I giovani palestinesi stanno guidando una rivolta per porre fine all’apartheid israeliano – Dima Khalidi

New York, 15 maggio, per il Nakba Day (David Dee Delgado / Getty Image)

Un compagno ci ha segnalato questo interessante articolo dagli Stati Uniti, che riprendiamo dal sito Invicta Palestina. Il grande movimento dello scorso anno BLM, protagonista il giovane proletariato nero, con il contributo di giovani marroni e bianchi, ha ispirato il moto di questa nuova generazione di palestinesi e arabi, in gran parte anch’essi proletari, che a sua volta sta alimentando una più generale ripulsa non solo del sanguinario colonialismo israeliano, ma di tutto il colonialismo (del passato e del presente) – con inevitabili riflessi – positivi – tra la numerosa gioventù ebraica statunitense. Non a caso il New York Times di oggi registra con preoccupazione un cambiamento di atteggiamento di molti di questi giovani nei confronti dello stato di Israele. Avanti cosìcon un modesto consiglio: non delegare mai la lotta negli Stati Uniti contro il proprio governo/stato e contro Israele alla sinistra del partito democratico.

Questa generazione rifiuta l’idea che Israele come entità sionista possa essere riformata, proprio come il movimento BLM rifiuta che istituzioni intrinsecamente e strutturalmente razziste come la polizia possano essere “riformate”.

Fonte: english version

Dima Khalidi, Truthout – 17 maggio 2021

In questi giorni, noi palestinesi di tutto il mondo stiamo vivendo un déjà vu, mentre guardiamo nuovamente il nostro popolo resistere alla cancellazione che Israele chiede con la forza di accettare, e sapendo che molti  di noi moriranno.

Come madre ho pianto, leggendo il tweet di una madre di Gaza che fa dormire i suoi figli con lei “così che  se dovessimo morire, moriremo insieme e nessuno di noi sopravviverebbe per piangere la perdita dell’uno o dell’altro”; o mentre leggevo di un padre che cercava di rassicurare sua figlia  che gli chiedeva se la loro casa potesse essere distrutta durante la notte, dicendole che le bombe ” al buio non ci vedono “; mentre immagino l’indicibile terrore di essere una dei 2 milioni di persone stipate come sardine in una prigione a cielo aperto  mentre le più avanzate armi di distruzione di massa vengono sganciate su di te. Avendo vissuto da bambina l’invasione israeliana e l’assedio di Beirut nel 1982, questo tipo di terrore è radicato nella mia memoria.

Insieme a questo dolore disperato e a questa rabbia impotente, provo anche un’energia familiare, la sensazione che “questo è” . Che non c’è ritorno. La verità è nuda. Il nostro popolo non può più contenere il bisogno di resistere a uno stato colonialista che da generazioni ha esercitato espropriazioni, oppressione e menzogne, ​​vendute per giustificare la nostra disumanizzazione.

È simile ai sentimenti che sono emersi negli Stati Uniti la scorsa estate, quando l’ennesimo nero – George Floyd – è stato ucciso dallo stato in pubblico, in video, per 9 atroci minuti, e le comunità nere si sono alzate per dichiarare la fine della loro oppressione in una società profondamente razzista, una società costruita con il sudore e il sangue dei loro corpi sulla terra rubata ai popoli indigeni.

Questi sono i momenti in cui un popolo oppresso non ce la fa più. I neri e gli indigeni hanno sempre resistito alla loro cancellazione e oppressione. E così anche i palestinesi.

Quest’ultima rivolta palestinese rifiuta fermamente la conquista e la divisione del nostro popolo, legalmente e geograficamente, in appezzamenti di terra separati, assediati e discriminati, simili ai Bantustan dell’Apartheid in Sud Africa. Quest’ultima rivolta dichiara che tutta la Palestina storica è sotto qualche forma di occupazione e che ciò deve finire.

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Un ex-pilota israeliano : “Il nostro esercito è un’organizzazione terroristica gestita da criminali di guerra”.

Dal sito Invicta Palestina

Ex pilota israeliano: “Il nostro esercito è un’organizzazione terroristica gestita da criminali di guerra”

Copertina: Yonatan Shapira, ex soldato israeliano, 26 settembre 2010 [HASAN MROUE / AFP via Getty Images]

Fonte: English version

17 maggio 2021

Un ex pilota dell’aeronautica militare israeliana, Yonatan Shapira, ha descritto il governo e l’esercito israeliani come “organizzazioni terroristiche” gestite da “criminali di guerra”.

Il capitano Shapira, che si era dimesso dall’esercito israeliano nel 2003 al culmine della Seconda Intifada palestinese ha spiegato, in un’intervista esclusiva a Anadolu News Agency, che dopo essersi arruolato nell’esercito si era reso conto di essere “parte di un’organizzazione terroristica”.

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Cosa significa rifiutare la leva militare a 18 anni in Israele – la testimonianza di Hallel Rabin

Ci è stato segnalato questo articolo di G. Giaume, e lo pubblichiamo con piacere perché presenta, con un caso concreto, una delle inevitabili conseguenze di ogni forma di oppressione coloniale: la resistenza ad essa che, in Israele, è tutt’oggi propria di una piccola minoranza di giovani, nell’ordine numerico delle centinaia, se ci limitiamo alla sua forma militante (i refusnik), ma riguarda un’area assai più vasta se ci riferiamo invece al tentativo, non solo opportunistico, di sottrarsi al servizio militare di leva, che in Israele equivale ad essere coinvolti in vessazioni brutali e azioni criminali contro la popolazione palestinese.

