Jenin: uccisa dai soldati israeliani Shirin Abu Akleh, la voce dei palestinesi su Al Jazeera (italiano – english)

Nelle scorse ore è stata assassinata a Jenin, in un raid dell’esercito israeliano, Shireen Abu Akleh, l’amata voce dei palestinesi su Al Jazeera. Secondo il suo giornale, è stata uccisa a “sangue freddo”, colpita da un proiettile al volto ed è morta pochi minuti dopo il trasporto in ospedale, dove è arrivata in gravissime condizioni. Ali Samoudi, un altro giornalista palestinese che lavora per il giornale Al-Quds, è stato ferito alla schiena.

“Quello che sappiamo per ora è che il ministero della Salute palestinese ha annunciato la sua morte. Shireen Abu Akleh stava raccontando gli eventi che si stavano svolgendo a Jenin, in particolare un raid israeliano nella città, che si trova a nord della Cisgiordania occupata, quando è stata colpita da un proiettile”, ha dichiarato un rappresentante dell’emittente del Qatar.

Nelle ultime settimane questi raid sono diventati abituali perché lo stato di Israele ritiene che gli attentati compiuti di recente siano opera di palestinesi residenti a Jenin e dintorni. Jenin, una delle città più martirizzate dalle forze di repressione israeliane, ed in particolare il suo campo profughi, sono considerati un bastione delle componenti più militanti del movimento di lotta palestinese.

Appena pochi giorni fa, in un post ripreso anche da “Sinistra in rete” avevamo denunciato le crescenti provocazioni sioniste nella città di Gerusalemme, accompagnate dal consueto tributo di sangue, e altrettanto regolarmente coperte dal silenzio della famigerata “comunità internazionale”. Questa volta, trattandosi dell’assassinio di un volto molto noto in tutto il mondo arabo e temendo l’impatto della notizia, sia il premier israeliano Bennet che i suoi protettori di Bruxelles si dicono ufficialmente rattristati (immaginiamo quanto) e pronti a “indagini congiunte” per “fare luce” (!) sull’accaduto.

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Sabra e Chatila, 16-18 settembre 1982: non dimenticare! – Giorgio Stern

Between 800 (according to the Kahane commission) and 1500 (according to P.L.O.) Palestinian refugees were massacred by the Christian Lebanese Forces between September, 14 and 17. The Israeli army, positioned around the two camps, did not react. Corpses of refugees lie in the streets. (Photo by Michel Philippot/Sygma via Getty Images)

Riceviamo dalla compagna Patrizia di Trieste, e condividiamo: non si devono dimenticare le prodezze dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, che testimoniano in modo schiacciante il suo “superiore grado di civiltà“.

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“Se esistesse il Premio Nobel per la Morte” scriveva Gabriel Garcia Marquez, “quest’anno se  lo sarebbero assicurati Menahem Begin e il suo assassino di professione Ariel Sharon”. 

Era il settembre 1982, Begin e Sharon si erano appena macchiati di uno dei loro crimini peggiori. Tanto gravi che persino l’opinione pubblica israeliana ne aveva risentito.

Ecco cosa avvenne.

Il 15 settembre ‘82 [nelle fonti arabe la data risulta: 16-18 settembre – n.n.] in forza degli accordi e delle garanzie internazionali, i combattenti palestinesi che proteggono i loro campi profughi dall’invasione israeliana, lasciano il Libano per la Tunisia. Il ministro della difesa israeliano, Sharon, ne approfitta e fa circondare dai suoi soldati i due campi di rifugiati palestinesi a Beirut, Sabra e Chatila, ormai completamente indifesi. Nella notte Sharon vi fa penetrare i mercenari “falangisti” assoldati da Israele. L’eccidio, precedentemente pianificato, avviene alla luce dei bengala che i militari dello “Stato ebraico” lanciano per facilitare la “pulizia etnica”. La mattanza dura quasi tre giorni, durante i quali Sharon impedisce a medici e ambulanze di accorrere ed ai giornalisti di raccontare. Alla fine il numero delle donne, dei bambini e dei vecchi torturati e uccisi è di circa 3000 e non sarà mai dato per certo, poiché gli israeliani con i bulldozer cercano di far scomparire i cadaveri dilaniati [i numeri di questo orrendo massacro vanno, in realtà, da 800 secondo la commissione israeliana Kahan fino a 3.500 secondo alcune fonti palestinesi – n. n.].

L’orrore nel mondo, e nella stessa Israele, è grande. A Tel Aviv 400.000 pacifisti danno vita alla più grande manifestazione nella storia di questo Stato. Il Governo israeliano è costretto ad aprire un’inchiesta che alla fine scagiona Sharon. Ma egli risulta talmente impresentabile che la stessa Organizzazione Sionista Mondiale evita di dar corso alla sua nomina a direttore del programma di immigrazione.

Nel febbraio 2001, in un clima interno completamente mutato rispetto a vent’anni prima, con voto plebiscitario gli israeliani eleggono Sharon Primo ministro.

