Contro lo “smart working”, cioè contro il nuovo lavoro a domicilio – effesse

Il libro di Savino Balzano, edito da Laterza, intitolato “Contro lo smart working” è un testo utile perché aiuta a demistificare la manipolazione ideologica che le classi dominanti occidentali, per il tramite di accademici, giornalisti e presunti “esperti”, hanno costruito, negli ultimi decenni, intorno al lavoro digitale in generale, e al “lavoro agile” in particolare. Come ricorda l’autore fin dalle prime pagine, tale narrazione tossica contiene la pretesa che queste nuove forme di organizzazione del lavoro sarebbero intrinsecamente connotate da un senso di libertà e favorirebbero la riconquista di tempi e spazi a favore dei lavoratori, nonché la diffusione di un nuovo paradigma di vita potenzialmente in grado di sanare importanti problemi sociali come il traffico urbano, il congestionamento delle grandi città e l’inquinamento1. Da queste trasformazioni, dunque, tutta l’umanità, inclusa l’umanità lavoratrice, avrebbe molto da guadagnare.

Contro questa rappresentazione deformata e deformante, Balzano, aiutato dalla sua esperienza di attivista sindacale, sviluppa un ragionamento che parte dalla presa d’atto di come “lo smart working non sia né l’innovazione del secolo, né una trasformazione inevitabile ed ineludibile nell’organizzazione del lavoro, né un’opportunità per tutti” (pag VIII). A suo parere, infatti, dietro un’etichetta “accattivante” ed “esotica”, si nasconde la tendenza a rendere il tempo di lavoro sempre più rarefatto e meno rivendicabile, più sfibrato nei suoi diritti e mortificato nella sua essenza2. In questo modo, il lavoro da remoto3 si configura come il tentativo più ambizioso, più estremo, da parte padronale, di superare tutte le garanzie storicamente associate al rapporto di lavoro subordinato e che sempre più spesso sono considerate dal capitale e dalle sue personificazioni fisiche come ostacoli al processo in corso di ristrutturazione produttiva globale (capp. 2-4-5).

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Contro l’islamofobia – un libro, in arabo, di Pietro Basso e Fabio Perocco

Con la nuova sollevazione palestinese, puntuale e “inevitabile”, è arrivata un’altra velenosa razione di arabofobia e di islamofobia, promossa e guidata dalla formidabile macchina della propaganda israeliana.

Questa macchina, come ha osservato Moni Ovadia, ha la capacità di trasformare l’occupante, il colonizzatore, il demolitore di case, lo stato che organizza la pulizia etnica ai danni dei palestinesi, in vittima delle popolazioni che opprime con ogni mezzo da più di 70 anni.

La realtà è semplicemente rovesciata.

Questa operazione, poi, trasforma lo scontro sociale in atto, che è insieme nazionale e di classe, in una contesa tra il solo stato democratico e la sola società democratica del Medio Oriente, rappresentante lì della superiore civiltà democratica (e “giudaico-cristiana”), da un lato, e il “terrorismo” e la “inciviltà” araba e islamica che ne minaccierebbe l’esistenza, dall’altro.

Una volta di più è in azione l’industria dell’islamofobia, insonne, attiva h24, dominante, falsificatrice, ricattatoria; per la quale ogni critica dello stato di Israele, del suo colonialismo, della situazione di apartheid, della “pulizia etnica” in atto, della caccia agli arabi a cui possono dedicarsi, protette dallo stato, le bande dei coloni più fanatizzati, ogni denuncia e condanna di questo orrore è “anti-semitismo”, da assimilare a quello storico dei nazisti.

