Lo sciopero dei dipendenti di Google, il 1° novembre. Un movimento internazionale della classe lavoratrice (Dan La Botz)

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In un’Italia ammalata cronica di provincialismo e più di recente in preda ad una febbre da cavallo “sovranista” dall’estrema destra all’estrema sinistra, gli scioperi internazionali non fanno notizia, scivolano come acqua sul marmo. Ce ne sono stati di recente di importanti contro Amazon e contro Ryanair, ma crediamo sia almeno altrettanto importante, se non di più, quello scoppiato pochi giorni fa contro Google.

Lo segnaliamo attraverso una nota di Dan La Botz, che riprendiamo dal sito “The Bullet”. In questa nota c’è qualche accento trionfalistico, non c’è dubbio, anche se non mancano degli opportuni interrogativi, finanche quello più radicale sul se questi lavoratori/lavoratrici si sentano o meno parte del movimento generale dei lavoratori. Ma comunque, meglio qualche eccesso di euforia che lo stolto silenzio e l’indifferenza che regnano anche tra molti militanti.

Uno sciopero interamente auto-organizzato dal basso (in Google, come in genere nelle aziende di ultima generazione dell’hi-tech, non ci sono organismi sindacali); uno sciopero che va dall’Asia, da Singapore e Hyderabad, fino alla Silicon Valley passando per Dublino, Londra, Berlino e Zurigo (unica eccezione l’Italia), meriterebbe una menzione e un’attenzione speciali solo per queste circostanze. A maggior ragione, poi, per aver preso a suo bersaglio il management di una delle aziende globali più potenti del mondo, mettendone a nudo l’ipocrisia e il maschilismo (“noi abbiamo standard di comportamento elevati”… si vede!). E mettendo in chiaro che non ci sono uno, due, tre diversi tipi di capitalismo, e il più nuovo è preferibile agli altri perché più “civile”, ma c’è uno ed un solo tipo di capitalismo, di rapporto tra capitale e lavoro salariato, fatto sempre e comunque di sfruttamento e di oppressione di classe, di genere, di “razza” (anche se con un’ovvia differenziazione di forme).

Meriti non da poco. O forse quello di Google è da considerarsi uno sciopero di scarsa importanza perché invece di rivendicare un aumento dei salari, ha rivendicato il rispetto delle donne? O perché ne sono stati protagonisti lavoratori salariati privilegiati? 

Se così fosse, e là dove così è, siamo messi molto male. 

Perché l’incorporazione incondizionata del rispetto verso le donne e la piena eguaglianza dei diritti tra lavoratori e lavoratrici (come quello tra lavoratori autoctoni e immigrati) dev’essere e sarà un elemento di primo piano della rinascita del movimento proletario. E perché la scesa in campo di settori di lavoratori ad alta qualificazione – specie nel campo dell’hi-tech – sarà un fattore di forza della futura riesplosione generalizzata dello scontro di classe, non un fattore di debolezza. Nel caso specifico dei dipendenti di Google, poi, vanno citate altre due recenti agitazioni significative: l’una riguardante i rapporti tra l’azienda e il Pentagono, l’altra riguardante l’accettazione, da parte dell’azienda, della censura di stato cinese. 

Va sottolineato, poi, che le promotrici e i promotori di questo sciopero hanno esteso le loro richieste (questo La Botz colpevolmente lo tace) anche al mondo dei sub-appalti (il personale delle pulizie, delle mense, della vigilanza), dove – lo sa perfino Rampini di Repubblica – “la piaga delle molestie sessuali con ogni probabilità è più estesa e ancor meno denunciata, perché le donne hanno meno forza e meno potere contrattuale in quelle fasce sociali”.

Lo stesso giornalista scrive

“La Silicon Valley è la terra delle scoperte, ma questa ancora mancava: la lotta di classe. In un mondo dove i sindacati non hanno mai messo piede, fa scalpore la protesta dei dipendenti di Google” perché è avvenuta in una zona degli Stati Uniti “segnata da una pace sociale assoluta, figlia di una cultura che associa valori progressivi e iper-individualismo”. 

Sì, occhio alla “altra America”!, quella di Black Lives Matter, di Non-una-di-meno, dei primi scioperi nelle imprese-mito dell’hi-tech: ci riserverà ancora belle sorprese.