In Belgio si apre un procedimento a suo carico per i crimini commessi a Sabra e Chatila. Il 23 gennaio 2002, Elie Hobeika, capo dei falangisti autori materiali della strage, si dichiara disposto a testimoniare davanti al tribunale belga che ha aperto il procedimento a carico di Sharon: il giorno dopo Hobeika viene ucciso a Beirut in un attentato. 

I crimini di Sharon sono ampiamente documentati, la BBC ha contribuito con il documentario “Accused”.

Nel quadro della campagna promossa dal giornalista Stefano Chiarini, “Per non dimenticare Sabra e Chatila” nel settembre di ogni anno a Beirut viene ricordato l’anniversario del massacro alla presenza di delegazioni provenienti da tutto il mondo.

Gilboa e tutte le carceri israeliane non potranno mai uccidere la libertà e la volontà di lotta dei palestinesi – emmerre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota sull’evasione di sei militanti della causa palestinese dal carcere di Bilboa. Per parte nostra, senza esporre qui ancora una volta il nostro inquadramento della questione palestinese, ci limitiamo a ricordare solo questo: ogni mito militarista è destinato a cadere nella polvere insieme con le sue infrastrutture. Sarà così anche per la mitica “invincibilità” dello stato, dell’esercito e dei servizi israeliani.

Jenin, 13 settembre, manifestazione per Zubeidi, uno dei militanti palestinesi evasi dal carcere di Gilboa, e poi catturato, picchiato, sottoposto a tortura e negazione di cure mediche

Il 6 settembre scorso sei prigionieri politici palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa, un carcere di massima sicurezza costruito nel 2004 nel nord di Israele, a meno di 6 km dai Territori occupati nel 1967, nell’area di Beesan. Nella stessa zona c’è anche la prigione di Shatta. La propaganda militare israeliana l’ha sempre descritta come una fortezza invalicabile dove sono rinchiusi i palestinesi più attivi sul piano militare e politico.

Israele investe molto nella costruzione di carceri e nelle misure di sicurezza; pertanto questa fuga ha rappresentato un trauma per l’esercito israeliano. L’associazione Addamir per i Diritti umani e il sostegno ai prigionieri fornisce questi dati: attualmente Israele detiene 4.650 prigionieri politici, dei quali 520 in detenzione amministrativa, 200 minori, 40 donne, 11 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, tra i quali Marwan Barghouthi, Ahmad Sadat e Khalida Jarrar. Nelle prigioni israeliane ci sono circa 70 palestinesi dei territori occupati nel 1948, 240 prigionieri di Gaza e 400 di Gerusalemme.

Non c’è famiglia palestinese che non abbia un parente nelle prigioni israeliane, a volte con continuità di generazione, come nel caso di uno dei sei prigionieri evasi la settimana scorsa e poi catturato nuovamente. Secondo l’Autorità per gli Affari dei prigionieri palestinesi, dal 1967 ad oggi sono passati nelle prigioni israeliane circa un milione di palestinesi e di questi circa 226 sono morti in carcere: 73 deceduti sotto tortura, 71 per cure mediche negate, 75 per omicidio premeditato dopo l’arresto, 7 per essere stati colpiti da arma da fuoco durante la detenzione.

Vediamo allora di conoscere chi sono questi sei “combattenti per la libertà”, come li ha definiti il giornalista israeliano Gideon Levy: “..I sei prigionieri palestinesi evasi sono i più audaci combattenti per la libertà che si possano immaginare…”

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Palestina-Israele: “Né i giudici, né i diplomatici verranno a salvare Sheikh Jarrah” – Amjad Iraqi

Riprendiamo dal sito Alencontre la cronaca dell’udienza della Corte suprema di Israele in cui si doveva decidere sulla proprietà di alcune case del quartiere di Sheikh Jarrah storicamente appartenenti a famiglie palestinesi – case dalle quali un’organizzazione di coloni intende sfrattarle. Sotto l’apparenza di proporre un compromesso, ancora una volta il sistema giudiziario israeliano si è schierato dalla parte dei coloni, benché non abbia avuto l’impudenza di ingiungere l’immediato sfratto delle famiglie palestinesi. La grandissima protesta nata nei mesi scorsi proprio a Sheikh Jarrah e dilagata in tutta la Palestina, per poi divenire internazionale, glielo ha, provvisoriamente, impedito. Solo una forte ripresa di quel movimento di lotta, e la solidarietà internazionale e internazionalista con esso, potrà sbarrare la strada definitivamente ai piani delle organizzazioni dei coloni spalleggiati dallo stato di Israele, a Gerusalemme Est e dovunque. Né i giudici israeliani, né le chiacchiere vuote e ipocrite delle diplomazie internazionali (presenti in aula il 2 agosto a marcare il cartellino), potranno nulla a riguardo.

