Cisgiordania: coloni e soldati israeliani uniti per ammazzare palestinesi – Invicta Palestina

Riprendiamo dal sito Invicta Palestina un dettagliato rapporto su quanto è avvenuto il 14 maggio scorso, pochi giorni dopo l’esplosione della nuova Intifada, in alcuni villaggi della Cisgiordania: Urif, Asira Al-Qibliya, Iskaka, Al Reihiya, Burin. Leggetelo senza fretta! Potrete toccare con mano l’intreccio sempre più forte tra l’esercito e i coloni, che è maturato nell’era Netanyahu, e non finirà certo con l’avvento del nuovo governo Bennett. Vedrete pure come si fa strada, tra i poliziotti palestinesi, la percezione di “avere sbagliato” nel disarmare la popolazione dei villaggi, lasciandola così alla mercé delle bande dei coloni e dell’esercito israeliano, e nell’agire da forza ausiliaria dell’occupante.

A seguire pubblichiamo una lettera aperta di 100 soldati dell’esercito di Israele che protestano contro gli episodi criminali qui illustrati e, in generale, contro la violenza dei coloni e la copertura, se non l’attiva complicità con loro, dell’esercito. L’ideologia e la prospettiva della lettera è lontanissima dalla nostra – ma una cosa è certa: l’irriducibile resistenza delle masse sfruttate e oppresse di Palestina sta generando dissensi e contrasti anche nelle fila dell’esercito coloniale.

Un’indagine di Local Call rivela come in un solo giorno di maggio coloni e soldati israeliani abbiano collaborato in attacchi che hanno provocato la morte di quattro palestinesi. L’ondata senza precedenti di assalti congiunti ha inaugurato una nuova era di terrore.

Fonte: english version

Di Yuval Abraham – 15 luglio 2021

Nidal Safadi era un uomo tranquillo, hanno detto i suoi vicini. Viveva a Urif, un villaggio palestinese di alcune migliaia di abitanti in Cisgiordania. A soli 25 anni, Safadi e la moglie avevano tre figli e un quarto, una femmina, in arrivo.

Urif non è sempre tranquillo. Con la città palestinese di Nablus a meno di 16 chilometri di distanza, l’esercito israeliano occupante ha stabilito una base su una vicina collina nel 1983. Un anno dopo, è stata adibita a scopi civil come parte del programma di insediamento illegale di Israele nei territori palestinesi. Dal 2000, l’insediamento, chiamato Yitzhar, ospita una yeshiva (istituzione educativa religiosa ebraica) nota per le sue ferme opinioni nazionaliste ebraiche; l’insediamento è diventato noto per il suo estremismo. I cosiddetti avamposti di insediamento che ha stimolato, illegali anche per la legge israeliana, ma comunque difesi dalle Forze di Difesa Israeliane, hanno gradualmente invaso villaggi come Urif. Negli ultimi 10 anni, le aggressioni dei coloni hanno dato luogo a violente recriminazioni tra israeliani e palestinesi che vivono nelle vicinanze.

Il 14 maggio, tuttavia, Urif era tranquillo, a differenza di gran parte della Cisgiordania. In decine di luoghi nel territorio, i palestinesi hanno protestato contro le recenti provocazioni israeliane: la polizia ha preso d’assalto il complesso della moschea Al-Aqsa a Gerusalemme ed effettuato pesanti bombardamenti, in risposta al lancio di razzi di Hamas, sulla Striscia di Gaza.

“Ci sono state molte proteste nella zona, ma Urif era tranquillo,” ha detto Mazen Shehadeh, capo del consiglio del villaggio. “È un piccolo villaggio e i residenti sono rimasti a casa. Se i coloni non fossero arrivati ​​ad attaccare le case, non sarebbe successo nulla.”

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Israele: un ex-ufficiale e 100 soldati contro le violenze dei coloni

Una compagna che collabora attivamente al nostro blog ci ha segnalato da giorni la lettera aperta di protesta di 100 soldati israeliani contro la protezione accordata dall’esercito alle violenze dei coloni.

