Iran: cresce l’organizzazione operaia nel settore petrolchimico – M.A. Kadivar e A.

Il petrolchimico di Mahshahr nella provincia del Khuzestan, a sud-ovest di Teheran

Ritorniamo sugli scioperi operai degli ultimi mesi in Iran traducendo un articolo postato il 25 agosto su MERIP (Middle East Report and Information Project), uno dei siti sul Medio Oriente più attendibili. Lo facciamo per l’importanza che ha avuto ed avrà il proletariato dell’Iran nello sviluppo dello scontro di classe in Medio Oriente e a livello internazionale.

L’articolo conferma in pieno, con una ricchezza di elementi di fatto, che in Iran – anche per effetto delle odiose sanzioni statunitensi e dell’irruzione della pandemia da covid 19 – gli antagonismi sociali si stanno acutizzando con un epicentro che nell’ultimo decennio è sempre più spostato verso il cuore del proletariato industriale (inclusa l’industria dei trasporti).

Il testo di Mohammad Ali Kadivar, Peyman Jafari, Mehdi Hoseini e Saber Khani ha un che di flemma “accademica”, vi si avverte un certo distacco dagli avvenimenti. Ma è ricco di notizie e di valutazioni sobrie, utili a comprendere le tendenze in atto. In particolare, mostra bene l’abilità di manovra delle autorità della repubblica islamica che abbinano alla repressione le operazioni necessarie a tenere divise le lotte, isolando il settore più sfruttato, esposto e combattivo della classe, cercando di cooptare quello più protetto e stabile, e di riattivare istituzioni “operaie” (i cosiddetti consigli islamici) già da tempo disattivate, per imbrigliare e far arenare ciò che più temono: la ripresa di un’attività autonoma del proletariato industriale.

Questa ripresa parte necessariamente dalle tematiche concernenti le condizioni di lavoro e la libertà di organizzazione, e procede – visti i precedenti – con un misto di prudenza e di fermezza nel mantenere il punto, soprattutto quando si tratta di difendere la propria auto-organizzazione: “La cosa più importante [di questo giro di lotte] è che abbiamo sperimentato il nostro grande potere come lavoratori, e questo ci mette in una posizione più forte per portare avanti le nostre richieste. In particolare, siamo riusciti a formare un consiglio organizzativo perché sia il vero rappresentante dei lavoratori”. Avanti così! – quale che sia l’esito immediato di questi mesi di lotte.

https://merip.org/2021/08/labor-organizing-on-the-rise-among-iranian-oil-workers/

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Il 19 giugno 2021, il giorno successivo alle elezioni presidenziali nella Repubblica islamica dell’Iran, è iniziata un’ondata di scioperi tra i lavoratori nel settore petrolifero, del gas e nell’industria petrolchimica dell’Iran, con richieste di aumenti salariali, stabilità del posto di lavoro e migliori condizioni di sicurezza e salute.

Nei primi giorni le notizie sulle elezioni hanno distolto l’attenzione dagli scioperi, ma quando l’ondata di scioperi si è estesa a nuove regioni e a nuove raffinerie petrolifere e petrolchimiche, una serie di gruppi sociali e politici ha iniziato a prestarvi attenzione. Gli scioperi, in ragione della loro dimensione, diffusione geografica e relativa forza organizzativa, hanno acquisito una valenza politica. Inoltre, le loro vertenze e rivendicazioni hanno preso piede presso ampi strati della popolazione attiva e stanno facendo rivivere i ricordi politici legati al ruolo dei lavoratori del petrolio negli eventi storici della rivoluzione iraniana del 1978-1979. Ma, cosa, ancora più importante, la portata dei recenti scioperi petroliferi (anche se inferiore alle proteste del gennaio 2018 e del novembre 2019 scaturite da una mobilitazione spontanea legata ad una questione di carattere nazionale), è stata facilitata dal loro coordinamento a livello nazionale.

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Iran: una nuova ondata di proteste e scioperi di massa – Frieda Afary (italiano – english)

Una immagine delle recenti proteste in Khuzestan per la mancanza di acqua

Nell’ormai abituale alternanza tra “riformatori” e “conservatori”, si installa in questi giorni ai vertici della “repubblica islamica”, Ebrahim Raisi. Lo fa grazie al sostegno di Khamenei e all’appoggio della ricca e potentissima Bonyad-e Emam Reza di Mashad, una delle Fondazioni parastatali con le più estese proprietà terriere e il maggior numero di dipendenti. Questo cambio della guardia al vertice avviene proprio mentre l’Iran è attraversato da un’ondata di lotte operaie e proteste sociali non meno ampia e duratura di quelle esplose contro il carovita nel novembre 2019 in 21 città, che costarono ai dimostranti molte centinaia di morti (secondo alcune fonti furono addirittura 1.500) e migliaia di arresti.

Abbiamo già presentato queste lotte qualche settimana fa in un piccolo dossier. Ci ritorniamo ora con questo aggiornamento di Frieda Afary perché ci sembra necessario infrangere, per quel po’ che possiamo, il muro di silenzio che la stampa del “nostro” regime da un lato, e lo squallido posizionamento campista, esplicito o implicito, di larga parte dell'”estrema sinistra” dall’altro, stendono intorno ad esse, in particolare intorno alle lotte operaie.

