Al lavoro come in guerra: il nemico è in casa nostra

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il comunicato del Comitato di difesa della salute nei luoghi di lavoro e nel territorio di Sesto San Giovanni sull’omicidio di tre operai avvenuto ieri [16 gennaio] alla Lamina di Milano.
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Nei giorni in cui si intensificano i maneggi e le provocazioni per scagliare i lavoratori autoctoni contro i lavoratori immigrati, questo ennesimo delitto causato dallo sfruttamento capitalistico del lavoro indica chiaro dov’è il nemico di classe contro cui batterci insieme. Con buona pace del “sovranismo”, il nemico è qui “in casa nostra”, anche se nella guerra contro gli operai non gli mancano stretti amici e sodali a Bruxelles, a Francoforte e a Washington.
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Ancora una volta, ieri a Milano, tre operai sono morti sul lavoro.

Secondo le prime ricostruzioni sembra che i primi due lavoratori – Arrigo Barbieri, 57 anni, responsabile di produzione e Marco Santamaria, 42 anni, elettricista – appena scesi nel locale sotterraneo, profondo due metri, che contiene il forno in cui si scalda l’acciaio; abbiano perso subito i sensi a causa dell’aria satura di gas. Un altro operaio – Giuseppe Barbieri, fratello di Arrigo – resosi conto del pericolo, ha chiamato aiuto e con Giuseppe Setzu, 48 anni, nel tentativo di salvarli scende nella camera sotterranea: i due, a loro volta, rimagono intossicati. Altri due lavoratori cercano di portare aiuto ma l’ambiente saturo di gas li costringe a indietreggiare (rimarranno intossicati). In quattro rimangono intrappolati nella camera a gas nella fabbrica . «Lamina Spa» di via Rho 9 a Milano. Tre sono uccisi subito e uno è in condizione gravissima.

Quando si lavora e si vive quotidianamente fianco a fianco per un salario da fame, quando la solidarietà con i propri compagni resta l’unica possibilità di difendersi dallo sfruttamento, può anche succedere che non si esiti a portare aiuto anche in situazioni di pericolo.

Ancora una volta, nel disperato, generoso, tentativo di salvare la vita ai compagni di lavoro degli operai perdono la vita. Al momento non sappiamo se la strage operaia poteva essere evitata con adeguate misure di sicurezza o se i padroni, come spesso accade, hanno risparmiato anche sulle misure antinfortunistiche.

I morti sul lavoro non sono mai una fatalità e non dipendono dal destino, sono parte della brutalità e della violenza del sistema capitalista.

Davanti a questo ennesimo omicidio di massa ora si sprecano le solite lacrime dei rappresentanti di governo, istituzioni, padroni  e sindacati, che parlano di morti bianche: come ricorda oggi il Corriere della Sera, nel 2017 (dati Inail, per difetto)  591 lavoratori: e noi ci chiediamo quanti padroni sono in galera per questi morti di lavoro.

Coloro che piangono oggi lacrime di coccodrillo sono gli stessi che ogni giorno, in nome dell’aumento della produttività e del profitto, in nome del mercato, costringono milioni di lavoratori a lavorare in condizioni pericolose.

Al di là delle chiacchiere istituzionali di circostanza è sempre l’aumento dello sfruttamento la causa principale dell’aumento degli infortuni e dei morti sul lavoro, perché nel sistema capitalista il profitto vale più della vita degli esseri umani e gli operai non sono altro che carne da macello. Il nemico è in casa nostra e si chiama profitto, non fatalità.

Nessuno oggi rappresenta gli operai e – anche se siamo coscienti che solo abolendo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la classe operaia può liberarsi – è arrivato il momento in cui gli operai stessi si auto-organizzino per difendere la loro vita, i loro interessi, rivendicando che senza sicurezza non si può lavorare.

Le nostre più sentite condoglianze ai famigliari dei lavoratori uccisi dal capitalismo.

Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

Sesto San Giovanni 17 gennaio 2018

 

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L’Italia in Niger (III). Cosa va a fare l’Italia in Niger?