Lo ha fatto con questa avvertenza: “La situazione in Israele, con l’attuale governo [Bennett] è decisamente pericolosa” per il ruolo fondamentale che hanno in esso “la destra ebraica in mano al sionismo messianico e kabalista (…) e le correnti rabbiniche ortodosse. La degenerazione appare evidente dalla commistione tra l’apparato militare e i coloni. Per questo motivo la denuncia contenuta in questo articolo è importante. A pubblicarlo è Jstreet, un’associazione ebraica moderata secondo i criteri dell’ebraismo organizzato americano. Questa informazione non trova spazio nei nostri media e non allerta la sinistra istituzionalizzata italiana che si definisce progressista ma che, ignorando la deriva fanatica dei coloni ebrei e la presa e il radicamento delle loro ideologie nei vertici militari e politici di Israele, finisce col dare appoggio ad uno stato” che prima si è dichiarato etnico (“lo stato degli ebrei”) e che da anni si va configurando sempre più come “una teocrazia che mira all’annessione di Samaria e Giudea in nome della Torah e della creazione del Regno”.

Forse non siamo ancora a questo, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che il cammino in tale direzione sia sempre più strutturato e sempre più interno all’impalcatura istituzionale di Israele – ed è verissimo che nulla trapela di questa aberrante tendenza nei mass media del nostro regime democratico.

La posizione dell’ex-ufficiale israeliano e quella dei 100 soldati sono espressione di una contraddizione che diventerà sempre più lacerante, e richiederà a loro e agli israeliani che sono sinceramente contro l'”ingiustizia di questa occupazione occupazione decennale” molti altri passi in avanti: non si può essere al contempo per lo stato di Israele e per “una vera pace israelo-palestinese”, o l’una o l’altra. Una “vera pace” tra le masse proletarie e oppresse palestinesi e la parte non sfruttatrice della società israeliana sarà possibile solo con lo smantellamento dello stato di Israele, stato coloniale, programmaticamente etnico, e sempre più permeato di elementi “religiosi”, attraverso la loro sollevazione rivoluzionaria congiunta.

Queste prime forme di resistenza e di dissenso nelle file dell’esercito israeliano, allo stesso tempo coraggiose e timide, le salutiamo con favore perché preparano, da molto lontano, la sua crisi – e cadono a fagiolo proprio mentre l’ancor più “invincibile” esercito yankee è costretto ad una nuova, ingloriosa ritirata dall’Afghanistan.

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EX UFFICIALE DELL’IDF: DOBBIAMO SMETTERE DI CONSENTIRE LA VIOLENZA DEI COLONI, 100 soldati dell’IDF scrivono una lettera

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2021/07/ex-ufficiale-dellidf-dobbiamo-smettere.html?spref=fb&m=1

Sintesi traduzione

Il filmato è nauseante.

Un colono israeliano a torso nudo proveniente da un avamposto illegale spara con quello che sembra essere un M-4 americano contro i palestinesi nel villaggio di Urif in Cisgiordania. Accanto a lui, sorridenti, due soldati dell’IDF in uniforme.

Nove palestinesi sono rimasti feriti nel caos. Nidal Safadi, 25 anni, padre di tre figli, è stato ucciso.

Rapporti di organizzazioni israeliane e americane hanno ora dettagliato una serie di cinque attacchi congiunti provocati da coloni e soldati dell’IDF quel giorno, 14 maggio. Ogni attacco congiunto includeva violenza contro i civili palestinesi, l’incendio di terreni agricoli e l’uso di munizioni vere. Quattro palestinesi sono stati uccisi.

Sono un ex ufficiale dell’IDF. I miei figli hanno prestato servizio nell’IDF. Ho addestrato centinaia di giovani reclute. E sono assolutamente disgustato da questi attacchi.

La partecipazione dell’IDF agli attacchi contro i civili è brutale e costituisce una violazione dei valori fondanti di Israele. Alimenta un ciclo di ingiustizie e ritorsioni che mina la sicurezza di Israele, degrada la reputazione dell’IDF e aumenta il rischio di attacchi di rappresaglia.

