Contro lo “smart working”, cioè contro il nuovo lavoro a domicilio – effesse

Il libro di Savino Balzano, edito da Laterza, intitolato “Contro lo smart working” è un testo utile perché aiuta a demistificare la manipolazione ideologica che le classi dominanti occidentali, per il tramite di accademici, giornalisti e presunti “esperti”, hanno costruito, negli ultimi decenni, intorno al lavoro digitale in generale, e al “lavoro agile” in particolare. Come ricorda l’autore fin dalle prime pagine, tale narrazione tossica contiene la pretesa che queste nuove forme di organizzazione del lavoro sarebbero intrinsecamente connotate da un senso di libertà e favorirebbero la riconquista di tempi e spazi a favore dei lavoratori, nonché la diffusione di un nuovo paradigma di vita potenzialmente in grado di sanare importanti problemi sociali come il traffico urbano, il congestionamento delle grandi città e l’inquinamento1. Da queste trasformazioni, dunque, tutta l’umanità, inclusa l’umanità lavoratrice, avrebbe molto da guadagnare.

Contro questa rappresentazione deformata e deformante, Balzano, aiutato dalla sua esperienza di attivista sindacale, sviluppa un ragionamento che parte dalla presa d’atto di come “lo smart working non sia né l’innovazione del secolo, né una trasformazione inevitabile ed ineludibile nell’organizzazione del lavoro, né un’opportunità per tutti” (pag VIII). A suo parere, infatti, dietro un’etichetta “accattivante” ed “esotica”, si nasconde la tendenza a rendere il tempo di lavoro sempre più rarefatto e meno rivendicabile, più sfibrato nei suoi diritti e mortificato nella sua essenza2. In questo modo, il lavoro da remoto3 si configura come il tentativo più ambizioso, più estremo, da parte padronale, di superare tutte le garanzie storicamente associate al rapporto di lavoro subordinato e che sempre più spesso sono considerate dal capitale e dalle sue personificazioni fisiche come ostacoli al processo in corso di ristrutturazione produttiva globale (capp. 2-4-5).

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Schiavismo in Fedex: bassi salari, pensioni da fame, lavaggio del cervello, zero sindacato – Michael Sainato (The Guardian)

Riprendiamo da The Guardian e dal sito statunitense di Jacobin due pezzi che danno molti elementi concreti per capire ancora meglio cosa è FedEx, in particolare come tratta i lavoratori. Non sono articoli degli ultimi giorni, ma Fedex è questo: nel 2019, nel 2020, come nel 2021 e – se la lotta operaia non la costringerà ad indietreggiare – anche negli anni a venire. I due articoli riguardano gli Stati Uniti, dove questa multinazionale è nata e ha sperimentato per decenni i suoi brutali criteri organizzativi esportati ora in tutto il mondo, ricevendo ogni sorta di protezione dallo stato.

FedEx è stata fondata nel 1971, ed è tuttora presieduta, da Frederick W. Smith, un ex-marine che ha combattuto in Vietnam (leggi: partecipato al massacro del popolo vietnamita) dal 1966 al 1969, quando è stato “congedato con onore” con il grado di capitano e diverse onorificenze “al merito” (di assassino).

In perfetta continuità con il nobilissimo apprendistato giovanile del suo fondatore, padrone e attuale CEO, emergono in questi testi ben documentati il disprezzo di FedEx per la vita dei “suoi” lavoratori, i bassi salari, i benefit pensionistici da fame, le rappresaglie e le sedute di vero e proprio lavaggio del cervello finalizzate ad impedire la sindacalizzazione degli operai – di qualsiasi sindacato si tratti, anche di un sindacato – come Teamsters – capace di organizzare metodicamente la propria disfatta, oltre che – ovviamente, ed è quello che ci interessa – la disfatta dei lavoratori.

A riguardo sorge spontanea una domanda: come mai, invece, qui in Italia FedEx sembra avere un atteggiamento così favorevole alla Cgil? A che livello di subordinazione si sono spinti i burocrati della Cgil? Sono stati capaci di fare addirittura peggio dei Teamsters? Da quello che è emerso a Piacenza, e dall’approvazione incondizionata che hanno dato all’internalizzazione-beffa deliberata da FedEx per peggiorare le condizioni salariali e di lavoro dei facchini e dei driver, sicuramente sì.

