L’islamofobia, un’arma contro gli immigrati islamici – IV (italiano – arabo)

L’11 settembre dello scorso anno abbiamo iniziato la pubblicazione a puntate di un ampio scritto contro l’islamofobia, opera di un redattore di questo blog. Lo scritto è di alcuni anni fa, ma conserva intatta la sua attualità. Ed è questa la ragione per cui l’abbiamo proposto.

Perché l’islamofobia era ed è un coltello nelle mani dei padroni contro i proletari e le popolazioni immigrate dai paesi di tradizione islamica, un’arma contro tutte le popolazioni immigrate, e per dividere i proletari autoctoni dai loro fratelli immigrati.

Siamo coscienti di essere isolati in questa denuncia, essendo il sentire di molti militanti profondamente bianco, e tutt’altro che alieno da sentimenti o pregiudizi islamofobici.

Non ci scoraggia affatto constatare che, a differenza di altri nostri testi rilanciati da più siti o blog, letti sul Pungolo rosso e altrove da migliaia di persone, a quelli contro l’islamofobia sia capitata una sorte differente. Al contrario, ci rafforza nella convinzione che bisogna continuare a battere su questo tasto. Ed è quello che faremo, certi che dagli sfruttati e dagli oppressi del “mondo islamico”, dai proletari e dalle proletarie immigrati in Italia e in Occidente dai paesi di tradizione islamica, verrà un contributo di grande importanza alla ripresa del movimento rivoluzionario internazionale e internazionalista.

Questa quarta puntata si concentra sui molteplici, pesanti effetti che l’islamofobia ha sull’esistenza delle popolazioni immigrate di fede, vera o presunta, islamica, e – per la proprietà transitiva – sull’esistenza di tutte le popolazioni immigrate.

Ad uso di chi dovesse leggerci per la prima volta su questo tema, ripubblichiamo la nota introduttiva che scrivemmo l’11 settembre.

[LEGGI VERSIONE IN ARABO DEL TESTO]

Precedenti puntate

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La macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori. 

Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.

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Contro l’islamofobia – III. La donna islamica tra l’incudine e il martello (italiano – arabo)

Pubblichiamo qui la terza parte dello scritto contro l’islamofobia, dedicata alla “questione di genere”. Nei giorni scorsi la decisione del governo talebano di imporre una serie di odiose restrizioni alla mobilità autonoma delle donne sul territorio afghano, è stata l’occasione per intonare per la milionesima volta l’abusata canzonaccia: lo vedete quanto sono trogloditi gli islamici, e quanto era e resta necessario ‘civilizzarli’ con ogni mezzo? Mentre in contemporanea Radio 3, quasi a fare il controcanto in apparenza “liberatorio”, mandava in onda l’entusiastica sponsorizzazione della mostra, a Treviso, della disegnatrice afghana Kubra Khademi che si è, per dir così, specializzata in nudi femminili.

A fronte dell’impudente esibizione del “femminismo imperialista” italiano, europeo, occidentale, non è tempo perso riproporre qui un testo che affronta la questione in chiave storica, e mostra quanto il colonialismo europeo abbia “fatto soffrire terribilmente tutte le donne “di colore” in ogni tempo e in ogni dove. Nelle encomiendas e nelle miniere. Come schiave oggetto di tratta e donne di schiavi. Come coolies e donne di coolies. Come serve domestiche e concubine forzate”. Tra queste, non certo ultime sono state le donne dei paesi arabi e di tradizione islamica. Da parte sua il neo-colonialismo ha battuto e batte tuttora, a volte con maggior accortezza e capacità mistificatoria, la stessa identica pista. Sicché la vera liberazione delle donne oppresse e sfruttate del mondo arabo ed islamico dai resistenti resti del patriarcalismo individuale, non potrà ricevere nessun tipo di aiuto dalle forze che diffondono nel mondo gli interessi e i motivi del patriarcalismo collettivo, che continua ad impazzare in Occidente, nonostante lo strombazzato principio di eguaglianza tra i generi e le contrastate battaglie delle masse femminili.

Qui i link alle due parti precedenti:
Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia
Contro l’islamofobìa, arma di guerra – II. Il falso mito dell’Islam conquistatore e colonizzatore

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Per scongiurare questo fatale incontro [l’incontro tra i lavoratori immigrati e i lavoratori autoctoni che si sentono sempre più “immigrati” nella propria terra di nascita – n.], per tenere il più lontani, reciprocamente estranei ed ostili possibili le popolazioni, i lavoratori, gli sfruttati e le sfruttate del mondo “islamico” e quelli/e di “casa nostra”, l’orchestra anti-islamica torna di continuo su un altro motivo: l’oppressione della donna. L’Islam opprime le donne, da sempre. A “noi” euro-occidentali il nobile compito di liberare le prigioniere dal loro carcere. Non, però, un semplice compito tra gli altri; piuttosto un dovere inderogabile, una mission affascinante. I campioni del colonialismo storico à la Cromer ne fecero un proprio punto d’onore. I loro epigoni di oggi ci tengono a non sfigurare, e si affollano ardenti attorno alle bandiere del femminismo [imperialista].

