Un dossier sulle sollevazioni arabe – «The Arab Uprisings: A Decade of Struggles» (inglese – arabo)

Da oltre due mesi (qui in Italia non se n’è accorto quasi nessuno) manifestazioni con centinaia di migliaia di dimostranti, soprattutto giovani proletari, scuotono la capitale Khartoum e le altre maggiori città del Sudan, al canto di “il popolo è più forte, nessuna ritirata” e “nessun negoziato, nessuna condivisione, nessuna legittimazione” (dell’esercito). Protestano contro il golpe che il 25 ottobre scorso ha posto fine alla coabitazione militari-civili, esautorato e messo agli arresti domiciliari il primo ministro Hamdok (civile). Ma protestano anche contro l’accordo che il 21 novembre lo ha riportato al governo nel tentativo, finora fallito, di indurre alla calma le piazze. Il golpe, ispirato dalle satrapie del Golfo sempre più strettamente coordinate con lo stato di Israele attraverso il “Patto d’Abramo”, doveva installare a Khartoum un governo simile a quello egiziano, totalmente centrato sull’esercito e sulla polizia. L’obiettivo è stato mancato per la forza delle dimostrazioni popolari e degli scioperi, ma Hamdok è ritornato in sella con un ambiguo discorso contro gli “opposti estremismi”, che le piazze hanno considerato sospetto, e da respingere. 45 morti e centinaia di feriti sono il prezzo finora pagato da questa mobilitazione di masse oppresse, che stanno imparando a loro spese quanto è esiziale per una rivoluzione, anche per una rivoluzione democratica com’è quella in corso in Sudan da anni, fermarsi a metà strada, o ancor prima. 

La vicenda sudanese è solo un tassello di insieme di accadimenti di enorme portata in corso nel mondo arabo e medio-orientale a partire dalle sollevazioni tunisina ed egiziana del 2011, che solo della gente con l’anima bianca e un profondo disprezzo per tutto ciò che accade in questo mondo, può derubricare a rivoluzioni “semi-colorate”. Al contrario, per chi davvero voglia intendere, questo dossier che abbiamo ricevuto da un militante e ricercatore algerino e volentieri mettiamo in rete, offre una molteplicità di elementi di analisi per comprendere le periodiche scosse telluriche che stanno avvenendo nel Nord Africa arabo e in tutta la regione fino al Libano, allo Yemen, all’Iraq e alla Palestina. Il suo titolo è indicativo: “Guardando indietro, guardando avanti. Ereditare una rivoluzione“. 

Nel n. 1 del Cuneo rosso noi preferimmo parlare di Intifadah (sollevazione, insorgenza) come apertura di un processo rivoluzionario, anziché di al-thaura (rivoluzione), e vedemmo da subito profilarsi la contrapposizione antagonistica tra due prospettive: o lo sviluppo del processo rivoluzionario, o il ritorno in forze della controrivoluzione. E’ accaduta la seconda cosa, con il concorso attivo di tutte le potenze mondiali e di area unite con le borghesie arabe al completo nel soffocare nel sangue (o, in subordine, deviare nei vicoli ciechi delle divisioni settarie) le gigantesche sollevazioni popolari e proletarie. Ma dal 2018 – proprio in Sudan, successivamente in Algeria, in Libano, in Iraq e quasi ovunque – il processo rivoluzionario è tornato a riprendere il suo corso, avendo appreso, almeno in parte, la lezione delle sconfitte subite.

Questo dossier ha un’impostazione democratico-rivoluzionaria per molti versi debitrice alle posizioni di Franz Fanon, che evidentemente non coincide con la nostra, ma chi lo studierà a fondo troverà in esso una massa di elementi di analisi utili a comprendere cosa realmente si è mosso e cosa si sta muovendo “laggiù” in questa “seconda ondata” di indomite sollevazioni, che debbono fare i conti con la debolezza dell’organizzazione politica e sindacale del proletariato, con il pestifero settarismo religioso, con la futilità delle prospettive di riforma giuridico-istituzionale dei regimi autoritari, e – su tutto – con i tentacoli soffocanti delle piovre imperialiste occidentali e non occidentali. E potrà comprendere quanto le “loro” battaglie debbano essere sentite e diventare nostre nella misura in cui, in modo più o meno consapevole, hanno per loro bersaglio destinato non soltanto i propri regimi, ma, inseparabilmente, le potenze che ad essi sovraintendono sul piano economico-finanziario, politico e repressivo. Il caos nel quale da un paio di decenni sta sprofondando il capitalismo globale ha nel mondo arabo e in Medio oriente un terreno di scontro fondamentale. Estraniarsene è disertare! 