Ci torniamo perché per noi la gigantesca sollevazione rivoluzionaria che mandò in frantumi nel 1979 il regime dello Scià, uno dei bastioni – insieme con lo stato di Israele e la monarchia saudita – della dominazione imperialista occidentale sul proletariato e le masse sfruttate del Medio Oriente, ha posto il movimento proletario dell’Iran in una posizione di speciale rilievo internazionale, corrispondente per altro verso alla grande vicenda storica e alla collocazione strategica di quel paese.

Ci torniamo perché per noi, a differenza di certi sedicenti “comunisti” che disonorano il comunismo, fin dal primo giorno la “repubblica islamica” di Khomeini e Khamenei è stata, ad onta dell’abile demagogia sui mostazafin (gli oppressi) di cui si è adornata, un brutale apparato capitalistico di oppressione sul proletariato, gli sfruttati, la massa delle donne senza privilegi e le minoranze nazionali, curde e arabe anzitutto. E tale è rimasta nei quattro decenni della sua esistenza, quali che siano stati i suoi scontri, le sue frizioni, i suoi accordi aperti o sottobanco con gli Stati Uniti (intorno al nucleare o in Iraq); frizioni, scontri e accordi che non hanno mai riguardato la tutela delle condizione di esistenza e, tanto meno, la sorte delle masse sfruttate e oppresse dell’Iran e della regione medio-orientale.

Nel corso degli anni ’80 questo apparato capitalistico di oppressione sterminò, o costrinse all’esilio e disperse ai quattro angoli del mondo, un promettente, coraggioso giovane movimento marxista (ci riferiamo all’Ucm e al Partito comunista d’Iran dei primi anni ’80, e la militanza rivoluzionaria non si esauriva allora con questi compagni), privando così la lotta del proletariato, e le proteste sociali che si sono susseguite negli ultimi tre decenni, della loro espressione politica più avanzata. Ma gli antagonismi sociali non sono certo scomparsi in Iran, e – anche per effetto delle odiose sanzioni statunitensi ed europee – si stanno riacutizzando con un epicentro che, nell’ultimo decennio, è sempre più spostato verso il cuore del proletariato industriale (inclusa l’industria dei trasporti).

Ricacciato all’indietro con la violenza più efferata, in cui proprio il nuovo presidente Raisi ha avuto una parte di spicco con la mattanza nelle carceri di migliaia di detenuti politici avvenuta nel 1988, e con la manipolazione e diversione di massa compiuta “in nome dell’islam”, il movimento proletario iraniano sta riprendendo, come può, dalle lotte immediate, e da prime, significative forme di solidarietà tra i lavoratori di differenti settori, e tra lotte operaie e movimenti sociali contro l’aumento dei prezzi, l’oppressione delle donne, la mancanza di acqua, la gestione fallimentare della pandemia del Covid.

Nel frattempo, la polarizzazione della ricchezza sociale non fa che crescere – come ammettono la stessa ala “populista” dell’establishment islamista, la Jaryan-e enherafi (corrente dei devianti) di M. Ahmadinejad, ed altre componenti dell’area degli Hezbollah.

Che si stia progressivamente scavando un solco tra il potere politico, economico, giudiziario islamista, in tutte le sue molteplici e variegate componenti, e una crescente massa di appartenenti al campo degli sfruttati, lo prova la stessa decrescente partecipazione al voto: ferma al 42% (la più bassa di sempre) nelle elezioni parlamentari dello scorso anno, e al 48,8% (la più bassa di sempre) nelle presidenziali di giugno.

Che le contraddizioni di classe e sociali si stiano facendo esplosive, l’ha ammesso lo stesso Raisi nel suo discorso di insediamento: “Da oggi, la mia amministrazione seguirà un programma urgente e a breve termine per rimuovere i dieci problemi più importanti del Paese, compresi quelli relativi alla carenza di budget, investimenti, inflazione, diffusione del coronavirus, carenza di acqua ed elettricità”. Non più di qualche giorno fa l’uscente ministro della sanità aveva fatto solenne appello all’aiuto dell’esercito per contrastare una ripresa dell’epidemia che appare fuori controllo (l’appello all’esercito accomuna la “cristiana” Italia e l'”islamico” Iran, a dimostrazione che le questioni sociali non hanno assolutamente nulla di religioso).

Le denunce come quella di Frieda Afary sono utili proprio perché permettono di portare a conoscenza di chi non si limita a guardare solo alla città o alla nazione in cui vive, lotte che sono costate e costano ai nostri fratelli e sorelle di classe iraniani grandi sacrifici, non di rado la stessa vita; lotte che ci riguardano più di quanto si possa credere.

Ciò detto, precisiamo che il nostro punto di vista differisce dal suo sotto diversi aspetti:

  1. sebbene l’Iran non vada in alcun modo equiparato a Cuba quanto a consistenza della sua economia (quella iraniana è la diciottesima economia del mondo per Pil, la cubana è al posto 105), della sua demografia (83 milioni e passa di abitanti contro 11 milioni) e della sua struttura politico-militare (circa 1 milione di soldati a fronte di 50.000 scarsi); e sebbene negli ultimi due decenni la sua “economia di resistenza” e i suoi rapporti con la Cina e la Russia si siano fatti sempre più robusti e abbiano in larga parte controbilanciato le perdite di mercato ad ovest; le sanzioni statunitensi ed europee hanno il loro peso – e vanno denunciate con forza, preliminarmente, da chi nell’Occidente si trova ad agire. Anche Afary lo fa, sia chiaro, ma in maniera che ci sembra troppo collaterale.
  2. E’ improprio parlare, per l’Iran, di imperialismo, dal momento che questo termine – nella nostra lingua, almeno – si riferisce alla capacità di competere, su date basi economico-finanziarie e militari (che l’Iran non ha), per la spartizione del mercato mondiale. L’Iran è, invece, una potenza capitalistica regionale con i suoi tentacoli in Iraq, in Libano, in Siria, in Yemen, in Afghanistan, come del resto ha apertamente rivendicato nell’ottobre 2020 il generale Safavi: “Il nostro potere è andato al di là del territorio iraniano e noi – da un potere nazionale – ci siamo trasformati in un potere regionale”.
  3. Tutte le ‘singole’ denunce contenute in questo articolo sono fondate, e chi – come noi – si muove lungo la linea del “Che fare?” [“le denunce politiche di tutti gli aspetti della vita sociale sono la condizione necessaria e fondamentale dell’educazione dell’attività rivoluzionaria delle masse”], non può che sottoscriverle. Altra cosa, però, è mettere le espressioni della lotta di classe in Iran un po’ tutte sullo stesso piano – c’è una bella differenza tra le agitazioni studentesche del 1999 per la libertà di stampa (sostanzialmente limitate a Teheran); il quieto “movimento verde” del 2009, con una prevalente composizione di ceti medi, finalizzato a rimettere in discussione i risultati elettorali in diretto collegamento con i “riformatori” Mousavi e Kharrubi; le accese proteste degli strati sociali più deprivati contro la disoccupazione e l’inflazione del 2017-2018 che hanno coinvolto più di 70 città minori dell’Iran (con 25 morti e almeno 3700 arrestati) e sono stati i primi ad esprimere un rifiuto radicale dell’intero apparato di potere islamista; l’ancor più radicale esplosione del novembre 2019, nata contro il vertiginoso aumento del prezzo del carburante, e divenuta una protesta contro il governo e anche, per la prima volta, contro lo stesso Khamenei, con i dimostranti proletari e diseredati capaci di rispondere alla sanguinosa repressione statale con l’assalto a centinaia di banche (anche alla Banca centrale); ed infine il movimento di scioperi operai e le proteste popolari per la mancanza d’acqua attualmente in corso. Saremo pure gente del “secolo scorso”, fa niente, ma siamo certi che non ci si potrà liberare dalla macchina capitalistica di oppressione e di sfruttamento che si è data il nome di “repubblica islamica dell’Iran”, senza una ripresa in grande dell’attività rivoluzionaria del proletariato iraniano, e senza la riformazione (in essa) di un forte nucleo di marxisti rivoluzionari. Ed è esattamente per questa ragione, per la dinamica di dislocazione di questi scontri che sta avvicinandosi sempre più al cuore del proletariato iraniano, che torniamo a parlare di Iran.
  4. Quanto, infine, al cinismo che la Afary coglie nei “progressisti” e nei “socialisti” occidentali che attribuiscono una funzione “anti-imperialista” all’Iran e mantengono la bocca cucita sulle lotte operaie e le proteste sociali in corso in quel paese per non disturbare i manovratori di Teheran, come darle torto? Ma tale cinismo è solo l’attitudine morale che corrisponde ad una totale mancanza di senso di classe. L’anti-americanismo che accomuna tutta questa gente non è altro che una forma di nazionalismo: gli va bene tutto ciò che attenua l’influenza di Wall Street e del Pentagono sulla “propria” nazione, sul “proprio” paese, cioè sul “proprio” capitalismo. Importa zero ciò che i capitalismi, gli stati e i governi anti-americani fanno ai “propri” proletari. Chi, con pretesi argomenti “anti-imperialisti”, sostiene in Occidente la “repubblica islamica”, è fuori dall’internazionalismo proletario. E ai compagni che si mantengono in rigoroso silenzio davanti a lotte come quelle in corso in Iran e in altri paesi di vero o presunto schieramento anti-americano, diciamo: sveglia! Voi da che parte state?

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L’Iran sta vivendo un’altra ondata di proteste e scioperi di massa perché i problemi economici, sociali, politici, ambientali e sanitari rendono impossibile alla grande maggioranza della popolazione disporre del minimo indispensabile per vivere.

Scioperi nel settore petrolchimico, proteste contro la mancanza di acqua

Il 15 luglio è iniziata una nuova ondata di proteste di massa per la grave carenza di acqua nella provincia a prevalenza etnica araba del Khuzestan. Le principali parole d’ordine dei manifestanti erano: “Abbasso la dittatura”, “Abbasso Khamenei”, “Non vogliamo una Repubblica Islamica”, “Il popolo vuole la caduta del regime”. Le forze di sicurezza del governo hanno sparato e ucciso almeno 8 manifestanti e ne hanno ferito e arrestati molti altri. Nonostante questo, sono iniziate proteste di solidarietà in Azerbaijan, Kurdistan, a Isfahan, nel Sistan, nel Baluchistan e a Teheran. Registi, insegnanti e gruppi di scrittori iraniani hanno firmato una dichiarazione congiunta a sostegno delle proteste. (https://iranwire.com/en/features/9985)

In una dichiarazione di solidarietà del sindacato dei lavoratori degli autobus di Teheran si afferma: “La mancanza di acqua oggi in Khuzestan è dovuta alle politiche incompetenti, rapaci e incentrate sul profitto dei precedenti decenni del capitalismo nell’estrazione del petrolio e nell’uso dell’acqua per l’industria dell’acciaio, i cui proventi non vanno alla popolazione. Queste politiche insaziabili hanno privato la popolazione del Khuzestan di acqua potabile. La distribuzione d’acqua viene sospesa per molte ore e fatta mancare per i bisogni primari. Anche gli agricoltori e gli allevatori sono stati danneggiati, perdendo i loro mezzi di sussistenza”.

