left with no means of subsistence.

We cannot accept being forced into poverty, into dependence on their husbands, into running the risk of domestic violence, conditions that will only get worse with the pandemic. We will not resign ourselves to pulverisation and isolation, we will continue to fight despite intimidation and increasing repression of struggles, to defend our rights!

We will fight for guaranteed work and wages and for services related to social reproduction!

Women have paid the consequences of the mismanagement of the pandemic on their own skin, because they are at greater risk of contagion as care and school workers, because of the lack of counselling and reproductive health services, which has forced them into unwanted pregnancies, or to renounce motherhood due to the lack of necessary treatment and checks. This is in addition to the repressive and reactionary attack underway against the right to abortion and the use of the Ru486 pill in the regions administered by the Lega and Fdi and supported by ‘pro-life’ associations. Women’s health is also in danger of being compromised by the lack of opportunity to have the necessary treatment for chronic illnesses and preventive checks for the most common cancers, by stress and fatigue that has put at risk or aggravated their psychological distress and mental health. This is because the vocation instilled in women, from the moment they are born, has been and still is to put caring for others before caring for themselves.

We claim the right to health for everyone!

Prevention and territorial medicine are the real weapons against the spread of the pandemic and against the excessive power of the big pharmaceutical companies that produce drugs and vaccines only if their profit is guaranteed. And at the service of these profits, governments and the actions of states are bent. These are our enemies, whom we must fight!

As women, we can expect nothing from the large amounts of billions coming in, destined to support social classes and business sectors (digital, green) from which we are mostly excluded.

What we have to expect is a worsening of our general living conditions and a completely uncertain future for those who will come after us.

With unity and struggle we can build a barrier against this global attack, there are millions of us in the world, and 1 May, International Workers’ Day, reminds us of this!

The only choice we have is to overcome isolation and divisions and build a path of tough, united and convergent struggle with all the movements that are the expression of our class and are fighting to put an end to this social system that brings death!

Comitato 23 settembre

comitato23settembre@gmail.com

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1° Maggio operaio, di lotta, internazionalista – Assemblea delle/dei lavoratori combattivi, Patto d’azione anti-capitalista

A più di un anno dall’inizio della pandemia di CoVid-19 è sempre più evidente che l’emergenza sanitaria e la crisi economica capitalistica si alimentano a vicenda, in una spirale che sembra senza via di uscita.

La tanto strombazzata “ripresa”, annunciata ai quattro venti dai governi nazionali e internazionali come effetto del Recovery Fund, si rivelerà nient’altro che una favola e una tragedia per i lavoratori. La massa enorme di denaro messa in circolazione da BCE e UE sta già andando quasi tutta nelle casse e nelle tasche dei soliti noti: i padroni del digitale, dell’informatica, delle infrastrutture e, come sempre, della produzione militare (in vista di nuove guerre imperialiste). Il PNRR e il Decreto Sostegni del governo Draghi lo dicono chiaramente: il grosso dei 248 miliardi è per i “sussidi” ai padroni e ai loro profitti, mentre per la spesa sociale (misure di sostegno ai salari, all’occupazione femminile e ai servizi per l’infanzia, alla sanità, all’istruzione, ai trasporti pubblici) ci saranno pochi spiccioli, con un ulteriore aggravamento delle già drammatiche condizioni di vita di milioni di lavoratori e lavoratrici.

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