Leggetelo attentamente, e noterete come in questa giovane israeliana piena di dignità ed in quelli/e come lei, vi sia una tendenza alla radicalizzazione del proprio rifiuto che è arrivata a mettere in discussione l’atto fondativo stesso dello stato di Israele in quanto momento di nascita di un assetto segregativo sistematico basato su “violenza sistemica e razzismo”; una presa di coscienza che è omologa a quella dei giovani bianchi, proletari e non, che si sono fatti attrarre dal movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti-2020.

Come ha spiegato un grande combattente contro il militarismo capitalistico, il comunista Karl Liebknecht, “il militarismo reca in sé molti germi di autodistruzione, della propria decomposizione”. Mai dimenticare, però, che alla base di rifiuti come quello di Hallel Rabin e degli altri refusnik non c’è solo un sano orrore per l’esercizio della violenza sugli oppressi e i colonizzati, c’è anche, ed è il fattore decisivo, la resistenza degli oppressi, con ogni mezzo a loro disposizione. Perché è questa resistenza che mette in luce il carattere odioso, inumano, dei soprusi, delle vessazioni, dei ferimenti, degli espropri, degli assassinii compiuti dall’esercito e dallo stato di Israele, e dalle sue truppe ausiliare dei fanatici coloni, fino a renderli insopportabili. E dunque anche da questo lato si arriva al punto chiave: viva la resistenza palestinese! Viva la resistenza degli sfruttati e degli oppressi di ogni nazionalità, linfa vitale della storia, della rivoluzione sociale anti-capitalista.

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Abbiamo parlato con Hallel Rabin, la 19enne israeliana che per la propria opposizione a “una perpetuazione di ingiustizia e apartheid” è stata arrestata tre volte

“Chi è al potere istituisce una politica di occupazione e oppressione di un’intera nazione. Non prenderò parte a un sistema basato sulla disuguaglianza e sulla paura: viviamo in una realtà che ci spinge alla violenza e io mi rifiuto di farne parte o di tacere.” Hallel Rabin questa decisione l’ha presa a 18 anni, quando arriva il momento, per ogni giovane donna e uomo di Israele, di unirsi ai ranghi dell’esercito e prestare servizio militare. In apparenza sembra una teenager come tante, capelli lunghi, sorriso gentile, una passione per i cavalli. La cesura netta con i suoi coetanei è arrivata all’inizio del 2020, quando Rabin ha scritto la sua dichiarazione di rifiuto, da cui sono tratte queste parole. 

Uno stacco che commenta così a the Submarine: “Non so quando ho deciso di firmare un rifiuto ufficiale. All’età di 14 anni ho capito che il problema dell’ingiustizia non è semplice e che militare nell’esercito ha delle conseguenze molto pesanti. A 18 ho scritto la mia lettera al Comitato di Coscienza.” Rabin, cresciuta in una casa liberale del Kibbutz Harduf nel nord di Israele, di anni oggi ne ha 19 ed è già stata incarcerata tre volte — una delle quali durante il Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico. Il motivo è sempre lo stesso: si rifiuta di servire nelle IDF, le forze di difesa fondate nel 1948 “per difendere l’esistenza, l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato di Israele.” Queste, che prevedono un periodo di leva obbligatorio di 32 mesi per gli uomini e di 24 le donne, conservano alcune esenzioni, tra cui quella storica per pacifismo, eppure il Comitato ha negato la sua concessione alla 19enne.

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L’apartheid sanitario di Israele – J. Deutsch

Come sempre, e più che mai in questi giorni, radio, tv, giornali ci spaccano i timpani con il merito di Israele di essere la sola “democrazia” del Medio Oriente, per cui – quali che siano le sue rappresaglie militari – resta comunque il solo faro di civiltà in questa intera regione “incivile”. Questo suo “primato” parrebbe confermato dalla celerità con cui è stata vaccinata una parte consistente della sua popolazione.

Il rovescio della medaglia, naturalmente “dimenticato”, eccolo qui: l’apartheid sanitario che costituisce una condanna a malattia e morte per masse di palestinesi, in particolare a Gaza. Le notizie le riprendiamo da un testo di denuncia della psichiatra Judith Deutsch, una psicoanalista ebrea di Toronto, comparso sul sito canadese “The Bullet”, intitolato Medical Apartheid: From Israel/Palestine to Canada.

Questa è la “civiltà democratica” israeliana: la lugubre “civiltà” del colonialismo, del razzismo, dell’apartheid, della “pulizia etnica”, difesa senza esitazione alcuna, e con ogni mezzo, dallo stato italiano, dai 67 governi della “Repubblica nata dalla Resistenza” e che nella sua retorica ha preteso a lungo di essere “anti-fascista”. Una “civiltà” che non potrà in alcun modo sfuggire alla condanna della storia, emessa per mano delle masse oppresse palestinesi e di quella parte non sfruttatrice della società israeliana che finalmente si ridesterà da un “sogno” che, anno dopo anno, si rivelerà un incubo da cui liberarsi.

Il 16 febbraio 2021, Democracy Now ha riferito che Israele ha interrotto la spedizione di 2.000 dosi di vaccino COVID-19 nella Striscia di Gaza, dove erano previste per gli operatori sanitari. “Il territorio assediato ospita più di due milioni di persone, ma non ha ancora ricevuto alcun vaccino. Ciò avviene quando i funzionari sanitari israeliani hanno segnalato un calo di quasi il 95% delle infezioni sintomatiche da coronavirus tra i 600.000 israeliani che hanno ricevuto il vaccino COVID-19 della Pfizer. Circa il 30% dei cittadini israeliani ha ricevuto almeno una dose di vaccino – il tasso più alto di qualsiasi grande nazione – ma questa cifra esclude i palestinesi nei Territori occupati che rimangono in gran parte non vaccinati “.

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