Ribadiamo qui la posizione che esprimemmo un decennio fa:

Viva l’Intifada araba! Che essa vada avanti fino alla vittoria completa contro le borghesie arabe, nessuna delle quali merita più (se mai l’hanno meritato) il titolo di progressista, e contro i signori della reazione mondiale, gli stati e i governi dell’Occidente!

Solidarietà incondizionata agli sfruttati e agli oppressi arabi!

Viva la mondializzazione delle lotte e dell’organizzazione di classe dei lavoratori!

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Against Islamophobia. I. The Industry of Islamophobia (English Introduction – Arabic Version)

The machine of Islamophobia has restarted its engines. After the heavy defeat suffered by the United States and the NATO in Afghanistan, it had to happen. The twentieth anniversary of September 11th is a golden opportunity for stirring up racial hatred and revenge purposes. TV networks, newspapers and social networks unanimously depict the Talibans and September 11th suicide bombers as the prototype of all “Muslims”. Through this propaganda the populations of countries with Islamic tradition are singled out in their entirety as our irreducible enemies – unless they openly take a stand in favor of “our values” (the values of the stock market), bowing their heads to the West’s claim to dominate and deprive the “Islamic” world by divine right. Which was actually acquired with historical colonialism. Islamophobia is a weapon of war: towards the outside, and within “our” societies. This is why it must be denounced. For it legitimizes the endless war the gang of western imperialist states, including Italy, declared centuries ago against the Arab and Islamic world for purposes that have nothing to do with civilization, democracy, the freedom of women, and which is certainly not coming to an end with the inglorious expulsion from Afghanistan of Western powers.

In this war the colonial powers have always managed – more than ever, actually – to ally with local proprietary classes and Arab and Islamic countries’ privileged strata to crush the unfortunate peasants, miners, laborers, workers, and suck their blood without the slightest regard for their existence, especially if they are women. In case of rebellions, uprisings or revolutionary attempts, the West has thus been able to either use the iron fist to crush them, or to suffocate them. Inside Italy and Europe the renewed Islamophobic campaign targets emigrants and immigrants from the Islamic countries, who constitute the largest, most energetic and organized part of the immigrant proletariat. They want to intimidate them, and drive them into a corner, and make them bow their heads (those who held it up), by depicting them to native people and other immigrants as dangerous folks one has to keep away from, and that has to be punished at the slightest suspicion – though suspicions may not even be necessary given that they are “Islamic”).

To us they are class comrades, brothers and sisters who belong to our class, and whom we often see at the vanguard of workers’ struggles here in Italy. Just as we see proletarians in northern Africa and the Middle East who are not willing to accept the “fate” of emigration and fight courageously against their own governments and the gendarmes of the area (just think of the state of Israel), and pay a heavy toll of blood – they are the protagonists of the great uprisings of 2011-2012 in Tunisia, Egypt, Bahrain, Syria , Yemen, etc., and as well as of 2018-2021 major protest movements in Algeria, Lebanon, Sudan, Iraq, Iran and Palestine!

Click here to download the Arabic version of the whole essay.

Sabra e Chatila, 16-18 settembre 1982: non dimenticare! – Giorgio Stern

Between 800 (according to the Kahane commission) and 1500 (according to P.L.O.) Palestinian refugees were massacred by the Christian Lebanese Forces between September, 14 and 17. The Israeli army, positioned around the two camps, did not react. Corpses of refugees lie in the streets. (Photo by Michel Philippot/Sygma via Getty Images)

Riceviamo dalla compagna Patrizia di Trieste, e condividiamo: non si devono dimenticare le prodezze dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, che testimoniano in modo schiacciante il suo “superiore grado di civiltà“.

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“Se esistesse il Premio Nobel per la Morte” scriveva Gabriel Garcia Marquez, “quest’anno se  lo sarebbero assicurati Menahem Begin e il suo assassino di professione Ariel Sharon”. 

Era il settembre 1982, Begin e Sharon si erano appena macchiati di uno dei loro crimini peggiori. Tanto gravi che persino l’opinione pubblica israeliana ne aveva risentito.

Ecco cosa avvenne.