Abbiamo sostenuto fin dal primo momento che l’attacco frontale sferrato da FedEx ai facchini di Piacenza organizzati con il SI Cobas riguarda l’intera classe operaia della logistica, anzi l’intero proletariato italiano, perché la FedEx di Smith e Pezzetti si è posta come la nuova FCA di Marchionne nel tentare di imporre un generale arretramento delle condizioni salariali e normative dei lavoratori della logistica, spazzando via un decennio di avanzamenti e cacciando, al tempo stesso, il sindacalismo combattivo dai propri magazzini. Nonostante la fiera resistenza che gli è stata opposta dal Si Cobas (e non solo), la battaglia con FedEx non è affatto vinta. Potremo vincerla solo se ci batteremo con organizzazione, determinazione e sapienza tattica, generalizzando la convinzione che la lotta contro il licenziamento dei 282 facchini di Piacenza ha un valore nazionale e sempre più internazionale.

https://www.theguardian.com/us-news/2020/jan/14/fedex-anti-union-campaign-teamsters

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Morire di lavoro alla FedEx – Joe Allen (Jacobin)

Riprendiamo dal sito di Jacobin-Usa e da The Guardian due pezzi che danno molti elementi concreti per capire ancora meglio FedEx, e soprattutto come tratta i lavoratori. Non sono articoli degli ultimi giorni, ma Fedex è questo: nel 2019, nel 2020, nel 2021. Riguardano gli Stati Uniti, dove questa multinazionale, che si è messa alla testa in Italia dell’attacco frontale alla classe operaia della logistica, è nata e ha sperimentato per decenni i suoi brutali criteri organizzativi, ricevendo ogni sorta di protezione dallo stato.

FedEx è stata fondata nel 1971, ed è tuttora presieduta, da Frederick W. Smith, un ex-marine che ha combattuto (leggi: assassinato gente) in Vietnam dal 1966 al 1969, quando è stato “congedato con onore” con il grado di capitano e diverse onorificenze “al merito” (di assassino).

In questo testo, in perfetta continuità con il nobilissimo apprendistato del suo fondatore, padrone e CEO, emergono, oltre che la sua stazza gigantesca, il disprezzo di FedEx per la vita dei “suoi” lavoratori, la sua sistematica avversione al sindacato, quale che esso sia, anche un sindacato come Teamsters, la sua carognesca prassi di condurre rappresaglie contro i lavoratori che denunciano le condizioni di pericolo in cui sono costretti a lavorare.

Che non basti essere giganti ed essere spietati per vincere, lo dimostra proprio la guerra del Vietnam persa, con disonore, dalla superpotenza che Smith serviva. Anche FedEx può essere battuta, evidentemente, a condizione di battersi con organizzazione, determinazione e sapienza, come seppe fare il popolo vietnamita.

Questo pezzo è stato scritto da Joe Allen per Jacobin nel febbraio 2019, per contrastare la nomina, voluta da Trump e da Trump reiterata tre volte, di uno dei boss di FedEx, Scott Mugno, alla guida dell’Agenzia federale per la sicurezza sul lavoro. Alla fine Mugno non ce l’ha fatta, ma non è cambiato nulla, contando ben poco i singoli: negli Stati Uniti i morti sul lavoro sono stati, nel 2019 – ufficialmente – 5.333, 14 al giorno, 1 ogni 99 minuti, in crescita rispetto ai 5.147 del 2017 e ai 5.250 del 2018.

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William L. Murphy, un autista di FedEx Freight di sessantanove anni, è stato trovato morto nel centro di distribuzione dell’azienda a East Moline, nell’Illinois, la mattina del 31 gennaio. È morto, secondo il coroner (*), per un trauma cranico dopo una caduta tra due semirimorchi. Il centro è stato chiuso, secondo FedEx Freight, a causa del freddo record. Nella vicina Moline, ad esempio, le temperature sono scese a 33 gradi sotto zero, le temperature più fredde mai registrate lì. Murphy è stato scoperto da un collega alle 9:30. La polizia locale è stata chiamata ed è arrivata poco dopo. Per quante ore Murphy sia rimasto lì, ferito e privo di sensi o semi-cosciente, non è noto.

Ma per Murphy è stato sicuramente un modo orribile di morire, giacendo a terra gravemente ferito nelle condizioni atmosferiche più mortali possibili. UPS, FedEx e Target, insieme ad altre grandi imprese, sono state criticate per aver riportato i propri dipendenti al lavoro durante il vortice di freddo polare, con le sue temperature micidiali, esacerbate da venti terribili. Molte delle grandi società di logistica hanno invece limitato le loro operazioni di consegna e ritiro, non perché fossero preoccupate per i loro dipendenti, ma soltanto perché molti dei loro clienti erano chiusi. UPS, ad esempio, richiedeva ancora ai lavoratori dell’hub, ai conducenti di consegna pacchi e agli autisti in strada di presentarsi al lavoro e guidare sui tragitti previsti. Il servizio postale degli Stati Uniti (USPS), secondo un corriere locale, non ha effettuato consegne il 30 e 31 gennaio, in gran parte a causa della pressione dell’opinione pubblica, ma ha fatto sì che tutti si presentassero alle loro stazioni postali per avere disposizioni sui loro percorsi. Durante il vortice di freddo polare in tutto il Midwest sono morte ventuno persone. Mentre nessuno avrebbe dovuto essere in strada per nessun motivo.