Sono sconvolto dalla violenza e dall’impunità. Tuttavia, non posso dire di essere sorpreso.

Proprio l’altra settimana, 100 ex soldati dell’IDF hanno chiesto al ministro della Difesa di fare di più per scoraggiare la violenza dei coloni. “La violenza dei coloni infuria da anni”, hanno scritto, “e la risposta è un tacito sostegno”.

Condivido la loro frustrazione e rabbia. Quando si parla di violenza in Cisgiordania, l’impunità è la norma, la giustizia la rara eccezione. Solo un’indagine è in corso su uno solo degli omicidi del 14 maggio, ed è arrivata solo a seguito della pressione dell’opinione pubblica.

Per quanto ripugnante sia questo caso è solo il sintomo estremo di un problema sistemico. Questo tipo di violenza e ingiustizia sarà sempre presente all’interno di un sistema che mantiene il controllo militare indefinito su milioni di non cittadini ai quali sono negati i diritti civili e l’accesso alla giustizia. Questo sistema distrugge vite, viola i nostri valori ed è corrosivo per la nostra visione condivisa di una patria giusta e democratica per il popolo ebraico.

Il governo israeliano ha inviato generazioni di giovani israeliani in prima linea in questa ingiusta occupazione. Siamo stati fin troppo pronti a chiedere loro di mettere a rischio la propria vita per difendere gli insediamenti illegali. Troppo spesso abbiamo chiesto loro di fungere da sicurezza privata per individui intenti a compiere un estremismo violento e ideologico.

Preoccuparsi degli israeliani e dei palestinesi significa preoccuparsi di ciò che sta accadendo nei territori occupati.

Non dobbiamo esitare a condannare questa violenza sistemica. Dobbiamo affrontare l’ingiustizia di questa occupazione decennale.

Dobbiamo chiedere ai nostri leader di perseguire un piano per porre fine a questo ciclo di ingiustizia e violenza, piuttosto che limitarsi a “gestire” questa realtà crudele e ingiusta.

Ecco perché J Street sta lavorando per organizzarsi all’interno delle comunità locali e a Washington per spingere i nostri leader a parlare contro la violenza dei coloni, l’espansione degli insediamenti e l’occupazione indefinita a favore di una vera pace israelo-palestinese.

È per questo che i nostri team di difesa legislativa stanno lavorando per far avanzare misure di trasparenza e supervisione per garantire che il nostro aiuto militare a Israele sia utilizzato solo per legittimi scopi di sicurezza e non possa essere utilizzato per sostenere demolizioni, insediamenti o occupazione a tempo indeterminato.

Ed è per questo che chiediamo che le relazioni USA-Israele siano fondamentalmente  allineate per enfatizzare un chiaro impegno per i diritti di palestinesi e israeliani alla giustizia, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione.

Con così tante forze ben consolidate, organizzate e dotate di risorse che contrastano, dobbiamo continuare a costruire un movimento ampio e inclusivo per il progresso che si estende dai nostri sostenitori di base fino ai nostri funzionari eletti più anziani.

Se non ti sei ancora unito al nostro movimento per la pace, la giustizia e l’autodeterminazione, unisciti a noi qui >>

E se conosci qualcuno che potrebbe essere interessato ad aggiungere il proprio nome al nostro appello per un Israele veramente giusto e democratico, inoltra questo articolo e chiedi loro di prendere in considerazione la possibilità di iscriversi.

Possiamo cambiare lo status quo e lavorare per un futuro migliore, ma solo se lottiamo insieme per questo.

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 FORMER IDF OFFICER: WE MUST STOP ENABLING SETTLER VIOLENCE

Nadav Tamir on July 29, 2021

The footage is sickening.

A bare-chested Israeli settler from an illegal outpost firing what appears to be an American M-4 at Palestinians in the West Bank town of Urif. Next to him, smiling giddily, two uniformed IDF soldiers.

Nine Palestinians were injured in the chaos. 25-year-old Nidal Safadi, father of three, was killed.