(https://www.akhbar-rooz.com/%d8%b3%d9%86%d8%af%db%8c%da%a9%d8%a7%db%8c-%d8%b4%d8%b1%da%a9%d8%aa-%d9%88%d8%a7%d8%ad%d8%af-%d8%b3%d8%b1%da%a9%d9%88%d8%a8-%d9%88-%da%a9%d8%b4%d8%aa%d8%a7%d8%b1-%d9%85%d8%b1%d8%af%d9%85-%d8%ac%d8%a7/)

Le ultime proteste seguono una serie di scioperi a livello nazionale dei lavoratori a contratto a tempo determinato nell’industria iraniana del petrolio e del gas, che è anche fortemente basata nel Khuzestan. Gli scioperi, che sono iniziati il 19 giugno e si sono estesi ad un centinaio di siti di produzione, chiedono contratti a tempo indeterminato, un salario mensile di circa 500 dollari, condizioni di lavoro sicure e il diritto di organizzarsi e di non essere sotto il controllo della polizia. I lavoratori della canna da zucchero di Haft Tapeh in sciopero nel Khuzestan chiedono anche la vaccinazione anti-COVID ed esprimono solidarietà con le proteste contro la mancanza d’acqua.

Crisi economica e pandemia di COVID

L’Iran continua a soffrire di una grave crisi economica causata dal costo dei suoi interventi imperialisti regionali in Siria, Iraq, Libano, Yemen, dai programmi nucleari e missilistici e dagli effetti delle sanzioni economiche statunitensi. Il salario minimo ufficiale è di circa 120 dollari al mese in un paese in cui il costo dei beni di prima necessità per una famiglia di 4 persone è di 500 dollari al mese. L’elettricità viene interrotta per diverse ore ogni giorno. L’accesso a internet sta diventando sempre più limitato o impossibile per molti a causa del costo e della repressione del governo.

In questa situazione, la pandemia di Covid sta devastando la popolazione. La variante Delta del Covid continua a diffondersi ampiamente. Più del 95% della popolazione non è vaccinata, e non ha accesso a nessun vaccino, tanto meno a quelli sicuri. (https://graphics.reuters.com/world-coronavirus-tracker-and-maps/countries-and-territories/iran/) Il numero ufficiale di morti è di circa 88.000, ma i numeri reali sono molto più alti. (https://www.cnn.com/interactive/2020/health/coronavirus-maps-and-cases/) Gran parte della popolazione di 83 milioni è stata contagiata. Ma non esistono dati precisi a causa della repressione del governo.

Il Covid si sta diffondendo rapidamente nelle prigioni iraniane, che hanno una popolazione ufficiale di 190.000 detenuti. Anche le prigioniere donne soffrono e muoiono di Covid. Tra loro giornaliste, insegnanti, attiviste femministe e del lavoro, studentesse, ambientaliste, attiviste curde e arabe dei diritti civili, come pure donne Baha’i e Sufi.

Donne prigioniere e rifugiati afgani

Nasrin Sotoudeh, avvocato femminista per i diritti umani e difensore della “ragazze della via della rivoluzione” imprigionata, ha diversi problemi di salute oltre il Covid. Narges Mohammadi, attivista femminista contro la pena di morte, che è stata candidata al premio Nobel per la pace, è stata rilasciata l’anno scorso dopo una lunga pena detentiva, solo per essere di nuovo condannata al carcere e a 80 frustate per aver continuato ad opporsi alla pena di morte e “aver messo in pericolo la sicurezza nazionale”. Si è battuta contro questa sentenza e ha partecipato a manifestazioni di solidarietà con il popolo del Khuzestan, con i lavoratori in sciopero e con le famiglie dei prigionieri politici. In una recente intervista, ha definito le lotte delle donne iraniane “il tallone d’Achille del regime iraniano”. (https://www.facebook.com/voicesofwomenforchange/videos/241864884051720)

Sepideh Gholyan, attivista femminista del lavoro, incarcerata in Khuzestan, continua a scrivere sulla situazione delle donne prigioniere di etnia araba. È stata selvaggiamente picchiata in prigione e ora è in sciopero della fame.

Gli immigrati e i rifugiati afgani, che in Iran sono circa 3 milioni, continuano ad essere espulsi (in 450.000 sono stati espulsi dal 2020). Il regime iraniano ha organizzato negoziati tra i talebani e il governo afghano sotto la direzione del ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif (https://www.radiozamaneh.com/676068/) e sta aiutando i talebani a rafforzare il loro potere, anche se i talebani hanno ucciso membri della popolazione sciita Hazara in Afghanistan. (https://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/afghanistan-hazara-taliban/2021/06/30/fae16a60-d815-11eb-8c87-ad6f27918c78_story.html)

Le persistenti ambizioni regionali dell’Iran e le “soluzioni” dell’imperialismo statunitense

In questo contesto di crisi e proteste, il governo iraniano prosegue i suoi interventi imperialisti regionali in Siria, Iraq e Libano. Sostiene le sue trame per rapire e assassinare gli attivisti dell’opposizione in esilio. (https://iranhumanrights.org/2021/07/foiled-kidnapping-of-dissident-part-of-irans-ramped-up-campaign-to-crush-dissent/) Continua a sviluppare i programmi nucleari e missilistici e ha interrotto il negoziato con l’amministrazione statunitense Biden sul ritorno all’accordo nucleare JCPOA.

