Dai disoccupati del movimento 7 novembre agli operai della GKN in assemblea

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Ai lavoratori e lavoratrici del Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze oggi in assemblea e presidio fuori la fabbrica.

Nonostante la nostra vertenza e lotta ci impegna ogni giorno ed ogni ora, in questi giorni siamo stati a Milano al fianco dei lavoratori della FedEx ed oggi saremo in piazza a Napoli, per una nuova iniziativa di lotta.

Abbiamo pensato di scrivervi un contributo per l’assemblea che si svolge al presidio permanente in fabbrica pur sapendo che avremo altri momenti per il confronto.

Sono state tante altre le occasioni dove già abbiamo chiarito perché un movimento di disoccupati, in quanto lavoratori inoccupati, ha come obiettivo generale quello della ricomposizione di classe e lavora incessantemente alla convergenza di quelle esperienze di lotta dentro e fuori i luoghi di lavoro.

Siamo stati presenti ai vari appuntamenti nazionali convocati dal Collettivo di Fabbrica e per questo vi ringraziamo della significativa vostra delegazione e della vostra partecipazione al corteo del 13 Novembre a Napoli contro la repressione ed in solidarietà ai disoccupati organizzati.

Per i disoccupati tutti è stato molto importante che insieme ai lavoratori e le lavoratrici del SiCobas, le rappresentanze del Movimento NoTav, gli RSU dell’Eletrolux e le tante altre realtà che abbiamo ricordato nel comunicato finale della manifestazione, ci fosse anche il vostro spezzone “Insorgiamo”. Un’indicazione che abbiamo portato avanti nella quotidianità da anni nella nostra città in tutte le iniziative di lotta e fuori ai magazzini a supporto dei picchetti e degli scioperi.

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Germania – L'”ultimo chilometro” di Amazon, motore della precarizzazione del lavoro / Jorn Boewe

Riprendiamo qui di seguito due pezzi informativi sulle proteste e gli scioperi del prossimo “Black Friday” (26 novembre) contro Amazon, che si svolgeranno in almeno 20 paesi. Come si è visto lo scorso anno, e si tornerà a vedere anche questa volta, sono compresenti in questa giornata spinte e impostazioni tra loro divergenti, anzi: alternative, che vanno dall’impostazione istituzionale, sotto-riformista di UNI Global Union, il sindacato dei servizi aderente all’ITUF (International Trade Unions Confederation), a quella di classe, militante in Italia (SI Cobas), in Polonia (OZZ Inicjatywa Pracownicza Amazon) e in alcuni paesi asiatici, con la presenza in diversi paesi (a cominciare dalla Germania) di nuclei proletari combattivi dentro le stesse strutture istituzionali.

Su questa eterogeneità fa premio, secondo il nostro punto di vista, l’azione internazionale congiunta di protesta e di sciopero di decine di migliaia di proletari attraverso il mondo, che è comunque un terreno favorevole al maturare di un sentimento internazionalista, di comunità di interessi e di destini dei lavoratori che sono sotto il comando dispotico di Amazon, anche al di là dei confini di Amazon. (Traduciamo da https://alencontre.org/europe/allemagne/allemagne-le-dernier-kilometre-damazon-moteur-dune-precarisation-du-travail.html)

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Amazon sta riorganizzando la propria logistica. I diritti del lavoro e la dignità non giocano alcun ruolo. “Macchina, io sono una macchina”, dice l’autista del furgone bianco. “Dodici ore, ogni giorno, per quattro anni. Ma se non lavoro, non vengo pagato». Quest’uomo consegna pacchi per Amazon, il numero 1 al mondo delle vendite on line. Ogni mattina, fa la coda con il suo camion delle consegne di fronte al centro di distribuzione di Amazon a Francoforte sul Meno.

Ma in questa mattina di fine estate, inizio settembre 2021, qualcosa è diverso: un piccolo gruppo di sindacalisti sta distribuendo volantini in diverse lingue agli autisti. Iniziano subito una conversazione. Le storie sono simili: gli autisti raccontano giornate di dieci o dodici ore, la pressione sul lavoro, i turni giornalieri con 250 consegne. Alla fine del mese ricevono dai 1000 ai 1200 euro, spesso in ritardo. A volte ci sono delle detrazioni, ad esempio per uno specchietto rotto o per qualche graffio sul veicolo.