Collaborative reporting from Israeli and American organizations has now detailed a series of five unprovoked, joint attacks from settlers and IDF soldiers that day, May 14. Each joint attack included violence against Palestinian civilians, the burning of farmland and the use of live ammunition. Four Palestinians were killed.

I’m a former IDF officer. My kids have served in the IDF. I’ve trained hundreds of young recruits. And I’m absolutely disgusted by these attacks.

IDF participation in attacks on civilians is brutal and a violation of Israel’s founding values. It feeds a cycle of injustice and retaliation which undermines Israel’s security, degrades the IDF’s reputation and increases the risk of reprisal attacks.

I am appalled at the violence and impunity. I cannot, however, say that I am surprised.

Just the other week, 100 former IDF combat soldiers called on the Defense Minister to do more to deter settler violence. “Settler violence has been raging for years,” they wrote, “and is being answered with tacit support.”

I share their frustration and anger. When it comes to violence in the West Bank, impunity is the norm, justice the rare exception. Only one investigation is underway into only one of the May 14 killings, and it only came following public pressure.

As abhorrent as this case is, it is also just the sharpest edge of a systemic problem. This type of violence and injustice will always be present within a system that maintains indefinite military control over millions of non-citizens who are denied civil rights and access to justice. This system destroys lives, violates our values and is corrosive to our shared vision of a just, democratic homeland for the Jewish people.

The Israeli government has sent generations of young Israelis to the front lines of this unjust occupation. We have been too ready to ask them to put their lives on the line to defend unlawful settlements. Too often, we have asked them to act as private security for individuals bent on carrying out violent, ideological extremism.

To care about Israelis and to care about Palestinians is to care about what is happening in the occupied territories.

We must not hesitate to condemn this systemic violence.

We must confront the injustice of this decades-old occupation.

We must demand our leaders pursue a plan to end this cycle of injustice and violence, rather than merely ‘managing’ this cruel, unjust reality.

That’s why J Street is working to organize within local communities and in Washington to push our leaders to speak out against settler violence, settlement expansion and indefinite occupation — and in favor of real Israeli-Palestinian peace.

It’s why our legislative advocacy teams are working to advance transparency and oversight measures to ensure our military aid to Israel is used only for legitimate security purposes — and cannot be used to support demolitions, settlements or indefinite occupation.

And it’s why we’re demanding the US-Israel relationship be fundamentally realigned to emphasize a clear commitment to the rights of Palestinians and Israelis to justice, security, freedom and self-determination.

With so many well-established, organized and well-resourced forces pushing back, we need to continue to build a broad, inclusive movement for progress that spans from our grassroots supporters right up to our most senior elected officials.

If you haven’t yet joined our movement for peace, justice and self-determination, please join us here >>

And if you know someone who might be interested in adding their name to our call for a truly just and democratic Israel, please forward this article and ask them to consider signing up.

We can change the status quo and work toward a better future, but only if we fight for it together.

“Dai fratelli, tutti qui uniti!” La risposta di lotta all’assassinio di Younes El Boussettaui a Voghera e a Bologna

Sono passati sette giorni dall’omicidio di Younes El Boussettaui per mano dell’assessore alla sicurezza di Voghera Massimo Adriatici. L’assassino è ai domiciliari, dove cerca di superare, dice, il suo trauma. La sindaca si dice preoccupata per questo trauma, con notevole sensibilità. L’avvocato di Adriatici spiega che circolare con un’arma carica senza sicura aiuti contro lo stress in situazioni di minaccia, quindi almeno l’assessore ha sparato con animo sereno.

Abbiamo già commentato l’assassinio di Younes – espressione conseguente della macchina del razzismo di stato. Qui trovate dei materiali sulla riposta data soprattutto dalla comunità degli immigrati sabato a Voghera, e su un importante presidio di solidarietà svoltosi a Bologna.