L'”elezione” di Ebrahim Raisi a prossimo presidente dell’Iran ha avuto il più basso tasso di partecipazione di massa anche per gli standard iraniani, che erano già molto bassi. Raisi è stato in precedenza a capo della magistratura iraniana e, subito prima, del GHORB, il conglomerato immobiliare del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC). È tristemente noto come membro della “Commissione della morte” che ordinò le esecuzioni di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Sotto il suo controllo, circa 1500 persone sono state uccise dalle forze governative durante la rivolta del novembre 2019. (https://www.reuters.com/article/us-iran-protests-specialreport/special-report-irans-leader-ordered-crackdown-on-unrest-do-whatever-it-takes-to-end-it-idUSKBN1YR0QR) Amnesty International lo ha condannato per aver commesso crimini contro l’umanità (https://www.amnesty.org/en/latest/news/2021/06/iran-ebrahim-raisi-must-be-investigated-for-crimes-against-humanity/)

L’editorialista statunitense del New York Times Thomas Friedman rivela tutta la sua disumanità imperialista nella sua recente rubrica sull’Iran dove offre una “soluzione” che è “il meglio che si possa sperare con l’Iran.” (https://www.nytimes.com/2021/06/15/opinion/iran-biden-nuclear-deal.html?searchResultPosition=1) Egli sostiene che gli Stati Uniti, con l’aiuto degli stati del Golfo, dovrebbero dare maggiori aiuti finanziari al regime di Assad per cacciare l’Iran dalla Siria, mantenere la Russia e la Turchia quali potenze dominanti e assicurare la continuazione del regime di Assad. Questo, secondo lui, ridurrebbe il pericolo iraniano e potrebbe soddisfare Stati Uniti e Israele. Per lui, i popoli della regione, gli arabi e i curdi siriani e la popolazione iraniana, sono semplici pedine sulla scacchiera imperialista statunitense e globale.

Necessaria solidarietà progressista con le lotte all’interno dell’Iran

Non meno cinici sono quella sinistra e i cosiddetti socialisti di tutto il mondo che sostengono il regime iraniano come “anti-imperialista” o si rifiutano di criticarlo.

Coloro che limitano la loro solidarietà a chiedere la revoca delle sanzioni statunitensi, rifiutano di riconoscere la complessità dei problemi in Iran. Non tengono conto del fatto che questi problemi sono riconducibili sia all’imperialismo estero di Stati Uniti, Russia, Cina, che al militarismo capitalista all’interno e al fondamentalismo religioso.

Qualsiasi volontà di impegnarsi offrendo solidarietà con le lotte in Iran comincia non solo con la richiesta di revoca delle sanzioni statunitensi e la fine degli attacchi di Israele, ma anche con il ritenere il regime iraniano responsabile della repressione e dello sfruttamento della popolazione e dell’ambiente della regione. Riconoscerlo significa chiedere l’immediato rilascio dei prigionieri politici, esprimere solidarietà con i lavoratori in sciopero, le lotte delle donne e per l’ambiente, con le minoranze etniche sessuali e religiose, e infine chiedere il ritiro dell’Iran da Siria e Irak e la fine degli interventi in Afghanistan, Libano e Yemen.

25 luglio 2021

Iranian Progressives.org 210725

Iran: A New Wave of Mass Protests and Strikes

Iran is experiencing another wave of mass protests and strikes as economic, social, political, environmental and health problems make it impossible for the large majority of the population to have the bare minimums needed to live.

Petrochemical Strikes, Protests Against Water Shortage

A new wave of mass protests over severe water shortage in the mainly ethnic Arab province of Khuseztan began on July 15. Protesters’ slogans have included: “Down with Dictatorship.”, “Down With Khamenei”, “We Don’t Want An Islamic Republic”, “The People Want the Regime to Fall.” Government security forces have shot and killed at least 8 protesters and injured and arrested many others. However, solidarity protests have started in Azarbaijan, Kurdistan, Isfahan, Sistan & Baluchistan and Tehran. Iranian filmmakers, teachers and writers’ groups have co-signed a joint statement in support of the protests. (https://iranwire.com/en/features/9985)

In the words of a statement of solidarity by the Tehran Bus Workers’ Syndicate: “The lack of water in Khuzestan today is rooted in the unprofessional, rapacious and profit-centered policies of the prior decades of capitalism in oil extraction and use of water for the steel industry, the income from which does not go to the people. These insatiable policies have deprived the people of Khuzestan of safe drinking water. Water is shut off for long hours and it is lacking for basic needs. Farmers and cattle growers have also been damaged and lost their livelihoods.” (https://www.akhbar-rooz.com/%d8%b3%d9%86%d8%af%db%8c%da%a9%d8%a7%db%8c-%d8%b4%d8%b1%da%a9%d8%aa-%d9%88%d8%a7%d8%ad%d8%af-%d8%b3%d8%b1%da%a9%d9%88%d8%a8-%d9%88-%da%a9%d8%b4%d8%aa%d8%a7%d8%b1-%d9%85%d8%b1%d8%af%d9%85-%d8%ac%d8%a7/)

The latest protests have followed a series of nationwide strikes of temporary contract workers in Iran’s oil and gas industry which is also heavily based in Khuzestan. The strikes which began on June 19 and have spread to a hundred production sites, are demanding permanent employment status, a $500 monthly wage, safe working conditions and the right to organize and be free of police surveillance. Haft Tapeh sugar cane workers on strike in Khuzestan are also asking for COVID vaccination and expressing solidarity with protests against the lack of water.