Il 15 settembre ‘82 [nelle fonti arabe la data risulta: 16-18 settembre – n.n.] in forza degli accordi e delle garanzie internazionali, i combattenti palestinesi che proteggono i loro campi profughi dall’invasione israeliana, lasciano il Libano per la Tunisia. Il ministro della difesa israeliano, Sharon, ne approfitta e fa circondare dai suoi soldati i due campi di rifugiati palestinesi a Beirut, Sabra e Chatila, ormai completamente indifesi. Nella notte Sharon vi fa penetrare i mercenari “falangisti” assoldati da Israele. L’eccidio, precedentemente pianificato, avviene alla luce dei bengala che i militari dello “Stato ebraico” lanciano per facilitare la “pulizia etnica”. La mattanza dura quasi tre giorni, durante i quali Sharon impedisce a medici e ambulanze di accorrere ed ai giornalisti di raccontare. Alla fine il numero delle donne, dei bambini e dei vecchi torturati e uccisi è di circa 3000 e non sarà mai dato per certo, poiché gli israeliani con i bulldozer cercano di far scomparire i cadaveri dilaniati [i numeri di questo orrendo massacro vanno, in realtà, da 800 secondo la commissione israeliana Kahan fino a 3.500 secondo alcune fonti palestinesi – n. n.].

L’orrore nel mondo, e nella stessa Israele, è grande. A Tel Aviv 400.000 pacifisti danno vita alla più grande manifestazione nella storia di questo Stato. Il Governo israeliano è costretto ad aprire un’inchiesta che alla fine scagiona Sharon. Ma egli risulta talmente impresentabile che la stessa Organizzazione Sionista Mondiale evita di dar corso alla sua nomina a direttore del programma di immigrazione.

Nel febbraio 2001, in un clima interno completamente mutato rispetto a vent’anni prima, con voto plebiscitario gli israeliani eleggono Sharon Primo ministro.

In Belgio si apre un procedimento a suo carico per i crimini commessi a Sabra e Chatila. Il 23 gennaio 2002, Elie Hobeika, capo dei falangisti autori materiali della strage, si dichiara disposto a testimoniare davanti al tribunale belga che ha aperto il procedimento a carico di Sharon: il giorno dopo Hobeika viene ucciso a Beirut in un attentato. 

I crimini di Sharon sono ampiamente documentati, la BBC ha contribuito con il documentario “Accused”.

Nel quadro della campagna promossa dal giornalista Stefano Chiarini, “Per non dimenticare Sabra e Chatila” nel settembre di ogni anno a Beirut viene ricordato l’anniversario del massacro alla presenza di delegazioni provenienti da tutto il mondo.

Palestina-Israele: “Né i giudici, né i diplomatici verranno a salvare Sheikh Jarrah” – Amjad Iraqi

Riprendiamo dal sito Alencontre la cronaca dell’udienza della Corte suprema di Israele in cui si doveva decidere sulla proprietà di alcune case del quartiere di Sheikh Jarrah storicamente appartenenti a famiglie palestinesi – case dalle quali un’organizzazione di coloni intende sfrattarle. Sotto l’apparenza di proporre un compromesso, ancora una volta il sistema giudiziario israeliano si è schierato dalla parte dei coloni, benché non abbia avuto l’impudenza di ingiungere l’immediato sfratto delle famiglie palestinesi. La grandissima protesta nata nei mesi scorsi proprio a Sheikh Jarrah e dilagata in tutta la Palestina, per poi divenire internazionale, glielo ha, provvisoriamente, impedito. Solo una forte ripresa di quel movimento di lotta, e la solidarietà internazionale e internazionalista con esso, potrà sbarrare la strada definitivamente ai piani delle organizzazioni dei coloni spalleggiati dallo stato di Israele, a Gerusalemme Est e dovunque. Né i giudici israeliani, né le chiacchiere vuote e ipocrite delle diplomazie internazionali (presenti in aula il 2 agosto a marcare il cartellino), potranno nulla a riguardo.

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È stato esasperante seguire lunedì 2 agosto le deliberazioni della Corte Suprema israeliana su Sheikh Jarrah [un quartiere di Gerusalemme Est a prevalenza di palestinesi]. Durante l’udienza in cui si doveva decidere se i residenti palestinesi saranno sfrattati con la forza dal loro quartiere, i tre giudici hanno proposto un accordo che consentirebbe alle famiglie di rimanere per diversi anni nelle loro abitazioni come “inquilini protetti”, in cambio del pagamento di un piccolo canone di “affitto” [circa 400 euro all’anno] versato al gruppo di coloni Nahalat Shimon, che brama aggressivamente alla proprietà di quelle case con il sostegno della polizia. L’udienza si è conclusa con una situazione di stallo, e il tribunale si è visto costretto a programmarne un’altra la prossima settimana nella speranza che le due parti facciano nel frattempo un passo indietro.