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Dan La Botz, The Bullet, 5 novembre 2018

Migliaia di dipendenti di Google negli Stati Uniti e in tutto il mondo hanno lasciato il lavoro il 1° novembre “per protestare contro le molestie sessuali, i cattivi comportamenti, la mancanza di trasparenza e un posto di lavoro che non va bene per tutti”. In tutto il mondo il movimento ha chiuso gli uffici di Google da Mountain View, in California, a Boulder e New York, così come a Londra, Dublino, Zurigo e Berlino.

I cartelli sui cartelli o sui muri recitano “Non comportarti male” o “Il tempo è scaduto, Tech”. Una donna ha scritto: “La mia indignazione non può essere contenuta in questo cartello”. Quasi ovunque i lavoratori hanno organizzato brevi manifestazioni in cui le donne hanno letto le richieste del movimento. Guardando le molte foto e i video degli scioperi e delle assemblee, oltre a leggere i commenti dei lavoratori di Google, risulta chiaro che si è trattato di un movimento di massa della classe lavoratrice. Continua a leggere Lo sciopero dei dipendenti di Google, il 1° novembre. Un movimento internazionale della classe lavoratrice (Dan La Botz)

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Dopo la forte manifestazione del 27 ottobre: guardare avanti e pensare in grande.

Benché oscurata dai media di regime e dalla quasi totalità di quelli di “opposizione” (con la sola eccezione di qualche radio), la manifestazione indetta dal SI Cobas a Roma il 27 ottobre è riuscita in pieno.

Il suo nucleo trainante sono stati ancora una volta i coraggiosi instancabili facchini immigrati della logistica. Ma questa volta – a differenza del 24 febbraio – si è trattato di un corteo più “misto”, con una presenza di lavoratori e lavoratrici italiani decisamente più consistente, anche se ancora troppo limitata, e con la partecipazione attiva di movimenti per la casa, di disoccupati e gruppi di studenti. Significativa la decisione di aprire con un cordone di donne un corteo che è stato in larga prevalenza di proletari maschi – un bel gesto simbolico a cui va data consequenzialità negli ulteriori passaggi della lotta.

È stato un corteo fitto, teso, intenso, molto combattivo. Nel quale le svariate migliaia di dimostranti hanno espresso tutta la rabbia che il decreto-Salvini ha suscitato in loro e denunciato l’intera politica del governo Lega-Cinquestelle, attaccata dagli speaker del corteo per il suo globale carattere anti-proletario. Al centro, dall’inizio alla fine, c’è stato il tema dell’unità tra i lavoratori immigrati e i lavoratori italiani, la comunanza di interessi, di bisogni, di prospettive tra tutti gli sfruttati. “Solo due razze, sfruttati e sfruttatori“, così uno striscione srotolato da un balcone a metà del percorso, ha sintetizzato il messaggio del corteo. Gli slogan gridati hanno aggiornato e arricchito quelli del 24 febbraio. Il classico “chi tocca uno, tocca tutti”, è stato ritmato prima sul lavoratore immigrato, poi sul lavoratore italiano; e sono stati ricordati i licenziati FCA di Pomigliano, colpiti da fogli di via e però egualmente, in altro modo, presenti. Energica è stata anche, in alcuni interventi, la denuncia della dominazione imperialista sui paesi del Sud del mondo, delle guerre e del saccheggio neo-coloniale che hanno tra i loro effetti l’emigrazione forzata di massa. E non è mancata neppure la critica alla funzione anti-operaia dello stato e al sistema capitalistico in quanto tale, sia nei testi distribuiti dai collettivi politici e dalle organizzazioni internazionaliste presenti, che negli interventi dei compagni del SI Cobas.

La solidarietà arrivata alla manifestazione da organismi sindacali e politici operanti in Germania, nel Regno Unito, in Francia è un altro elemento significativo che rivela il maturare in tutta Europa della necessità di dare una risposta di classe coordinata, unitaria alle politiche razziste sempre più aggressive di tutti i governi europei. Ed è un altro aspetto della indiscutibile crescita quantitativa e qualitativa che la manifestazione di sabato segna rispetto a quella di febbraio. Il 26 ottobre, uno sciopero ben riuscito nella logistica e in alcuni settori dei trasporti e del pubblico impiego, con diversi cortei cittadini partecipati anche da studenti. Il 27 ottobre, l’ancor più riuscito corteo di Roma: il primo corteo nazionale contro il governo fasciostellato “senza se e senza ma“, nel quale sono stati sempre appaiati nella denuncia Salvini e Di Maio, gratificati di sonori cori di vaffanculo.

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26-27 ottobre: la marea del SI Cobas lancia un segnale chiarissimo al governo Conte. Non passeranno!

