Al fianco della rivolta proletaria e popolare nello Sri-Lanka – SI Cobas

AL FIANCO DEL MOVIMENTO SRILANKESE, IN RIVOLTA CONTRO IL CARO-VITA E LE POLITICHE DI MACELLERIA SOCIALE IMPOSTE DAL CAPITALE INTERNAZIONALE.

Da più di un mese in Sri-Lanka è in atto una mobilitazione di massa contro il governo liberal-nazionalista di Mahinda Rajapaksa, responsabile del drammatico peggioramento delle condizioni di vita dei proletari e dei ceti medi impoveriti a causa dell’inflazione galoppante e delle politiche prone ai dettami del FMI e del grande capitale finanziario.

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New York: i lavoratori di Amazon strappano una vittoria storica – Labor Notes (italiano – english)

Mentre nel mondo dorato delle stelle hollywoodiane Will Smith tirava un ceffone a Chris Rock, nel mondo reale di chi a stento vive del proprio lavoro il neonato sindacato indipendente Amazon Labor Union (ALU) dava una ben piu’ dolorosa sberla al colosso di Jeff Bezos, imponendo la propria combattiva presenza grazie ai voti favorevoli conquistati in un magazzino dello Staten Island, uno dei cinque distretti di New York. Riprendiamo da Labor Notes del 1° aprile l’eccitata cronaca di questa vittoria che i lavoratori e le lavoratrici coinvolte considerano storica. Storica perché, come e più di tutte le aziende di successo di ultima generazione, Amazon ha una spietata e sofisticata politica volta ad impedire ogni forma di organizzazione sindacale.

La notizia e’ davvero importante, ed ha infatti bucato lo schermo dei media ufficiali, perche’ è stata ottenuta contro il gigante delle multinazionali statunitensi. ALU e’ il frutto di un lavoro meticoloso e febbrile dal basso, che ha coinvolto giovani lavoratrici e lavoratori latinos, afroamericani e bianchi. E’ un’espressione schietta del proletariato del XXI secolo, cosi’ negli Stati Uniti, come anche, in misura minore, in Europa: un proletariato multirazziale e forte di una componente giovanile e femminile disposta alla lotta.

Per capire quanto si sta muovendo in termini di lotta nei gironi di Amazon bisogna guardare indietro alle mobilitazioni internazionali dello scorso autunno. Cio’ e’ politicamente opportuno perche’ sia la composizione dei settori di proletariato spremuti dal gigante della logistica, sia l’orizzonte globale dell’azione di Amazon chiamano prepotentemente in causa una prospettiva di lotta internazionalista. Non meno importante e’ la capacita’ di apertura dimostrata da ALU nei confronti di organizzazioni della sinistra radicale e delle associazioni di comunita’. L’attuale giro di vite repressivo contro il movimento di lotta della logistica guidato dal SI-Cobas in Italia conferma come sia cruciale rompere il muro del silenzio facendo uscire la lotta fuori dai luoghi di lavoro – quei grigi magazzini avvolti nella nebbia sporca della Val Padana.

E’ presto per dire se questo esempio di auto-attività proletaria sarà seguito da altri sfruttati in altri magazzini. Comunque vada è un altro segnale che l’altra America, la nostra America, l’America del proletariato, non dorme. L’avventurismo criminale con cui l’amministrazione Biden sta incentivando la guerra in Ucraina e in Europa ha anche questo retroterra costituito da un fronte interno inquieto, molto inquieto – come già ebbe modo di constatare l’amministrazione Trump con il movimento del Black Lives Matter.

Lo scoppio della guerra per l’Ucraina ci ha scaraventati in un nuovo secolo di ferro: di morte, cioe’, e di devastazione potenzialmente illimitata della ricchezza sociale frutto della fatica, del tempo, dell’immaginazione e dell’amore dell’umanita’ che lavora; questo senza parlare della catastrofe ecologica. E’ un abisso che si apre alimentando a sinistra disorientamento e sbandamenti. Si insegue ora la bandiera campista del kompagno Putin, ora quella atlantista di Biden e dei suoi malsicuri colleghi europei – vecchi lupi famelici mal travestiti da agnelli. Il problema e’ che ci si rivolge comunque verso “l’alto”, verso i nostri nemici di classe, mai ai “nostri” fratelli e sorelle. Manca cioe’ una prospettiva di classe internazionalista, l’unica possibile via d’uscita. Soprattutto, e’ vitale che tale prospettiva sia incarnata da un movimento reale. La nascita di ALU da’ un piccolo segnale in questa direzione.