Economic Crisis and COVID Pandemic

Iran continues to suffer from a massive economic crisis brought about by the costs of its regional imperialist interventions in Syria, Iraq, Lebanon, Yemen, its nuclear and missile programs and the effects of U.S. economic sanctions. The official minimum wage is approximately $120 per month in a country where the cost of bare necessities for a family of 4 is $500 per month. Electricity is shut off for several hours on a daily basis. Access to the internet is becoming more limited or impossible for many because of the cost and government repression.

In this situation the COVID pandemic has been wreaking havoc on the population. The Delta variant of COVID continues to spread widely. Over 95% of the population is not vaccinated and has no access to any vaccines, much less safe ones. (https://graphics.reuters.com/world-coronavirus-tracker-and-maps/countries-and-territories/iran/) The official number of deaths is approximately 88,000, but the real numbers are much higher. (https://www.cnn.com/interactive/2020/health/coronavirus-maps-and-cases/ ) A large part of the population of 83 million has been infected. However, no accurate figures exist because of government repression.

COVID is spreading rapidly in Iran’s prisons, which have an official population of 190,000. Women prisoners are also suffering from and dying from COVID. They include journalists, teachers, feminist and labor activists, students, environmentalists, Kurdish and Arab civil right activists, as well as Baha’i and Sufi women.

Women Prisoners and Afghan Refugees

Nasrin Sotoudeh, imprisoned feminist human rights attorney and defender of the “Girls of Revolution Avenue” is suffering from a variety of health problems in addition to COVID. Narges Mohammadi, feminist activist against the death penalty who has been nominated for the Nobel Peace Prize, was released last year after a long prison sentence, only to receive another prison sentence which also includes 80 lashes for continuing to oppose the death penalty and “endangering national security.” She has been fighting this sentence, and has attended protests in solidarity with the people of Khuzestan, striking workers and the families of political prisoners. In a recent interview, she called Iranian women’s struggles “the Achilles heel of the Iranian regime”. (https://www.facebook.com/voicesofwomenforchange/videos/241864884051720) Sepideh Gholyan, feminist labor activist, imprisoned in Khuzestan, continues to write about the plight of ethnic Arab women prisoners. She has been savagely beaten in prison and is now on hunger strike.

Afghan migrants and refugees who number approximately 3 million in Iran continue to be expelled (450,000 expelled since 2020). The Iranian regime has been holding negotiations between Taliban and the Afghan government under the direction of Iranian foreign minister, Javad Zarif (https://www.radiozamaneh.com/676068/) and is helping the Taliban strengthen their power even though the Taliban have been killing members of the Shi’a Hazara population in Afghanistan. (https://www.washingtonpost.com/world/asia_pacific/afghanistan-hazara-taliban/2021/06/30/fae16a60-d815-11eb-8c87-ad6f27918c78_story.html)

Iran’s Continuing Regional Ambitions and U.S. Imperialism’s “Solutions”

In the midst of all these crises and protests, the Iranian government maintains its regional imperialist interventions in Syria, Iraq, and Lebanon. It promotes its plots to kidnap and assassinate opposition activists in exile. (https://iranhumanrights.org/2021/07/foiled-kidnapping-of-dissident-part-of-irans-ramped-up-campaign-to-crush-dissent/) It continues to develop its nuclear and missile programs and has stopped its negotiation with the U.S. Biden administration on returning to the JCPOA nuclear agreement.

The “election” of Ebrahim Raisi as Iran’s next president had the lowest rate of mass participation even by Iran’s standards which were very low to begin with. Raisi was previously the head of Iran’s judiciary and immediately prior to that, the head of GHORB, the construction conglomerate of the Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC). He is infamously known as a member of the “Death Commission” which ordered the executions of thousands of political prisoners in 1988. Under his watch, approximately 1500 people were killed by government forces during the November 2019 uprising. (https://www.reuters.com/article/us-iran-protests-specialreport/special-report-irans-leader-ordered-crackdown-on-unrest-do-whatever-it-takes-to-end-it-idUSKBN1YR0QR) Amnesty International has condemned him for committing crimes against humanity (https://www.amnesty.org/en/latest/news/2021/06/iran-ebrahim-raisi-must-be-investigated-for-crimes-against-humanity/)

U.S. New York Times columnist, Thomas Friedman reveals imperialist inhumanity in his recent column on Iran where he offers a “solution” that is “the best anyone can hope for with Iran.” (https://www.nytimes.com/2021/06/15/opinion/iran-biden-nuclear-deal.html?searchResultPosition=1) He argues that the U.S. with the help of Gulf states should give more financial aid to the Assad regime to kick Iran out of Syria, maintain Russia and Turkey as dominant powers and assure the continuation of the Assad regime. This he says would reduce Iran’s danger and satisfy the U.S. and Israel. To him, the people of the region, the Syrian Arabs and Kurds and the Iranian population, are mere pawns on the U.S. and global Imperialist chessboard.

Needed Progressive Solidarity with Struggles inside Iran

No less cynical are those leftists and so-called socialists around the world who support the Iranian regime as “anti-imperialist” or refuse to criticize it.

Those who limit their solidarity to calling for the removal of U.S. sanctions, refuse to recognize the complexity of the problems in Iran. They do not address the fact that these problems are rooted both in the external imperialism of the U.S., Russia, China and internal capitalist militarism and religious fundamentalism.