La diffusione di questo virus razzista (è il razzismo di stato, dello stato del capitale, che tanti/e, a differenza di noi, hanno paura di chiamare con il suo vero nome) non trova ancora una contro-reazione adeguata, per quanto siano state incoraggianti in questi giorni, anche in Italia, oltre che a Chicago, New York, Londra, Sidney, etc., le prime affollate e animate manifestazioni di sostegno alla causa palestinese. Che è, alla fin fine, la causa degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo, atei o religiosi che siano, tanto quanto la causa dello stato e del governo di Israele è la causa degli sfruttatori e degli oppressori di tutto il mondo, quelli del mondo arabo perfettamente inclusi – a cominciare dagli squallidi petrolmonarchi per finire con tutti gli altri governanti, nessuno escluso.

Tra le pochissime voci fuori da questo coro, anzi: frontalmente contrapposte a questo coro istituzionale arabofobico e islamofobico, da posizioni di classe, internazionaliste, c’è questo blog, fiero della sua costante attenzione al movimento dei proletari delle proletarie e di tutte le masse oppresse del mondo “arabo-islamico”. Da materialisti marxisti, non siamo credenti, ma da anti-capitalisti e perciò anti-imperialisti, siamo irriducibili nemici di ogni forma di islamofobìa in quanto strumento di sfruttamento, di dominio, di malefica contrapposizione tra sfruttati/e.

Proprio su questo tema, la struttura e la funzione della industria dell’islamofobia, in Italia, in Europa, in Occidente, ci permettiamo qui di segnalare alle giovani leve palestinesi e di origini arabe che per la prima volta stanno animando qui in Italia e nel mondo occidentale le proteste di massa contro Israele e i governi occidentali complici, un libro da poco uscito per l’editore Dar Fadaat di Amman, dedicato proprio alla critica dell’islamofobia e alla denuncia delle terribili conseguenze che essa ha sulla vita degli immigrati e delle immigrate, anzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici, in Italia e in Europa. Ne sono autori Pietro Basso, uno degli animatori di questo blog, e Fabio Perocco, professore della università Ca’ Foscari di Venezia.

La redazione del blog ha a sua disposizione un piccolo numero di copie che saranno inviate gratuitamente a chi le chiederà al seguente indirizzo email: com.internazionalista@gmail.com

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“La posta in gioco…” – siamo già alla prima ristampa

Con nostra sorpresa, siamo già alla prima ristampa del Quaderno del “Cuneo rosso” dedicato alla condizione delle donne e alla lotta delle donne nel mondo – intendiamo (come è ovvio): la stragrande maggioranza delle donne, operaie, proletarie, casalinghe, salariate o contadine povere.

Dai rimandi finora ricevuti, interpretiamo la cosa in questo modo: era tempo che venisse fatto un primo tentativo di inquadrare quella che oggi viene definita “la questione di genere” in un’ottica anticapitalista rivoluzionaria, come questione specifica che, però, non sta a sé. E come questione di prima importanza, non accessoria e marginale, nella lotta al sistema sociale capitalistico. Forse è piaciuto anche che questo primo tentativo, tale lo consideriamo, si sforzasse di rispondere ai più urgenti interrogativi sindacali, sociali e politici che si pongono su questo terreno.

Come rispondere all’attacco alle donne messo in atto in occasione della pandemia? Come difendersi dalla minaccia alla salute, dai futuri licenziamenti, dalla disoccupazione cronica, dalla povertà incombente, dall’isolamento portato dallo smart working, dal superlavoro che caratterizza il “nuovo modello” di casalinga, sulle cui spalle si scarica il lavoro di cura e di riproduzione sociale sempre meno sostenuto dallo stato e sempre più affiancato al lavoro precario e sottopagato? Come combattere la violenza individuale, forma parcellizzata di repressione dell’autonomia delle donne, e quella di stato che reprime le lotte e nega le possibilità di aggregazione? Come mettere fine alla mercificazione del corpo delle donne nelle forme inedite ed estreme in cui si manifesta oggi? Come contrastare l’attacco alle conquiste delle precedenti ondate del movimento femminista? Come affrontare l’aggressione alla natura e le minacce di nuove guerre ai popoli del sud del mondo, che spesso si spaccia per difesa dei diritti delle donne? 

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