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Contro lo “smart working”, cioè contro il nuovo lavoro a domicilio – effesse

Il libro di Savino Balzano, edito da Laterza, intitolato “Contro lo smart working” è un testo utile perché aiuta a demistificare la manipolazione ideologica che le classi dominanti occidentali, per il tramite di accademici, giornalisti e presunti “esperti”, hanno costruito, negli ultimi decenni, intorno al lavoro digitale in generale, e al “lavoro agile” in particolare. Come ricorda l’autore fin dalle prime pagine, tale narrazione tossica contiene la pretesa che queste nuove forme di organizzazione del lavoro sarebbero intrinsecamente connotate da un senso di libertà e favorirebbero la riconquista di tempi e spazi a favore dei lavoratori, nonché la diffusione di un nuovo paradigma di vita potenzialmente in grado di sanare importanti problemi sociali come il traffico urbano, il congestionamento delle grandi città e l’inquinamento1. Da queste trasformazioni, dunque, tutta l’umanità, inclusa l’umanità lavoratrice, avrebbe molto da guadagnare.

Contro questa rappresentazione deformata e deformante, Balzano, aiutato dalla sua esperienza di attivista sindacale, sviluppa un ragionamento che parte dalla presa d’atto di come “lo smart working non sia né l’innovazione del secolo, né una trasformazione inevitabile ed ineludibile nell’organizzazione del lavoro, né un’opportunità per tutti” (pag VIII). A suo parere, infatti, dietro un’etichetta “accattivante” ed “esotica”, si nasconde la tendenza a rendere il tempo di lavoro sempre più rarefatto e meno rivendicabile, più sfibrato nei suoi diritti e mortificato nella sua essenza2. In questo modo, il lavoro da remoto3 si configura come il tentativo più ambizioso, più estremo, da parte padronale, di superare tutte le garanzie storicamente associate al rapporto di lavoro subordinato e che sempre più spesso sono considerate dal capitale e dalle sue personificazioni fisiche come ostacoli al processo in corso di ristrutturazione produttiva globale (capp. 2-4-5).

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Schiavismo in Fedex: bassi salari, pensioni da fame, lavaggio del cervello, zero sindacato – Michael Sainato (The Guardian)

Riprendiamo da The Guardian e dal sito statunitense di Jacobin due pezzi che danno molti elementi concreti per capire ancora meglio cosa è FedEx, in particolare come tratta i lavoratori. Non sono articoli degli ultimi giorni, ma Fedex è questo: nel 2019, nel 2020, come nel 2021 e – se la lotta operaia non la costringerà ad indietreggiare – anche negli anni a venire. I due articoli riguardano gli Stati Uniti, dove questa multinazionale è nata e ha sperimentato per decenni i suoi brutali criteri organizzativi esportati ora in tutto il mondo, ricevendo ogni sorta di protezione dallo stato.

FedEx è stata fondata nel 1971, ed è tuttora presieduta, da Frederick W. Smith, un ex-marine che ha combattuto in Vietnam (leggi: partecipato al massacro del popolo vietnamita) dal 1966 al 1969, quando è stato “congedato con onore” con il grado di capitano e diverse onorificenze “al merito” (di assassino).

In perfetta continuità con il nobilissimo apprendistato giovanile del suo fondatore, padrone e attuale CEO, emergono in questi testi ben documentati il disprezzo di FedEx per la vita dei “suoi” lavoratori, i bassi salari, i benefit pensionistici da fame, le rappresaglie e le sedute di vero e proprio lavaggio del cervello finalizzate ad impedire la sindacalizzazione degli operai – di qualsiasi sindacato si tratti, anche di un sindacato – come Teamsters – capace di organizzare metodicamente la propria disfatta, oltre che – ovviamente, ed è quello che ci interessa – la disfatta dei lavoratori.

A riguardo sorge spontanea una domanda: come mai, invece, qui in Italia FedEx sembra avere un atteggiamento così favorevole alla Cgil? A che livello di subordinazione si sono spinti i burocrati della Cgil? Sono stati capaci di fare addirittura peggio dei Teamsters? Da quello che è emerso a Piacenza, e dall’approvazione incondizionata che hanno dato all’internalizzazione-beffa deliberata da FedEx per peggiorare le condizioni salariali e di lavoro dei facchini e dei driver, sicuramente sì.

Abbiamo sostenuto fin dal primo momento che l’attacco frontale sferrato da FedEx ai facchini di Piacenza organizzati con il SI Cobas riguarda l’intera classe operaia della logistica, anzi l’intero proletariato italiano, perché la FedEx di Smith e Pezzetti si è posta come la nuova FCA di Marchionne nel tentare di imporre un generale arretramento delle condizioni salariali e normative dei lavoratori della logistica, spazzando via un decennio di avanzamenti e cacciando, al tempo stesso, il sindacalismo combattivo dai propri magazzini. Nonostante la fiera resistenza che gli è stata opposta dal Si Cobas (e non solo), la battaglia con FedEx non è affatto vinta. Potremo vincerla solo se ci batteremo con organizzazione, determinazione e sapienza tattica, generalizzando la convinzione che la lotta contro il licenziamento dei 282 facchini di Piacenza ha un valore nazionale e sempre più internazionale.