Già nelle ultime settimane le sensazioni sulla partecipazione al corteo nazionale a Roma erano più che positive. In pochi avrebbero però potuto immaginare cio’ che nel pomeriggio di sabato si è realmente materializzato per le vie della capitale. Circa 15 mila persone in piazza compatte e determinate a dire no al razzismo di Stato e convinte che con la lotta è possibile fermare l’infame “decreto-sicurezza” di Salvini, e con esso la norma “antipicchetti” contenuta nell’articolo 23.

Una mobilitazione che è cresciuta attraverso centinaia di assemblee nei posti di lavoro e che ha portato a Roma migliaia di lavoratori in 152 autobus provenienti da tutta Italia.

In piazza una marea di facchini e lavoratori dei vari settori del SI Cobas come non si era mai vista. Ma non solo: oltre ai movimenti che da sempre sono vicini e solidali con le nostre lotte (movimento per il diritto all’abitare di Roma, disoccupati napoletani, centri sociali e realtà antagoniste), forte è stata la presenza di nuove realtà che si sono unite nelle ultime settimane al percorso di costruzione della mobilitazione: su tutti gli immigrati di Castelvolturno, la comunità bengalese di Roma, i Rom di Palermo e un nutrito spezzone studentesco con in prima fila il collettivo del liceo Mamiani di Roma, unico istituto occupato della capitale.

Il tutto nel più totale oscurantismo dei media, sia di stato che privati: mentre giornali e televisioni di ogni tipo puntavano le loro telecamere su qualche decina di fascisti che tentavano un blitz nel vicino quartiere di San Lorenzo per speculare su un episodio di cronaca nera, non una sola parola è stata detta, non una sola riga è stata scritta su una manifestazione che ha portato in piazza migliaia e migliaia di lavoratori.

Si tratta di una censura praticamente senza precedenti: ciò tuttavia ci sorprende poco, poichè è il segno tangibile di quanto risulti scomoda la nostra iniziativa nell’epoca del razzismo di stato e delle isterie securitarie pilotate ed alimentate dai piani alti del potere.

A dispetto del silenzio dei media, il successo dello sciopero di venerdi era già stato un importante banco di prova di quel che poi è accaduto l’indomani. Continua a leggere 26-27 ottobre: la marea del SI Cobas lancia un segnale chiarissimo al governo Conte. Non passeranno!

Verso la manifestazione di Roma: l’assemblea di Mestre 27/10

Un’assemblea molto riuscita, quella di sabato 13 a Mestre in preparazione del corteo nazionale del 27 ottobre convocato dal SI Cobas a Roma.

Molto riuscita per la partecipazione (circa 70 presenti), per la sua composizione (un folto gruppo di giovani, un gruppo ancora più folto di proletari e di salariate/i del pubblico impiego), per l’intensità dei lavori dall’inizio alla fine, per il comune sentire di voler rispondere unitariamente al governo Lega-Cinquestelle, alle sue aggressioni contro gli immigrati e al suo complessivo disegno anti-operaio e anti-popolare (altro che “governo del popolo”!).

La relazione di apertura del Comitato permanente contro le guerre e il razzismo è partita dalla denuncia della rapina neo-coloniale in atto ai danni dell’Africa e delle sue masse sfruttate, che è la principale causa dei grandi movimenti migratori in corso, dentro l’Africa e dall’Africa verso l’esterno. Una rapina nella quale l’Italia è in prima linea in Libia, in Tunisia, in Nigeria, in Niger, nel Corno d’Africa, e agisce da spalla degli Stati Uniti e della NATO nella contesa, sempre più armata, in atto tra i vecchi e i nuovi predoni colonialisti per spartirsi le risorse naturali, i mercati e la forza-lavoro dei paesi arabi e di quelli sub-sahariani. Continua a leggere Verso la manifestazione di Roma: l’assemblea di Mestre 27/10

L’assemblea antirazzista internazionalista del 23 settembre a Bologna: un punto di svolta

È il caso di dire qualcosa, molto in breve, sull’assemblea antirazzista internazionalista convocata a Bologna domenica scorsa dal SI Cobas, perché può essere un punto di svolta, l’inizio di un vero movimento di lotta presente sull’intero territorio nazionale, proiettato internazionalmente, contro la politica del governo Lega-Cinquestelle di aggressione agli emigranti e agli immigrati – quindi alla intera classe lavoratrice, essendo la sorte dei proletari autoctoni indivisibile da quella degli immigrati. Continua a leggere L’assemblea antirazzista internazionalista del 23 settembre a Bologna: un punto di svolta