Non voglio imbarcarmi in una disputa sul lontano passato circa l’islam e la donna. Dichiaro semplicemente di concordare con la logica di indagine e le (provvisorie) conclusioni di L. Ahmed[1]. A suo parere l’islam dei primordi ha sotto alcuni aspetti migliorato la condizione della donna in Arabia, ponendo limiti al ripudio, alla poligamia, garantendole alcuni diritti patrimoniali e, soprattutto, affermando un’etica “irriducibilmente egualitaria” anche nel rapporto tra i sessi. E tuttavia l’Islam si affermò in un contesto medio-orientale già divenuto solidamente patriarcale sotto gli imperi bizantino e sassanide. Da questo contesto, dalle culture giudaica, zoroastriana, cristiano-bizantina che lo dominavano, il movimento islamico assorbì ben presto l’inferiorizzazione sociale e spirituale della donna, attuata per mezzo della sua riduzione a mera “funzione biologica, sessuale e riproduttiva”. Venne così meno, almeno nei suoi filoni maggioritari ortodossi, ai propri postulati etici. Non diversamente che nel cristianesimo, solo nelle tendenze ereticali, tra i sufi, i carmati, i kharigiti, troviamo un maggior riconoscimento effettivo della “pari dignità” della donna, con il divieto del concubinato, della poligamia, del matrimonio con le bambine e l’ammissione della donna al ruolo di guida religiosa. Dopo l’avvento delle società urbane e delle “prime forme statuali”, furono le guerre di conquista a far precipitare la condizione sociale delle donne, consentendo una estensione inaudita della schiavitù e del concubinato. Lo aveva inteso per tempo la ribelle, tagliente Aisha: “voi ci fate uguali ai cani e agli asini”. Nei fatti, in parziale contrasto con i principi coranici e con alcune prassi dei primordi, la diffusione e il trionfo dell’Islam sancì la disuguaglianza tra maschio e femmina come vera e propria “architettura sociale[2]. E tale rimase per secoli senza grandi scosse, fino all’irruzione del colonialismo europeo.

La soggezione sociale e personale della donna all’uomo non è certo un’esclusiva delle società “islamizzate”. È una caratteristica generale di quasi tutte le società pre-borghesi, politeiste e monoteiste, buddiste e confuciane, islamiche e cristiane (escluse le società naturali). Solo la tempesta rivoluzionaria francese iniziò a mettere in discussione questa storica disuguaglianza. Ma di lì a poco il Code Napoléon la riaffermò con la forza della legge, facendosi beffe delle perorazioni di Olympe de Gouges e di Mary Wollstonecraft. L’uomo è il capo della famiglia. Punto. La donna gli deve ubbidienza, e ne riceverà, in quanto essere fragile, protezione (art. 213). Parole troppo dure? Vengono da San Paolo, si giustificò uno dei legislatori della laica Repubblica-Impero nata dalla rivoluzione[3]. Ancora nel 1843, nell’Europa che aveva già da tempo iniziato a “civilizzare” il mondo “islamico” e che aveva già da tempo trascinato molte donne a lavorare nelle fabbriche, Flora Tristan doveva definire le donne “gli ultimi schiavi”, oggetto di proprietà, in un certo senso, dei propri mariti…

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Contro l’islamofobìa, arma di guerra – II. Il falso mito dell’Islam conquistatore e colonizzatore (italiano – arabic version)

The need to overcome Islamophobia | Op-eds – Gulf News

Mentre ai confini tra Bielorussia e Polonia va in scena l’immondo spettacolo dei regimi borghesi europei dell’Est e dell’Ovest uniti nella guerra agli emigranti afghani, siriani, iracheni…; mentre in Francia, sotto la benedizione del potente miliardario Bolloré, sale la candidatura alla presidenza della repubblica di Eric Zemmour, che accusa gli immigrati musulmani di voler “ricolonizzare la Francia” e di essere i principali vettori del “Grand Remplacement” (la grande sostituzione etnica) dei francesi veri con la “melma d’importazione”, i cui figli sono “ladri e assassini”; mentre in Gran Bretagna l’uccisione del deputato David Amess e l’attentato di Liverpool sono gli inneschi di nuove campagne di stampa anti-musulmane; e mentre in Italia la “sinistra antagonista” (ma esiste ancora qualcosa del genere?) pressoché all’unanimità resta in un silenzio di tomba, succube e complice di questi orrori neocoloniali fisici e mediatici; pensiamo bene di pubblicare la seconda puntata del nostro testo contro l’islamofobìa come arma di guerra, dedicato appunto al falso mito dell’Islam di oggi, come conquistatore e colonizzatore dell’Europa e dell’Occidente. Andare controcorrente non ci fa problema, tanto più quanto più siamo certi delle nostre ragioni.

