L’Italia, avamposto della guerra europea agli emigranti dall’Africa

Tortura di una donna eritrea detenuta in uno dei campi di concentramento libici sponsorizzati dal Pd Minniti, ripetutamente bastonata a testa in giù – immagini inviate ai suoi familiari per estorcere denaro.

La nota che segue è stata scritta quando era in sella il governo Lega-Cinquestalle. Ma in questi kampi, e più in generale in tutta la politica migratoria dello stato italiano, nulla di sostanziale è cambiato con l’avvento del governo Conte-bis, e tanto meno cambierà con il governo Draghi. Nel frattempo il Pd Minniti ha deciso di lasciare il seggio di deputato e andare a dirigere la fondazione Med-Or di Leonardo (ex-Finmeccanica), il colosso italiano e internazionale dell’industria degli armamenti. Una promozione: dalla “semplice” guerra agli emigranti in Italia e all’estero, alla guerra a trecentosessanta gradi, la sua vocazione finalmente potrà realizzarsi in pieno. Ora Lega-Pd-Cinquestalle-FI-Leu-Iv, sono tutti nello stesso governo, e certo non saranno Meloni e i suoi FdI a dissentire da questi compiti di guerra, che uno scenario sempre più da nuova “guerra fredda” pare allargare e rendere urgenti. Come notò a suo tempo Zinoviev, sulle questioni fondamentali tutti i partiti borghesi sono d’accordo. Sta a noi lavorare con visione, metodo e determinazione ad uno schieramento di classe contrapposto altrettanto compatto.

Allargando lo sguardo al mondo intero, l’attuale crisi migratoria in Africa e in Europa appare solo un aspetto della catena di contraddizioni/convulsioni che scuotono un sistema economico e sociale sempre meno sostenibile per la natura e l’umanità lavoratrice. I poteri forti globali e i loro governi non hanno a disposizione nessuna reale soluzione per queste “singole” crisi. Basta vedere quello che accade in Europa dove partiti fratelli, se non gemelli, nella loro infame ideologia, come quelli di Orban, Kurz e Salvini, si collocano su posizioni opposte quando si tratta della possibile revisione dell’accordo di Dublino o della suddivisione dei costi della militarizzazione delle frontiere.

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Israele, sempre tu! Sciopero di operai palestinesi nella colonia di Yamit Sinoun : “in quanto esseri inferiori, non possono avere gli stessi diritti degli israeliani”. Con una lettera del sindacato Maan, una presa di posizione del SI Cobas e un ultimo comunicato di vittoria.

Riceviamo e pubblichiamo (grazie alla traduzione della compagna Angela di Pagine marxiste) questa denuncia che arriva da Israele, e ci dà notizia di uno sciopero di 75 operai palestinesi nella colonia israeliana di Yamit Sinoun contro un’impresa che lavora per la Netafim, un’impresa multinazionale specializzata in impianti di irrigazione, e accampa il diritto di non equipararli ai lavoratori israeliani “in quanto esseri inferiori” per ragioni genetiche e di educazione. Possiamo restare perplessi, o sorpresi, della loro fiducia nell’OIL o in strutture sindacali internazionali sempre più indifferenti alle discriminazioni su basi razziali o nazionali esistenti nel mondo; o del fatto che rivendichino un fondo pensione che preservi i loro fondi (lo fanno perché il padrone gli ha rubato metà degli accantonamenti); o ci può essere altro ancora che non ci convince nelle dichiarazioni dei loro rappresentanti sindacali. Ma un fatto fa premio su tutto: se questo accade, è in primo luogo per i nostri ritardi, per la nostra indifferenza, per la nostra mancanza di attiva, permanente, militante solidarietà nei confronti delle masse palestinesi super-sfruttate e oppresse nella loro terra di nascita dai padroni israeliani e dallo stato di Israele, e da tutti gli stati e le imprese che con Israele fanno ottimi affari, come l’Italia e le imprese italiane. Noi stessi, ad esempio, siamo in ritardo nella denuncia del vero e proprio brutale apartheid che esiste oggi in Israele in questa pandemia anche per quel che concerne l’accesso alle cure per i malati di Covid

Da Europalestine – 17 gennaio 2021

Sostegno ai 75 lavoratori palestinesi in sciopero nella colonia israeliana di Yamit

Il 1° gennaio 2021, mentre il mondo celebrava l’anno nuovo, 75 lavoratori palestinesi della fabbrica della colonia israeliana di Yamit Sinoun hanno iniziato uno sciopero per pretendere dall’impresa il rispetto dei loro diritti. Le risposte dell’imprenditore sono scandalose e incredibili: scrive letteralmente che “in quanto esseri inferiori, essi non possono avere gli stessi diritti degli israeliani” (sic)!