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In cammino verso lo sciopero generale contro il padronato, il governo Draghi, l’Unione europea – Assemblea nazionale a Bologna, domenica 11 luglio – SI Cobas

Come è scritto nel documento della Tendenza internazionalista rivoluzionaria, è del tutto evidente che il governo Draghi, approfittando del calo dei contagi e della propaganda di regime sulla ripresa (dei profitti) e sull’utilizzo dei fondi europei, sta accelerando il suo attacco all’insieme della classe lavoratrice.

L’ultima messinscena consumata ieri (29 giugno) a Roma con l’intesa tra governo, Confindustria e Cgil-Cisl-Uil, che prevede la raccomandazione alle imprese di ricorrere – prima di licenziare – alla cassa integrazione gratis, pagata per gran parte dalla stessa classe lavoratrice attraverso la fiscalità generale, costituisce l’ultimo via libera all’attacco del governo Draghi, che ha dato un contentino formale a Landini&Co. in cambio di un’ulteriore subordinazione reale delle burocrazie sindacali allo sblocco dei licenziamenti.

In questo quadro, sull’onda della settimana di forti mobilitazioni seguite allo sciopero della logistica del 18 giugno e all’assassinio di Adil Belakhdim, e mentre avviene un nuovo tentato omicidio contro un picchetto operaio ai cancelli della Miliardo Yida di Pontecurone (Alessandria), acquista ulteriore importanza la preparazione (per l’autunno) di un grande sciopero generale contro il padronato, il governo Draghi, l’Unione europea, delineata in questo testo che il SI Cobas ha proposto alle diverse componenti del sindacalismo “di base” e all’opposizione in Cgil. E che ha ricevuto ieri (29 giugno), in una riunione tenutasi a Roma, a cui hanno partecipato delegazioni dell’USB, dell’AdlCobas, dell’SGB, della CUB, dell’area Riconquistiamo Tutto – Opposizione CGIL, dell’USI, una prima risposta positiva.

L’assemblea di Bologna di domenica 11 luglio dovrà essere un passaggio utile, serrato e costruttivo in questa direzione, che la nostra Tendenza preconizza da anni. Pensare in grande, vincendo il particolarismo e lo spirito minoritario, rivolgerci alla massa del proletariato industriale e delle lavoratrici e dei lavoratori salariati, ai movimenti sociali nati sulle contraddizioni di genere, di razza, ecologiche irrisolvibili dal capitalismo, in una prospettiva internazionalista rivoluzionaria: è questa la consegna del momento.

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Invito a un’Assemblea nazionale in presenza – domenica 11 luglio a Bologna contro i licenziamenti, per fermare la violenza contro gli scioperi, per preparare un forte SCIOPERO GENERALE contro il padronato, il governo Draghi, l’Unione europea

Le intense giornate di sciopero e di mobilitazione di piazza di venerdì 18 e sabato 19 giugno, l’immediata, larga reazione all’assassinio del nostro compagno Adil Belakhdim, hanno dato ulteriore slancio alla proposta di arrivare, nei tempi necessari, ad un grande sciopero generale contro i licenziamenti, contro la repressione, contro Confindustria e il governo Draghi – una proposta già avanzata dall’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi e da altri consessi.

La forza propulsiva di questa iniziativa viene dalle realtà operaie e proletarie in lotta, grandi e piccole, in primo luogo dalle lotte della logistica e dei trasporti. E l’abbiamo vista positivamente in azione nei giorni scorsi nello sciopero del 18 giugno, diventato lo sciopero dell’intero sindacalismo di base (Usb, Adl, Cub e Slai Cobas – una cosa del genere non accadeva da anni), proprio sotto la spinta della strenua resistenza dei licenziati FedEx di Piacenza e dei lavoratori TNT-FedEX organizzati con noi. Dopo l’uccisione di Adil e le aggressioni di stampo mafioso/squadristico ordite da FedEx-Zampieri a san Giuliano Milanese e Tavazzano, avvenute tutte sotto la protezione delle “forze dell’ordine”, dopo una sequenza di azioni repressive ad esse paragonabili (compiute anche dalla magistratura), l’organizzazione dello sciopero generale ha assunto anche un evidente significato di denuncia del ruolo svolto dal governo Draghi nel processo di strisciante messa fuori legge dello sciopero – in modo sostanziale o, nella logistica, in modo formale con il ricorso all’art. 146.