Qui di seguito e nei due post precedenti trovate delle prese di posizione sull’intervento militare italiano in Niger, ratificato il 17 gennaio dalla Camera. A questo infatti servono oggi i Parlamenti, a sottoscrivere le decisioni già prese dai governi.
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Il primo intervento, di inquadramento, è comparso sul sito del Nucleo comunista internazionalista, il secondo è una energica presa di posizione del missionario italiano in Niger Mauro Armanino, e quella qui sotto è una presa di posizione molto documentata della redazione di Senza soste. Ne emerge una decisa denuncia delle autentiche ragioni di questa ennesima missione di guerra: guerra alle popolazioni del Niger, guerra agli emigranti dall’Africa.
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Come abbiamo scritto qualche tempo fa, nonostante i suoi guai e le sue debolezze, “la classe capitalistica italiana non ha alcuna intenzione di mollare la sua presa né sul proletariato che lavora qui, né sulle prede ‘esterne’, come prova la sua attiva partecipazione alle nuove aggressioni in atto alle popolazioni della Libia, dell’Iraq e della Siria per pretendere la propria parte di materie prime e di sangue umano nella spartizione neo-coloniale del Medio Oriente”.
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Si aggiungono, ora, i piani operativi per l’Africa nera…
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Ai tempi della bruciante sconfitta di Adua (1896) i socialisti italiani ebbero il fegato di scendere in piazza gridando “Viva Menelik”, inneggiando al capo della rivolta abissina che inferse la prima, storica sconfitta militare a un esercito europeo, quello italiano appunto. Ora, invece, gran parte di coloro che si professano comunisti, o quanto meno di estrema sinistra, è preoccupata solo che l’Italia faccia da valletta agli interessi francesi… Abbasso questo “comunismo” nazionalista e “sovranista”, viva la resistenza delle masse sfruttate dell’Africa e l’ internazionalismo proletario autentico!
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Cosa va a fare l’Italia in Niger?

[fonte: Senza soste]

Gentiloni ha annunciato alla vigilia del Natale, in sordina ed in mezzo alla distrazione dei regali natalizi, l’intervento in Niger. Ma la reazione politica al momento non è stata incisiva e si perde nella solita retorica dell’intervento umanitario per stabilizzare il paese. Ma la verità è un’altra

L’annuncio dell’intervento italiano in Niger, fatto da Gentiloni su una portaerei, ha colto di sorpresa solo gli osservatori più distratti. La scorsa estate, nel periodo del giro di vite Minniti sugli sbarchi dalla Libia, il governo del Niger era già stato accolto a palazzo Chigi. Motivo ufficiale: una serie di discussioni, e di richieste di finanziamento da parte del paese africano, legate alla questione del contenimento dei flussi migratori. Minniti infatti, all’epoca (e non solo), sosteneva che le frontiere della Ue coincidessero con la Libia e che, proprio per quello, rafforzare la vigilanza in Niger avrebbe significato un alleggerimento dei problemi alla frontiera libica.

Naturalmente l’ovvietà di un Niger devastato dalle crisi idriche (si veda https://reliefweb.int/report/world/water-shocks-wetlands-and-human-migration-sahel) e quindi produttore di immigrazione di massa in fuga verso l’Europa, è ufficialmente negata. Perchè per evitare tragedie nel Sahel, legate alla fuga dai territori, basterebbe intervenire sulle crisi idriche, favorendo le naturali economie locali, e non immaginare di creare fortezze da fantascienza. Se però andiamo a vedere la vastità della crisi idrica che tocca il Niger vediamo che non comprende il solo paese in questione. Ma anche tutta la zona dello Sahel, la grande fascia subsahariana che va da ovest (Mauritania) a est (Eritrea), ne è coinvolta. E spesso le zone toccate dalla crisi idrica coincidono con quelle di quella che viene genericamente chiamata guerriglia islamica. E’ il caso, appunto del Niger e del Mali, oggetto di intervento francese a inizio 2013.  Entrambi i paesi sono sotto, diciamo, protezione francese. Il che significa che Parigi interviene, quando la crisi economica e politica precipita, per “stabilizzare” economia e situazione politica del paese e far valere gli interessi francesi. La novità è che, stavolta, anche l’Italia interviene su quel terreno, storicamente francese di intervento nell’Africa subsahariana. Vuoi perché la Francia ha bisogno di alleati sul campo, per una operazione militare complessa, vuoi perchè, dopo una serie di frizioni economiche tra i due paesi l’estate scorsa, gli interessi in Europa e in Libia potrebbero, se l’Italia sa sfruttare l’occasione, farsi convergenti.