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Grandi mobilitazioni, grandi e piccole vittorie, femminicidi: la lotta delle donne è più necessaria che mai

L’anno che si è appena concluso ha riportato alla ribalta la lotta delle donne, registrando una grande vittoria in Argentina, dove dopo 15 anni di mobilitazioni e incessanti tentativi di boicottaggio, è stato finalmente riconosciuto il diritto a non morire di aborto, con una legge approvata dal parlamento la cui seduta conclusiva è stata seguita in diretta fino a notte fonda da centinaia di migliaia di persone. Una svolta epocale per questo paese, che si è realizzata grazie alla mobilitazione costante di un movimento che, nell’azione anche pratica di cura e supporto alle donne e alle ragazze, spesso giovanissime, che prendevano la decisione di abortire, hanno sviluppato la consapevolezza della necessità della difesa della dignità umana e della salute come bene inalienabile, rivendicando con la lotta collettiva il diritto di scegliere se e quando trasformare il dato biologico della gravidanza nell’assunzione consapevole della maternità. Su questo stesso tema, un anno di mobilitazioni massicce in Polonia si è concluso impedendo l’azzeramento delle seppur restrittive misure che lasciavano aperto uno spiraglio alla interruzione di gravidanza assistita – una campagna che ha trascinato e coinvolto tutte le forze antigovernative, e che ha costretto il governo alla resa.

Dall’altra parte del Mediterraneo, in Turchia, grandi mobilitazioni di donne denunciano i tentativi di ricondurre le donne al loro ruolo di fattrici, tramite una serie di proposte di legge che chiedono l’abolizione del diritto di aborto, del divorzio, e sanzioni per chi non adempie all’obbligo alla maternità, e altre restrizioni estremamente pesanti. In questi giorni l’ennesimo femminicidio (in quel paese sono oltre 400 all’anno), vittima una ragazza di 27 anni che voleva lasciare il suo compagno dopo aver scoperto che era sposato, ha riportato in piazza masse di donne combattive, che non si rassegnano ai continui attacchi di cui sono oggetto e ad assistere impotenti  alle sentenze giustificatorie che si susseguono, attribuendo a crisi di follia comportamenti che altro non sono che il prodotto di un sentimento diffuso di considerare il corpo delle donne una proprietà di cui disporre o, se si rischia di perderla, da distruggere.

Il post che pubblichiamo sul femminicidio di Agitu Idea Gudeta (da noinonabbiamopatria), smaschera il contenuto razzista della vecchia solfa “Italiani brava gente”, denunciando come questa immigrata fosse fuggita dalla repressione in Etiopia proprio perché denunciava la politica di landgrabbing di cui l’Italia è protagonista, e mostrando come i mass media hanno usato questa uccisione per insinuare il messaggio che chi si comporta bene viene amorevolmente accolto dalla popolazione tutta (di conseguenza, chi è invece oggetto di razzismo, se lo merita). Il post sottolinea giustamente che si tace così dei pregiudizi e delle minacce che Agitu aveva ricevuto e ripetutamente denunciato. La storia del suo aggressore è a sua volta costellata di soprusi e di supersfruttamento. Un filo unisce queste storie come quelle delle innumerevoli aggressioni e violenze fisiche e psicologiche. La denuncia del capitalismo razzista, che troviamo a conclusione del post che pubblichiamo, richiede che si vada più a fondo nel comprendere la specificità dell’oppressione patriarcale che colpisce in modo trasversale le donne: nello stillicidio quotidiano delle violenze troviamo donne di tutte le età e di condizioni molto diverse, e il femminicidio è sempre una rivendicazione di possesso e di controllo da parte dell’uccisore.

Anche quando il motivo scatenante, come nel caso di Agitu, può essere stata una rivendicazione salariale (anche se normalmente sono i padroni che aggrediscono gli operai e in generale non li ospitano in casa), il segno identificativo di questo delitto è comunque quello dell’abuso sessuale compiuto sul corpo della donna agonizzante. Non ci stancheremo di denunciare tutto ciò, con le donne in Argentina e in Turchia, e ovunque nel mondo, diciamo: ribellarsi è giusto, lottare è necessario per la liberazione delle donne e di tutti gli sfruttati e gli oppressi dal sessismo, dal razzismo, dal capitalismo.