Su impulso di queste e altre lotte proletarie (nei porti e all’Alitalia ad esempio), e territoriali (con la ripresa della mobilitazione del movimento No Tav e le proteste per il diritto all’abitare), possiamo puntare ad allargare il perimetro della preparazione dello sciopero generale molto al di là del settore logistica e trasporti. Oltre a coinvolgere la più vasta area possibile del sindacalismo “di base”, l’organizzazione di questo sciopero dovrà raggiungere i tanti/e iscritti ai sindacati confederali sconcertati e scontenti per la politica di subordinazione ai padroni e al governo di Cgil-Cisl-Uil, e i tantissimi/e giovani senza sindacato, precari, disoccupati. A consentirlo sono proprio gli attacchi in gestazione dell’asse padronato/governo, per quanto Draghi&Co. stiano facendo un’incredibile demagogia sulla “ripartenza” – mentre già ci sono i segni sanitari, economici e politici che la mettono in discussione.

Nell’assemblea dell’11 luglio dovremo affrontare di petto le questioni che il padronato e il governo Draghi hanno messo all’odg per i prossimi mesi: i licenziamenti di massa dei tempi indeterminati, l’attacco al diritto di sciopero e – più in generale – la sistematica repressione delle lotte, la liberalizzazione degli appalti e dei sub-appalti, la riforma degli ammortizzatori sociali, l’assegno unico familiare, il contratto di scivolamento, lo “smart working” e la didattica a distanza, l’impatto sull’intensificazione dello sfruttamento del lavoro e la riduzione dei posti di lavoro dell’“industria 4.0”. Dovremo nello stesso tempo denunciare che l’attenuazione della pandemia sta servendo non a mettere in discussione le politiche di smantellamento della sanità pubblica e territoriale, ma al contrario all’ulteriore espansione della sanità privata e della commercializzazione del bene-salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro.

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Grecia. Con l’abolizione della giornata di 8 ore si torna all’Ottocento, di A. Ntavanellos

Dopo l’Austria (nel luglio 2018) e l’Ungheria (nel novembre 2018) anche la Grecia stravolge la propria legislazione in materia di orario di lavoro, cancellando il riferimento alle 8 ore e alle 5 giornate lavorative per settimana come orario normale di lavoro. I meno giovani tra noi denunciano la tendenza strutturale all’allungamento degli orari di lavoro, nelle loro molteplici dimensioni (giornaliera, settimanale, mensile, annuale, sull’arco della vita) da almeno tre decenni – una tendenza che si accoppia alle forme di precarizzazioni più estrema dei rapporti di lavoro, arrivati da tempo a molteplici forme di lavoro pressoché totalmente gratuito. Da qualche anno, in Occidente, siamo entrati nella fase delle modifiche legali (non semplicemente di fatto) degli orari di lavoro nel senso del loro prolungamento. In tutto ciò l’UE ha svolto la sua parte, e come! E Antonis Ntavanellos non manca di sottolinearlo, nel suo articolo, che riprendiamo dal sito Alencontre

“Benvenuti nel XIX secolo!” Così Efimerida ton Syntakton (“Il giornale dei redattori”, quotidiano rivolto a un pubblico democratico e di sinistra) ha commentato l’approvazione da parte del Parlamento del mostruoso disegno di legge del ministro del Lavoro, Kostis Chatzidakis, presentato come una “riforma” dei rapporti di lavoro che consentirà alla Grecia di cogliere le “opportunità” di crescita, dopo la crisi del 2020 e la pandemia.

Il titolo del quotidiano era legittimo. La nuova legge abolisce la giornata lavorativa di 8 ore e la settimana di 5 giorni. Elimina l’obbligo per gli imprenditori di pagare salari maggiorati quando richiedono lavoro straordinario, che vada oltre le 8 ore e i 5 giorni. Invece di una paga extra, la legge promette che gli imprenditori concederanno in seguito giorni di ferie compensativi. Probabilmente durante i periodi di scarsa domanda per i prodotti o i servizi forniti dall’azienda. Questo “accordo sull’orario di lavoro” flessibile è stato introdotto per la prima volta nel diritto del lavoro dai socialdemocratici, durante il periodo di degenerazione neoliberista dei loro partiti e sindacati. Inizialmente, all’inizio degli anni ’90, è stato implementato in settori marginali [In Tessaglia e Macedonia occidentale, i settori in crisi sono stati soggetti a questa forma di flessibilità, ma il risultato è stato un fallimento, data la Costituzione] e doveva rimanere un elemento marginale e secondario delle relazioni industriali in Grecia. Oggi il governo di Kyriakos Mitsotakis generalizza questo “accordo” estremamente liberista, estendendolo all’intera classe operaia. In base alla nuova legge, è ora legale per i lavoratori dell’industria (il cui lavoro è duro e penoso) lavorare 150 ore in più all’anno senza alcuna retribuzione aggiuntiva!

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