L’Italia annuncia l’intervento dopo che, in molta stampa francofona africana, la situazione nel Niger è stata definita come vicina a un significativo punto di rottura. I motivi ufficiali dell’intervento sono due e c’è anche un terzo da non trascurare. Il primo è quello di contenere significativamente la guerriglia islamista nel Niger, e vedremo quale sarà il ruolo dei 400-450 italiani inviati in quel paese, il secondo è quello di respingere le migrazioni, lì causate dalla crisi dell’acqua, con il solito trucchetto retorico della lotta ai trafficanti di uomini (quelli, come in Libia, che non si sono trasformati in “manager” per campo di concentramento per migranti). Poi c’è il terzo, tenuto in discrezione: il Niger ha appena ottenuto un finanziamento, dalla conferenza parigina di donatori, della bella somma di 23 miliardi di dollari (http://afrique.lepoint.fr/economie/niger-23-milliards-de-dollars-pour-la-croissance-et-la-securite-21-12-2017-2181816_2258.php ). Un pacchetto di aiuti, come si dice in gergo, allo “sviluppo e alla sicurezza”, delle dimensioni che Renzi si sognerebbe la notte, i cui appalti sono destinati a imprese europee. Di sicuro vedremo quindi imprese italiane su quel campo. Per non parlare della fornitura di armi necessaria alla “stabilizzazione”. Continua a leggere L’Italia in Niger (III). Cosa va a fare l’Italia in Niger?

L’Italia in Niger (II). Lettera aperta ai parlamentari di Mario Armanino

L’Italia prende le armi in Niger. Una storia scritta sulla sabbia

«La svolta africana. Soldati italiani in Niger non solo per addestrare… Con 470 uomini e 150 veicoli le nostre truppe svolgeranno anche ‘attività di sorveglianza e di controllo del territorio’. All’inizio coi francesi, tra miliziani, contrabbandieri e migranti.»

Così Gianluca Di Feo su ‘Repubblica’ del 14 dicembre del 2017. Nel Niger, dove mi trovo da quasi sette anni, proprio oggi, il 18 dicembre si celebra la proclamazione della Repubblica, avvenuta 59 anni or sono. Una Repubblica di carta e l’altra di sabbia. Quella di carta racconta di un paese, una Repubblica, fondata sul lavoro, nata dalle variegate resistenze al nazi-fascismo che, proprio per questo, ha scelto di ripudiare la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. (Art.11 della Costituzione della Repubblica).

Siamo diventati una Repubblica di carta straccia, perché, non da oggi, la Costituzione è stata tradita, svilita, venduta e buttata al macero come inutile cimelio ornamentale. Una Repubblica che si appresta a scrivere sulla sabbia di quest’altra Repubblica, quella del Niger, che di sabbia se ne intende. Ripudiare significa non riconoscere come proprio, il rifiuto fermo di un legame che prima si riteneva infrangibile. Il ripudio indica una scelta definitiva e irrevocabile, una separazione senza condizioni. Ciò che si è ripudiata è la guerra, che da sempre offende la libertà degli altri popoli. E, in ogni caso, non può essere presa come strumento di risoluzione di controversie.

Abbiamo comprato l’assenso della Repubblica del Niger, che oggi, nella sabbia delle frontiere già armate, riconosce di essere una Repubblica sovrana, da 59 anni, col diritto di vedere rispettata la sua dignità. Abbiamo usato il denaro per comprare il diritto a operare con militari con lo scopo di occupare terreno, sorvegliare e se è il caso punire, secondo i dispositivi di controllo del territorio delineati dal piano di occupazione in corso. Geopolitiche di carta, scritte sulla sabbia che il vento spazzerà via al tempo debito.

«Italia e Niger hanno firmato ieri a Roma un accordo di cooperazione nell’ambito della Difesa siglato dai ministri Roberta Pinotti e Kalla Moutari. Ne ha dato notizia il ministero della Difesa senza rivelare però dettagli circa i contenuti dell’accordo che rientra nella strategia italiana di cooperazione con i Paesi africani interessati dai flussi di immigrati illegali diretti in Libia e poi nella Penisola. Il Niger è infatti il “paese chiave” di questi traffici, vero e proprio “hub” dei flussi migratori illegali diretti in Europa dall’Africa Occidentale e sub sahariana.» (Roma 27 settembre 2017, Ministero della difesa)

I cittadini del Niger, mai consultati in queste operazioni militari, forse al momento non lo diranno ad alta voce, taceranno per timore, per rispetto o per ospitalità. Non sono contenti e non lo saranno mai. Sanno bene che le armi portano la guerra e le guerre portano morti. Continua a leggere L’Italia in Niger (II). Lettera aperta ai parlamentari di Mario Armanino