https://www.theguardian.com/us-news/2020/jan/14/fedex-anti-union-campaign-teamsters

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Morire di lavoro alla FedEx – Joe Allen (Jacobin)

Riprendiamo dal sito di Jacobin-Usa e da The Guardian due pezzi che danno molti elementi concreti per capire ancora meglio FedEx, e soprattutto come tratta i lavoratori. Non sono articoli degli ultimi giorni, ma Fedex è questo: nel 2019, nel 2020, nel 2021. Riguardano gli Stati Uniti, dove questa multinazionale, che si è messa alla testa in Italia dell’attacco frontale alla classe operaia della logistica, è nata e ha sperimentato per decenni i suoi brutali criteri organizzativi, ricevendo ogni sorta di protezione dallo stato.

FedEx è stata fondata nel 1971, ed è tuttora presieduta, da Frederick W. Smith, un ex-marine che ha combattuto (leggi: assassinato gente) in Vietnam dal 1966 al 1969, quando è stato “congedato con onore” con il grado di capitano e diverse onorificenze “al merito” (di assassino).

In questo testo, in perfetta continuità con il nobilissimo apprendistato del suo fondatore, padrone e CEO, emergono, oltre che la sua stazza gigantesca, il disprezzo di FedEx per la vita dei “suoi” lavoratori, la sua sistematica avversione al sindacato, quale che esso sia, anche un sindacato come Teamsters, la sua carognesca prassi di condurre rappresaglie contro i lavoratori che denunciano le condizioni di pericolo in cui sono costretti a lavorare.

Che non basti essere giganti ed essere spietati per vincere, lo dimostra proprio la guerra del Vietnam persa, con disonore, dalla superpotenza che Smith serviva. Anche FedEx può essere battuta, evidentemente, a condizione di battersi con organizzazione, determinazione e sapienza, come seppe fare il popolo vietnamita.

Questo pezzo è stato scritto da Joe Allen per Jacobin nel febbraio 2019, per contrastare la nomina, voluta da Trump e da Trump reiterata tre volte, di uno dei boss di FedEx, Scott Mugno, alla guida dell’Agenzia federale per la sicurezza sul lavoro. Alla fine Mugno non ce l’ha fatta, ma non è cambiato nulla, contando ben poco i singoli: negli Stati Uniti i morti sul lavoro sono stati, nel 2019 – ufficialmente – 5.333, 14 al giorno, 1 ogni 99 minuti, in crescita rispetto ai 5.147 del 2017 e ai 5.250 del 2018.

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William L. Murphy, un autista di FedEx Freight di sessantanove anni, è stato trovato morto nel centro di distribuzione dell’azienda a East Moline, nell’Illinois, la mattina del 31 gennaio. È morto, secondo il coroner (*), per un trauma cranico dopo una caduta tra due semirimorchi. Il centro è stato chiuso, secondo FedEx Freight, a causa del freddo record. Nella vicina Moline, ad esempio, le temperature sono scese a 33 gradi sotto zero, le temperature più fredde mai registrate lì. Murphy è stato scoperto da un collega alle 9:30. La polizia locale è stata chiamata ed è arrivata poco dopo. Per quante ore Murphy sia rimasto lì, ferito e privo di sensi o semi-cosciente, non è noto.

Ma per Murphy è stato sicuramente un modo orribile di morire, giacendo a terra gravemente ferito nelle condizioni atmosferiche più mortali possibili. UPS, FedEx e Target, insieme ad altre grandi imprese, sono state criticate per aver riportato i propri dipendenti al lavoro durante il vortice di freddo polare, con le sue temperature micidiali, esacerbate da venti terribili. Molte delle grandi società di logistica hanno invece limitato le loro operazioni di consegna e ritiro, non perché fossero preoccupate per i loro dipendenti, ma soltanto perché molti dei loro clienti erano chiusi. UPS, ad esempio, richiedeva ancora ai lavoratori dell’hub, ai conducenti di consegna pacchi e agli autisti in strada di presentarsi al lavoro e guidare sui tragitti previsti. Il servizio postale degli Stati Uniti (USPS), secondo un corriere locale, non ha effettuato consegne il 30 e 31 gennaio, in gran parte a causa della pressione dell’opinione pubblica, ma ha fatto sì che tutti si presentassero alle loro stazioni postali per avere disposizioni sui loro percorsi. Durante il vortice di freddo polare in tutto il Midwest sono morte ventuno persone. Mentre nessuno avrebbe dovuto essere in strada per nessun motivo.

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