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È stato esasperante seguire lunedì 2 agosto le deliberazioni della Corte Suprema israeliana su Sheikh Jarrah [un quartiere di Gerusalemme Est a prevalenza di palestinesi]. Durante l’udienza in cui si doveva decidere se i residenti palestinesi saranno sfrattati con la forza dal loro quartiere, i tre giudici hanno proposto un accordo che consentirebbe alle famiglie di rimanere per diversi anni nelle loro abitazioni come “inquilini protetti”, in cambio del pagamento di un piccolo canone di “affitto” [circa 400 euro all’anno] versato al gruppo di coloni Nahalat Shimon, che brama aggressivamente alla proprietà di quelle case con il sostegno della polizia. L’udienza si è conclusa con una situazione di stallo, e il tribunale si è visto costretto a programmarne un’altra la prossima settimana nella speranza che le due parti facciano nel frattempo un passo indietro.

Quello che i giudici hanno descritto come un “compromesso” si è rivelato, però, un ultimatum. I giudici inizialmente si sono rifiutati di concedere alle famiglie palestinesi diversi giorni per esaminare l’accordo, sostenendo pretestuosamente che volevano evitare ulteriori pressioni dei media e che ci sarebbero voluti secoli prima che tutti i residenti fossero d’accordo. Molti palestinesi presenti in aula hanno faticato a seguire le difese in ebraico (non è stata fornita alcuna traduzione ufficiale), ciò che li ha costretti ad affannarsi per ottenere informazioni su quello che gli sarebbe capitato. L’obiettivo dei giudici non era certo dissimulato: era fare pressione sulle parti affinché accettassero l’accordo, per evitare la responsabilità di decidere loro su una questione con una posta politica in gioco così alta.

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Cisgiordania: coloni e soldati israeliani uniti per ammazzare palestinesi – Invicta Palestina

Riprendiamo dal sito Invicta Palestina un dettagliato rapporto su quanto è avvenuto il 14 maggio scorso, pochi giorni dopo l’esplosione della nuova Intifada, in alcuni villaggi della Cisgiordania: Urif, Asira Al-Qibliya, Iskaka, Al Reihiya, Burin. Leggetelo senza fretta! Potrete toccare con mano l’intreccio sempre più forte tra l’esercito e i coloni, che è maturato nell’era Netanyahu, e non finirà certo con l’avvento del nuovo governo Bennett. Vedrete pure come si fa strada, tra i poliziotti palestinesi, la percezione di “avere sbagliato” nel disarmare la popolazione dei villaggi, lasciandola così alla mercé delle bande dei coloni e dell’esercito israeliano, e nell’agire da forza ausiliaria dell’occupante.

A seguire pubblichiamo una lettera aperta di 100 soldati dell’esercito di Israele che protestano contro gli episodi criminali qui illustrati e, in generale, contro la violenza dei coloni e la copertura, se non l’attiva complicità con loro, dell’esercito. L’ideologia e la prospettiva della lettera è lontanissima dalla nostra – ma una cosa è certa: l’irriducibile resistenza delle masse sfruttate e oppresse di Palestina sta generando dissensi e contrasti anche nelle fila dell’esercito coloniale.

Un’indagine di Local Call rivela come in un solo giorno di maggio coloni e soldati israeliani abbiano collaborato in attacchi che hanno provocato la morte di quattro palestinesi. L’ondata senza precedenti di assalti congiunti ha inaugurato una nuova era di terrore.

Fonte: english version

Di Yuval Abraham – 15 luglio 2021

Nidal Safadi era un uomo tranquillo, hanno detto i suoi vicini. Viveva a Urif, un villaggio palestinese di alcune migliaia di abitanti in Cisgiordania. A soli 25 anni, Safadi e la moglie avevano tre figli e un quarto, una femmina, in arrivo.

Urif non è sempre tranquillo. Con la città palestinese di Nablus a meno di 16 chilometri di distanza, l’esercito israeliano occupante ha stabilito una base su una vicina collina nel 1983. Un anno dopo, è stata adibita a scopi civil come parte del programma di insediamento illegale di Israele nei territori palestinesi. Dal 2000, l’insediamento, chiamato Yitzhar, ospita una yeshiva (istituzione educativa religiosa ebraica) nota per le sue ferme opinioni nazionaliste ebraiche; l’insediamento è diventato noto per il suo estremismo. I cosiddetti avamposti di insediamento che ha stimolato, illegali anche per la legge israeliana, ma comunque difesi dalle Forze di Difesa Israeliane, hanno gradualmente invaso villaggi come Urif. Negli ultimi 10 anni, le aggressioni dei coloni hanno dato luogo a violente recriminazioni tra israeliani e palestinesi che vivono nelle vicinanze.

Il 14 maggio, tuttavia, Urif era tranquillo, a differenza di gran parte della Cisgiordania. In decine di luoghi nel territorio, i palestinesi hanno protestato contro le recenti provocazioni israeliane: la polizia ha preso d’assalto il complesso della moschea Al-Aqsa a Gerusalemme ed effettuato pesanti bombardamenti, in risposta al lancio di razzi di Hamas, sulla Striscia di Gaza.

“Ci sono state molte proteste nella zona, ma Urif era tranquillo,” ha detto Mazen Shehadeh, capo del consiglio del villaggio. “È un piccolo villaggio e i residenti sono rimasti a casa. Se i coloni non fossero arrivati ​​ad attaccare le case, non sarebbe successo nulla.”

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