L’Italia in Niger (I). L’assassino torna sempre sul luogo del delitto

Insieme agli altri briganti si dispiega in Africa la “missione in Niger” dell’Italia democratica e imperialista

[fonte Nucleo comunista internazionalista]

“Una cosa sacrosanta per l’interesse italiano”. Con queste parole il premier Gentiloni ha annunciato il dispiegamento in Niger di circa 500 soldati italiani che unitamente alla forza armata di altri briganti (Germania, Spagna) affiancheranno le truppe francesi già presenti (4.000 militari schierati sul terreno dal 2012) a presidio degli interessi imperialisti nella zona del Sahel, in una operazione che gli analisti militari definiscono inoltre come “test per le capacità della tanto sbandierata difesa europea”.

L’operazione è stata concordata dai briganti europei con i Quisling dei paesi dell’area (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad) sulla cui caratura qui sotto potete leggere il giudizio di un autentico patriota africano, stringente giudizio dato nel lontano 1972 ma ancora perfettamente e più che mai attuale e centrato.

Gli specchi per allodole utilizzati per coprire e spiegare la “missione in Niger” ad una più che distratta “opinione pubblica” interna sono i soliti, ampiamente sperimentati e rodati: presidio necessario contro “la minaccia del terrorismo”, contrasto ai trafficanti di esseri umani che da lì indirizzano i flussi verso le coste libiche, presidio per la stabilizzazione di quei paesi come condizione necessaria al loro sviluppo… Insomma la classica mascheratura con cui l’imperialismo democratico riveste le sue operazioni, con l’attenzione tutta italiana a presentare la sporca bisogna con una aggiunta di ripugnante patina “umanitaria-pacifista”: andiamo lì – si dice – non a sparare direttamente ma solo eventualmente per rispondere al fuoco nemico e ad addestrare soldati e polizie locali; andando lì – si dice – “non significa riscoprire nazionalismo, revanscismo o velleità egemoniche”. Infatti: briganti imperialisti MA democratici e antifascisti. Inoltre, “noi italiani” abbiamo il “nostro tatto particolare”, la “nostra specificità” che ci distingue ANCHE da certi nostri partner-alleati e da certe loro “velleità egemoniche”, leggi in particolare il partner francese o americano. La solita, sperimentata appunto, rivoltante mascheratura dell’imperialismo democratico italiano: in Libia i militari italiani sono andati, dalle parti di Misurata, a difendere …l’ospedale da campo e addirittura, così si è detto, “a protezione dei siti archeologici libici”…

Non servono, ci pare, dimostrazioni particolari per stracciare questa superipocrita e rivoltante mascheratura se non richiamare un fatto – da nessuno ci sembra ricordato – a proposito di tratta e di trafficanti di esseri umani. La repubblica democratica italiana è sorta e si è sviluppata grazie anche alla tratta di esseri umani, più esattamente di proletari: un tot di proletari abruzzesi, calabresi, siciliani, veneti, friulani, bergamaschi per un tot di carbone dal Belgio. Migliaia e migliaia di proletari d’Italia spediti nelle miniere belghe contro un tot di tonnellate di carbone necessarie alla borghesia italiana per la ricostruzione economica del paese. Non è tratta di esseri umani, più esattamente di proletari, questa? E la classe sociale, cioè la borghesia italiana che ha ricostruito i suoi assetti di potere, certamente democratici e costituzionali antifascisti, anche sulla base di questa tratta, pretende – pretenderebbe oggi – di mascherare i suoi traffici e le conseguenti operazioni militari necessarie alle sue strategie predatorie come contrasto ai “trafficanti di esseri umani”!

Occorre tuttavia riconoscere che quando la borghesia, attraverso la tremula voce del capo di governo, afferma che l’ulteriore dispiegamento in Africa della sua forza armata è “una cosa sacrosanta per l’interesse italiano” dice – a suo modo – una incontestabile, sul piano borghese e capitalistico, verità. I numeri sono lì incontestabili, i volumi degli affari di merci sono lì incontestabili, la quantità di materie prime e risorse naturali africane su cui in prospettiva mettere le mani e non farsi tagliare fuori sono lì incontestabili. Si tratta, come potenza capitalistica, di esserci badando al tempo stesso a non farsi fregare dagli altri briganti alleati e concorrenti. Questo è, sul piano borghese e capitalistico, il quadro incontestabile: qualcuno – dal punto di vista capitalistico, borghese – può pensare di starne fuori? A chiacchere forse sì, ma solo a chiacchere. Perché poi c’è da far di conto, tenendo presente in particolare che quel tanto o quel poco di “margine riformista”, quel tanto o quel poco di briciole da distribuire sul piano interno è inesorabilmente collegato al fatto di starci lì, in terra d’Africa come altrove, con il proprio business e con la necessaria e conseguente forza armata di supporto e protezione.