La manifestazione di Voghera ha risposto all’appello di Bahija, sorella di Younes, lanciato l’indomani dell’omicidio a sangue freddo, con queste parole pronunciate sul luogo del delitto:

Gli ha sparato e lo ha ucciso qui, ieri. Mio fratello ora è in cella mortuaria, ha lasciato due bambini. L’avvocato che gli ha sparato invece è a casa sua e dorme. Aiutatemi! Io sabato verrò qui di nuovo, chi conosceva Younes, sia chi ha visto qualcosa sia chi non ha visto nulla venga qui ad aiutarmi a vendicare mio fratello. Sabato alle ore 16:00. Voce fuori campo: dai fratelli, tutti qui uniti! Gli ha sparato, e ora dorme a casa sua! Ha lasciato due bambini. Marocchini e musulmani, per piacere aiutate la vostra sorella. Condividete il video, sabato alle ore 16:00 facciamo un sit-in per il nostro fratello Younes e lo vendichiamo. In piazza Meardi Voghera. Grazie!

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Sei un senzatetto marocchino? Allora posso ammazzarti quando e come voglio. Sull’assassinio di Younes El Boussettaoui

Martedì 20 luglio, a tarda sera. Voghera, Italia. L’Italia di Draghi, di Salvini, di Letta.

Younes El Boussettaoui, un immigrato marocchino senza fissa dimora, alticcio, con problemi psichici, ovviamente disarmato, sta facendo cose sommamente pericolose del tipo: raccogliere da terra mozziconi di sigarette e metterli nei posacenere di un bar, o chiedere a qualche passante perché non lo saluta (ritiene che quella piazza sia “casa sua”, non avendo altra dimora). Niente paura: interviene l’assessore leghista alla sicurezza del comune, tale Massimo Adriatici, “avvocato di grido”, celebre per aver espulso con un daspo due medicanti dal centro della città, e, non riuscendo (pare) ad intimidirlo con le parole, regola la faccenda con un solo colpo di pistola diretto da distanza ravvicinatissima al centro del petto: al cuore, cioè. Che fanno al pronto soccorso, davanti a un uomo con una ferita del genere? Un uomo? Beh, non esageriamo: è solo un immigrato marocchino senza fissa dimora. Metti pure: codice giallo. “Poi però il quadro clinico si è aggravato velocemente fino al decesso”. Due comportamenti criminali di seguito, il terzo arriverà a ruota.

La canaglia protagonista dell’esecuzione, ex-ufficiale di polizia, noto per andare in giro sempre armato, ha immediatamente trovato la giustificazione legale adatta per il suo delitto: legittima difesa. Cadendo per una spinta ricevuta da Younes El Boussettaoui (ma è davvero caduto? ha davvero ricevuto la spinta?), mi è partito involontariamente il colpo. Qualche carabiniere, forse alle prime armi, ne dubita e l’arresta, ipotizzando con logica elementare l’omicidio volontario. Veloce come il fulmine, interviene il magistrato: no, casomai è eccesso colposo di legittima difesa. L’assessore-canaglia resti pure a casa sua; si è già scomodato abbastanza a sparare, ora si riposi in attesa che, a breve, altri magistrati gli revochino pure i domiciliari. Per intanto le telecamere di cui l’assessore assassino ha riempito Voghera per metterla in “sicurezza”, risultano provvidenzialmente inutilizzabili…

L’assessore – difeso a spada tratta, in quanto “vittima” di aggressione dal suo sindaco; il pronto soccorso di un ospedale civile di Voghera (sanità pubblica, non privata!); il magistrato compiacente con l’avvocato di grido e rappresentante dell’istituzione comunale: tre anelli del sistema unitario del razzismo di stato. Di rinforzo si è fiondato Salvini a fare quadrato intorno all’eroe che “ci” difende dagli stranieri “clandestini”. Lo sciacallo che fa il Rambo davanti al cadavere di una “vittima del sistema” (così un cittadino di Voghera ancora dotato di ragione ha definito Younes El Boussettaoui), è lo stesso coniglio che non ha osato balbettare una sola parola davanti a FedEx, Whirpool, Gkn, Quantum Capital quando queste multinazionali con epicento all’estero, quindi a rigore straniere, hanno falciato migliaia di posti di lavoro a Piacenza, Napoli, Firenze, in Brianza – perfetta incarnazione del leghismo, in guerra permanente contro i proletari emigranti e immigrati e (e perché) a libro paga dei capitalisti di ogni ‘nazionalità’.