La prima puntata, insieme con l’introduzione generale a questo scritto, è rintracciabile qui.

A questo link potete invece leggere e scaricare la versione in arabo dell’articolo.

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Il mito dell’Islam colonizzatore-conquistatore (II)

La rappresentazione caricaturale del mondo “islamico” quale un monolite immobile, totalmente immerso nel sacro, tutto-religioso, è solo un aspetto, lo sfondo per così dire, dell’islamofobìa che da due decenni infuria in Europa perfino più che negli Stati Uniti. Il secondo stereotipo di importanza forse anche maggiore è quello che vuole l’Islam (maiuscolo, in quanto il riferimento qui non è tanto ad una religione, quanto a una civiltà che in qualche modo accomuna un insieme di paesi) proteso per sua natura a colonizzarci per imporci le sue norme di comportamento reazionarie, e pronto a farlo con ogni mezzo, terrorismo incluso.

Ancora una volta, a cantarle chiare è la Fallaci. Rivolgendosi alle persone che davanti alla jihad islamista esitano a comprendere quello che è a suo giudizio il vero contenuto dell’islamismo jihadista, le sferza nel seguente modo:

«sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura di andare contro corrente oppure d’apparire razzisti, (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla Rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione forse. (Forse?) Una guerra che essi chiamano Jihad: Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio forse, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e delle nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare e di non pregare, del nostro modo di mangiare e di bere e vestirci e divertirci e informarci… Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente, cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri… Cristo! Non vi rendete conto che gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi?»1.

Questa catena di mistificazioni fa perno sulla diffusissima tesi: l’islam ed in particolare l’islamismo politico, jihadista e non, hanno dichiarato all’Occidente una guerra offensiva di conquista. Questa guerra, condotta anche all’interno dell’Occidente e dell’Europa dagli immigrati “islamici”, ha di mira, forse, l’occupazione dei nostri territori, ma di sicuro l’annientamento del “nostro modo di vivere e di morire”, di “mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci” e quant’altro si possa chiamare in causa per impaurire e pungolare il pubblico europeo ed occidentale, soprattutto le persone comuni, e farle sentire minacciate nei loro affetti più cari (i bambini che rischiano di essere uccisi perche gli islamisti vogliono imporci diete alimentari diverse dalle nostre) e nelle loro soddisfazioni abitudinarie più elementari o misere (il calcio o il reality show).

Proviamo a mettere un po’ di ordine logico in questo marasma.

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Against Islamophobia. I. The Industry of Islamophobia (English Introduction – Arabic Version)

The machine of Islamophobia has restarted its engines. After the heavy defeat suffered by the United States and the NATO in Afghanistan, it had to happen. The twentieth anniversary of September 11th is a golden opportunity for stirring up racial hatred and revenge purposes. TV networks, newspapers and social networks unanimously depict the Talibans and September 11th suicide bombers as the prototype of all “Muslims”. Through this propaganda the populations of countries with Islamic tradition are singled out in their entirety as our irreducible enemies – unless they openly take a stand in favor of “our values” (the values of the stock market), bowing their heads to the West’s claim to dominate and deprive the “Islamic” world by divine right. Which was actually acquired with historical colonialism. Islamophobia is a weapon of war: towards the outside, and within “our” societies. This is why it must be denounced. For it legitimizes the endless war the gang of western imperialist states, including Italy, declared centuries ago against the Arab and Islamic world for purposes that have nothing to do with civilization, democracy, the freedom of women, and which is certainly not coming to an end with the inglorious expulsion from Afghanistan of Western powers.

In this war the colonial powers have always managed – more than ever, actually – to ally with local proprietary classes and Arab and Islamic countries’ privileged strata to crush the unfortunate peasants, miners, laborers, workers, and suck their blood without the slightest regard for their existence, especially if they are women. In case of rebellions, uprisings or revolutionary attempts, the West has thus been able to either use the iron fist to crush them, or to suffocate them. Inside Italy and Europe the renewed Islamophobic campaign targets emigrants and immigrants from the Islamic countries, who constitute the largest, most energetic and organized part of the immigrant proletariat. They want to intimidate them, and drive them into a corner, and make them bow their heads (those who held it up), by depicting them to native people and other immigrants as dangerous folks one has to keep away from, and that has to be punished at the slightest suspicion – though suspicions may not even be necessary given that they are “Islamic”).