Chi legge noterà quanto insostenibile è la pretesa capitalistica di aver cancellato per sempre l’enorme tradizione di lotta del proletariato internazionale, che riemergerà prepotentemente dal sottosuolo in cui è stata ricacciata, con la speciale irruenza dell’imprevisto e dell'”imprevedibile”. Come dice l’impunito Chris Smalls, ex-promessa dell’hip-hop, diventato d’improvviso avanguardia di una lotta di grande rilievo: “la vita è folle. E’ tutto quel che posso dire. Chi l’avrebbe immaginato?”. (red.)

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Sembra una roba magica, da film Disney. Ma ieri l’improbabile e’ diventato piu’ che probabile, quando il gruppo di lavoratori malconci che ha messo su l’Amazon Labor Union si e’ posizionato in testa nell’elezione sindacale tenutasi in un magazzino del distretto di Staten Island, a New York, ed e’ cosi’ giunto al traguardo di una vittoria storica dei lavoratori contro il colosso aziendale.

Prima della conta la maggior parte dei cronisti aveva escluso ogni possibilita’ di vittoria per questo sindacato indipendente, trattandolo alla stregua di una curiosita’ nel migliore dei casi. “Penso ci abbiano sottovalutato”, ha detto giovedi’ notte il tesoriere dell’ALU Madeline Wesley. “E penso smetteranno di farlo domani, quando risulteremo vincitori.”

Oggi l’ALU ha strappato una vittoria decisiva, vincendo con largo margine, e vedendo cosi’ premiato l’obiettivo di creare lil primo luogo di lavoro sindacalizzato nella vasta rete di centri Amazon di stoccaggio, distribuzione e smistamento che copre gli Stati Uniti. Tali strutture sono concentrate in aree metropolitane come New York, Chicago e Los Angeles, e cio’ apre la strada alla diffusione dell’organizzazione sindacale.

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Una maledizione su entrambe le vostre case: la posizione della classe operaia britannica nella crisi attuale – Angry Workers of the World (italiano – english)

Come secondo contributo alla preparazione dell’Assemblea del 10 aprile, abbiamo ripreso e tradotto dal sito “Insurgent Notes” fondato, tra gli altri, da Loren Goldner, questo interessante documento degli Angry Workers of the World (Lavoratori arrabbiati del mondo).

Si tratta di un documento di circa un anno fa, che conserva intatto il suo interesse. Sia per l’inquadramento della pandemia, vista come “l’ultimo atto di una crisi sociale più profonda nel modo in cui produciamo il nostro mondo e noi stessi”; sia per lo sforzo di “integrare gli aspetti biologici della crisi con quelli sociali, e ricondurli alla nostra posizione di classe operaia” (di proletariato); sia perché ci dà conto di due lotte degne di nota avvenute nel corso del primo picco della pandemia, non conosciute in Italia, quella all’aeroporto di Heathrow e l’altra alle Tower Hamlets – occorse in un contesto di pressoché generale passività e sfiducia in sé della massa dei salariati; sia per le interviste riassunte nel testo che si possono leggere integralmente a questo link: The Lockdown Interviews

Per quanto ci riguarda, concordiamo sulla tesi politica che nella pandemia ed in ogni altra “emergenza” capitalistica, così come, del resto, nella logorante “normalità” dei rapporti sociali capitalistici, la classe proletaria può contare solo e soltanto sulla propria auto-attività ed auto-organizzazione. Altrettanto comune è la seguente convinzione: “Un approccio globale è l’unico modo per eliminare la minaccia di questa e delle future pandemie, il che è impossibile in un mondo dominato dagli interessi frammentati dell’industria privata e degli stati nazionali. L’unica vera soluzione a pandemie come questa è la trasformazione completa del mondo in cui viviamo. Un’unica comunità umana, con un sistema unitario per prendere decisioni e produrre ciò di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Una comunità in cui non esistano più gli interessi privati che hanno determinato la comparsa del virus e hanno massacrato coloro che ne sono stati infettati”. (red.)

La pandemia Covid-19 ha, se non altro, dimostrato che il mondo in cui viviamo è folle. Centinaia di governi nazionali hanno perseguito strategie palesemente contraddittorie per affrontare la stessa catastrofe globale, e tutti hanno fallito in modo spettacolare. I morti, a centinaia di migliaia, sono stati considerati non solo accettabili ma addirittura necessari per preservare un’economia che impoverisce l’intera umanità.

Le imprese possono ignorare le restrizioni sanitarie impunemente e usarle, se loro conviene, come ulteriore arma contro i lavoratori. I produttori di vaccini si stanno battendo per evitare di divulgare le informazioni necessarie a produrli, al fine di mantenere i loro profitti.