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Contro l’islamofobia – un libro, in arabo, di Pietro Basso e Fabio Perocco

Con la nuova sollevazione palestinese, puntuale e “inevitabile”, è arrivata un’altra velenosa razione di arabofobia e di islamofobia, promossa e guidata dalla formidabile macchina della propaganda israeliana.

Questa macchina, come ha osservato Moni Ovadia, ha la capacità di trasformare l’occupante, il colonizzatore, il demolitore di case, lo stato che organizza la pulizia etnica ai danni dei palestinesi, in vittima delle popolazioni che opprime con ogni mezzo da più di 70 anni.

La realtà è semplicemente rovesciata.

Questa operazione, poi, trasforma lo scontro sociale in atto, che è insieme nazionale e di classe, in una contesa tra il solo stato democratico e la sola società democratica del Medio Oriente, rappresentante lì della superiore civiltà democratica (e “giudaico-cristiana”), da un lato, e il “terrorismo” e la “inciviltà” araba e islamica che ne minaccierebbe l’esistenza, dall’altro.

Una volta di più è in azione l’industria dell’islamofobia, insonne, attiva h24, dominante, falsificatrice, ricattatoria; per la quale ogni critica dello stato di Israele, del suo colonialismo, della situazione di apartheid, della “pulizia etnica” in atto, della caccia agli arabi a cui possono dedicarsi, protette dallo stato, le bande dei coloni più fanatizzati, ogni denuncia e condanna di questo orrore è “anti-semitismo”, da assimilare a quello storico dei nazisti.

La diffusione di questo virus razzista (è il razzismo di stato, dello stato del capitale, che tanti/e, a differenza di noi, hanno paura di chiamare con il suo vero nome) non trova ancora una contro-reazione adeguata, per quanto siano state incoraggianti in questi giorni, anche in Italia, oltre che a Chicago, New York, Londra, Sidney, etc., le prime affollate e animate manifestazioni di sostegno alla causa palestinese. Che è, alla fin fine, la causa degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo, atei o religiosi che siano, tanto quanto la causa dello stato e del governo di Israele è la causa degli sfruttatori e degli oppressori di tutto il mondo, quelli del mondo arabo perfettamente inclusi – a cominciare dagli squallidi petrolmonarchi per finire con tutti gli altri governanti, nessuno escluso.

Tra le pochissime voci fuori da questo coro, anzi: frontalmente contrapposte a questo coro istituzionale arabofobico e islamofobico, da posizioni di classe, internazionaliste, c’è questo blog, fiero della sua costante attenzione al movimento dei proletari delle proletarie e di tutte le masse oppresse del mondo “arabo-islamico”. Da materialisti marxisti, non siamo credenti, ma da anti-capitalisti e perciò anti-imperialisti, siamo irriducibili nemici di ogni forma di islamofobìa in quanto strumento di sfruttamento, di dominio, di malefica contrapposizione tra sfruttati/e.

Proprio su questo tema, la struttura e la funzione della industria dell’islamofobia, in Italia, in Europa, in Occidente, ci permettiamo qui di segnalare alle giovani leve palestinesi e di origini arabe che per la prima volta stanno animando qui in Italia e nel mondo occidentale le proteste di massa contro Israele e i governi occidentali complici, un libro da poco uscito per l’editore Dar Fadaat di Amman, dedicato proprio alla critica dell’islamofobia e alla denuncia delle terribili conseguenze che essa ha sulla vita degli immigrati e delle immigrate, anzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici, in Italia e in Europa. Ne sono autori Pietro Basso, uno degli animatori di questo blog, e Fabio Perocco, professore della università Ca’ Foscari di Venezia.

La redazione del blog ha a sua disposizione un piccolo numero di copie che saranno inviate gratuitamente a chi le chiederà al seguente indirizzo email: com.internazionalista@gmail.com

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