I numeri, i maledetti numeri della “filiera africana” come la definisce un acuto analista borghese (e, neanche tanto sotto le righe, borghese “sovranista” italiano): “Ma la Tunisia è anche un anello del cordone ombelicale che lega l’Italia al Nordafrica, qui passa infatti il gasdotto Transmed che traporta il gas dell’Algeria, secondo fornitore italiano dopo la Russia. In Angola, in seguito all’incontro tra Gentiloni e il presidente Joao Lourenco, sono stati annunciati accordi che porteranno l’Eni ad avere quasi il 50% dei diritti su Cabinda North, una sorta di Eldorado energetico angolano. Anche le altre tappe del viaggio africano sono all’insegna di gas e petrolio. Eni in Costa d’Avorio ha acquisito il 30% del blocco esplorativo offshore CI-100. Persino il Ghana sotto questo profilo è assai significativo. In anticipo sui tempi previsti, l’Eni qui ha messo in produzione l’Offshore Cape Three Points Block. In questi progetti, considerati prioritari dalla stessa Banca Mondiale, ci sono giacimenti per 41 miliardi di metri cubi di gas e 500 milioni di barili di petrolio. Ecco perché Gentiloni è diventato “l’Africano”. Ha quindi snocciolato cifre da record per gli investimenti italiani sul continente: 12 miliardi nel 2016, al primo posto in Europa, al terzo nel mondo.” (Alberto Negri, Il Sole/24Ore 28/11/2017) Continua a leggere L’Italia in Niger (I). L’assassino torna sempre sul luogo del delitto

Cona. Il coraggio dei rifugiati “evasi”, il cinismo dello stato

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Così, dopo giorni e giorni di tentativi di arrivare a Venezia per rendere più visibile al mondo la loro protesta contro l’infame campo di concentramento di Cona, gli ultimi 69 rifugiati evasi dal “carcere” di Conetta (una vecchia base militare) sono dovuti ritornare alla base. Schiacciati dal ricatto del prefetto di Venezia Boffi: se non tornate, non avrete più diritto a chiedere l’asilo. Firmato: Gentiloni-Minniti.

Schiacciati, ma non vinti.

Perché ancora una volta – non è certo la prima ribellione avvenuta a Conetta – hanno infranto il muro di silenzio e di omertà che copre le inumane condizioni esistenti in quel campo: tendoni con 150 posti-letto (e anche più), il gelo e la paura di morire per il freddo, pasti indecenti e freddi (accompagnati, forse, da pasticche che producono sonnolenza), servizi igienici insufficienti e lerci, disturbi psichici da sovraffollamento, zero attenzione per chi si ammala (unica medicina distribuita il paracetamolo), attese fino a due anni per avere risposta alla domanda di asilo con percentuali di diniego, a Padova, del 90%, zero assistenza legale. Il tutto gestito dalla solita finta cooperativa facente capo a Borile, un faccendiere-impresario di area-Alfano che fa affari con i rifiuti e gli immigrati, dopo essere passato per una serie di lauti incarichi amministrativi, per lo più pubblici.

Nigeriani, ivoriani, ghanesi, gambiani, auto-organizzati, erano “evasi” dal kampo in più di 200 e si erano messi in marcia verso la meta (54 km separano Venezia da Cona). Ma non sono riusciti ad arrivarci perché contingenti di polizia anti-sommossa e l’intervento dei prefetti di Padova e Venezia li hanno bloccati e poi sparpagliati tra una serie di strutture, per lo più della Chiesa, tra loro lontane, spesso altrettanto inospitali del campo di Conetta (a Spinea nella sede della cooperativa CSSA erano stipati in 56 in 20 metri quadri!), fino all’epilogo che abbiamo detto.

Tre considerazioni si impongono. Continua a leggere Cona. Il coraggio dei rifugiati “evasi”, il cinismo dello stato