Di fronte a un nuovo periodo di recessione, il capitale ha rilanciato una vigorosa offensiva contro la classe operaia. Nonostante le ardenti speranze di alcuni funzionari sindacali e fiacchi socialisti, è improbabile che, da solo, questo spinga i lavoratori a intensificare le lotte. Ma non ha comunque senso abbandonarsi alla disperazione che attanaglia le classi medie di tutto il mondo. In tutta la storia del movimento operaio, che il momento fosse buono o cattivo, è stato compito di coloro che vogliono far avanzare il nostro movimento scoprire quale fosse esattamente la posizione della classe nella situazione data, e quindi cosa fare per promuoverne l’organizzazione e la lotta per l’emancipazione.

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Draghi contestato a Napoli – Movimento dei disoccupati 7 novembre

Ieri, 29 marzo, a Napoli, iniziativa del Movimento di lotta Disoccupati 7 novembre: un bell’esempio di unità tra lotta economica e lotta politica. Proprio sul tema che caratterizza oggi, più di ogni altro, l’azione del governo Draghi.

UN’IMPORTANTE GIORNATA DI LOTTA!

Ora conclusa la mobilitazione iniziata per noi dalle 6:00 di questa mattina con l’iniziativa che ha violato la zona rossa al Maschio Angioino con il chiaro riferimento alla nostra vertenza ed all’opposizione all’aumento delle spese militari a discapito della spesa sociale.

Il Governo stanzia 100 milioni di euro al giorno per le spese militari, il 2% del PIL e qualcuno della maggioranza bulgara propone anche di tagliare l’elemosina del Reddito di Cittadinanza per pagare le armi.

Fino alle 9:00 i disoccupati sono riusciti ad essere davanti all’ingresso del Maschio Angioino dopo essere stati poi allontanati a Piazza Municipio.

Dopo diversi momenti di tensione i disoccupati da Via Santa Brigida hanno superato gli schieramenti riuscendo a posizionarsi nuovamente al Maschio Angioino.

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Lo sciopero dei rider di JustEat in Gran Bretagna. Intervista a un’attivista dell’IWGB

La lotta dei riders – che a detta di alcuni avrebbe dovuto essere impossibile a causa dei nuovi dispositivi organizzativi centrati su un rapporto di falso lavoro autonomo atomizzante e governati da algoritmi ancor più impersonali e dispotici delle tradizionali direzioni aziendali – sta invece sempre più prendendo corpo alla scala internazionale. Nell’estate del 2020, con epicentro il Brasile, ci fu un movimento di scioperi continentali, di cui abbiamo già dato conto.

Nel 2021-2022 è stata la volta dell’Italia, della Gran Bretagna e di Hong Kong. Benché questi scioperi si guardino l’un l’altro dalla distanza e il desiderio di un collegamento internazionale si manifesti apertamente nei più coscienti, siamo ancora lontani da questo traguardo. Tuttavia le lotte (che non avrebbero mai potuto esserci) ci sono, si moltiplicano. E al di là dei loro risultati immediati, insegnano a questi (per lo più) giovanissimi e giovani proletari di tutte le nazionalità che con la lotta, l’organizzazione e l’estensione delle lotte, tutto è e sarà possibile.

LO SCIOPERO DEI RIDERS JUSTEAT IN INGHILTERRA

INTERVISTA A UNA COMPAGNA DELL’IWGB SULLE LOTTE IN CORSO

METTIAMO IN COLLEGAMENTO LE LOTTE A LIVELLO INTERNAZIONALE

Da dicembre i corrieri che lavorano per Stuart, una società a cui JustEat appalta il lavoro di consegna in Inghilterra, sono entrati in sciopero per protestare contro l’annuncio di una serie di tagli salariali.

Si tratta del più lungo sciopero mai avvenuto nel Regno Unito nel settore della gig-economy e non è un caso che stia avvenendo proprio in contemporanea con le mobilitazioni dei fattorini JustEat organizzati nel SI Cobas a Torino, Genova, Roma, Monza e Bologna.

Con la pandemia di covid-19, il food-delivery ha avuto un’impennata che non accenna a fermarsi e in tutto il settore della ristorazione la percentuale di merce destinata alla consegna a domicilio è in crescita.

La crisi di altri settori produttivi e i conseguenti licenziamenti spingono sempre più lavoratori a forme di lavoro autonomo o para-autonomo, costringendoli ad arrotondare o a racimolare un salario assumendosi tutti i costi relativi ai mezzi di trasporto con cui vengono effettuate le consegne.

La situazione per i riders di mezzo mondo (non solo di quelli che operano per JustEat) è quindi molto simile se non del tutto uguale: da lavoretto serale a principale se non unica fonte certa di reddito, allo stesso tempo irrinunciabile ma sempre più insostenibile a causa delle spese di manutenzione delle bici e degli scooter.

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