Il femminicidio di Agitu Idea Gudeta vittima di una doppia ingiustizia e dell’altra faccia del razzismo democratico

La mattina del 28 dicembre 2020 Agitu Idea Gudeta viene uccisa nella sua casa come conseguenza di un atto di violenza ed abuso sessuale che ha come epilogo il drammatico femminicidio della donna di nazionalità etiope.

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I decreti-Salvini sono stati cancellati? Assolutamente no.

L’impostazione poliziesca, repressiva, discriminatoria, razzista della legislazione italiana in materia di immigrazione è ribadita nella sostanza. Le popolazioni immigrate erano e restano sottoposti a una legislazione speciale.

Sulle poche modifiche di modesto rilievo apportate ai decreti-Salvini nei giorni scorsi dal Conte-2 è stata imbastita un’incredibile campagna di disinformazione. “Cancellati i decreti Salvini, tornano accoglienza e integrazione” (“la Repubblica”, 6 ottobre), “L’umanità prima di tutto” (“la Repubblica”, 7 ottobre), “Sull’immigrazione si volta pagina” (“il manifesto”, 8 ottobre, lo scrivono il Pd Orfini e il segretario di Sinistra italiana Fratoianni). Il falso è talmente clamoroso che debbono smentirsi da sé il giorno dopo, e perfino il giorno prima, parlando di “svolta a metà” (“la Repubblica”, 7 ottobre) o di decreti “quasi umani” (“il manifesto”, 7 ottobre). È disinformazione anche questa, però. Perché le nuove disposizioni in materia di immigrazione targate Lamorgese/Conte-2 non cancellano nulla di essenziale dei decreti-Salvini. Si limitano a pochi ritocchi secondari, confermando l’intero impianto repressivo e criminalizzante verso gli emigranti e verso le lotte operaie e sociali di quei decreti. Decreti che impropriamente prendono il nome da Salvini, ma sono stati in realtà il prodotto dell’asse Lega-Cinquestelle, dal momento che la masnada di Di Maio/Di Battista/Grillo è stata determinante nel loro varo.

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Il ritorno di John Brown: i traditori della razza bianca nella sollevazione del 2020, di Shemon e Arturo (IW)

Gallup, NM. A man sleeping next to a house was questioned by police.  Gallup is a city in McKinley County, New Mexico. The population is 21,678 and 21.9% live below the poverty level. Gallup has the highest violent crime rate in the state of New Mexico. In 2012, violent crime was nearly five times the national average.
Matt Black, Magnum Photos

Questo testo è di grandissimo interesse: si occupa del rapporto tra proletari neri e proletari bianchi nella sollevazione statunitense nata dall’assassinio di stato di George Floyd – un rapporto assolutamente vitale per lo sviluppo della lotta anti-capitalista negli Stati Uniti e nel mondo. E’ un testo denso, ricco di considerazioni pienamente condivisibili, che ci fa toccare con mano quale grande storia di pensiero e di prassi rivoluzionaria c’è dietro le ribellioni di questi mesi, e quanto esse aprano, per molti versi, un capitolo nuovo nella storia degli Stati Uniti e del mondo. E’ giusto dichiarare, però, che ci pare eccessiva la loro enfasi sull’azione diretta e sull’azione illegale (entrambe indispensabili anche per noi, sia chiaro!), come unico, o almeno fondamentale, discrimine tra prospettiva rivoluzionaria e riformismo, e che non condividiamo il loro giudizio sugli avvenimenti di Kronstadt e sul movimento di Machno. Il testo è comparso sul blog Ill Will il 4 settembre, e lo abbiamo tradotto in collaborazione con il blog Noi non abbiamo patria.

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Dedicato a tutti i martiri della sollevazione del 2020

Qual’è la prognosi? … La prognosi è nelle mani di coloro che sono disposti a sbarazzarsi delle radici della struttura corrose dai vermi. (Franz Fanon)

Introduzione

L’estate del 2020 è stata un’estate di rivolte di massa. Quella che è iniziata il 26 maggio come una ribellione guidata dai neri a Minneapolis in seguito all’omicidio di George Floyd da parte della polizia, si è rapidamente diffusa in tutto il paese. Questa rivolta è stata iniziata da giovani neri, ma si sono rapidamente unite ad essa persone di tutti i colori e i generi. Questa moltitudine rivoluzionaria ha attaccato gli agenti di polizia, appiccato il fuoco ai dipartimenti di polizia, alle auto della polizia e alle banche, ha saccheggiato e ridistribuito beni e si è vendicata per gli innumerevoli omicidi di neri e non neri da parte della polizia. La prima settimana è stata l’Atto I della sollevazione.

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