To us they are class comrades, brothers and sisters who belong to our class, and whom we often see at the vanguard of workers’ struggles here in Italy. Just as we see proletarians in northern Africa and the Middle East who are not willing to accept the “fate” of emigration and fight courageously against their own governments and the gendarmes of the area (just think of the state of Israel), and pay a heavy toll of blood – they are the protagonists of the great uprisings of 2011-2012 in Tunisia, Egypt, Bahrain, Syria , Yemen, etc., and as well as of 2018-2021 major protest movements in Algeria, Lebanon, Sudan, Iraq, Iran and Palestine!

Click here to download the Arabic version of the whole essay.

Sabra e Chatila, 16-18 settembre 1982: non dimenticare! – Giorgio Stern

Between 800 (according to the Kahane commission) and 1500 (according to P.L.O.) Palestinian refugees were massacred by the Christian Lebanese Forces between September, 14 and 17. The Israeli army, positioned around the two camps, did not react. Corpses of refugees lie in the streets. (Photo by Michel Philippot/Sygma via Getty Images)

Riceviamo dalla compagna Patrizia di Trieste, e condividiamo: non si devono dimenticare le prodezze dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, che testimoniano in modo schiacciante il suo “superiore grado di civiltà“.

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“Se esistesse il Premio Nobel per la Morte” scriveva Gabriel Garcia Marquez, “quest’anno se  lo sarebbero assicurati Menahem Begin e il suo assassino di professione Ariel Sharon”. 

Era il settembre 1982, Begin e Sharon si erano appena macchiati di uno dei loro crimini peggiori. Tanto gravi che persino l’opinione pubblica israeliana ne aveva risentito.

Ecco cosa avvenne.

Il 15 settembre ‘82 [nelle fonti arabe la data risulta: 16-18 settembre – n.n.] in forza degli accordi e delle garanzie internazionali, i combattenti palestinesi che proteggono i loro campi profughi dall’invasione israeliana, lasciano il Libano per la Tunisia. Il ministro della difesa israeliano, Sharon, ne approfitta e fa circondare dai suoi soldati i due campi di rifugiati palestinesi a Beirut, Sabra e Chatila, ormai completamente indifesi. Nella notte Sharon vi fa penetrare i mercenari “falangisti” assoldati da Israele. L’eccidio, precedentemente pianificato, avviene alla luce dei bengala che i militari dello “Stato ebraico” lanciano per facilitare la “pulizia etnica”. La mattanza dura quasi tre giorni, durante i quali Sharon impedisce a medici e ambulanze di accorrere ed ai giornalisti di raccontare. Alla fine il numero delle donne, dei bambini e dei vecchi torturati e uccisi è di circa 3000 e non sarà mai dato per certo, poiché gli israeliani con i bulldozer cercano di far scomparire i cadaveri dilaniati [i numeri di questo orrendo massacro vanno, in realtà, da 800 secondo la commissione israeliana Kahan fino a 3.500 secondo alcune fonti palestinesi – n. n.].

L’orrore nel mondo, e nella stessa Israele, è grande. A Tel Aviv 400.000 pacifisti danno vita alla più grande manifestazione nella storia di questo Stato. Il Governo israeliano è costretto ad aprire un’inchiesta che alla fine scagiona Sharon. Ma egli risulta talmente impresentabile che la stessa Organizzazione Sionista Mondiale evita di dar corso alla sua nomina a direttore del programma di immigrazione.

Nel febbraio 2001, in un clima interno completamente mutato rispetto a vent’anni prima, con voto plebiscitario gli israeliani eleggono Sharon Primo ministro.

In Belgio si apre un procedimento a suo carico per i crimini commessi a Sabra e Chatila. Il 23 gennaio 2002, Elie Hobeika, capo dei falangisti autori materiali della strage, si dichiara disposto a testimoniare davanti al tribunale belga che ha aperto il procedimento a carico di Sharon: il giorno dopo Hobeika viene ucciso a Beirut in un attentato. 

I crimini di Sharon sono ampiamente documentati, la BBC ha contribuito con il documentario “Accused”.

Nel quadro della campagna promossa dal giornalista Stefano Chiarini, “Per non dimenticare Sabra e Chatila” nel settembre di ogni anno a Beirut viene ricordato l’anniversario del massacro alla presenza di delegazioni provenienti da tutto il mondo.