Any effort to engage in solidarity with the struggles inside Iran begins not only with calling for the removal of U.S. sanctions and an end to Israel’s attacks, but also simultaneously holding the Iranian regime accountable for its repression and exploitation of the people and environment of the region. That recognition demands calling for the immediate release of political prisoners, expressing solidarity with striking workers, feminist and environmental struggles, oppressed ethnic, sexual and religious minorities, and demanding Iran’s withdrawal from Syria, Iraq and an end to its interventions in Afghanistan, Lebanon and Yemen.

July 25, 2021

I nostri testi sul Maghreb, il Mashreq, il Medio Oriente, e i nostri testi in lingua araba

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Le compagne e i compagni che curano questo blog hanno da “sempre” dedicato un’attenzione particolare alle vicende della lotta di classe nel mondo arabo e nel Medio Oriente. Con due costanti, legate strettamente tra loro: la denuncia dell’azione strangolatoria, di rapina, terroristica dell’imperialismo in questa area strategica del mondo, e anzitutto dell’imperialismo italiano; il sostegno attivo alle resistenze e alle sollevazioni delle grandi masse di sfruttate e sfruttati arabi e medio-orientali contro il tallone di ferro dei vecchi e nuovi colonialisti e contro i propri regimi borghesi, in vario modo e in vario grado integrati nel ed infeudati al capitale globale.

Abbiamo potuto farlo grazie anche alla presenza, nella nostra redazione allargata, di compagne e compagni di madrelingua araba e all’aiuto, più di recente, di proletari del SI Cobas che simpatizzano per il nostro lavoro.

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Il Covid-19 visto dall’Africa da un epidemiologo coi fiocchi. Due interviste di P. Cecconi a L. Salmaso

1. Il virus del terrore

Patrizia Cecconi, 16 Febbraio 2020

Fonte Comune.info

Per i gufi e le civette, si sa, il crepuscolo è l’ora della colazione e dove gli indù vedono una vacca sacra c’è chi guarda invece un gigantesco hamburger. Eduardo Galeano ci ha raccontato come nessun altro quanto sia importante tener presente il proprio punto di vista, l’angolazione da cui si guarda la realtà. Poi, sarà bene renderlo pubblico e fare dei paragoni. Perché anche saper mettere a confronto le cose aiuta a capire ciò che stiamo guardando.

La prospettiva da cui guarda la psicosi mediatica sul coronavirus “cinese” Leopoldo Salmaso, specialista padovano in malattie infettive che ora vive e lavora in Tanzania, è quella di un medico. Si tratta di un infettivologo che ha collaborato con Carlo Urbani, il microbiologo italiano che per primo ha identificato e classificato la SARS, da cui poi sarebbe stato ucciso. Salmaso, però, è un medico che non vive di realtà “percepite”(quelle che, secondo autorevoli opinion leader valgono quanto i numeri e i fatti), sa dunque che l’invasione delle locuste in corso – di cui si parla forse un po’ poco – potrebbe fare 20 milioni di morti nel continente in cui vive. Quella, in Africa, pianeta terra, è un’emergenza. Non si tratta certo di sottovalutare l’aggressività del virus “cinese”, nessun medico con le sue conoscenze lo farebbe, ma Salmaso non può evitare di ricordarci che nel mondo i morti di morbillo sono ben più di centomila l’anno e che le comuni influenze stagionali arrivano a uccidere mezzo milione di persone. Sarà utile trarne le debite conseguenze, sul piano della comunicazione. Anche di quella politica.

Una lunga e straordinaria intervista, realizzata in due tempi, per riscoprire che quando si parla di malattie killer non è lecito dire o ripetere fesserie come si trattasse di giudicare un calcio di rigore sospetto o le incontinenze verbali di qualche divo (anche politico) dello spettacolo. A qualcuno sembrerà strano, ma non conviene farlo neppure se si è firme illustri del commento televisivo o del giornalismo da bar. Sarà utile invece, per esempio, conoscere bene il numero delle persone che quelli presi in esame e altri virus uccidono. Poi, però, arriverà inevitabilmente il momento di decidere se classificare l’impossibilità di accedere al cibo sano e all’acqua pulita come una “malattia” oppure come una sfortunata condizione naturale. Questione di punti di vista.

Da oltre un mese il virus del terrore occupa un posto di primo piano nei media occidentali, ed esperti di diversa caratura vengono intervistati più o meno ovunque. Tutto giusto, i cittadini hanno il diritto di essere informati per potersi difendere dal virus che ha aggredito la Cina e che si teme infetti il mondo. Però, a ben guardare, facendo un rapporto con la popolazione, i numeri delle vittime e dei contagiati  rappresentano percentuali irrisorie rispetto a quelli di batteri o virus “banali” come le comuni influenze stagionali per le quali si arriva fino a 500.000 morti l’anno nel mondo. Senza sottovalutare l’aggressività del virus e la sua capacità di diffusione, visto in un’ottica comparativa il suo impatto verrebbe a ridimensionarsi e non si arriverebbe alla psicosi che ha fatto emergere fenomeni di razzismo anti-cinese da un lato e teorie complottistiche dall’altro, oltre a irresponsabili  esternazioni di politicanti e pennivendoli, finalizzate a creare insicurezza e conseguente intolleranza.

Di interviste a virologi, microbiologi, ricercatori ed esperti di ogni tipo ce n’è stata una quantità incredibile e quindi l’ennesima intervista potrebbe considerarsi superflua, però non lo è se il medico in questione, specialista in Malattie Infettive e Tropicali, nonché in Sanità Pubblica, da 42 anni si alterna tra l’Italia e l’Africa e di epidemie ne ha viste, seguite e combattute tante direttamente sul campo. 