Quello che i giudici hanno descritto come un “compromesso” si è rivelato, però, un ultimatum. I giudici inizialmente si sono rifiutati di concedere alle famiglie palestinesi diversi giorni per esaminare l’accordo, sostenendo pretestuosamente che volevano evitare ulteriori pressioni dei media e che ci sarebbero voluti secoli prima che tutti i residenti fossero d’accordo. Molti palestinesi presenti in aula hanno faticato a seguire le difese in ebraico (non è stata fornita alcuna traduzione ufficiale), ciò che li ha costretti ad affannarsi per ottenere informazioni su quello che gli sarebbe capitato. L’obiettivo dei giudici non era certo dissimulato: era fare pressione sulle parti affinché accettassero l’accordo, per evitare la responsabilità di decidere loro su una questione con una posta politica in gioco così alta.

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Cisgiordania: coloni e soldati israeliani uniti per ammazzare palestinesi – Invicta Palestina

Riprendiamo dal sito Invicta Palestina un dettagliato rapporto su quanto è avvenuto il 14 maggio scorso, pochi giorni dopo l’esplosione della nuova Intifada, in alcuni villaggi della Cisgiordania: Urif, Asira Al-Qibliya, Iskaka, Al Reihiya, Burin. Leggetelo senza fretta! Potrete toccare con mano l’intreccio sempre più forte tra l’esercito e i coloni, che è maturato nell’era Netanyahu, e non finirà certo con l’avvento del nuovo governo Bennett. Vedrete pure come si fa strada, tra i poliziotti palestinesi, la percezione di “avere sbagliato” nel disarmare la popolazione dei villaggi, lasciandola così alla mercé delle bande dei coloni e dell’esercito israeliano, e nell’agire da forza ausiliaria dell’occupante.

A seguire pubblichiamo una lettera aperta di 100 soldati dell’esercito di Israele che protestano contro gli episodi criminali qui illustrati e, in generale, contro la violenza dei coloni e la copertura, se non l’attiva complicità con loro, dell’esercito. L’ideologia e la prospettiva della lettera è lontanissima dalla nostra – ma una cosa è certa: l’irriducibile resistenza delle masse sfruttate e oppresse di Palestina sta generando dissensi e contrasti anche nelle fila dell’esercito coloniale.

Un’indagine di Local Call rivela come in un solo giorno di maggio coloni e soldati israeliani abbiano collaborato in attacchi che hanno provocato la morte di quattro palestinesi. L’ondata senza precedenti di assalti congiunti ha inaugurato una nuova era di terrore.

Fonte: english version

Di Yuval Abraham – 15 luglio 2021

Nidal Safadi era un uomo tranquillo, hanno detto i suoi vicini. Viveva a Urif, un villaggio palestinese di alcune migliaia di abitanti in Cisgiordania. A soli 25 anni, Safadi e la moglie avevano tre figli e un quarto, una femmina, in arrivo.

Urif non è sempre tranquillo. Con la città palestinese di Nablus a meno di 16 chilometri di distanza, l’esercito israeliano occupante ha stabilito una base su una vicina collina nel 1983. Un anno dopo, è stata adibita a scopi civil come parte del programma di insediamento illegale di Israele nei territori palestinesi. Dal 2000, l’insediamento, chiamato Yitzhar, ospita una yeshiva (istituzione educativa religiosa ebraica) nota per le sue ferme opinioni nazionaliste ebraiche; l’insediamento è diventato noto per il suo estremismo. I cosiddetti avamposti di insediamento che ha stimolato, illegali anche per la legge israeliana, ma comunque difesi dalle Forze di Difesa Israeliane, hanno gradualmente invaso villaggi come Urif. Negli ultimi 10 anni, le aggressioni dei coloni hanno dato luogo a violente recriminazioni tra israeliani e palestinesi che vivono nelle vicinanze.

Il 14 maggio, tuttavia, Urif era tranquillo, a differenza di gran parte della Cisgiordania. In decine di luoghi nel territorio, i palestinesi hanno protestato contro le recenti provocazioni israeliane: la polizia ha preso d’assalto il complesso della moschea Al-Aqsa a Gerusalemme ed effettuato pesanti bombardamenti, in risposta al lancio di razzi di Hamas, sulla Striscia di Gaza.

“Ci sono state molte proteste nella zona, ma Urif era tranquillo,” ha detto Mazen Shehadeh, capo del consiglio del villaggio. “È un piccolo villaggio e i residenti sono rimasti a casa. Se i coloni non fossero arrivati ​​ad attaccare le case, non sarebbe successo nulla.”

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