Per questo abbiamo deciso di intervistare il dottor Leopoldo Salmaso e riusciamo a prenderlo mentre è in partenza per la Tanzanìa, dove porta avanti progetti sanitari, in particolare per bambini. Iniziamo l’intervista in Italia il 9 febbraio, ma la concluderemo telefonicamente dalla Tanzanìa il 14.

Salmaso è di Padova e la prima domanda che gli facciamo riguarda una “direttiva” della Regione Veneto, pubblicata sui giornali regionali il 29 gennaio, secondo la quale i medici di famiglia avrebbero dovuto ricoverare tutti i pazienti sospettabili di infezione da Nuovo Coronavirus, e porre in isolamento domiciliare tutti i loro contatti, cosa che, date le comuni malattie da raffreddamento di fine gennaio, avrebbe rappresentato una situazione a dir poco kafkiana per l’impossibilità di reperire anche solo un decimo dei posti letto necessari. Inoltre, una notizia del genere lasciava intendere che l’Italia fosse gravemente minacciata e, indirettamente, alimentava la caccia all’untore, concretizzatasi proprio nel Veneto dove si sono avuti i primi fenomeni di razzismo contro alcuni cinesi.

Abbiamo letto di questa circolare della regione Veneto e le chiediamo: realmente i medici di base hanno proceduto all’internamento di tutti i pazienti con febbre?

Guardi, nel bollettino regionale non c’è ancora nulla, però i giornalisti avranno pure avuto l’imbeccata da qualcuno…

Che la circolare fosse reale, o che i giornalisti abbiano capito male, resta il fatto che il coronavirus sta terrorizzando tutti per la riferita facilità di trasmissione. Se si ascolta una conversazione al bar si percepisce una clima di inquietudine, come se il virus fosse là, pronto ad aggredire noi e i nostri figli...

Con tutta l’attenzione dovuta a questo virus, vorrei rimarcare che più della metà delle morti di bambini sotto i 5 anni, e parliamo di oltre 5 milioni e mezzo ogni anno nel mondo, è causata da banali affezioni respiratorie o da ancor più banali malattie diarroiche, che uccidono semplicemente perché aggrediscono corpi debilitati da malnutrizione.

Capisco, ma questo non ha a che fare col virus cinese che al momento sta allarmando il globo e che è considerato un vero e proprio killer.

Se parliamo di killer dobbiamo anche considerare il numero di morti che fa, allora io le dico che il primo killer in assoluto in tutta la storia del mondo e dell’umanità è stato ed è la malnutrizione.

Non ho motivo di mettere in dubbio le sue parole e so che lei ha lavorato nelle zone più povere del mondo, collaborando anche col Carlo Urbani, il medico che identificò la Sars nel 2002 e ne rimase colpito mortalmente. Però ora vorrei sapere  la sua opinione su questo coronavirus, su come poterne evitare il contagio e sulla reale portata del rischio che si corre.

Bene, allora questo coronavirus ha un tasso di contagiosità del 2,5, mentre il tasso di contagiosità del morbillo è 15. Ciò significa che, partendo dal primo contagiato, dopo quattro passaggi il Nuovo Coronavirus avrà infettato 39 persone, mentre il virus del morbillo ne avrà infettate… ascolti bene: 50.625. E sa perché un normale morbillo è un killer tanto temibile per i bambini africani? Perché sono malnutriti. Quindi il semplice morbillo rappresenta un rischio a livello globale ben più alto del coronavirus, ma non genera terrore. Continua a leggere Il Covid-19 visto dall’Africa da un epidemiologo coi fiocchi. Due interviste di P. Cecconi a L. Salmaso

Le proteste popolari contro il regime iraniano si intensificano in risposta all’abbattimento di un aereo passeggeri da parte dell’Iran

Pubblichiamo un’ottima presa di posizione della Alliance of Middle Eastern and African Socialists, gia’ uscita su Combat-coc, che apre uno squarcio sulle lotte popolari in corso in Iran, sul loro significato e valore.

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Le eloquenti dichiarazioni e gli slogan espressi dall’ultima ondata di proteste di massa in Iran sembrano segnalare che la rivolta è entrata in una nuova fase. Gli sforzi del regime per far deragliare le proteste dopo l’assassinio USA di Qassem Soleimani e per dare l’impressione che le masse iraniane fossero dalla sua parte si sono rivelati fallimentari. Mentre l’attuale regime ha ancora il sostegno di un quarto, forse, della popolazione adulta, la maggioranza è chiaramente contraria ad esso e vuole vederlo rovesciato.

Sabato 11 gennaio, dopo tre giorni in cui il governo iraniano aveva negato che l’8 gennaio un aereo ucraino fosse stato abbattuto sopra i cieli di Teheran, un rappresentante delle forze armate della Repubblica islamica ha ammesso che un missile iraniano aveva colpito l’aereo per errore. Questo era accaduto poche ore dopo gli attacchi missilistici dell’Iran alle basi statunitensi in Iraq, attacchi che dovevano essere atti di ritorsione contro l’assassinio, il 3 gennaio, da parte USA, del generale Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds del Corpo della Guardia rivoluzionaria islamica (IRGC) e di Abu Mahdi al-Muhandis, alto comandante e tra i fondatori della milizia irachena di Kata’ib Hezbollah. Continua a leggere Le proteste popolari contro il regime iraniano si intensificano in risposta all’abbattimento di un aereo passeggeri da parte dell’Iran